di Jacopo Severo Francesco Bartolomei
L’astuzia e la capacità di adattamento son da sempre doti dell’Uomo politico, ben prima della teorizzazione di Nicolo Machiavelli. Ma, nell’attuale contesto di rapido mutamento degli scenari internazionali, i leaders dei Paesi europei son attratti più da tattiche stagionali, che da visioni strategiche di largo respiro. Ebbene il Primo ministro del Regno Unito ne costituisce riprova lampante.
È trascorso poco più di un bimestre dall’insediamento a Downing street in data 20.07.26, da quando al momento del passaggio delle consegne dal predecessore dimissionario Keir Starmer, Andy Burnham – leader laburista 56 enne, ex Sindaco di Manchester – per segnare la linea di continuità, aveva assicurato che i due capisaldi della politica estera restavano immutati (conferma della Brexit; impegno strenuo a fianco dell’Ucraina nel conflitto con la Russia), che il neoPremier britannico ha aperto il fronte di una possibile rimeditazione dell’inopinata scelta dello scorso decennio: la BREXIT.
A chiusura del congresso laburista di Liverpool, il Premier ha rilasciato un’intervista alla BBC, affermando che “la Brexit ci ha fatto più male che bene… tutte le opzioni sono sul tavolo”, inclusa quella del revirement.
Il Premier ovviamente ha precisato che la discussione dovrà essere ampia, valutando spregiudicatamente i pro e i contro, col coinvolgimento di tutti gli attori socio-politici, e che comunque sarà imprescindibile il consenso dell’opinione pubblica.
Seppur non abbia preannunciato la scelta, ma rivolto urbi et orbi – pure in direzione di Bruxelles, oltreché di Scozia e Galles – un invito a discuterne, comunque il sasso nello stagno è lanciato; nessun primo Ministro UK aveva avuto l’ardire di archiviare la stagione delle scelte dei Governi conservatori di David Cameron (2010-16) e Boris Johnson (2019-2022)
Burham ha dimostrato una dose ragguardevole di realismo politico e capacità di assestamento del programma governativo, tanto da guadagnarsi l’ammirazione di Bill Emmont, ex direttore dell’Economist, che gli ha riconosciuto una scaltrezza in quanto “è una proposta per il futuro, non per l’oggi”, su argomento ancora percepito come divisivo.
Come ben noto, a seguito del referendum indetto il 23 giugno 2016, l’UK decide con la percentuale del 51.9% dei votanti, la fuoriuscita dall’Unione europea, dopoché dal 1973 aveva fatto ingresso nell’allora Comunità economica europea. I negoziati sulla Brexit si sono protratti per 3 anni, sicché il 31.1.20 il Regno Unito lasciò formalmente l’UE, assecondando un periodo di transizione durato sino al 31.12.20.
L’applicazione delle regole del Mercato unico e dell’Unione doganale cessò definitivamente con decorrenza dal 01.01.21, mentre occorre evidenziare come i cittadini di Sua Maestà non avevano mai adottato l’Euro, mantenendo la sterlina britannica quale propria valuta ufficiale. Infatti il Primo ministro Gordon Brown, ben prima che si materializzasse la Brexit, aveva negoziato con Bruxelles un opt-out dal Trattato di Maastricht per evitare che la divisa eurozona sostituisse quella nazionale.
La notizia promanante da Londra ha trovato commenti calorosi se non entusiastici: tra i primi quelli del Presidente francese Emmanuel Macron e del Premier spagnolo Pedro Sanchez. Invece i commentatori più cauti hanno osservato che se la dichiarazione di Burnham chiude il decennio passato (2016-26) di chiusura all’UE, per una effettiva sterilizzazione della Brexit i tempi si preannunciano altrettanto lunghi ed il cammino impervio.
Infatti, da una parte il Regno Unito è a capo del Commonwealth of Nations, una organizzazione comprendente 56 paesi (i principali Canada, Australia, India, Sudafrica, Nuova Zelanda, Nigeria, etc), dall’altra la società britannica è percorsa, al pari dei principali Paesi dell’Europa continentale, da formazioni sovraniste di estrema destra, quale quella di Nigel Paul Farrage. Sebbene Egli abbia strenuamente sostenuto la Brexit, dicendo che sarebbe stata un grande beneficio per il Regno Unito, dal 2023 ha ammesso che essa sia stata un fallimento ma non per il progetto in sé, ma per come è stato gestita male dal Partito conservatore, incapace di trarne i benefici economici.
In definitiva il progetto ambizioso di ridiscutere i rapporti del Regno Unito con l’UE è stato additato all’opinione pubblica, ma i termini e l’approvazione restano tutti da definire.

