di Salvatore Sfrecola
Duecentodiciannove anni fa, a Nizza, nasceva un bambino destinato a diventare il più romantico e il più concreto degli eroi che l’Ottocento europeo avesse mai prodotto. Giuseppe Garibaldi non fu soltanto un condottiero: fu un’idea incarnata, la prova vivente che la storia può essere plasmata dalla volontà di uomini capaci di credere nell’impossibile fino a renderlo reale.
Eppure, ogni anniversario garibaldino porta con sé una domanda scomoda: quanto del suo sogno è sopravvissuto?
Garibaldi appartiene a quella rara categoria di figure storiche che travalicano le biografie. Marinaio, esule, guerrigliero in Sud America, generale improvvisato e infine liberatore — la sua vita ha la struttura di un romanzo d’avventura scritto da un epigono di Dumas, eppure ogni episodio è documentato, verificato, reale. La difesa della Repubblica Romana nel 1849, la traversata notturna della laguna con Anita morente, la rimonta che portò in pochi mesi i Mille dalla Sicilia alle porte di Napoli: episodi che, narrati oggi, sembrerebbero inverosimili anche in un film.
Ma proprio questa dimensione mitica ha finito per oscurarne la complessità. Garibaldi era un uomo di carne: contraddittorio, a volte ingenuo nella politica, capace di generosità assoluta verso i suoi soldati e di incomprensioni profonde con Cavour, con Mazzini, che non capiva come fosse divenuto filosabaudo. Infatti, repubblicano, convinto che l’unità nazionale valesse il compromesso con la Corona, divenne “amico” del Re Vittorio Emanuele II. I due un po’ si somigliavano, per il coraggio in battaglia, per l’impeto umano che li portava ovunque fosse necessario per realizzare i loro ideali.
Questa tensione interiore — tra l’ideale e il possibile — rende Garibaldi molto più umano, e molto più attuale, di quanto il monumento equestre in ogni piazza italiana lasci supporre.
Il 5 maggio 1860 Garibaldi salpò da Quarto con poco più di mille uomini, male armati per combattere un regno illiberale che tuttavia disponeva di un esercito regolare di decine di migliaia di soldati. Era un’impresa militare, certo — ma era soprattutto un atto politico di straordinaria audacia. Garibaldi capì, prima dei diplomatici e dei ministri, che il momento era irripetibile e che coloro che esitano perdono il treno della storia.
In meno di cinque mesi il regno delle Due Sicilie cessò di esistere. Non per sola virtù delle armi, ma perché Garibaldi seppe coniugare la forza militare con il consenso popolare, e perché comprese che la guerra non si vince soltanto sui campi di battaglia ma anche nei cuori delle popolazioni. Quella campagna resta uno degli episodi di strategia integrata — militare, politica, comunicativa — più fulminei della storia moderna.
Eppure, l’unità che Garibaldi contribuì a costruire portava in sé le contraddizioni che ancora oggi l’Italia fatica a superare. A causa inizialmente della morte prematura di Camillo Benso di Cavour il grande stratega dell’unità d’Italia, che aveva compreso la complessità e la specificità delle storie dei territori che venivano annessi al Regno d’Italia.
Il Mezzogiorno, liberato con entusiasmo, mancava di una classe borghese solida capace di integrare le strutture economiche e sociali del Sud nel nuovo Stato che estendeva all’intera Italia le regole e le modalità di gestione del potere del Piemonte sabaudo, rigoroso e spartano.
Il brigantaggio postunitario — fenomeno complesso, che mescolava resistenza politica, disperazione sociale e criminalità antica — fu represso con una durezza tipica dei tempi, che lo stesso Garibaldi non mancò di criticare.
Non è giusto addebitare a Garibaldi le responsabilità di una classe dirigente che pure annoverava illustri personalità del Sud, come Francesco Crispi. Ma è onesto riconoscere che il sogno unitario — «fare gli italiani», secondo la celebre formula — rimase in molti ambienti incompiuto, anche se la Prima Guerra Mondiale impegnò sui campi di battaglia in gran misura la gioventù del Sud e furono combattenti eroici.
Cosa resta, dunque, di Garibaldi a 219 anni dalla nascita? Resta, innanzitutto, la lezione del coraggio civile: l’idea che l’impegno per la libertà non sia un lusso dei tempi di pace ma una necessità dei tempi difficili. Resta la figura di un uomo che non cercò il potere per sé — e che anzi lo cedette, con gesto inaudito, consegnando il Sud a Vittorio Emanuele II senza chiedere nulla in cambio, neppure le spese di viaggio per tornare a Caprera.
Resta, soprattutto, la sua natura di europeo ante litteram. Garibaldi combatté per la libertà in Uruguay, difese la Repubblica Romana, sostenne la causa dell’unificazione tedesca e partecipò alla guerra franco-prussiana a fianco della Francia repubblicana. In lui agiva la convinzione che la libertà fosse indivisibile: che non si potesse essere liberi in casa propria restando indifferenti all’oppressione altrui.
È un’eredità scomoda, questa, per un’epoca che tende a trasformare ogni passione universale in identità particolare. Ma è proprio per questo che vale la pena ricordarlo: non come statua equestre, non come nome su una via di ogni comune italiano, ma come uomo che credette — e dimostrò — che le cose impossibili, a volte, si fanno.
”Qui si fa l’Italia o si muore”, la frase a lui attribuita a Calatafimi, quando sembrò che la battaglia volgesse al peggio, vera o a lui apocrifamente attribuita, sintetizza un’etica che continua ad interpellarci: quante cose vale la pena fare, oggi, anche a costo di sbagliare?
Lo ha ricordato Alessandro Sacchi, nella presentazione di un libro di alcuni anni fa, nell’ambito di una Collana, “L’Italia in eredità” che lo stesso Sacchi cura: “un personaggio che più di ogni altro rappresenta, nella nostra storia nazionale, il coraggio fisico e lo spirito avventuroso”, capace di incarnare “tuttora quegli ideali di patriottismo che hanno agitato la felice stagione del Risorgimento e portato all’unità d’Italia” (“Garibaldi”, AA. VV., a cura di Edoardo Pezzoni Mauri, Historica, Roma, 2022, pp. 154, € 16.00).
Il Generale, il Comandante della Camicie rosse, il combattente per la libertà e l’indipendenza dei popoli ovunque fosse compressa o minacciata e, pertanto, l’”eroe dei due mondi”, per aver combattuto con lo stesso impegno in America del Sud e in Europa, lo abbiamo conosciuto fin dalle elementari. E non c’è voluta particolare abilità dell’insegnante per farci amare questo personaggio che aveva uno straordinario desiderio di servire la Patria ed era tornato dall’America per “servire l’Italia, e combattere i nemici di lei, comunque fossero i colori politici, che guidassero i nostri alla guerra d’emancipazione”. Sacchi segnala una caratteristica di Garibaldi, “la assoluta volontà di adempiere a quello che, per la sua coscienza, rappresenta un dovere. A tutti i costi”. E sottolinea come “tutti i suoi atti soggiacquero al suo sentirsi “soldato”, quindi disciplinato e obbediente, pure se solo alla sua coscienza. Anche dopo il trionfo tributatogli dalla città di Napoli al suo ingresso nella capitale borbonica, non dimenticò il suo ruolo e rifiutò le generose offerte fattegli poi del Re sabaudo nel momento in cui lo congedava”. Ed aggiunge “ho provato, qualche anno fa, una grande emozione nel visitare, a Caprera, la casa dove l’eroe trascorreva le sue giornate libere da imprese militari e ho verificato la modestia e la semplicità di un gigante della Storia, che preferiva l’umiltà di una casa da pescatore o contadino piuttosto che un palazzo, al quale ben avrebbe potuto aspirare”.
Nella prefazione dello stesso volume, Giulio Terzi di Sant’Agata, Ambasciatore, già Ministro degli affari esteri, delinea la figura di Giuseppe Garibaldi e la sua straordinaria “attualità… per il valore assoluto che la libertà riveste per l’Occidente… Combattente per la causa della libertà dei popoli oppressi, patriota umano e generoso, condottiero determinato a superare qualsiasi avversità, affascinato dalla conoscenza di grandi spazi, di terre e mari lontani, Garibaldi impersona tanto nella sua epoca, così come oggi, il mito americano e il divenire di una Democrazia così ricca di valori umani”.
