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“Vittorio Emanuele III, il Re costituzionale”. Un contributo per dare un senso obiettivo all’opera del Sovrano che ha regnato per quasi 50 anni in contesti spesso difficili

di Gianni Torre

“Vittorio Emanuele III, il Re costituzionale” (Historica, Roma, 2026, pp. 459, € 22,00) per la Collana “L’Italia in eredità”, diretta dall’Avvocato Alessandro Sacchi, a cura di Edoardo Pezzoni Mauri e Salvatore Sfrecola, si propone di presentare ad un pubblico variegato, di interessati alla storia d’Italia della prima metà del secolo XX, la figura del Sovrano che ha regnato per quasi cinquant’anni in condizioni molto diverse, tuttavia sempre fedele alle regole costituzionali con un formalismo che lo ha portato ad assumere responsabilità storiche controverse, talune esaltate, come la svolta liberale del primo decennio del ‘900, altre criticate, come l’entrata in guerra nel 1915 contro Austria e Germania, nel 1922, l’incarico a Benito Mussolini di formare il governo, o la gestione dell’armistizio con gli angloamericani l’8 settembre 1943 e nei giorni successivi.

Il volume tenta, dunque, un bilancio meno sommario della figura del Re, amato da molti e criticato da quanti, soprattutto dai reduci della Repubblica Sociale Italiana (R.S.I.), lo accusano di aver tradito l’alleato tedesco mancando alla parola data.

Gli autori si propongono, pertanto, di dare un contributo utile alla storia del Sovrano richiamando aspetti biografici trascurati, ma capaci di restituire complessità umana a una figura spesso appiattita sul giudizio politico di parte.

La Collana “L’Italia in eredità” per Historica, di Francesco Giubilei, continua ad affrontare con questo volume un disegno editoriale importante: la rilettura critica, ma non ostile, delle figure della monarchia sabauda, già sperimentata con Vittorio Emanuele II, il Padre della Patria, Umberto I, il re buono e con Umberto II, il Re degli italiani, senza trascurare il contorno politico culturale assicurato dai volumi su Giuseppe Garibaldi, Camillo Benso di Cavour, e Giuseppe Verdi (la Colonna sonora del Risorgimento). In previsione un libro su Alessandro Manzoni, il padre della lingua italiana moderna, patriota.

In questa Collana, il libro su Vittorio Emanuele III occupa un posto delicato, perché il “re taciturno” resta, tra i sovrani d’Italia, quello sul quale pesa il giudizio storico negativo dei partiti e degli storici “di sinistra” per: la marcia su Roma non contrastata, la firma delle leggi razziali del 1938, la partenza da Roma dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, definita “fuga” dai fascisti, forse per cercare di nascondere che il vero fuggiasco fu il Duce del fascismo, catturato dai partigiani a Dongo mentre cercava di raggiungere il confine con l’Austria vestito da tedesco su un camion di soldati della Wermacht che avevano lasciato Milano per riparare in patria.

Il libro non sceglie la via dell’apologia del Sovrano, ma quella della valutazione complessiva dei quarantasei anni di regno. La tesi di fondo, come attesta il titolo del libro, è che il Re sia stato il notaio scrupoloso della Monarchia rappresentativa, con fedeltà formale alle regole dello Statuto Albertino, rispettoso delle prerogative del Parlamento, attento alle trasformazioni economiche e sociali di un Paese in rapida modernizzazione.

È una lettura che valorizza la continuità istituzionale come valore in sé, e che porta gli autori a insistere che il re “costituzionale”, nell’ottobre 1922, lasciato solo da liberali, popolari e socialisti, ai quali aveva chiesto di formare un governo, non volle firmare lo stato d’assedio, predisposto dal governo dimissionario di Luigi Facta per evitare la guerra civile, così aprendo la strada a Mussolini e ad un governo che potrebbe dirsi “di salvezza nazionale” che, nato con il concorso della maggioranza dei partiti presenti in Parlamento, avrebbe rapidamente dato vita ad un regime illiberale con compressione dei poteri costituzionali della Monarchia. Il che dimostra che non ci fu intesa perché sarebbe stata follia autodistruttiva che certamente non si può onestamente immaginare in un Sovrano che ave altissimo il senso del ruolo della sua Casata e della Monarchia.

Merito del volume è certamente anche il recupero della statura culturale del Sovrano: geografo e numismatico di fama internazionale, uomo di cultura enciclopedica in un’epoca in cui questi interessi non erano affatto scontati per un capo di Stato. È un tassello biografico che la pubblicistica corrente, concentrata quasi esclusivamente sul giudizio politico-morale del ventennio, tende sistematicamente ad omettere, e che restituisce complessità a una figura spesso ridotta a una sola immagine — quella, appunto, del re che “firmò tutto”.

Qui si colloca l’aspetto più complesso dell’operazione storiografica che si propone di fare giustizia di giudizi sommari con un intento riparatorio documentato rispetto ai tre snodi che restano, storicamente i più discussi: la reazione alla “marcia su Roma”, la promulgazione delle leggi razziali, la modalità della partenza da Roma il 9 settembre 1943 verso Brindisi, che lasciò l’Esercito con ordini generici in un momento di collasso dello Stato. Una rivalutazione che dedica uno spazio doveroso ai decenni “virtuosi” del regno per delineare a tutto tondo la figura del Re. “Sempre all’insegna del rispetto per le regole della Monarchia rappresentativa, notaio scrupoloso gli immani cambiamenti che hanno segnato la storia patria, attento alle esigenze economiche e sociali della giovane Nazione. Una figura che merita di essere riconsiderata alla luce di un’approfondita e corretta analisi delle vicende che lo hanno coinvolto nel lungo regno, per fare giustizia di valutazioni affrettate e immeritate con le quali, tra cronaca e storia, si è cercata di addossare a lui responsabilità di altri”, come si legge nel risvolto della prima di copertina. Del resto vi sono figure storiche la cui interpretazione sembra destinata, quasi per una sorta di nemesi storiografica, a oscillare lungamente fra assoluzione e colpevolizzazione, senza riuscire a trovare quella distanza critica che consente di distinguere il giudizio morale, la responsabilità politica, la posizione costituzionale e, infine, il concreto spazio di decisione attribuibile all’attore storico. Vittorio Emanuele III appartiene certamente a questa categoria. Nel ricordo dei passi salienti del suo lunghissimo regno, iniziato nel 1900 all’indomani del regicidio del padre, Umberto I, e conclusosi con l’abdicazione del maggio 1946 in favore del figlio Umberto II, avendo attraversato una straordinaria quantità di fratture della storia italiana, dalla crisi dello Stato liberale di fine ‘800, all’età giolittiana, con le riforme sociali che hanno dato lustro all’Italia e la guerra di Libia, il primo conflitto mondiale, il tormentato dopoguerra, l’avvento del fascismo, la trasformazione autoritaria dell’ordinamento statutario, l’impresa etiopica, la legislazione antiebraica, la seconda guerra mondiale, il 25 luglio, l’armistizio, la cobelligeranza e, infine, la crisi istituzionale destinata a sfociare in una Repubblica prevalsa nel referendum del 2 giugno 1946 soprattutto per evitare che l’Italia piombasse in una nuova guerra civile.

Il libro mette in risalto che Vittorio Emanuele III va riguardato come Re nella sua qualità di organo costituzionale, all’interno di quell’ordinamento statutario la cui natura “flessibile” ha consentito la sua manipolazione ad opera del fascismo. L’opera, in ogni caso, non si limita a ripercorrere la biografia del Sovrano, ma intende interrogarsi sul significato delle sue scelte alla luce del sistema istituzionale entro il quale furono assunte, rispetto ai contesti che via via gli si sono presentati, soprattutto dalla crisi della classe politica liberale, incapace di assumere iniziative adeguate a far fronte all’economia postbellica del 1922 che avrebbe dato vita al governo di Benito Mussolini, alla “diarchia” monarchico-fascista, alla nascita dell’Impero, alle leggi razziali, nel corso di eventi che lo hanno visto protagonista.

Alla sua formazione nel diritto pubblico, costituzionale, amministrativo e internazionale, Vittorio Emanuele ha fatto costantemente riferimento eppure lo si accusa di non essersi opposto al dilagare della prepotenza fascista. Per giudicare gli atti del Sovrano occorre ricostruire la posizione costituzionale dell’organo trascurata dalle valutazioni critiche storico-politiche, dove la distanza tra titolarità formale del potere, concreta possibilità del suo esercizio e responsabilità politica tende spesso ad appiattirsi. Per giudicare il comportamento della Corona non basta, infatti, leggere le disposizioni della Carta del 1848 dacché fra il testo dello Statuto e la realtà politico-costituzionale si erano frapposte convenzioni, prassi parlamentari, regole non scritte, rapporti di forza e responsabilità ministeriali che avevano profondamente modificato l’originario equilibrio dei poteri. Il Re, infatti, regnava entro un sistema nel quale persistevano poteri propri della Corona, particolarmente incisivi nelle crisi di governo, nel comando militare e nella politica estera, poteri condizionati dalla necessità della controfirma ministeriale e dalla composizione delle Camere in assenza di contropoteri capaci di affiancare all’occorrenza e dare esecuzione alle decisioni del Sovrano. Infatti, lo Statuto non viene formalmente abolito dal fascismo ma progressivamente svuotato, deformato, reinterpretato in virtù di una legislazione ordinaria che modifica la costituzione materiale dello Stato senza sostituirne formalmente la legge fondamentale. È in questo spazio a volte ambiguo che si colloca la posizione della Corona durante il ventennio.

Nel libro trova spazio adeguato l’approfondimento della crisi politica dell’ottobre 1922 con riferimento alla mancata emanazione dello “stato d’assedio”, ricorrente accusa di una presunta connivenza della Corona col fascismo, trascurando la debolezza del Governo Facta, l’assenza di una maggioranza politica alternativa, l’atteggiamento non univoco degli alti gradi militari, i suggerimenti provenienti da settori della stessa classe dirigente liberale, il timore di una guerra civile e la possibilità, ritenuta allora plausibile da molti, di riassorbire il fascismo violento e rivoluzionario nato a piazza San Sepolcro nel 1919 entro il gioco delle istituzioni. In particolare il volume sottolinea come il rifiuto dello stato d’assedio sia stato una scelta prudenziale volta a scongiurare una prova di forza dall’esito incerto e comunque destinata a dar vita ad una guerra civile, per ricondurre la crisi entro una soluzione formalmente istituzionale attraverso il conferimento dell’incarico di governo, come del resto (il volume richiama l’analisi di Bruno Vespa), si attendeva gran parte dell’opinione pubblica e della politica. Un calcolo che si rivelerà poi sbagliato, ma assunto in buona fede sulla base delle conoscenze del momento. La stessa partecipazione di partiti sicuramente democratici alla formazione del Governo Mussolini dimostra che quello che si rivelerà un errore era ampiamente condiviso.

L’esito, noto allo storico, come spesso accade, non era noto all’attore istituzionale. Gli storici ed i polemisti, infatti, dimenticano troppo spesso di considerare che loro non c’erano ma conoscono fatti che spesso l’attore non conosceva. Il metodo storico nell’analisi degli eventi è spesso dimenticato in favore della polemica politica.

Anche sulla “diarchia” il volume dimostra che la Monarchia non venne formalmente assorbita dal fascismo e quest’ultimo non riuscì mai a dominare completamente la Corona. Si trattò, piuttosto, di un equilibrio incerto nell’ambito del quale Mussolini tese ad ampliare l’area del potere del Regime mentre Vittorio Emanuele III difendeva soprattutto le prerogative che considerava proprie della Monarchia in rapporto a scelte del regime che ne erodevano i poteri, come la costituzionalizzazione del Gran Consiglio del Fascismo, la definizione dei simboli della dinastia e della bandiera, fino allo scontro del 1938 sul grado di Primo Maresciallo dell’Impero, quando la parificazione formale fra Re e Duce dimostrò che il regime intendeva colpire direttamente il ruolo del Re quale capo supremo delle Forze Armate. La Corona, dunque, si difendeva dall’espansione del potere fascista mentre subiva la prepotenza del regime quando riguardava altri settori dell’ordinamento e, segnatamente le libertà individuali, probabilmente perché privata dell’apporto dei partiti e considerato che era evidente il disegno del Duce di liberarsi della Monarchia, in ciò sollecitato anche da Hitler, come si legge nei Diari di Ciano.

Tuttavia, un momento di tensione si ebbe in occasione dell’emanazione, con atti del Governo, della legislazione razziale. Il volume distingue tra la paternità politica delle norme e la promulgazione da parte del Re, giuridicamente doverosa, come sostenuto anche dalla giurisprudenza successiva della Cassazione circa la validità formale delle norme rispetto all’ordinamento dell’epoca.

Con il 25 luglio 1943 e l’approvazione dell’ordine del giorno Grandi da parte del Gran Consiglio del Fascismo, le prerogative regie, rimaste compresse per venti anni, riemergono improvvisamente nella loro massima intensità, in ragione di un fatto costituzionale, che il Re attendeva e desiderava da tempo e che in qualche misura aveva concorso a provocare, come dimostrano le relazioni tra il Ministro della Real Casa e taluni esponenti del regime, primo tra tutti Dino Grandi, Presidente della Camera, autore dell’ordine del giorno che avrebbe dato il via alla caduta del regime a seguito della sfiducia a Mussolini, poi “dimissionato” dal Re. Anche Ciano, genero del Duce, era della partita.

Per garantire la continuità dello Stato Re e Governo decisero di trasferirsi nel Mezzogiorno, perché lo Stato continuasse ad esistere anche come soggetto internazionale nella fase delicata di ricostruzione dei rapporti con gli ex nemici e garantire loro quella cobelligeranza che in qualche modo avrebbe attenuato la durezza delle clausole armistiziali.

L’ultima parte del volume estende lo sguardo sulla personalità “privata” del Re, geografo, uomo colto, competente nelle questioni territoriali e pertanto chiamato a decidere controversie internazionali in materia di confini, numismatico, fotografo. La numismatica, in particolare, illumina un’altra componente della personalità regia: la propensione alla classificazione, al dettaglio, alla documentazione sistematica, che rivela una cultura della forma, che da virtù istituzionale diventa occasione di critica severa quando nel rispetto delle forme vengono legittimate trasformazioni sostanziali dell’ordinamento costituzionale.

L’opera rivela l’intento evidente di sottoporre a revisione un giudizio sulla Monarchia e sul terzo Re d’Italia che gli Autori considerano troppo spesso condizionato dalla successiva legittimazione dell’ordine repubblicano. In alcuni passaggi tale intenzione emerge con nettezza, sino a qualificare come maggiormente “obiettiva e scientificamente fondata” la lettura di Vittorio Emanuele III quale Sovrano costituzionalmente vincolato rispetto alla tradizione più severa. È un tratto che il lettore deve tenere presente. In alcuni capitoli la revisione del paradigma storiografico tradizionale assume toni apertamente polemici. Sarebbe tuttavia un errore svalutare l’operazione nel suo complesso, considerato che la storiografia avanza attraverso il conflitto fra diversi paradigmi interpretativi, purché fondati su fonti verificate e correttamente interpretate. Per rispondere ad una domanda di fondo: fino a che punto può essere attribuita al Re la responsabilità di atti compiuti da Governi, Parlamenti e apparati statali nell’ambito di un ordinamento “rappresentativo”. Nel quale il Re non fu, come sarebbe oggi un Presidente della Repubblica, onnipotente, neppure in sede di emanazione dei decreti-legge (le norme razziali) come dimostra nell’attuale contesto storico il Capo dello Stato che ha emanato norme ad effetto immediato che notoriamente non condivideva sotto un profilo di legittimità limitandosi, a volte, soltanto ad una generica moral suason.

La Monarchia, in assenza dell’impegno delle forze politiche, richiesto dal Sovrano nei momenti drammatici dell’assassinio del deputato Giacomo Matteotti, subì il fascismo, le leggi razziali, l’ingresso in guerra nel 1940 (il Re era notoriamente anglofilo), avendo perduto anche il controllo incondizionato delle Forze Armate che era prerogativa regia occupate dai Generali di Mussolini spesso modesti ma fedeli, conquistati alla causa del fascismo da generose promozioni e onorificenze. Eppure, di fronte ad un voto del Gran Consiglio (il fatto costituzionale che da tempo chiedeva) il Re congedò Mussolini, tuttavia salvandogli la pelle che sarebbe stata messa in pericolo dalle folle che festanti abbattevano ovunque i simboli del regime.

Insomma, Vittorio Emanuele III è storicamente una figura resistente alle semplificazioni, in un contesto quello ancora formalmente statutario nel quale la Corona era irresponsabile, e la costituzione materiale modificava continuamente la portata delle prerogative scritte. E se applicare al periodo 1900-1946 una nozione indifferenziata di responsabilità politica in capo al Re appare storicamente fragile, anche escludere ogni responsabilità sostanziale del Sovrano, perché isolato anche per sua scelta, sarebbe storicamente sbagliato. Ma l’una e l’altra operazione richiede di ricostruire i fatti collocati nel tempo e secondo le possibilità operative realmente esistenti. Con la conseguenza che gli eventi del 1922, del 1938 e del 1943 vanno esaminati secondo la formula propria. Nel primo caso il Re esercita una prerogativa propria nella formazione del Governo; nel secondo interviene in un procedimento avente forza di legge nel quale risultava fortemente ridotta l’autonomia regia; nel terzo torna a esercitare direttamente poteri formali nel momento del collasso della costituzione materiale fascista.

Per concludere, il libro offre elementi certi e stimola ulteriori approfondimenti attraverso la pluralità dei profili giuridici e politici che caratterizzano il ruolo del Sovrano nei vari contesti richiamati.

Buona lettura.

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