di Salvatore Sfrecola
Documentato ed argomentato, lo scritto del Prof. Aldo Mola, che abbiamo pubblicato nei giorni scorsi (“3 settembre. La resa senza condizioni”) ha ricordato “l’anniversario dell’evento che il 3 settembre 1943 cambiò la storia d’Italia, a conclusione della guerra contro Francia e Gran Bretagna, intrapresa con azzardo il 10 giugno 1940 e proseguita con errori rovinosi”. Ha ricordato il ruolo “costituzionale” del Re Vittorio Emanuele III, intervenuto a seguito del voto del Gran Consiglio del Fascismo del 25 luglio 1943 per evitare ulteriori danni e lutti ad un’Italia impegnata in una guerra che non aveva avuto interesse a combattere, come sottolinea anche Gian Galeazo Ciano, Ministro degli esteri e genero di Benito Mussolini, nella prefazione ai suoi diari: “non vi era nessuna ragione per legarci – vita e morte – alla sorte della Germania nazista”. Una guerra, inoltre, per la quale non era assolutamente preparata per la inadeguatezza degli armamenti, dopo che gli arsenali erano stati svuotati per le esigenze delle guerre di Abissinia e di Spagna, come era stato denunciato dalle alte gerarchie militari. Ha ricordato le difficili trattative con gli anglo-americani che non avrebbero potuto concludersi altro che con una completa capitolazione i cui effetti sarebbero stati attenuati dall’impegno che le Forze Armate italiane avrebbero potuto esperire nel prosieguo della guerra contro la Germania.
Siamo, dunque, all’8 settembre e agli eventi che ne sono seguiti, compresa la drammatica e sanguinosa guerra civile che ha segnato la storia d’Italia, diviso gli italiani e che ancora oggi continua ad avvelenare i rapporti tra le forze politiche, tra quelle che evocano la Resistenza e l’antifascismo e fomentano il timore di un ritorno del fascismo e quelle che vorrebbero, a più di ottant’anni dalla fine della guerra, una definitiva pacificazione nazionale. Certamente auspicabile ma che necessita chiarezza sui fatti e sulle responsabilità, della guerra innanzitutto e della sua conduzione, perché gli eventi drammatici dell’armistizio e dell’8 settembre sono conseguenza delle condizioni nelle quali si trovavano l’Italia e le sue Forze Armate fino alla vigilia guidate da chi ne aveva assunto autonomamente la guida non essendo evidentemente in condizione di farlo, il Cavaliere Benito Mussolini che aveva deciso fin dall’inizio, sostituendosi agli alti gradi militari, la dislocazione e l’uso delle unità in Italia e all’estero.
Per cui, tutto quel che è accaduto in quei giorni, l’armistizio con gli angloamericani e le condizioni della capitolazione non sono altro che le conseguenze inevitabili di una guerra perduta nella quale, come è di consuetudine, i vincitori dettano le regole.
Se non si tiene conto di questi elementi e ci si sofferma sugli eventi dei primi giorni di settembre per giudicare con quanto conosciamo le decisioni dei protagonisti, il Re, il Governo, gli alti gradi delle Forze Armate, per denunciare errori e inadempimenti senza contestualizzare non facciamo un buon servizio alla storia e all’Italia. Se non facciamo emergere la realtà, un disastro senza precedenti, se non ci soffermiamo sulle responsabilità di chi, impadronitosi del potere attraverso una progressiva manipolazione delle regole statutarie della Monarchia rappresentativa aveva assunto un potere assoluto e incontrollato si è legato ai tedeschi assumendo “la decisione di stringere l’alleanza all’improvviso” e di “aderire alle richieste tedesche di alleanza, che da più di un anno avevo lasciato in sospeso è che pensavo di lasciarcele per molto tempo ancora”. È sempre il Ministro Ciano il quale ricorda “Così nacque il Patto d’Acciaio. E una decisione che ha avuto influenze tanto sinistre sulla vita e sul domani dell’intero popolo italiano è dovuta, esclusivamente, alla reazione dispettosa di un dittatore contro la prosa, del tutto irresponsabile e senza valore di alcuni giornalisti stranieri”. Ed aggiunge: “durante la naturalità italiana e durante la guerra – la politica di Berlino verso di noi non è stata che una rete di menzogne, di intrighi e di inganni. Siamo sempre stati trattati, non come soci, ma come servi. Ogni azione è stata intrapresa a nostra insaputa, ogni decisione, anche fondamentale, c’è stata comunicata a cose fatte. Soltanto la turpe viltà di Mussolini poteva – senza reazione – sopportare e fingere di non vedere”.
Solamente una visione realistica dello sfascio delle istituzioni può consentirci di comprendere e di dare una giusta misura agli eventi. Alla loro inevitabilità. In un contesto che anche quelli che possono essere considerati degli errori sono effetto delle condizioni che lo Stato si è trovato a vivere. Basti considerare le parole con le quali l’ordine del giorno Grandi al Gran Consiglio del Fascismo nella notte tra il 24 e il 25 luglio 1943, che restituì al Re i poteri statutari a cominciare dal comando delle Forze Armate di cui Mussolini si era impadronito pensando di essere all’altezza del compito.
Quel documento cambiò il corso della guerra. Fu quel voto — un atto interno a un organo consultivo del regime — a innescare la catena di eventi che portò, nel giro di poche ore, alla destituzione di Mussolini. Dino Grandi, Presidente della Camera, ex ministro degli Esteri e figura eminente del regime, per molti anni Ambasciatore a Londra, aveva iniziato da tempo a tessere nell’ombra i contatti necessari per convocare un Gran Consiglio che non si riuniva da anni. Per settimane, con estrema cautela, Grandi aveva costruito un fronte capace di raccogliere la maggioranza necessaria, con Giuseppe Bottai, Luigi Federzoni e, soprattutto, Galeazzo Ciano, genero di Mussolini ed ex ministro degli Esteri, la cui adesione dava all’operazione un peso politico particolare, trattandosi di un membro della cerchia familiare del Capo del regime.
Parallelamente Grandi aveva mantenuto canali di comunicazione con ambienti della Corona, informando, attraverso il Ministro della Real Casa, il duca Pietro d’Acquarone, il re Vittorio Emanuele III che peraltro preparava la destituzione di Mussolini, come dimostra il fatto che Vittorio Emanuele Orlando, il “Presidente della Vittoria”, illustre giurista ed esponente dell’antifascismo, era stato preallertato per la vigilia dell’estate.
L’ordine del giorno, redatto affinché apparisse come un atto di lealtà istituzionale piuttosto che una congiura, chiedeva la restituzione al Re, al Parlamento, al Gran Consiglio stesso e alle Forze Armate delle prerogative loro spettanti per Statuto, “per il supremo onore della Patria”. Fu sottoscritto anche da chi non intendeva rompere apertamente con Mussolini, ma solo limitarne i pieni poteri.
Grandi accusò Mussolini di aver condotto il Paese al disastro accentrando su di sé responsabilità di governo e di comando militare che avrebbero dovuto essere condivise con le istituzioni previste dallo Statuto.
Mussolini sottovalutò l’esito del voto, anche se avrebbe accusato la maggioranza di aver causato la caduta del fascismo. Fu un evidente errore di valutazione. Nel pomeriggio del 25 luglio Mussolini si recò in udienza dal re, convocata come una normale riunione di aggiornamento sulla situazione bellica. Vittorio Emanuele III, forte ormai della copertura istituzionale offerta dal voto del Gran Consiglio, gli comunicò la sua destituzione da capo del governo, sostituendolo con il Maresciallo d’Italia Pietro Badoglio. All’uscita dal colloquio Mussolini fu condotto dai carabinieri in un luogo segreto. Si è detto che il Re ne avesse disposto l’arresto. In realtà il Duce fu messo al riparo della violenta reazione antifascista dell’opinione pubblica segnalata dalla stampa e dai cinegiornali. Lo riconobbe lo stesso Mussolini in una lettera al Maresciallo Badoglio in cui ringraziava il Re.
L’ordine del giorno Grandi ebbe dunque un effetto immediato, la fine del fascismo.
Gli eventi successivi, l’armistizio del 3 e il suo annuncio dell’8 settembre vanno contestualizzati, tenendo conto delle condizioni dell’Italia di allora, dello sfascio delle Forze Armate per cui la presunta mancanza di ordini è parte essenziale della narrazione costruita abilmente dai fascisti in fuga verso la Repubblica Sociale Italiana istituita per volontà di Hitler a seguito della liberazione di Mussolini dall’albergo sul Gran Sasso dove era stato nascosto (e questo la dice lunga sulla rete di informatori di cui disponevano i tedeschi), vista come ultimo baluardo del regime sconfitto e una sorta di ridotta nella quale asserragliati combattevano coloro che mantenevano l’onore della fedeltà all’alleato.
In quei giorni, fu costruita la narrazione della fuga del Re da Roma, capitale d’Italia ma città evidentemente indifendibile sul piano militare e comunque solamente assentendo al rischio della sua completa distruzione. Basta per un momento immaginare a combattimenti a terra ed a bombardamenti tedeschi ed anglo-americani sulle posizioni dei rispettivi nemici per comprendere che la “città eterna” con la sua storia trimillenaria sarebbe stata cancellata dalla carta geografica, come Montecassino, come Dresda. Si dice che anche il Papa Pio XII abbia indotto il Re a lasciare Roma.
Del resto il Re Vittorio Emanuele III, unica autorità legittima nel contesto della crisi degli organi statali, aveva il dovere di garantire la continuità della vita dello Stato, come ha riconosciuto lo stesso Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi.
Quanto, poi, alla mancanza di ordini c’era un una disposizione generale nel messaggio del Maresciallo Badoglio il quale, nel comunicare che il Governo italiano aveva richiesto l’armistizio al generale Eisenhower e che la richiesta era stata accolta, indicava che, conseguentemente, “ogni atto di ostilità contro le forze angloamericane deve cessare da parte delle forze italiane in ogni luogo. Esse, però, reagiranno ad eventuali attacchi da qualsiasi altra provenienza”. Ed è evidente che l’“altra provenienza” non poteva essere che l’esercito tedesco.
Quindi la narrazione che vuole l’assenza di ordini è una solenne falsità, anche perché i Comandanti di unità, responsabili di un territorio, avrebbero dovuto sapere, e molti infatti si sono comportati in questo senso, che anche in assenza di ordini specifici chi è il responsabile di un determinato settore ha il dovere di mantenerne il controllo.
Il fatto è che anche le Forze Armate erano state devastate dalla politica fascista che aveva premiato fedelissimi anche se spesso inadeguati, ai quali aveva garantito onorificenze e promozioni, e rimosso ufficiali di valore.
Aggiungasi che le vie di comunicazione erano assolutamente precarie, che i servizi di telecomunicazioni erano controllati da elementi fasciti o da simpatizzanti del fascismo, in combutta con i nazisti, per cui qualunque ordine sarebbe stato conosciuto dai tedeschi molto prima dei destinatari.
Va anche ricordato che l’annuncio dell’armistizio da parte degli anglo-americani era stato anticipato rispetto alla data concordata, senza tener conto delle conseguenze che ne sarebbero derivate per i vinti sui quali, nonostante fosse evidente che avevano assunto le responsabilità di governo coloro che la guerra non avevano voluta, si riversava diffidenza e in qualche misura del disprezzo.
E così è stato facile costruire una narrazione guidata dalle opinioni dei seguaci del Duce per i quali il Re d’Italia, notoriamente contrario alla guerra e diffidente nei confronti dei tedeschi, era un traditore dell’alleanza che l’onore del soldato italiano avrebbe imposto di portare avanti fino alla fine, ad ogni costo, come avrebbe dimostrato nei mesi successivi la costituzione della Repubblica Sociale Italiana (R.S.I.) coinvolta nelle atrocità con le quali le truppe tedesche combatteranno gli italiani traditori. A nulla rilevando che, ancora alla vigilia del 25 luglio, quando sarebbe stato privato del comando delle Forze Armate e poi destituito ad iniziativa del Re, il Cavaliere Benito Mussolini aveva manifestato l’intenzione di chiedere ad Hitler, nel corso dell’incontro di Feltre, di consentire all’Italia una pace separata. Non sappiamo se il Duce ebbe modo o meno di formulare la richiesta o se questa fu respinta.
Occorre ricordare che l’idea di uscire dalla guerra era presente nelle alte gerarchie militari e in ambienti politici in pratica fin dai primi mesi del 1940, quando fu evidente che il conflitto si sarebbe allargato oltre l’ambito previsto con l’ingresso degli Stati Uniti (ciò che conferma la mancanza di visione politica del Duce), che non sarebbe durato poco quel tanto, secondo quanto sembrava fosse convinto Benito Mussolini per sedersi al tavolo con i vincitori. Infatti, a pochi giorni dall’inizio delle ostilità fu evidente la vulnerabilità delle nostre città costiere in ragione della potenza aerea inglese e del controllo del Mediterraneo da parte della marina del Regno Unito, che impediva all’Italia di rifornire i reparti presenti nelle colonie di Libia e di Abissinia.
Quando l’Italia entrò in guerra al fianco della Germania, il 10 giugno 1940, lo fece con la sensazione, diffusa perfino ai vertici dello Stato Maggiore, di partecipare a un conflitto già deciso da altri. Mussolini parlò di “poche migliaia di morti” necessarie a sedersi al tavolo della pace come belligerante e non come spettatore. Fu, fin dall’inizio, un calcolo cinico più che un’alleanza sentita: l’Asse Roma-Berlino non nasceva da una comunanza di destini, ma dalla convergenza opportunistica di due regimi che si erano scoperti alleati quasi per esclusione, dopo che le rispettive ambizioni li avevano allontanati dalle potenze occidentali.
Quel patto, divenuto “d’Acciaio” del 1939, si rivelò fin dai primi mesi un’ipoteca gravosa sulla sovranità italiana. L’Italia non fu mai un alleato paritario del Terzo Reich: fu un socio subalterno, costretto a inseguire una guerra tedesca — combattuta secondo tempi, obiettivi e priorità decisi a Berlino — con mezzi che il Paese non possedeva. La campagna di Grecia, l’avventura in Africa settentrionale, la spedizione in Russia: in ciascun teatro l’esercito italiano pagò un prezzo altissimo per una strategia che non aveva concorso a definire.
L’alleanza era ormai insostenibile. Non si trattò soltanto di un calcolo militare legato all’andamento sfavorevole del conflitto. La permanenza nell’Asse era divenuta insostenibile su almeno tre piani distinti.
Sul piano strategico, l’Italia non aveva più nulla da guadagnare da un’alleanza che l’aveva trascinata in imprese sproporzionate alle sue reali capacità industriali e militari. La Germania trattava il territorio italiano non come quello di un alleato sovrano, ma come uno spazio da sfruttare per le proprie necessità belliche, sottraendo risorse, manodopera e materie prime a un paese già provato.
Sul piano politico, la caduta del regime fascista il 25 luglio aveva reso evidente ciò che una parte della classe dirigente sapeva da tempo: il fascismo aveva legato le sorti dell’Italia a quelle della Germania nazista senza un reale mandato popolare, trascinando la nazione in una guerra ideologica — quella della supremazia razziale e dello spazio vitale — estranea alla tradizione e agli interessi italiani.
Sul piano morale, restare al fianco della Germania significava associarsi sempre più strettamente alla macchina dello sterminio e della repressione che il regime nazista stava dispiegando in tutta Europa. Continuare l’alleanza avrebbe reso l’Italia complice, non più per contiguità ideologica ma per pura inerzia bellica, di un progetto che il paese stesso, nella sua stragrande maggioranza, non condivideva più.
Fu un prezzo altissimo, pagato nel disordine più totale perché la rottura arrivò tardi e preparata per come era possibile nelle condizioni date. Ma la necessità di quella rottura non era in discussione: nessuna alleanza può giustificarsi quando il suo unico effetto residuo è prolungare la distruzione del proprio paese al servizio degli interessi di un altro. E chi ritiene che la rottura con la Germania sia stata fatta senza un piano, lasciando l’esercito e la popolazione esposti alla rappresaglia di un alleato che, di fatto, si trasformò nel giro di ore in occupante vuol dire che non tiene conto delle condizioni nelle quali operò il Governo italiano.
L’8 settembre non chiuse la guerra per l’Italia: la aprì, semmai, a una fase nuova e per molti versi più dura, quella della guerra di liberazione e della guerra civile combattuta tra il 1943 e il 1945. Ma segnò comunque uno spartiacque imprescindibile, perché sancì il riconoscimento — tardivo, disordinato, eppure irrevocabile — che l’alleanza con la Germania nazista non rispondeva, come mai aveva risposto, a nessun interesse nazionale, né materiale né morale, e che l’unica strada percorribile era quella di collocarsi, per quanto tra mille contraddizioni, dalla parte che avrebbe posto fine alla guerra e restituito all’Italia una sovranità autentica.
Guardare oggi all’8 settembre significa riconoscere che le alleanze, quando cessano di rispondere agli interessi e ai valori di chi vi aderisce, diventano non un vincolo di lealtà ma un’ipoteca sulla libertà. E che il coraggio di romperle, per quanto tardivo e per quanto caotico ne sia il prezzo immediato, resta preferibile alla fedeltà cieca a un patto ormai svuotato di ogni ragione.

