di Salvatore Sfrecola
“Cari fratelli migranti rispettate le leggi del paese che vi accoglie”. Le parole di Papa Leone XIV possono ben essere poste alla base di una riflessione corretta e concreta sul fenomeno migratorio e sui rapporti dei migranti con le popolazioni che li accolgono, un fenomeno che accompagna la storia dell’umanità da sempre, come abbiamo studiato a scuola, ma che oggi ha assunto delle dimensioni e delle forme che possono legittimamente preoccupare, in particolare l’Europa verso la quale si dirigono ingenti quantità di persone che lasciano le loro terre, in Asia e in Africa. Per ragioni varie, di carattere politico, per chi fugge da persecuzioni e da guerre, ed economico, per chi aspira a migliori condizioni di vita.
Gli stati che ricevono i migranti, meglio direi le popolazioni, si trovano a dover affrontare alcuni problemi spesso regolati con non poca faciloneria dai partiti politici: quello della compatibilità con l’ambiente, cioè della possibilità di assorbire queste persone nel mondo del lavoro, per assicurare loro condizioni di sostentamento perché non gravino sui bilanci dello Stato o delle comunità, e della convivenza in ragione della diversità di costumi, in alcuni casi molto evidenti.
Le parole del Santo Padre, che richiamano al rispetto delle leggi del paese che accoglie, vogliono dire – oso immaginare – anche rispetto delle consuetudini. Ad esempio, non è ammissibile, come è accaduto più volte, che migranti di fede musulmana abbiano oltraggiato simboli della religione cattolica, danneggiato statue riservate alla devozione dei credenti o murato edicole con immagini sacre. L’aspetto più rilevante, tuttavia, è senza dubbio quello del rispetto delle leggi per alcune popolazioni, in particolare, quelle che provengono da ambienti nei quali la violenza è uno degli elementi della vita quotidiana. Questo non soltanto per i migranti provenienti dall’Africa, dove la vita spesso esige il confronto violento, ma anche per coloro che vengono da ambienti dell’Europa balcanica dove le popolazioni hanno vissuto nei secoli delle condizioni di privazione della libertà e di sopraffazione che le hanno portate a doversi difendere per sopravvivere.
Naturalmente queste abitudini portate in Occidente creano problemi e quindi reazioni che troppo semplicisticamente vengono definite razziste, come se ci fosse un pregiudiziale rifiuto dello straniero. Invece dobbiamo ritenere che in un paese come l’Italia che ha una antica tradizione di accoglienza, che già caratterizzava l’Impero Romano, confermata dalla religione cattolica, sempre però a condizione che il migrante sia consapevole del rispetto delle regole e dei costumi locali.
Questa condizione, che riguarda i singoli individui, si estende ai nuclei familiari e alle comunità che tendono in gran parte a rimanere isolate e quindi a costituire all’interno dello Stato una sorta di enclave al cui interno si applicano regole e costumi estranei alla maggioranza della popolazione, molto spesso confliggenti con le stesse leggi dello Stato, come nel caso della limitazione della libertà dei minori e delle donne di cui la cronaca ha rivelato casi clamorosi. Questo fa sì che l’isolamento possa essere alla base di una reazione nei confronti dell’ambiente, come abbiamo visto in vari paesi, in Francia, ad esempio, e in Belgio dove i quartieri dominati da extracomunitari sono divenuti incontrollabili dalle forze di polizia ed hanno dato luogo a ribellioni violente nei confronti della comunità nazionale, soprattutto ad iniziativa di soggetti di seconda o terza generazione. Infatti, mentre i migranti, bene o male, si dimostrano rispettosi, sia pure formalmente, dell’ambiente e delle sue regole, i loro figli e nipoti che hanno ottenuto anche la cittadinanza nutrono una sorta di ribellione nei confronti della società dalla quale un po’ si estraneano e che un po’, per certi versi, li allontana. E rivendicano la purezza dei loro costumi denunciando l’Occidente corrotto, magari perché le donne espongono i capelli, che vorrebbero coperti, o mostrano le gambe o intendono vivere come le occidentali. O le ragazze che desiderano sposare un giovane cristiano.
È un fenomeno che va considerato anche in ragione della crisi demografica dei paesi occidentali, a fronte della quale l’esuberanza dei migranti che fanno molti figli li porta a immaginare, in tempi più o meno lunghi, una conquista dello Stato e questo ovviamente determina una reazione perché queste popolazioni non si integrano, anche quando formalmente rispettano le norme perché vivono abitudini del tutto diverse in contrasto con quelle della popolazione autoctona. Le preoccupazioni di alcuni ambienti, rese evidenti soprattutto da alcune iniziative di partiti politici come la Lega o il neo istituito partito del Generale Vannacci, Futuro Nazionale, sono una reazione comprensibile di fronte alle difficoltà che questa presenza massiccia determina. Quando il Generale dice, ad esempio, “non voglio svegliarmi un giorno e trovarmi intorno tutta gente che prega Allah” esprime un sentimento non religioso ma comunque diffuso di rigetto di questa presenza massiccia e a tratti ingombrante. Per evitare futuri, prevedibili scontri è necessario che l’accoglienza sia limitata alle effettive possibilità di assorbimento nell’ambiente dal punto di vista lavorativo e culturale e non è come qualcuno sostiene con straordinaria semplificazione che è sufficiente un ciclo di studi per integrare una persona. Abbiamo, infatti, esempi evidenti di intolleranza. Classico quello delle giovani ragazze di una scuola italiana le quali non vollero alzarsi in piedi per onorare i loro coetanei uccisi dai terroristi al Bataclan. Può creare anche un motivo di attrito e quindi di ribellione, l’atteggiamento di alcuni i quali nelle mense delle scuole italiane hanno eliminato piatti tipici incompatibili con le usanze dei musulmani impedendo anche ai giovani italiani di mangiare per esempio salsicce di maiale ed altri prodotti esclusi dalla cucina islamica. Credo che il rispetto per le usanze dei bambini e dei giovani musulmani non possa realizzarsi escludendo dal pranzo degli italiani prodotti tipici della nostra cucina. Si dovrà procedere ad una distinta ristorazione nel rispetto delle rispettive abitudini.
Ugualmente è intollerabile che il Presepe non sia allestito per rispetto di coloro che praticano religioni diverse da quelle cristiane. Semmai sarebbe utile, ai fini dell’integrazione, che ragazzi musulmani osservassero come mangiano e come pregano i colleghi italiani. Invece accade che bambini siano accompagnati in gita in moschea e invitati a pregare. Non accade che giovani musulmani siano stati condotti in chiese cristiane, neppure con intenti turistici.
Sono delle considerazioni che ritengo di buon senso che nascono dall’osservazione di ciò che avviene e dalla conoscenza di ciò che è avvenuto in altre realtà che fanno prevedere delle conseguenze che sarebbero gravissime. Ripeto, gli italiani non sono stati mai razzisti, hanno sempre accolto volentieri, da secoli, singoli o comunità, sempre però nel rispetto delle leggi come ricordato da Papa Leone XIV e anche nella condivisione di valori culturali e storici del popolo che costituiscono la nostra identità. Se l’immigrazione tende a modificare la nostra identità e non ad integrarla, ad esempio, con esperienze di altri, come è stato nel corso dei secoli, questa immigrazione è obiettivamente pericolosa e fonte di malessere che può sfociare in reazioni anche violente. Che dobbiamo evitare.
