di Salvatore Sfrecola
Nel panorama culturale e politico dell’Italia del dopoguerra, pochi intellettuali seppero incarnare con tanta forza e coerenza l’idea monarchica quanto Giovannino Guareschi. Celebre autore di Don Camillo, giornalista satirico e polemista brillante, Guareschi non fu soltanto uno scrittore di successo: fu anche uno dei più determinati difensori della Monarchia italiana dopo il crollo del fascismo e la nascita della Repubblica.
Per comprendere il suo monarchismo bisogna partire dalla sua concezione dello Stato. Guareschi vedeva nella Corona un elemento di continuità storica e di unità nazionale, capace di restare al di sopra delle lotte partitiche. A suo giudizio, il Re rappresentava la Patria nella sua dimensione più stabile e permanente, mentre i partiti politici erano inevitabilmente mossi da interessi ideologici e di fazione. Celebre rimase la sua affermazione:
“Perché sono monarchico? Per ragioni storiche, sentimentali e pratiche.”
Secondo Guareschi, un Presidente della Repubblica sarebbe sempre stato espressione di un partito, mentre il Sovrano avrebbe potuto incarnare l’unità morale della Nazione.
Dopo la Seconda guerra mondiale, l’Italia era profondamente divisa. Il referendum istituzionale del 2 giugno 1946 segnò il passaggio dalla Monarchia alla Repubblica, ma Guareschi si schierò apertamente a favore di Umberto II e della dinastia sabauda. Attraverso il settimanale satirico Candido, fondato insieme a Giovanni Mosca, condusse una vigorosa campagna monarchica, opponendosi alla Repubblica nascente e denunciando presunte irregolarità nello scrutinio referendario.
Il settimanale Candido divenne rapidamente uno dei principali strumenti del dibattito politico del dopoguerra. Guareschi usava la satira come arma politica: colpiva il comunismo, criticava la Democrazia Cristiana quando la riteneva opportunista e difendeva valori tradizionali come patria, famiglia e religione. La sua battaglia politica non era nostalgica nel senso superficiale del termine; egli riteneva infatti che la Monarchia costituzionale potesse garantire maggiore equilibrio e indipendenza rispetto a un sistema dominato dai partiti.
Nel 1948, durante la campagna elettorale che oppose la Democrazia Cristiana al Fronte Popolare socialcomunista, Guareschi divenne celebre per slogan destinati a entrare nella storia italiana, come:
“Nel segreto dell’urna Dio ti vede, Stalin no.”
Questa frase riassumeva perfettamente la sua visione politica: antitotalitaria, cattolica e profondamente legata a un’idea tradizionale dell’Italia.
Il suo monarchismo, però, non gli impedì di criticare duramente anche gli ambienti moderati e centristi. Dopo aver inizialmente sostenuto la Democrazia Cristiana contro il comunismo, Guareschi si allontanò progressivamente dal partito di Alcide De Gasperi, accusandolo di aver tradito molti ideali morali e nazionali. Negli anni Cinquanta invitò i lettori di Candido a votare per il Partito Nazionale Monarchico.
La sua indipendenza gli costò cara. Processato e condannato per diffamazione nei confronti di De Gasperi, Guareschi scontò oltre un anno di carcere senza chiedere grazia. Anche in quella circostanza mantenne un atteggiamento coerente e orgoglioso, convinto che la libertà di parola e la dignità personale valessero più della convenienza politica.
Fino alla morte, avvenuta nel 1968, Guareschi rimase fedele alla Monarchia. Umberto II, dall’esilio di Cascais, gli conferì l’onorificenza di Grand’Ufficiale dell’Ordine della Corona d’Italia. Al funerale dello scrittore comparvero bandiere sabaude, simbolo di una fedeltà mai rinnegata.
Oggi la figura di Guareschi continua a suscitare dibattiti. Alcuni lo considerano un conservatore polemico, altri uno degli ultimi grandi intellettuali indipendenti del Novecento italiano. In ogni caso, il suo monarchismo rappresentò qualcosa di più di una semplice scelta politica: fu l’espressione di una visione dell’Italia fondata sulla memoria storica, sulla continuità delle istituzioni e sulla diffidenza verso il potere dei partiti.
