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Chi sbaglia paga, quando la politica vuole. Non paga chi abusa del diritto e chi provoca danno erariale

di Salvatore Sfrecola

Su Instagram, in primo piano, un cartello “chi sbaglia paga” accompagna una lunga spiegazione della Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, che chiarisce i termini del disegno di legge con il quale il Governo ha inteso cambiare le regole sull’imputabilità dei minori. Che dovranno pagare sempre. Il nostro ordinamento – ha spiegato – “prevede attualmente che un minore tra i 14 e i 18 anni risponda del reato solo se un giudice accerta che fosse capace di intendere e di volere. Con questo provvedimento quella capacità si presume sempre. Significa che si potrà ancora dimostrare il contrario davanti a un giudice ma il punto di partenza cambia. Prima si presumeva l’incapacità oggi si presume la responsabilità”.

Chi sbaglia paga somiglia molto a “Chi rompe paga e i cocci sono suoi”, antico, famoso proverbio italiano. Nel diritto civile italiano, questo proverbio ricorda il principio del risarcimento del danno ingiusto (art. 2043 del Codice Civile). Nel diritto pubblico, penale e contabile vige o, meglio, vigeva un principio analogo.

Infatti, mentre apprezzo l’iniziativa tesa a contrastare la delinquenza giovanile e le ragioni del disagio in quella fascia di età, non posso trascurare che il Governo e la sua maggioranza sono meno severi quando l’azione delittuosa o illecita colpisce lo Stato e gli enti pubblici. Anzi si è fatto di tutto per favorire il responsabile a danno della comunità. L’abuso d’ufficio (art. 323 c.p.), riscritto per quattro volte a partire dal 1997 a seguito dei processi dell’inchiesta “mani pulite”, nel 2024, con la legge Nordio, viene cancellato. Non corretto, non limato, eliminato, tra gli applausi di migliaia di amministratori locali, anche di sinistra. Molti del PD in tanti in Parlamento e sui giornali parlano di abolizione per evitare che la “paura della firma” blocchi gli appalti. Non è vero. Abolito l’abuso la burocrazia resterà quella che è, i comuni che non funzionano continuano a non funzionare, gli appalti non andranno più veloci. Ma in compenso verrà abolita la paura sì, ma della condanna. Il risultato è paradossale. Nei casi in cui il potere pubblico viene usato davvero per fare un favore ingiusto non vi è più una punizione.

Non poteva finire qui. Come più volte ha affermato in dibattiti pubblici Nicola Gratteri, Procuratore della Repubblica di Napoli, il vero timore del pubblico amministratore o funzionario, incapace o disonesto, riguarda il rischio di condanna da parte della Corte dei conti a risarcire il danno, provocato con “colpa grave” allo Stato o ad un ente pubblico. Colpa grave, non una disattenzione, ma una macroscopica imprudenza, negligenza o imperizia o inosservanza di leggi, regolamenti ordini o discipline.

È così questa maggioranza, severa a momenti alterni, prevede che le ipotesi di responsabilità per colpa grave siano limitate a talune fattispecie e comunque il responsabile non possa essere condannato ad oltre il 30% del danno accertato dal giudice. Che fine farà il 70% non risarcito? Rimarrà a scarico della comunità nazionale o locale, ovviamente. Ma oltre al danno la beffa: quel 30% non lo paga il responsabile ma un’assicurazione, obbligatoria per tutti coloro che svolgono compiti per i quali possono essere giudicati dalla Corte dei conti.

Non è finita qui. Si prevede una revisione delle norme organizzative e processuali riguardanti l’attività istruttoria delle Procure regionali della Corte dei conti per cercare di limitare le possibilità d’indagine.

Si potevano prevedere riforme più serie. Ad esempio: affermare la giurisdizione esclusiva del giudice contabile; si poteva prevedere un filtro, un GIP contabile, al momento dell’emissione dell’atto di citazione; si poteva prevedere il rimborso delle spese di difesa legale per il presunto responsabile ove sia disposta l’archiviazione in istruttoria. Si poteva fare molto e bene, solo che se ne fosse occupata gente del mestiere, con adeguate conoscenze del diritto e della giurisprudenza. Solo che…

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