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La scuola, tra studenti italiani e stranieri. Non è solo questione di numeri

di Salvatore Sfrecola

Non è solo una questione di numeri e, ovviamente, di percentuali quella delle presenze di bambini italiani e stranieri nelle scuole. Che varia ovviamente in relazione al livello degli studi.

Ad esempio è evidente la differenza che intercorre tra l’asilo e le elementari. Nella scuola dell’infanzia l’apprendimento è più semplice in quanto i piccoli hanno una particolare capacità di apprendimento della lingua, come viene messo in risalto oggi sul fondo di “Avvenire” che tuttavia trascura un’altra variabile, della quale il Ministro Valditara si è dato opportunamente carico, l’apprendimento a scuola è ritardato se a casa i bimbi stranieri continuano a parlare la lingua dei loro genitori che naturalmente sentono più vicina. Perché è la lingua delle prime parole, degli affetti, delle abitudini, anche religiose, dell’ambiente familiare e della comunità di appartenenza. Tutte condizioni che vengono trascurate da semplicistiche conclusioni, come quella che vorrebbe immediatamente attribuire la cittadinanza italiana ai piccoli, dimenticando che tutti i diritti della persona, anche quelli sanitari e delle attività sportive, che tanto interessano i giovani, non sono esclusi per i figli di stranieri, rimanendo come unica differenza il diritto di voto che comunque non interessa a quella età. In ogni caso, non si deve confondere la cittadinanza, cioè l’esercizio dei diritti propri di chi appartiene ad un determinato stato con la piena partecipazione alla vita sociale. Come dimostrano i tanti ragazzi italiani che vivono all’estero in ragione degli impegni professionali dei genitori e studiano nelle scuole di quel paese. Ma non chiedono la cittadinanza.

Tornando alla scuola, nel dibattito polemico di questi giorni sembra sfuggire un effetto pratico della composizione delle classi che l’iniziativa governativa vorrebbe tenere presente nel prevedere un tetto alla presenza di stranieri. Il numero degli studenti stranieri con scarsa conoscenza della lingua italiana, infatti, condiziona necessariamente il livello dell’insegnamento. Che non potrà essere troppo elevato perché ne soffrirebbero i meno dotati che sono soprattutto gli stranieri. Per converso se il docente si sintonizza ai livelli più modesti ne soffrono i migliori, per i quali la scuola non offre adeguati stimoli. E sappiamo da sempre che, dovendo rivolgersi alla media degli studenti, la scuola, di per sé, mortifica i più dotati.

È un problema di sempre, ovviamente, ma accentuato laddove si ha una scarsa conoscenza della lingua italiana che diventa tanto più rilevante a mano a mano che si va verso un insegnamento più elevato, dalla media di primo grado a quella di secondo. Tradotto, ai fini del dibattito astratto, come spesso avviene in questo Paese, vuol dire che il numero degli studenti che hanno una scarsa conoscenza della lingua italiana costringe il docente a tenere un profilo basso nell’insegnamento di tutte le discipline, perché la lingua italiana non serve solo a spiegare Dante o Manzoni o a commentare le opere di Giotto o di Leonardo ma ad approfondire i temi di tutte le materie. Ed anche nella futura prospettiva di un lavoro nel nostro Paese.

E siccome il peso degli studenti che hanno scarse conoscenze dell’italiano cresce inevitabilmente con i loro numero ne consegue che più sono gli studenti stranieri più il livello di insegnamento deve seguire un percorso che finisce per limitare gli stimoli di approfondimento che il docente deve trasmettere ai suoi studenti. Con la conseguenza che la scuola finirà per danneggiare gli studenti italiani. Mentre non dovrebbe danneggiare nessuno.

Occorre dunque una presenza di studenti di origine straniera calibrata, tenendo conto anche, cosa che non si è mai sentita dire nel dibattito di questi giorni, della lingua usata nel paese di provenienza per favorire l’apprendimento e il perfezionamento dell’italiano. Vi sono, infatti, provenienti da paesi in cui è diffusa la lingua inglese, altri la spagnola, altri la francese ed anche se non sono le lingue comunemente parlate in famiglia sono sempre idiomi che risuonano nell’orecchio dei giovani. Come nel caso dei marocchini che hanno invaso Ceuta con slogan in lingua spagnola e che l’Italia ha dimostrato di temere al punto da sospendere momentaneamente il Trattato di Schengen per i provenienti dalla Spagna.

Di queste condizioni la scuola dovrebbe tenere conto, in relazione al livello di istruzione che deve impartire. Se non si vuole mortificare la scuola pubblica in favore della privata. Dove spesso studiano i figli dei politici molti dei quali, infatti, non si rendono conto dei problemi reali della scuola.

Infine, favorire la conoscenza della lingua è funzionale ad una efficiente integrazione che dovrebbe giungere a trasmettere entusiasmo nei confronti del nostro Paese attraverso la scuola e adeguate letture perché, come abbiamo spesso constatato, non si sentano estranei e, in quanto tali, covino risentimenti che ne facciano strumento di movimenti terroristici che rivendicano la purezza della civiltà dei paesi di provenienza. Come hanno dimostrato i “francesi” o i “belgi” di seconda o terza generazione.

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