martedì, Agosto 11, 2026
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Il dibattito politico guarda a Montecitorio e a Palazzo Madama sognando il Colle più alto

di Salvatore Sfrecola

Era inevitabile che nel dibattito sulle prospettive delle prossime elezioni per il rinnovo di Camera e Senato irrompesse il tema della successione a Sergio Mattarella, considerato che la prossima legislatura sarà chiamata a scegliere il nuovo Presidente della Repubblica. E Giorgia Meloni chiama a raccolta le forze del Centrodestra, alla ricerca di un forte consenso necessario per imporre la scelta del Presidente. Lo fa con una affermazione forte: è tempo che al Quirinale giunga una personalità della sua area politica. È un “messaggio di orgoglio”, annota Alessandro Campi, politologo illustre, intervistato da Alessandro Barbera per “La Stampa” del 30 giugno, sottolineando come il Centrodestra possa legittimamente ambire alla Presidenza della Repubblica. Per lo studioso di Storia delle dottrine politiche dell’Università di Perugia, Giorgia Meloni ha voluto dire “siamo una comunità politica ampiamente legittimata, dunque possiamo ambire alla presidenza della Repubblica, purché ci votiate e ci facciate vincere le elezioni”. Un messaggio prima di tutto ai partiti della coalizione, in forte imbarazzo, quando non in aperta difficoltà, per il consenso che sembra riscuotere in misura crescente il Generale Vannacci, perché trovino un accordo sulla legge elettorale con un premio di maggioranza, da molti giudicato incostituzionale nella misura, per continuare a governare in modo che nel 2029 sarà possibile scegliere il nuovo inquilino del Quirinale.

Con questa iniziativa Giorgia Meloni ha certamente voluto mandare un messaggio a Roberto Vannacci il cui prevedibile successo potrebbe far vincere le sinistre e impedire l’obiettivo Quirinale. Per Campi, “se il traguardo è diventare fino in fondo una destra conservatrice, il prezzo da pagare sono i nemici a destra. Se il messaggio a Vannacci è: io sono la leader di una destra che può ambire anche al Quirinale, allora sì, è possibile pensasse indirettamente a lui”.

Il problema, tuttavia, rimane quello della capacità della Destra di costituire una classe dirigente all’altezza del ruolo di un grande Stato. Finora, pur disponendo di personalità della politica e della cultura, la Destra politica le ha tenute, neanche troppo garbatamente, a distanza, evitando di fare squadra, come dimostrano i modesti risultati dell’azione di governo, la compressione del ruolo del Parlamento, chiamato a ratificare le iniziative dell’Esecutivo spesso senza neppure poterle integrare, come è stato per la revisione costituzionale dell’ordinamento giudiziario naufragato sotto il “no” raccolto nelle urne.

La Destra non ha saputo dar vita ad una presenza autorevole nella società e nelle istituzioni preferendo spesso far emergere figure di secondo piano, preoccupandosi della loro fedeltà piuttosto che del loro valore, apprezzate quanto più capaci di far da portavoce acritico della Segreteria politica come apprendiamo dai telegiornali. Ciò che non piacce, ad esempio, a Forza Italia, che sembra voler assumere il ruolo di “destra moderata” che fu della Democrazia Cristiana che ha portato al Quirinale personalità di spicco e, quando ha ceduto quel ruolo a soggetti di altri partiti, da Saragat a Pertini a Napolitano, ha tenuto saldamente il potere a Palazzo Chigi e alla Presidenza delle Camere.

A quale Presidente pensa la Destra? È indubbio che il Capo dello Stato abbia un compito estremamente delicato, che richiede una personalità di taglio moderato, tuttavia capace di garantire il buon funzionamento delle istituzioni con interventi mirati, quelli che vanno sotto il nome di “moral suasion”, evitando scontri, soprattutto quando la maggioranza di governo è diversa da quella che lo aveva eletto. Ne ha dato un buon esempio Sergio Mattarella che in pochi casi, ma significativi, ha corretto l’azione del Governo Meloni consentendogli tuttavia di legiferare non di rado in termini problematici, nel rispetto del Parlamento che avrebbe dovuto convertire o approvare i relativi provvedimenti, spesso con ricorso al voto di fiducia. 

La Destra, è lecito chiedersi, al momento dispone di una personalità, tratta dalla propria classe politica, che abbia insieme ad una autorevolezza personale una esperienza politica tale da farsi riconoscere come espressione del Paese e non della maggioranza che l’ha eletta? Ecco, questo è il tema se il Centrodestra vorrà proporre, avendone i numeri, un proprio candidato al Quirinale. Non è cosa da poco, non basta la classica brava persona, che si presenta bene, un moderato. È necessario che il Presidente della Repubblica abbia l’autorevolezza del ruolo, cioè che riesca ad esprimere agli occhi dei cittadini, al di là dell’appartenenza ad un partito politico, che è di tutti i presidenti della Repubblica, quel tanto di indipendenza e terzietà che ne fanno il “Custode della Costituzione”, come scriveva Carl Schmitt, e il rappresentante dell’“unità nazionale” (art. 87 Cost.). Pur essendo un esponente politico. È evidente, infatti, che a quella carica istituzionale non si giunge senza una solida esperienza politica, governativa e/o parlamentare. Infatti, dopo Enrico De Nicola e Luigi Einaudi, apparsi neutrali agli occhi di tutti anche per la loro cultura monarchica che li guidava a comportarsi come ritenevano dovesse fare un Re, la figura “notarile” che aveva immaginato Vittorio Emanuele Orlando in Assemblea costituente, in grado di assicurare al massimo la tenuta degli equilibri istituzionali, il primo Presidente veramente “di partito”, Giovanni Gronchi, ha dato un senso profondamente politico al suo ruolo.

Insomma, quella della neutralità della figura istituzionale, affermazione ricorrente anche nella dottrina, è stata smentita dalle elezioni dei presidenti, al termine di vivaci battaglie e confronti per una carica “che sapevano essere determinante”, scrive Marco Gervasoni, storico dell’età contemporanea (“Le armate del presidente. La politica del Quirinale nell’Italia repubblicana”, Marsilio, 2015). In parte contrapposta ai partiti, financo a quello di provenienza, come ha dimostrato Francesco Cossiga, il Presidente “picconatore”, che ha fatto da contraltare, da freno all’espansione della partitocrazia che dominava e avrebbe sempre più dominato tutte le cariche. “Una volta asceso al Colle – scrive Gervasoni, – il Presidente finiva per contrapporsi alle forze politiche, restando però in ultima istanza a loro subalterno, proprio perché la sua legittimazione discendeva dai partiti e non dal voto dei cittadini… La partitocrazia determina ancora le scelte del Parlamento, in drammatico deficit di autorevolezza, e spadroneggia sugli esecutivi. Non a caso, osserva lo storico, nessun governo della seconda Repubblica – eccetto i due guidati da Romano Prodi – è caduto per un libero voto del parlamento; tutti gli altri per manovre di Palazzo decise nelle segreterie partitiche: una partitocrazia che, ovviamente, elegge anche il presidente della repubblica. Anche nella seconda Repubblica lo scontro tra Capo dello Stato e i partiti non è cambiato, acquisendo anzi forme assai più destabilizzanti che nella prima. Una contraddizione che rischia di protrarsi, almeno fintanto che non si provveda a riformare la Costituzione negli articoli relativi ai poteri del capo dello Stato, così da renderlo politicamente responsabile, secondo il modello presidenziale o semipresidenziale; o finché non si giunga a modificare la forma della sua investitura e a introdurre l’elezione diretta del presidente, come avviene del resto in quasi tutti gli ordinamenti repubblicani europei”. 

Questa prospettiva non mi convince, anzi, mi preoccupa. Come dimostra la Repubblica francese, che funziona soltanto se maggioranza governativa e presidente della Repubblica appartengono alla stessa parte politica. Sarà per una qualche nostalgia di stampo sabaudo o per l’osservazione del sistema che regola il rapporto tra i poteri nel Regno Unito e nelle altre Monarchie europee, ma il ruolo del Capo dello Stato ritengo debba continuare a mantenere quella funzione neutrale, capace di interpretare anche le aspettative dell’opinione pubblica rispetto allo strapotere dei partiti, soprattutto in un momento nel quale la disaffezione per il voto elettorale dimostra che maggioranze e governi che li sorreggono sono spesso lontane dall’opinione autentica dei cittadini. Pertanto, l’elezione del Presidente con l’apporto determinante di parlamentari indicati da un premio di maggioranza abnorme appare un pericolo per la democrazia.

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