di Jacopo Severo Bartolomei
Ci sono le Riserve della Repubblica, i Grand Commis de L’Etat, I Premier tecnici e le Riserve dell’Unione Europea, a cui si attinge specie nei momenti di crisi; tra queste ultime si annovera, senza tema di smentita, Mario Draghi.
SuperMario, classe 1947, allievo di Federico Caffè a Roma e di Franco Modigliani a Boston, pupillo di Carlo Azeglio Ciampi a Palazzo Koch, ex Presidente del Consiglio dei Ministri, è stato l’autorevole Presidente della Banca centrale europea (2011-19), la BCE con sede a Francoforte sul Meno, che dopo il Trattato di Maastricht ha assunto il ruolo di governo della moneta unica; celeberrima la frase del Cavaliere Bianco, in occasione dello tzunami finanziario del 2028, quello innescato dalla crisi dei subprime e della finanza derivata, “Whatever It Takes” .
Ebbene, nel volgere di circa 100 giorni, è tornato ad occupare il proscenio del dibattito internazionale, additando la via principe del Federalismo Pragmatico.
I. Infatti, dapprima il 2.2.26 nel discorso tenuto in veste di Lectio magistralis all’Università cattolica di Lovanio in Belgio a circa 30 Km da Bruxelles, in occasione del conferimento di Dottorato ad honorem, Draghi ha iniziato a dare una sveglia vigorosa a un’Europa che tentenna di fronte a un “ordine globale ormai defunto”. Nella motivazione del titolo tributatogli da uno dei più antichi e prestigiosi Atenei europei, si legge testualmente: “per il suo contributo al processo di integrazione economico-monetaria UE, e per una Leadership fondata sulla responsabilità” nel momento di massima crisi esistenziale dell’Europa.
SuperMario ha posto un interrogativo provocatorio nel senso maieutico:
“Vogliamo rimanere semplicemente un grande mercato, soggetto alle priorità degli altri?“. Raggruppare piccoli Paesi non produce automaticamente un blocco potente, essendo questa la logica della confederazione, logica ancora seguita dall’Europa nella politica estera, nel settore della difesa e nelle questioni fiscali, un gruppo di stati, ognuno col diritto di veto, ognuno con il proprio interesse nazionale preminente, ma destinato – nel confronto tra USA e Cina – a restare vulnerabile e incapace di far sentire la propria voce.
II. Addì 12.2.26, Draghi – estensore di accurato Report sulle riforme per rilanciare la competitività UE, onde evitare inesorabile lenta agonia – ha partecipato nelle Fiandre al ritiro informale del Consiglio Europeo, organizzato nel castello di Alden Biesen, dove ha insistito sulla via del Federalismo pragmatico.
Tale metodo va applicato agli stati disponibili tra i 27 membri attuali, perché la condivisione della destinazione finale è importante, ma altrettanto impellente il compimento di passi possibili, coi partner disponibili, nei settori in cui si debbono e possono e fare progressi.
Il metodo del federalismo “a la carte”, d’altronde, ha dato felice esito nell’esperienza dell’Euro, nata come moneta unica di club di 12 paesi, allargatosi sin a ricomprenderne ben 21 (l’ultimo la Bulgaria dal 01.01.26). La porta rimane sempre aperta agli altri, purché non si atteggino a soggetti insidiatori dell’obiettivo comune, perché citando il Padre Robert Schumann “L’Europa non si farà tutta in una sola volta”
III. Questo percorso di rientro al massimo grado di esposizione nello scenario delle Istituzioni Europee, ha avuto l’acme ad Acquisgrana, nel giorno 14.5.26 in cui il Nostro, nel ricevere il premio Carlo Magno, opta per un discorso non celebrativo ma esortativo, onde consegnarci – la terza volta nell’arco di 3 mesi – una diagnosi severa e una chiamata alla responsabilità, nel riconoscimento del “leit motiv” accompagnatore costruzione comunitaria – da De Gasperi-Schuman ai Pontefici Giovanni Paolo II e Benedetto XVI – , cioè che “L’Europa non può più vivere di rendita, né politica, né strategica” . Tale discorso di 45minuti, per ammissione dello stesso Autore, inglobando le tesi del celebre rapporto, risente di un parafrasare per obiettivi tipico del linguaggio economico.
Si parte con diagnosi diretta, senza infingimenti, “Per la prima volta dal 1949 gli USA non potranno più garantire la nostra sicurezza; per la prima volta a memoria d’uomo, siamo davvero soli insieme”, per arrivare al cuore del ragionamento, scevro da qualsiasi margine di dubbio: “dopo anni in cui l’UE ha compensato la propria debolezza decisionale, con regole, procedure e mercato; la storia torna a chiedere potere, difesa, industria e tecnologia”.
Non si devono cancellare i numerosi significativi successi dell’integrazione, ma coglierne i limiti, perché L’Europa ha predicato apertura, realizzata in maniera discontinua, al Mondo, senza completare l’apertura al proprio interno (….) con il risultato di pervenire ad esser una Potenza economica esposta, dipendente da variabili esterne e troppo lenta nella risposta alle varie problematiche.
Il Made in Europe non deve esser uno slogan protezionistico, ma domanda comune su scala continentale, capacità di orientare investimenti e innovazione tecnologica; l’affrancamento dalla dipendenza militare dello zio Sam deve trasformarsi in autonomia negoziale, Draghi coglie nel mutato atteggiamento USA, un “necessario risveglio” per il Vecchio continente.
Draghi riceve attenzione ed elogi, laddove raffigura l’Italia non come eterno richiedente deroghe ed indulgenza, ma precorritore nell’indicare una via di autonomia, dall’appiattimento sulle posizioni USA o dei Brics.
Risuona forte il suo “appello” a trasformare di nuovo la crisi in Unione, perché di fronte ai mutati scenari internazionali l’Europa sta rispondendo dentro un sistema non concepito per crisi di questo genere.
In sintesi il monito, l’appello e l’auspicio di SuperMario alla composita congerie di Cittadini Europei – accomunati dalla condivisione dei valori di libertà e democrazia, ereditati dalla cultura classica greco-romana, ed accompagnati dai lasciti della fede giudaico-cristiana (l’autenticoAcquis communitaire) – è che non si abbarbichi ai privilegi del secolo 900, ma sia in grado di far sorgere una Nuova classe dirigente, diffusa Da Helsinki a Malta, di giovani attori protesi verso le sfide incalzanti del debutto del Terzo Millennio.
Un invito a declinare le categorie dell’imminente Futuro e della Speranza in Politics & Economics Affairs, in prospettiva condivisa, all’insegna del Federalismo Pragmatico.
