di Salvatore Sfrecola
Da ultimo è stata la battuta infelice del magistrato Antonio Tanga, ospite pressoché fisso di “Ore 14”, a scatenare i fautori del SÌ contro la magistratura. Tanga, alla richiesta di cosa facesse con un coltello, aveva risposto “lo uso per uccidere mia moglie”. “Pessima battuta”, sbotta Milo Infante, che quella trasmissione conduce su RAI2 il pomeriggio e giovedì sera. Non c’è che dire, anche se in bocca ad un ospite sempre distintosi per equilibrio, era evidente la natura “goliardia nera”, come dice lo stesso Tanga, per “sdrammatizare” un dibattito incentrato su omicidi, femminicidi e violenze varie.
Sarebbe dovuta rimanere lì, se quella battuta infelice non avesse fornito lo spunto per una ulteriore critica alla magistratura (“un altro grande spot per la reputazione dei magistrati”, si legge su DagoSpia) alla quale, in occasione di omicidi, femminicidi e violenze varie, si attribuisce buona parte della responsabilità ai magistrati quando non mettono in prigione gli autori di delitti che indignano l’opinione pubblica. Soggetti che continuano a commettere reati nonostante siano stati già individuati come autori di fatti analoghi, spesso destinatari di provvedimenti di espulsione e, ciononostante, rimasti sul territorio nazionale.
Tutto questo viene utilizzato ad ogni piè sospinto per dire che il referendum sulla separazione delle carriere è una scelta sacrosanta, necessaria perché, si dice o quanto meno si fa capire, che quando entrerà in vigore la revisione costituzionale questi fatti non accadranno più.
Come il “caso Garlasco”, di cui scrive Alessandro Sallusti che nella sua ultima fatica letteraria intervista Luca Palamara: “Il sistema colpisce ancora”. Nella Introduzione, infatti, afferma che “la riapertura del caso dell’omicidio di Chiara Poggi a Garlasco ha tutti gli inquietanti crismi di una guerra per bande tra magistrati e inquirenti sulla pelle di due ex ragazzi – Alberto Stasi e Andrea Sempio – a cui la giustizia, a prescindere dalla verità (se mai verrà un giorno accertata in modo inequivocabile), ha rovinato la vita”. Eppure, c’è una sentenza passata in giudicato e i magistrati oggi sono impegnati ad accertare ulteriori responsabilità in una vicenda che potrebbe aver coinvolto più persone e sulla base di accertamenti tecnici che all’epoca dei processi che hanno portato alla condanna di Stasi non erano disponibili. Cosa tutto questo sia collegato alla revisione costituzionale non è evidente. Ancora, gli episodi inquietanti di soggetti che delinquono perché mantenuti a piede libero nonostante fossero stati già identificati come responsabili di analoghi reati mettono in risalto non un problema derivante dalla carriera di magistrati o dal funzionamento del Consiglio Superiore ma l’adeguatezza delle normative che i giudici applicano. Compreso un aspetto che sicuramente è importante, quello della ampiezza della discrezionalità che viene riservata ai giudicanti, che non attiene alla separazione delle carriere. Perché ai giudici si rimprovera di non aver mantenuto in prigione un soggetto autore di un fatto delittuoso che era stato chiamato a rispondere da un Pubblico Ministero, “collega” del giudice. A dimostrazione del fatto che requirenti e giudicanti, pur dotati della medesima cultura giuridica, reclutati con il medesimo concorso, svolgendo una diversa funzione seguono le ragioni del loro ruolo. Cosa che smentisce ancora una volta il fatto che i giudici e i pubblici ministeri decidono di comune accordo.
E così si omette di dire che forse alcune norme processuali dovrebbero essere modificate. Non si dice, perché altrimenti si scoprirebbe il fianco della maggioranza, di questa come delle precedenti, che se le cose nella giustizia non funzionano, come dovrebbero o come la gente immagina che dovrebbero, questo è dovuto ad una legislazione inadeguata da tempo, da molto tempo.
Adesso, alla vigilia del referendum, si sfruttano certi episodi che giustamente gridano vendetta per far ricadere tutto sui magistrati e far pensare ai cittadini italiani che se votano SÌ questi episodi non si verificherebbero più. Una mistificazione che non fa onore a chi conduce una battaglia riformatrice nella quale, immagino, creda.
