mercoledì, Luglio 22, 2026
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Il taccuino del Direttore

Ovunque a Roma strade e piazze sono occupate da cantieri, aperti un po’ dappertutto per i lavori della nuova metropolitana e per altri di ordinaria e straordinaria manutenzione. La gente borbotta e ne ha motivo. Perché in molti di questi cantieri non si vede per giorni qualcuno che vi lavori. È un vecchio problema. Le imprese si aggiudicano appalti anche se non sono in condizione di iniziare subito i lavori, perché spesso non hanno manodopera sufficiente o macchinari di proprietà per le varie lavorazioni. È quindi importante che l’autorità pubblica, statale, regionale o comunale stabilisca in contratto un cronoprogramma realistico e fattibile e lo faccia rispettare, in modo che i lavori vadano avanti speditamente nel minor tempo possibile per non creare inutili disagi alla popolazione. Aggiungo che, al termine, sarebbe bene che le Commissioni di collaudo procedessero con severità, perché troppe volte abbiamo visto lavori costosi abbisognevoli di interventi di manutenzione appena consegnati. Il che significa che sono stati realizzati con scarsa professionalità, spesso utilizzando materiali inadatti o scadenti. Si fa così da sempre per recuperare quel che si è perduto con l’offerta che ha consentito di ottenere l’appalto. Il “ribasso” con il quale le imprese concorrono tra loro. Il prezzo deve essere giusto perché spesso il “migliore” è solamente apparente.

“Abbiamo fiducia nelle indagini della Procura della Repubblica”, così disse Marina Elvia Calderone, Ministro del lavoro e delle politiche sociali se l’autore del servizio televisivo non ha tagliato qualche più pertinente considerazione sulla tragedia di Amendolara, dove lavoratori stranieri sono stati bruciati vivi in un’auto a cura di loro conterranei, evidentemente al soldo dei caporali. Il fatto è di rilievo penale, indubbiamente. Ma dimostra che a monte c’è una gravissima assenza di controlli sulla gestione dei lavoratori agricoli, soprattutto stagionali, povera gente sfruttata per tenere bassi i costi della raccolta dei prodotti che arrivano sulle nostre tavole, pomodori, arance, fragole e via dicendo. Non è di oggi. Il contrasto al “caporalato”, a quel sistema di reclutamento giornaliero di lavoratori per provvedere alla raccolta di frutta e verdura, è sulle labbra di sindacalisti e politici da sempre, ma invano. È stata fatta anche una legge, adeguatamente pubblicizzata. Ma evidentemente se ne trascura l’attuazione. Ripeto ancora una volta: non è difficile effettuare controlli a campione nelle aziende agricole. Se questo non si fa, se si consente da sempre che uomini siano sfruttati in condizioni disumane si deve sospettare di connivenze varie, quelle locali e quelle nazionali, perché aiutare gli imprenditori a far quadrare i conti è certamente cosa buona ma non è giusta se sulla pelle della gente, qualunque sia il suo colore.

“L’abito non fa il monaco”, si dice da sempre. Ma anche che l’abito segue le occasioni. Così ai primi caldi uomini e donne ricorrono a variegate vesti per contrastare la calura. Abbigliamenti di cotone o di lino in particolare; per le ragazze spesso calzoncini corti. Anche per gli uomini. Non solo per passeggiare nelle strade dello shopping e per gustare bibite fresche e gelati multigusto. Anche in Chiesa c’è chi accede in bermuda. E da sempre mi chiedo se quegli austeri signori che portano disinvoltamente, pancetta al vento, siffatto abbigliamento se invitati a pranzo o a cena dal capo ufficio o dal direttore generale si presenterebbero così vestiti. Sono certo di no. Invece nella casa del Signore è possibile, non solo sul litorale, nei periodi di vacanza, ma anche nelle città. Naturalmente il Parroco si guarda bene dall’invitare i fedeli ad una maggiore sobrietà. Sono già pochi. Probabilmente sarebbero ancora meno se costretti a portare i calzoni lunghi.

Un suggerimento mi sento di fare. Istallare un impianto di aria condizionata. Immagino che aumenterebbe il numero dei “praticanti”. Anche nelle questioni di fede il fine giustifica i mezzi.

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