mercoledì, Febbraio 11, 2026
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L’emergenza sicurezza attesta il fallimento della politica

di Salvatore Sfrecola

L’emergenza sicurezza è la prova del fallimento della politica. Di tutta la politica, di sinistra e di destra, perché la sicurezza all’interno delle città e dei borghi non è aspirazione di questo o quel partito. È di tutti, del figlio dell’operaio e del figlio del professionista i quali hanno diritto, come ogni altro cittadino, di circolare liberamente a qualunque ora del giorno e della notte nelle strade, dal centro alle periferie, senza il timore di essere importunati o di subire aggressioni. E se il governo ricorre ad una normativa straordinaria e urgente per prevenire o reprimere violenze varie vuol dire che la sicurezza è stata trascurata da tempo, che segnali evidenti non erano stati colti o ad essi non era stata data una risposta adeguata. Ed è evidente anche dagli ultimi episodi di delinquenza giovanile, dei singoli o dei gruppi, che nelle famiglie e nella scuola è stata trascurata l’educazione al rispetto delle persone. E che la scuola non ha saputo intervenire laddove evidentemente le famiglie hanno mancato, in un contesto di diffusa disattenzione per i doveri rispetto all’esaltazione dei diritti che in una democrazia liberale trovano sempre un limite del diritto degli altri. 

Se, tuttavia, gli errori e la trascuratezza delle esigenze di sicurezza vanno equamente distribuite tra quanti negli ultimi decenni si sono alternati al governo del Paese, è certo che oggi la responsabilità è in capo ad una coalizione di partiti che governano da tre anni, un tempo sufficiente per percepire ciò di cui avrebbero dovuto già assumere consapevolezza quando erano all’opposizione, ed alcuni di essi al governo, e definire misure adeguate. Anche la militarizzazione delle città e delle località più a rischio è una risposta inadeguata e comunque temporanea, emergenziale che non può essere mantenuta a lungo e che è la prova che nella società non si è costruito un humus di valori civici i quali sono alla base della pacifica convivenza e del rispetto delle persone. 

Del resto, l’inadeguatezza della classe politica non si rileva solamente nell’emergenza della sicurezza dacché questo governo, ed i governi immediatamente precedenti, ci hanno abituati ad un crescente uso della decretazione d’urgenza anche per gestire l’ordinaria amministrazione a causa della generale e conclamata inefficienza degli apparati in molti settori, per cercare di far fronte a disfunzioni presenti all’attenzione dell’opinione pubblica e di chi governa da molto tempo. Sicché un Governo con una maggioranza solida, talmente solida che è riuscita ad approvare una revisione costituzionale in materia delicatissima come quella della Giustizia, senza aggiungere o togliere una virgola dal testo inizialmente presentato dal Consiglio dei ministri, non appare capace di governare il Paese nella realtà quotidiana senza ricorrere a decreti-legge.

Questo attesta una grave inadeguatezza delle strutture amministrative e delle regole che ne disciplinano l’attività. Ed è prova dell’insufficienza della politica l’aver affidato alcuni ministeri, squisitamente politici, a tecnici, dalla giustizia all’interno, alla sanità. È la prova della indisponibilità di elementi capaci di svolgere questi delicati compiti propri della politica. 

Il fallimento della sicurezza dal punto di vista delle famiglie nasce da lontano, dall’assenza dei genitori nella fase di trasmissione di valori che evidentemente essi stessi non hanno o non sono stati capaci di insegnare, nella inadeguatezza delle strutture della società civile, comprese quelle religiose che un tempo, attraverso gli oratori, avvicinavano i giovani non solo ai valori spirituali propri della nostra civiltà ma anche alla convivenza civile. Infine, la scuola, che si è voluto sempre più facile, a cominciare dal famigerato “diciotto politico” dell’università del ‘68, mentre il suo compito è quello di preparare i futuri professionisti nelle varie attività, in contemporanea alla sensibilità civile che fa degli abitanti di un paese dei cittadini. L’attuale Ministro dell’istruzione, il Prof. Giuseppe Valditara, è impegnato a recuperare spazi di cultura, che sono anche alla base della civiltà greco-romana e delle radici cristiane del mondo Occidentale. Ma occorrerà del tempo per vedere dei risultati, anche perché vanno formati i docenti che, purtroppo, in gran parte risentono dell’insegnamento che hanno avuto nelle università negli anni degli studi facili. Inoltre, non si può trascurare che lo Stato li ha penalizzati sotto il profilo retributivo, nonostante i ricorrenti riconoscimenti dell’importanza del loro ruolo. 

Aggiungo che in questa trascuratezza per i valori civili, alla base dell’insicurezza, è venuto meno anche il senso dell’appartenenza, come dimostra il fatto che non si ricordano eventi importanti della storia d’Italia e gli uomini che l’hanno fatta con tutte le difficoltà e le limitazioni del tempo nel quale hanno operato, ma che tuttavia hanno contribuito a trasformare un popolo variegato in una Nazione. Nella quale oggi sembrano prevalere le storie locali, alle quali io ho sempre creduto come espressione autentica della varietà delle esperienze storiche, civili e culturali di questo Paese, ma che spesso assumono un carattere divisivo, quando dovrebbero concorrere ad esaltare i valori comuni.

Infine, poiché si percepisce una diffusa sofferenza tra i giovani, credo che l’abolizione del servizio militare abbia concorso in misura determinante alla diminuzione del senso civico dei nostri ragazzi che nelle caserme e nelle attività che vi si svolgevano, che non erano soltanto addestramento strettamente militare, esercitavano ed aggiornavano le loro esperienze professionali nella consapevolezza di un impegno in favore della comunità. Ed era anche un tempo della vita prezioso nei ricordi di tutti.

Infine, poiché viviamo anche in un momento nel quale l’accoglienza dello straniero, che ha sempre caratterizzato la nostra cultura, non è accompagnata da una concreta educazione alla convivenza con garanzia di un lavoro dignitoso, è risultato difficile educare questi ”ospiti” al rispetto delle nostre tradizioni con la conseguenza che in questi ambienti si forma un atteggiamento ribelle, spesso violento che concorre a generare insicurezza. Che non può certamente risolversi con la concessione della cittadinanza facile come qualcuno propone nonostante l’esperienza di altri paesi avrebbe dovuto fornire indicazioni utili per governare un fenomeno che ciclicamente interessa la storia dell’umanità. Ma anche qui non si è capito o si è fatto finta di non capire. Eppure l’esperienza di Roma, repubblicana e imperiale, avrebbe dovuto essere d’insegnamento.

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