martedì, Dicembre 16, 2025
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Lohengrin inaugura, infelicemente, il teatro dell’Opera di Roma

 “Tutta colpa dello sciopero”

di Dora Liguori

Ebbene si! Dopo aver visto all’Opera di Roma il Lohengrin, nella versione del regista Damiano Michieletto, è sorta in me la precisa convinzione che le vicissitudini del cavaliere abbiano una sola matrice: lo sciopero. 

Per meglio esplicitare questa mia convinzione riassumo in breve la vicenda. 

Lohengrin, titolato figlio di Parzival, vive nel castello di Monsalvat, luogo in cui i cavalieri, detti del Santo Graal, custodiscono la coppa miracolosa utilizzata da Gesù nella Sua ultima cena. Compito precipuo dei cavalieri, oltre a quello di adorare la coppa divina, è quello di scendere sulla terra a prestare soccorso ogni qualvolta un innocente viene minacciato. In questa loro generosa incombenza ai cavalieri è dato un solo vincolo: non svelare mai il proprio nome. 

Questo l’antefatto di una vicenda che prende, poi, il suo avvio allorché ai cavalieri giunge notizia di una certa Elsa accusata ingiustamente di omicidio. Pertanto, si presuppone che, Lohengrin, ricevuto l’incarico, dal padre Parzival, signore di Monsalvat, di scendere sulla terra per rendere giustizia alla fanciulla incriminata, non essendo previsto un diniego, il cavaliere, accolga di buon grado l’invito. Detta fra noi è possibile che il poveretto, ritrovandosi alquanto annoiato fra le beatitudini del castello, si sia subito, tutto contento, apprestato ai preparativi del viaggio. 

Come ovvio e quale prima cosa, il cavaliere si è recato ad ispezionare il mezzo di locomozione che dovrà condurlo sulla terra, dicasi una navicella trainata da un cigno. E qui… inizia il dramma: la navicella, ancorché un poco fuori uso, potrebbe ancora funzionare ma il cigno, chiamato più volte, non si trova.

“Per la miseria!”, esclama Lohengrin, che fine ha fatto, dove si è nascosto?

“Cavaliere”, lo informa uno dei funzionari del castello, “il cigno non c’è poiché ha semplicemente aderito allo sciopero di 24 ore, proclamato: dalle 21 di giovedì 27 novembre alle 21 di venerdì 28. 

“Per tutta la miseria del mondo (a Monsalvat la miseria non esiste)” ripete, piuttosto contrariato Lohengrin “ho fretta e, tra l’altro, visto che mi trovavo in viaggio, essendo anno giubilare volevo passare da Roma…. Va be’ chiamatemi un taxi, non sciopereranno anche loro?” 

“Quelli non sono in sciopero ma a Roma non se ne trova uno neppure implorando la grazia innanzi al Santo Graal”. Aggiunge, in tutta sincerità, il funzionario.

“Allora, niente Roma, andrò direttamente ad Anversa a soccorrere la povera Elsa… ma senza cigno, senza taxi, senza treni o aerei, come faccio?”

Ed è qui che interviene la mano, o meglio l’inventiva, del nostro regista: Lohengrin giunge trainando una piccola bianca cassa da morto, per la qual cosa, gli sconcertati spettatori si domandano: sapevamo dei tappeti volanti ma una cassa da morto per trasporto è proprio cosa nuova.

Comunque sia, il cavaliere arriva ad Anversa e viene a sapere che Elsa è accusata d’aver ucciso il fratellino affogandolo nel lago. 

A quel punto, gli occhi degli spettatori, cercano di vedere il lago ma in scena c’è solo una vasca da bagno. Allora inizia il dilemma: l’idea della vasca è stata del regista per risparmiare o di Elsa che, ritenendo lontano il lago, ha deciso di arrangiarsi in simil modo?

Vuoi o non vuoi, il cavaliere essendo ormai giunto per salvare la poveretta, trascura i particolari dell’affogamento e accoglie l’invito del re a ricostruire la verità attraverso un’ordalia, ovvero un duello con Friedrich (detto in napoletano ‘o malamente) accusatore di Elsa. Infatti, attraverso il risultato dell’ordalia, il re e il popolo avrebbero appreso il giudizio divino sulla vicenda. Il duello avviene e non può che essere vinto da Lohengrin per due precisi motivi: uno perché, essendo dotato di poteri divini, non può che vincere (e qui vorrei sottolineare la palese ingiustizia verso lo sfidante che, pur essendo poco simpatico e per giunta cattivo, per giustizia avrebbe dovuto battersi con parità di poteri) e secondo motivo perché, morendo Lohengrin, l’opera invece di durare cinque ore si sarebbe ridotta a due. E ciò non rientrava nelle intenzioni compositive di Wagner! 

Con o senza giustizia, l’accusatore soccombe e Lohengrin, tutto bello e spiritoso, non solo salva Elsa dalla tremenda accusa ma, nonostante la poveretta fosse infagottata in un bianco camicione sbilenco, capace di togliere qualunque soprassalto dei sensi, trovandola, invece, belloccia, le chiede di sposarlo, sempre però onorando la clausola di non chiedergli mai quale fosse il suo nome. 

La cosa risulta, e con ragione, un poco ostica alla Elsa, ma, visto che ad Anversa nessuno si era mai fatto avanti e temendo di restare zitella, decide di accettare la proposta. Dopo, però, essendo forse una lontana parente di Turandot (anche lei ossessionata dal conoscere il nome dello straniero) nella sposina inizia a insorgere in cuore qualche dubbio. 

“Insomma chi ho sposato? E se fosse un qualche “fascista” in incognito o qualche esponente dei “centri sociali” che figura ci faccio? Meglio indagare. E con questo stato d’animo, la sposina perché dubbiosa e Lohengrin perché probabilmente “incapace”, la prima notte di nozze, i due invece di procedere a… come natura comanda, preferiscono filosofeggiare (a Napoli direbbero cazz….are). Alla fine Elsa, non potendone più di un consorte non solo ignoto ma anche un tantino disabituato ai sani istinti terreni, pretende di conoscere il suo nome, cosa che fa indignare del tutto il nostro Lohengrin.

Per questo motivo, il cavaliere, essendo stato costretto, dopo le insistenze della moglie, ad appalesare innanzi al popolo, il suo nome, piuttosto adirato ritiene di essere giunto il momento di, chiamato il cigno, ritornare a Monsalvat. Una parola! Forse, perdurando lo sciopero, del cigno non esiste ombra e il cavaliere, non ritrovando più neppure la bara a fargli compagnia, s’avvia da solo, così lasciando in asso la fresca sposina. A questo punto, l’infelice Elsa, si sarebbe potuta rivalere su Lohengrin per abbandono del tetto coniugale ma… anche gli avvocati erano in sciopero; per la qual cosa ha preferito soprassedere. 

Procedendo nel resoconto dello spettacolo: che dire delle uova bianche e nere calanti dal cielo? Non avendone compreso il recondito significato, una parte del pubblico si attende che il regista, prima poi, sia così gentile da fornirne una versione convincente. Uova a parte, di una cosa a Michieletto, occorre dirlo, non si può dare tutte le colpe: dicasi le incapacità amatorie di Lohengrin. Infatti, vero è che il regista non ha previsto di porre in scena, per la prima notte di nozze, non dico un letto ma neppure un materasso, gli sposi, volendo, anche per terra, potevano consumare. E, invece, no! 

A mio poverissimo e inaffidabile giudizio, ritengo che tutte le colpe dell’imbranato Lohengrin, andrebbero ascritte al padre Parzival, il quale, come leggenda medioevale racconta, una certa esperienza, a suo tempo, se l’era fatta, non con una “sciura” qualsiasi ma con la maliarda Kundri, incarnazione dell’amore e del desiderio dei sensi. E allora, dico io, qualche cosetta, al figlio, Parzival gliela poteva pure insegnare. E, invece, la pur sensualissima musica di Wagner non riscalda Lohengrin che forse, vista la scena che lo circondava, è rimasto di marmo… 

Povera Elsa, poveri spettatori!

Lohengrin, però, prima di ripartire almeno una cosa buona desidera farla: rivolgendosi in preghiera verso la divina coppa, chiede ed ottiene un miracolo: riappare, vivo e vegeto, il fratellino di Elsa che, apprendiamo, era stato trasformato in cigno dalla cattivissima strega Ortrud, per la cronaca consorte dell’altrettanto cattivo Telramund, quello del duello. 

Comunque, alla fine della storia, una cosa Lohengrin l’ha capita: vista la precarietà dei mezzi di trasporto, alla prossima ingiustizia sulla terra, se chiamato, lui si girerà dall’altra parte… meglio restarsene a casa, anzi nel castello!

Questo il racconto, magari un tantino scorretto ma autentico dello spettacolo romano. Per il resto credo che il 90% degli spettatori, dopo cinquanta anni di mancanza dalla capitale di Lohengrin, pur di godere della musica di Wagner, resa magnificamente dall’orchestra del teatro diretta da Michele Mariotti, ad un certo punto abbiano deciso di chiudere gli occhi. Per quanto poi attiene ai cantanti, fatta eccezione per la bravissima e anche discretamente abbigliata, Ekaterina Gubanova nella parte della cattiva Ortrud, per gli altri si poteva scegliere meglio. Dei costumi, poi, affibbiati al popolo di Anversa, stile stracci anni 50/60, meglio tacere.

Nonostante ciò, una parte della critica, senza troppo badare alle rimostranze del pubblico, ha definito, quello del Lohengrin romano, versione Michieletto, uno spettacolo poetico dai molteplici reconditi significati. Ad esempio per costoro, la vasca significava… questo, questo e questo e anche il popolo di Anversa, così mal rappresentato, significava…questo, questo e questo; che dire, poi, dei cerchi luminosi, stile circo equestre, volteggianti sul palcoscenico o delle non scene claustrofobiche ed inesistenti. E alla fine non è mancato neppure il “botto” finale della regia: Elsa e tutto il popolo di Anversa, appaiono in scena con gli occhi coperti di nero. La cosa è singolare ma, vista la situazione, una chiave di lettura potrebbe essere questa: a ragione, stanchi di tutto quell’ Ambaradam (caos) i presenti in scena hanno deciso di coprirsi gli occhi per non vedere oltre un simile spettacolo.

Eppure, per ogni stramberia, i sopra citati critici si sono premurati di consegnarci una lettura di freudiana memoria. Quanto rimpiango il celeberrimo e compianto critico Paolo Isotta che diceva sempre, inimicandosi i sovrintendenti di molti teatri, pane al pane e vino al vino! Isotta, per fortuna sua e di certi registi, ci ha lasciati, altrimenti ne avrebbero sentito delle belle.

Infine, ammesso e non concesso che i critici in oggetto abbiano ragione, sorge facile una domanda: il pubblico va all’opera e paga il biglietto per vedere e sentire una storia ammantata di bella musica (dicasi opera lirica) o per fare una seduta di psicanalisi? Mah!

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