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L’ex Ilva non ha diritto a cure palliative

di Jacopo Severo Bartolomei

La Corte d’Appello di Milano ha deciso che l’area a caldo dell’impianto exILVA va fermata subito entro fine ottobre. I giudici meneghini, denegando l’inibitoria della precedente pronuncia del 27.07.26, nelle more della decisione sul ricorso in Cassazione presentato da Acciaierie d’Italia, hanno stabilito l’impossibilità di concedere tempi supplementari per la prosecuzione dell’attività degli altiforni.Ciò in base alla riconosciuta prevalenza del diritto alla tutela della salute collettiva rispetto alla libertà d’impresa, secondo la scala valoriale sia della giurisprudenza delle Supreme Giurisdizioni nazionali e  Corte di Giustizia UE, che della vigente codificazione costituzionale. Il Collegio giudicante – Presidente ed estensore dr. Lorenzo Orsenigo ha statuito alla luce del seguente principio: “nel conflitto tra il diritto all’esercizio dell’attività di impresa e quello dei cittadini alla salute e al rispetto dei limiti di tollerabilità delle immissioni, non può che prevalere quest’ultimo”

Il bilanciamento fra contrapposte esigenze è stato condotto tenendo conto del riformulato art. 41, comma secondo e terzo, Cost. ex legge costituzionale n.01 del 2022. Alla stregua del testo vigente dell’art. 41, cpv., Cost. prevedente l’inserimento della tutela della salute e dell’Ambiente – già sancite dagli artt. 32 e 9 Cost.- tra i limiti e gli obiettivi dell’attività economica, la dottrina ha enucleato il principio costituzionale di sostenibilità ambientale: quindi la tutela dell’Ambiente, dapprima  limite esterno  sancito da legge ordinaria (T.U. approvato con dl.vo n. 156/2006 smi), ai sensi del collegato disposto dei novellati artt.9-41 Cost., assurge a limite diretto di grado superiore dell’esercizio dell’attività d’intrapresa.

Pertanto la ripresa dell’attività lavorativa nel plesso siderurgico di Taranto – il più grande d’Europa e l’unico in Italia – non può avvenire nemmeno interinalmente, senza la previa bonifica integrale dell’amianto (circa 2000 tonn.) e il rientro delle polveri sottili dentro i limiti di sicurezza.

Appena diffusa la notizia l’11 settembre, i primi a far sentire la loro voce son stati i sindacati, che hanno evidenziato col massimo allarme sociale per la regione Puglia e l’intera economia meridionale, come l’incubo di migliaia di licenziamenti di dipendenti e altrettante persone in cassa integrazione si stia materializzando. Per ora i licenziamenti collettivi da 28 aziende dell’indotto restano congelati, ma i sindacati chiedono al governo un intervento fattivo su più fronti. La Premier Meloni nel primo commento ha ricordato che esiste già un tavolo permanente aperto sull’affaire ILVA, cioè un gruppo di lavoro coordinato dal Ministro D’Urso che sarà riconvocato a brevissimo per discuterne, chiosando “lavoriamo con il materiale che abbiamo e con decisioni che non dipendono da noi”.

 L’ILVA è l’impianto siderurgico che il governo sta seguendo da oltre un decennio, dalla fine della gestione della famiglia Riva (1995–2012), ed ora sta cercando di venderlo. E’noto come la gestione Riva abbia costituito il periodo di massimo splendore produttivo, ma anche l’origine del più grave disastro ambientale e giudiziario legato alla siderurgia europea; poi nel 2018 l’ingresso del gruppo indiano ArcelorMittal nella gestione e nel 2024 la messa in Amministrazione straordinaria di Acciaierie d’Italia

Attualmente è operativo un solo altiforno su cinque, e  lo spegnimento non significa chiusura immediata dei cancelli, in quanto il processo deve esser accompagnato da ogni misura atta a mantenere l’impianto in sicurezza. Tuttavia senza l’area a caldo il plesso smetterà di produrre acciaio dal minerale e dovrà limitarsi a trasformare nei laminatoi bramme fabbricate altrove. Un ulteriore passo di impoverimento del patrimonio industriale nazionale e accentuata dipendenza dall’estero, con ogni conseguenza prevedibile.

La sentenza riaccende i fari sulla gara in svolgimento, ma la cordata guidata da Federacciai, rimasta allo stato senza un’offerta vincolante, esclude l’area degli altiforni. Jindal ha invece prospettato sino a 4 milioni di tonnellate all’anno dall’India e, a fine del 2027, altri 2 milioni dall’Oman. Questo potrebbe offrire un ancora di salvezza ai livelli occupazionali di stabilimento ed indotto, ma a costo di creare una nuova dipendenza, in quanto l’unico plesso siderurgico a ciclo integrale lavorerebbe semilavorati prodotti nel continente asiatico, restando esposto a dazi, tensioni sulle rotte del commercio internazionale, oscillazione dei prezzi, etc.

Dopo la pronuncia giudiziale il governo ha ancora dei margini di movimento, ma con forti condizionamenti: dall’innalzamento dei costi legati al fabbisogno di gas ed elettricità, al fatto che durante spegnimento e bonifica i costi saranno addossati agli ammortizzatori sociali, ai sussidi e agli investimenti pubblici, senza preconizzare l’eventuale ingresso dello Stato nella gara pubblica d’acquisto.

Ebbene l’affaire ILVA si trascina dal 2022, dalla prima decisione giudiziaria che ne ordinò la chiusura per il devastante impatto ambientale; da allora si è assistito al susseguirsi di Commissariamenti, conflitti potere politico e magistratura, rilascio di Autorizzazioni in deroga (Aia 2005), prescrizioni organi UE disattese, prospettiva della dismissione, tutti fattori che hanno innescato una crisi industriale ed occupazionale di proporzioni immani, ed impiego di risorse finanziarie pubbliche enormi.

Nemo ad impossibilia tenetur, tuttavia l’esecutivo che detiene il primato di stabilità politica nel dopoguerra e vanta la percentuale occupazionale al massimo storico (63% nel II trimestre 2026), riuscirà ad additare una via di fuga dall’impasse, specie con la campagna elettorale alle porte?

Roma.14.9.26

                        Avv. Jacopo Severo Francesco BARTOLOMEI

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