di Salvatore Sfrecola
In una stagione nella quale non passa giorno senza che qualche esponente politico non sia raggiunto da comunicazioni provenienti da una delle Procure della Repubblica, si leva contestualmente la polemica contro la magistratura. Lo suggerisce evidentemente anche l’imminente voto referendario sulle norme di revisione costituzionale riguardanti la Giustizia. E consapevoli, perché lo ricordano il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, e la Presidente della competente Commissione a Palazzo Madama, Giulia Bongiorno, che la nuova normativa non incide sulla celerità dei processi, ciò che più interessa il cittadino, i politici non trascurano occasione per polemizzare con i magistrati, ora perché non spediscono in prigione chi a loro giudizio meriterebbe, o perché inquisiscono qualcuno ancorché abbia agito per legittima difesa.
E così, con toni esasperati, rivolgendosi ai cittadini, i politici di vari partiti della maggioranza e con responsabilità governative e/o parlamentari denunciano, per evidenti scopi elettorali, giudici e pubblici ministeri. Lo fanno sull’onda della notizia del giorno, spesso senza conoscere i fatti nella loro realtà fenomenica e nella loro qualificazione giuridica, incautamente correndo il rischio di clamorosi autogol. È il caso, tra i più recenti, del poliziotto che a Rogoredo, intervenuto su una piazza di spaccio, ha ucciso un pusher in un’azione sulle prime presentata come legittima a tutela della legge e della sua incolumità, poi risultata di ben altra specie. In una realtà che ha fatto emergere reati e complicità che hanno costretto gli stessi politici che si erano scagliati contro i magistrati ad una rapida e clamorosa marcia indietro. Con una doppia brutta figura, prima per aver criticato i magistrati su una vicenda ancora non esattamente definita, poi per aver dovuto cambiare versione senza chiedere scusa a chi avevano incautamente offeso.
È un tratto distintivo dei nostri politici alla ricerca del consenso a tutti i costi che imprudentemente si impadroniscono della notizia e la commentano allo scopo di trarne un vantaggio ai fini del loro consenso. Consapevoli che i fans si fidano di quel che dicono perché lo dicono loro, perché “il capo ha sempre ragione”.
Si potrebbe riflettere ancora su questo rapporto politici-elettori che esclude ogni partecipazione critica ma oggi bastano queste poche considerazioni che vogliono richiamare i nostri uomini (e donne) di governo e di partito alla prudenza e ad avere rispetto per le istituzioni, soprattutto per la magistratura, come ha ricordato di recente il Capo dello Stato Sergio Mattarella, un corpo formato di migliaia di soggetti i quali hanno difficoltà a difendersi agli occhi dei cittadini che tendono a prendere per buone e giuste le cose che dicono i politici amici, senza pensare che la denigrazione delle istituzioni, non solo della magistratura ma anche del Parlamento, rappresentativo dell’elettorato, causa disagio fra gli addetti e svilisce agli occhi dei cittadini il loro ruolo e lo stesso prestigio dello Stato.
Per concludere che la critica è sempre possibile, anzi è utile, ma nella misura del vero e del giusto.
