di Gianni Torre
l libro “Vittorio Emanuele III, il Re costituzionale” (Historica Edizioni, 2026, pp. 462, € 22,00), a cura di Edoardo Pezzoni Mauri e Salvatore Sfrecola, è il settimo volume della collana “L’Italia in eredità”, diretta da Alessandro Sacchi, dopo i volumi su Vittorio Emanuele II, Cavour, Garibaldi, Umberto II, Umberto I e Verdi. La prefazione è firmata dallo stesso Sacchi, Presidente Nazionale dell’Unione Monarchica Italiana (U.M.I.). Il volume raccoglie saggi di numerosi studiosi (tra cui Francesco Perfetti, Giovanna Giolitti, Guglielmo de’ Giovanni-Centelles, Salvatore Bordonali, Francesco Calveri, Ilaria Grillini, Gustavo Mola di Nomaglio, Andrea Molle, Adriano Monti Buzzetti Colella, Nicola Neri) su vari aspetti del lungo regno del Sovrano.
Il libro propone, secondo alcune recensioni, una rilettura esplicitamente “riabilitativa” della figura del Re: ne sottolinea il ruolo di “Re Soldato” nella Grande Guerra, l’iniziativa del Convegno di Peschiera del 1917, e soprattutto insiste sul fatto che il 27 ottobre 1922 Vittorio Emanuele III si rifiutò di firmare lo stato d’assedio contro la marcia su Roma, presentando questo gesto come prova di fedeltà costituzionale, e addossando invece la responsabilità dell’ascesa di Mussolini alle condizioni politiche conseguenti alla incapacità delle forze politiche maggioritarie, liberali, popolari e socialisti, di dar vita ad un Governo che assumesse la gestione del difficile momento economico e sociale dopo la fine della Grande Guerra e la necessità di riconvertire l’industria bellica il cui smantellamento aveva provocato la perdita del lavoro per centinaia di migliaia di lavoratori. Inoltre il volume pone l’accento sul voto di fiducia della Camera al Governo Mussolini sottolineando come fosse formato da partiti sicuramente democratici e l’assemblea fosse stata eletta prima del fascismo.
Naturalmente gli autori non ritengono di aver scritto un’opera riabilitativa del Re sabaudo ma di aver fatto un’”operazione verità” di fronte ad una narrazione storica che cerca di assolvere i partiti politici dell’epoca responsabili, nonostante le ripetute sollecitazioni del Re, di non aver saputo assumersi la responsabilità di una difficile situazione economica e sociale che avrebbe richiesto l’adozione di misure impopolari ma necessarie per assicurare la ripresa del Paese che pure aveva vinto la guerra. Una condizione comune anche alle altre potenze vincitrici, Regno Unito e Francia.
Sulla stessa linea, il volume tende ad escludere la responsabilità regia nell’emanazione delle Leggi razziali del 1938 (lette come atto dovuto di un sovrano costituzionale e in considerazione del vasto consenso di cui il regime godeva in quegli anni) ed a giustificare il trasferimento del Re e del Governo verso Pescara/Brindisi del 1943 come esigenza di assicurare ls sopravvivenza dello Stato, come pure riconosciuto dal Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, anche in considerazione del particolare momento storico che richiedeva la riconoscibilità della massima autorità dello Stato da parte degli anglo-americani con i quali era stato firmato l’armistizio.
È una ricostruzione precisa, non l’unica accreditata dalla storiografia in quanto alcuni storici — pur riconoscendo che formalmente il re agì entro i limiti dello Statuto Albertino — osservano che proprio quella “costituzionalità” sarebbe stata usata dal sovrano come schermo per evitare scelte politiche scomode: la mancata proclamazione dello stato d’assedio, ad esempio, è letta da altri come un atto di debolezza, trascurando che il timore di una guerra civile o di un esercito non pienamente fedele non era per un Sovrano questione di poco conto. Un Re non può favorire un sommovimento violento come il fascismo e le forze ad esso vicine minacciavano. È la stessa storiografia che quanto alla promulgazione delle leggi razziali, ammette che, pur “dovuta” formalmente, non sarebbe stata accompagnata da espliciti segnali di dissenso pubblico, mentre la contrarietà dal Re è segnalata dallo stesso Mussolini che ne parla con il Ministro degli esteri e suo genero, Gian Galeazzo Ciano, che ne riferisce nei suoi Diari.
Anche l’abbandono di Roma nel 1943, generalmente considerata tra i momenti più gravi della crisi istituzionale del Paese è giustificata nel volume dalla impossibilità di difendere la Capitale se non a rischio della sua distruzione come sarebbe inevitabilmente avvenuto se tedeschi ed italiani, con l’aiuto degli anglo-americani si fosse confrontati in armi tra il Foro romano e i monumenti dalla Roma barocca, mettendo in forse anche la sopravvivenza della Città del Vaticano sede del governo centrale della Chiesa cattolica.
Un lettore che voglia farsi un’opinione equilibrata potrà affiancare la lettura di questo volume con quelli della storiografia tradizionale, come i lavori di Aldo A. Mola, Denis Mack Smith.
È un’opera ricca sul piano documentario e utile a chi voglia conoscere in dettaglio gli argomenti delle tesi che contraddicono la narrazione fascista e comunista nata originariamente in funzione della propaganda antimonarchica in vista del referendum del 2 giugno 1946 e continuata per giustificare l’esito di quella consultazione popolare la quale, in ogni caso, ha dimostrato che metà degli italiani non credevano che il Re fosse stato responsabile dell’avvento del fascismo al potere e delle successive leggi liberticide, quasi fosse preso da un desiderio masochistico di privare la Monarchia delle sue prerogative costituzionali. In particolare il carattere “costituzionale” dell’approccio istituzionale del Re – viene segnalato – è evidente nelle decisioni assunte all’indomani del voto del Gran Consiglio del Fascismo, il 25 luglio 1943, sull’ordine del giorno Grandi, un evento al quale il Re non era stato estraneo e che aveva favorito, come dimostra l’indicazione a Vittorio Emanuele Orlando, il Presidente della Vittoria, di tenersi pronto per l’estate.
È dunque un libro che farà discutere e questo è esplicitamente l’obiettivo degli autori che hanno messo in risalto aspetti della personalità di Vittorio Emanuele III normalmente trascurati, come la sua vasta cultura storica e geografica per la quale era stato incaricato di definire arbitrati sui confini internazionali. E la sua grande conoscenza delle moneti italiane, consegnata nell’opera fondamentale, il “Corpus nummorum italicorum”, monumento che delle conoscenze del Re numismatico, come sottolinea il capitolo redatto da Francesco Calveri.
