di Salvatore Sfrecola
Pubblicato alla vigilia degli ottant’anni dalla nascita della Repubblica italiana, “Viva il Re! Viva la Repubblica! 2 giugno 1946. La storia e le storie di un voto”, di Alfonso Celotto e Giulia Guerrini (Mondadori, pp. 278, € 20.00) si colloca in un filone di pubblicazioni particolarmente ricco di contributi, tra storia e politica, spesso ideologicamente orientati, facendo parlare 150 testimoni di quelle giornate, a dire delle emozioni che accompagnarono il voto. Che ridimensionano in qualche misura la narrazione degli entusiasmi repubblicani, restituendo alla realtà del contesto storico lo scrutinio che ha decretato la prevalenza della Repubblica sul filo della lana, a guardare le cifre ufficiali: 28.005.449 elettori, 24.946.878 votanti, pari all’89 per cento, il 95 per cento se si considera che 1,5 milioni di certificati elettorali non furono consegnati, 23.437.143 schede valide, 1.509.735 schede bianche o nulle. Alla proclamazione ufficiale la Repubblica prevale per 2.000.139 voti: 12.718.641 contro 10.718.502. In percentuali, il 54,27 per cento contro il 45,73 per cento che, se consideriamo tutti i voti (quindi, anche le schede bianche o nulle), ci dice che la Repubblica ha raggiunto il 50,9 per cento, che in termini di voti sono poco più di 400.000. Comunque, sufficienti a garantire la vittoria della Repubblica, per aver oltrepassato la metà dei voti totali ai sensi dell’art. 2 del decreto legislativo luogotenenziale 16 marzo 1946, n. 98, che prevedeva: “qualora la maggioranza degli elettori votanti si pronunci in favore di…”, senza chiarire se andavano conteggiati i voti complessivi o i voti validi per raggiungere la maggioranza. Per vincere, bisognava ottenere semplicemente un voto in più o conseguire il 50,01% dei voti espressi? Il dubbio era quindi ragionevole. Le leggi che avevano indetto il referendum non chiarivano se il risultato andasse computato sui voti espressi o sui voti validi, cioè se nel conteggio si dovessero considerare anche le schede bianche o nulle. Un gruppo di giuristi dell’Università di Padova capitanati da Giovanni Cassandro, Professore di storia del diritto italiano e Segretario del Partito Liberale Italiano sollevarono proprio la questione del computo nei termini appena visti e di cui il libro dà conto. La Cassazione dirà che il computo andava effettuato sui voti validamente espressi.
In ogni caso, dunque, il voto rivelò un’Italia spaccata a metà in un confronto che Celotto e Guerrini esaminano con onestà anche se il richiamo ai ricordi ed ai giudizi dei “centenari”, recuperati qua e là per l’Italia, se offrono uno spaccato prezioso dei sentimenti e delle sensazioni di quel giorno lontano non dicono molto del dibattito Monarchia-Repubblica che avrebbe dovuto favorire una riflessione sulla scelta. Infatti, per inseguire giovani e anziane signore entusiasti della “novità” del voto femminile e qualche militare reduce dal fronte, il libro trascura di considerare personalità della politica, della cultura e delle arti che allora manifestarono la loro scelta monarchica e successivamente l’hanno rivendicata. Notoriamente monarchico, ad esempio, era il Capo provvisorio dello Stato, Enrico De Nicola, eletto dall’Assemblea costituente il 28 giugno 1946 e rimasto in carica fino al 31 dicembre 1947, come anche il primo Presidente della Repubblica, Luigi Einaudi che, alla vigilia del voto, il 24 maggio 1946, aveva scritto per “L’Opinione” un articolo “Perché voterò Monarchia”, molto ben argomentato secondo lo stile dell’illustre ecomomista per il quale occorreva sempre “conoscere per deliberare”. Anche un altro Presidente della Repubblica, Oscar Luigi Scalfaro, rivelò di aver votato per la Monarchia, come molti personaggi famosi dell’epoca, gli attori Totò, Gino Cervi, Eduardo, Peppino e Titina De Filippo, il tenore Mario Del Monaco e il campione di ciclismo Gino Bartali. Tra gli intellettuali e i giornalisti che votarono Monarchia ci furono anche Valentino Bompiani, Benedetto Croce, Carlo Emilio Gadda ed Eugenio Scalfari, quest’ultimo impegnato anche nella campagna elettorale. Indro Montanelli, intervistato da Vespa anni dopo dichiarò di aver “votato monarchico, monarchico confesso dichiarato e per nulla pentito”. Votò per il re Umberto II anche Giulio Andreotti, che faceva parte dell’ala monarchica della Democrazia Cristiana.
Necessari questi riferimenti perché altrimenti, a leggere i contributi dei “centenari”, i loro ricordi, le sofferenze di quegli anni e le aspettative sopravvenute, l’elettorato monarchico potrebbe apparire come composto da nobili decaduti, nostalgici e un po’ distratti, tanto da non andare a votare, convinti nel risultato favorevole alla Monarchia, militari fedeli al giuramento al Re, signore che da ragazze erano state innamorate del bel principe Umberto, erede al trono poi divenuto Re, ed altri timorosi del cambiamento.
Il punto più interessante — e più originale — del volume è indubbiamente il tentativo di affrontare le cosiddette “zone d’ombra” legate alla votazione. Dalle incertezze dei conteggi alle contestazioni giuridiche, dalle polemiche sui brogli al mistero, tuttora irrisolto, delle schede distrutte con straordinaria, e, per molti, sospetta, immediatezza. La questione delle schede distrutte, infatti, è uno di quei nodi storiografici che la vulgata celebrativa della vittoria repubblicana tende a glissare, e affrontarla apertamente è una scelta coraggiosa, anche se non se ne immaginano le conseguenze.
Ma andiamo per ordine. Gli Autori: Alfonso Celotto, insegna diritto costituzionale a Roma Tre, autore di studi che hanno offerto significativi contributi di dottrina è un divulgatore istituzionale stimato, capace di avvicinare i giovani alla comprensione della Costituzione (Otticheparallelemagazine), ha svolto incarichi di Capo di gabinetto e Capo Ufficio legislativo di vari ministri; viene spesso chiamato da giornali, radio e televisioni come esperto di burocrazia e istituzioni. Giulia Guerrini, viterbese, è avvocato giuslavorista, specializzata in relazioni industriali e in situazioni aziendali complesse, e per Mondadori ha già pubblicato un giallo ambientato a Napoli. (Otticheparallelemagazine). Il sodalizio tra il rigore giuridico di lui e la fluidità narrativa di lei è probabilmente il punto di forza strutturale dell’opera. La lettura è gradevole e questo stimola l’attenzione, fornisce plurimi elementi di valutazione senza commenti che non potrebbero non partire dalla constatazione che la Monarchia continuava ad essere presente nei cuori e nelle menti di molti, nonostante venti anni di dittatura, la debolezza del Re lasciato solo dalla classe politica nel 1922 e successivamente, le infami leggi razziali, la guerra perduta con ingente tributo di sangue di militari e civili, come mai era avvenuto in precedenza.
In un volumetto di alcuni anni fa, “La verità sul Referendum” (Le Lettere, Firenze, 2005), per “Il salotto di Clio”, collana diretta dallo storico dell’età contemporanea Francesco Perfetti, Luigi Barzini, giornalista insigne e parlamentare liberale, amico personale di Umberto II, pubblica gli otto capitoli dell’inchiesta che aveva scritto negli anni ‘60 per il Corriere della Sera, ricostruisce con cura puntuale i giorni che precedettero il referendum istituzionale, i progetti di Romita per condizionare in qualche modo il risultato elettorale, le preoccupazioni di Umberto di mantenersi al di sopra delle parti, i timori infondati dei repubblicani per un colpo di mano monarchico e via dicendo. È questo il quadro puntuale, scritto da chi era presente, che dimostra come la lotta dei monarchici fosse impari contro il partiti repubblicani al governo in un clima di tensione crescente che al Nord scontava la tragedia della guerra civile, le azioni sanguinarie attribuite all’esercito tedesco e alle milizie della Repubblica Sociale Italiana, che avevano determinato una cesura insuperabile e un distacco al momento incolmabile tra gli italiani che sarebbe durato a lungo, con vendette anche dopo la fine della guerra, con una intenzione evidente da parte di esponenti repubblicani di non accettare l’eventuale risultato a favore della monarchia. Il libro, infatti, riporta una testimonianza significativa: “dicevamo che avevamo riconsegnatole armi, in realtà quelle buone erano state occultate. Se avesse vinto la Monarchia eravamo pronti alla guerra civile”. Sembra di sentire l’eco del grido di battaglia di Pietro Nenni, “O la Repubblica o il caos”, che si può leggere in tanti modi, ma che nel contesto e nel clima del momento richiama piuttosto quello stato d’animo, quelle condizioni per cui la Monarchia “non doveva” vincere. Perché non poteva vincere.
Scrive Barzini: “la battaglia tra monarchia e Repubblica fu impari. La monarchia era in condizioni di inferiorità. Tutto era contro di essa. Aveva nemici gli antifascisti e i fascisti, i partiti di sinistra e la potenza della Chiesa, aveva nemici gli alleati (gli inglesi la consideravano quasi una bandiera da strappare al nemico vinto), nemici i partiti al potere, nemico il governo”.
Eppure, nonostante queste profonde divisioni fra italiani, soprattutto al Nord, la posizione dei partiti repubblicani, venti anni di dittatura fascista, la sconfitta tragica della guerra, il fatto che la Monarchia abbia preso tanti voti è la dimostrazione che profonda era nell’elettorato la stima per un istituto che aveva unificato l’Italia facendo di un popolo “calpesto deriso perché diviso” una Nazione, come recita il Canto degli Italiani, l’Inno di Mameli, ed aveva favorito, con i governi di Giolitti del primo decennio del secolo e per intervento diretto del Re Vittorio Emanuele III, lo sviluppo economico e sociale delle popolazioni, introdotto il suffragio universale maschile nel 1912 e l’assicurazione per i lavoratori. L’aveva ricordato Benedetto Croce, in polemica con Ferruccio Parri secondo il quale prima del fascismo l’Italia non aveva avuto governi democratici: “questa asserzione – aveva precisato il filosofo liberale – urta in flagrante contrasto col fatto che l’Italia, dal 1860 al 1922, è stato uno dei paesi più democratici d’Europa, e che il suo svolgimento fu una non interrotta e spesso accelerata ascesa alla democrazia”.
L’anniversario del referendum è ovviamente il motore editoriale del volume, e questo è già il primo nodo critico da sciogliere: quando un libro nasce così esplicitamente da una ricorrenza, il rischio è che la commemorazione prevalga sull’analisi, che le emozioni guidino la narrazione: nel caso delle 150 testimonianze di donne e uomini comuni che il 2 giugno 1946 si recarono alle urne — oggi ormai centenari — che rievocano le emozioni, le incertezze e le speranze che accompagnarono quei giorni fondamentali
Si tratta di un corpus testimoniale di rilievo, sul quale vale la pena soffermarsi criticamente. La scelta di affidarsi alla memoria orale dei “reduci” è insieme la forza e la debolezza più vistosa del libro. Dal punto di vista umano, queste voci hanno un’autenticità commovente e insostituibile: nessun documento d’archivio riesce a trasmettere la texture sensoriale dell’esperienza vissuta, la coda fuori dal seggio, l’emozione di una donna che vota per la prima volta, invitata a non usare il rossetto sulle labbra per non invalidare la scheda, il timore del reduce troppo a lungo trattenuto lontano dal Paese.
Un volume che raccoglie 150 testimonianze dovrebbe spiegare al lettore come si fa storia orale, quali sono i criteri di validazione, come si gestisce il problema della memoria ricostruita a posteriori. Le emozioni dei centenari sono preziosissime, ma la memoria a ottant’anni di distanza è anche una memoria rielaborata, filtrata da decenni di racconto pubblico repubblicano. Un testimone che nel 1946 aveva vent’anni e che oggi ne ha cento ha attraversato decenni di celebrazioni del 2 giugno, di retorica resistenziale, di costruzione identitaria: come separiamo il ricordo genuino dalla narrativa interiorizzata? Gli Autori lo sanno bene: dichiarano che i centenari hanno fatto sentire loro il sibilo delle bombe, i morsi della fame, la speranza in un futuro diverso. Non è retorica vuota: questa è storia vissuta, e preservarla prima che si estingua del tutto ha un indubbio valore civile.
Detto questo, il cultore di storia deve sollevare una domanda metodologica inevitabile: come sono state selezionate le 150 testimonianze? Quale peso geografico, sociale, di genere e di orientamento politico hanno i testimoni? Un referendum così conteso nelle percentuali che abbiamo visto rischia di esserci restituito attraverso un campione involontariamente sbilanciato. Il Sud, che votò in prevalenza per la Monarchia, è rappresentato proporzionalmente? Emergono voci monarchiste convinte, non solo rassegnate? Einaudi non è richiamato. Il libro sembra privilegiare il tono della speranza repubblicana, che è comprensibile per un volume celebrativo ma è storicamente riduttivo.
La presentazione editoriale suggerisce che queste zone d’ombra vengano evocate più che scavate. Il libro è classificato nella collana “Orizzonti” di Mondadori, che è una collana di saggistica divulgativa accessibile, non una sede di ricerca archivistica originale. I brogli, le contestazioni e i misteri vengono citati come elementi di drammatizzazione narrativa piuttosto che analizzati con il rigore critico attraverso le fonti primarie, l’accesso agli archivi del Ministero dell’Interno, il confronto sistematico con la storiografia esistente — da Silvio Lanaro a Giovanni Orsina, da Piero Ignazi a chi ha studiato il cleavage Monarchia/Repubblica nel Mezzogiorno.
Capisco le difficoltà che gli Autori si sono trovati ad affrontare in vista di un racconto che vuol essere anche un saggio, in un’opera che spazia tra l’emozione e l’argomentazione. Un testo che si legge agevolmente, che a tratti emoziona.
Del resto, il referendum del 2 giugno 1946 non è un terreno vergine. La letteratura storiografica è ricca e complessa e nel corso del tempo si è arricchita di una narrazione che ha inteso costruire una identità che ignora volutamente la storia precedente, con esclusione del fascismo del quale vengono giustamente segnalate le responsabilità nella demolizione dello Stato liberale, nell’emanazione delle leggi razziali, nell’adesione alla guerra del dittatore nazista. Perduta è la storia risorgimentale che Indro Montanelli ha segnalato essere l’unica tradizione unitaria degli italiani.
Con queste cautele, “Viva il Re! Viva la Repubblica!” è un bel libro. Restituisce alle nuove generazioni la memoria e la dignità di chi ha scritto la storia d’Italia nelle cabine elettorali e questo ha un valore civico reale. Le zone d’ombra affrontate — brogli, schede distrutte, contestazioni giuridiche — testimoniano un approccio non puramente agiografico.
Rimane però il dubbio che il libro sia più adatto ad essere regalato per il 2 giugno che studiato. È un’opera d’occasione che fa il suo mestiere onestamente: commuovere, informare, celebrare. Manca di quello scarto critico che trasforma un buon libro commemorativo in un contributo storiografico duraturo. Manca di un apparato metodologico esplicito sulla raccolta delle testimonianze. Manca di un confronto serrato con chi, nel 1946, scelse la monarchia perché aveva ragioni legittime che la storia ha subito archiviato sotto la categoria della sconfitta.
In una stagione in cui il dibattito sulla forma dello Stato — e sul significato profondo dell’essere una Repubblica — torna ad essere politicamente vivo, un libro più combattivo sarebbe stato più prezioso. Questo è, comunque, un punto di partenza onesto, in un momento dal forte valore simbolico e lo fa con un’ambizione precisa: restituire voce a chi quel momento lo ha vissuto davvero.
È dunque un’opera a doppio registro: corale e popolare da un lato, storico-giuridica dall’altro e questa combinazione riflette bene il profilo dei due autori.
Il merito principale del volume è trasformare una data del calendario civile in qualcosa di vivo e personale. Un libro consigliato a chi vuole capire da dove veniamo per offrire anche una prospettiva sull’oggi e sul futuro, in un’Europa dove convivono Repubbliche e Monarchie antiche, espressione delle identità nazionali e custodi dell’unità dello Stato che altrimenti andrebbe perduta, come nel Belgio dei valloni e dei fiamminghi e nella Spagna dalle forti tensioni autonomiste.
