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Patrioti a corrente alternata mentre crescono spinte separatiste apertamente eversive

di Salvatore Sfrecola

Patrioti? Forse sì. Ma a corrente alternata. Ed è una maggioranza ed un governo che si dicono “di destra“, che assumono di avere cari i valori della tradizione nazionale, di quelli alimentati nel corso del Risorgimento da grandi italiani, da Camillo Benso di Cavour ad Alessandro Manzoni, da Silvio Pellico a Francesco De Sanctis, e poi Massimo d’Azeglio e Carlo Cattaneo, Daniele Manin, Giuseppe Mazzini e Giuseppe Verdi senza dimenticare la miriade di uomini di azione, da Santorre di Santa Rosa a Giuseppe Garibaldi, e quanti furono poi impegnati nelle guerre d’indipendenza nazionale. Sono gli uomini che, per dirla con Giovanni Spadolini, “fecero l’Italia”. Poi i sentimenti unitari si sono consolidati sulle rive del Piave, nelle trincee del Carso dove giovani e meno giovani, fieramente italiani, hanno combattuto il “nemico storico” avanzando tra i reticolati austriaci al grido di “avanti Savoia”, a fianco del Re Soldato.

Si sentivano italiani, provenienti da tutte le regioni, piemontesi e calabresi, veneti e siciliani, toscani e romani, abruzzesi e napoletani ancora legati alla lingua delle loro contrade ma pronti a recepire l’insegnamento di Manzoni ed a riconoscersi nella lingua italiana, meravigliosa, apprezzata ovunque.

Quei giovani esibivano con orgoglio la croce di guerra e le medaglie al valore. Credettero di aver concorso veramente a fare l’Italia, come avevano ricordato loro, giorno dopo giorno, i loro comandanti e i poeti dell’orgoglio nazionale, da Giosuè Carducci a Gabriele d’Annunzio.

I romani corsero in centinaia di migliaia alla stazione per accoglie il Re Vittorioso di ritorno dal fronte e lo accompagnarono al Quirinale. Non si era mai vista tanta folla, come dimostrano i filmati dell’epoca. Ugualmente a Trieste, divenuta italiana, Re Vittorio Emanuele III fu circondato dall’affetto della popolazione in festa. Le donne offrivano fiori ai combattenti, ai fanti ed ai cavalieri che accompagnavano il Sovrano. Anche di questo evento i filmati dell’epoca offrono una straordinaria testimonianza. Anche a Napoli fu un tripudio per quel Re che lì era nato e lì aveva fatto i primi passi al comando di reparti del Regio Esercito.

Dov’è oggi quell’Italia? Dove i nipoti di quegli italiani orgogliosi di aver servito la Patria in armi. Sembrano spariti se nessuno si ribella quando a Modena celebrano gli Estensi con una targa sulla parete esterna del Palazzo sede dell’Accademia Militare e fanno suonare musiche austriache, dimenticando che lì, a due passi, c’è il monumento a Ciro Menotti condannato a morte e fatto impiccare dal Duca Francesco IV il 26 maggio 1831. Aveva organizzato un moto insurrezionale per liberare il Ducato di Modena e Reggio dal dominio austriaco.

Ovunque si celebrano eventi in ricordo degli stati preunitari con musiche e bandiere, che sarebbero da definire un po’ folcloristici, se queste occasioni non avessero quasi sempre il senso dell’ufficialità, alla presenza di sindaci con la fascia tricolore e Carabinieri in alta uniforme accanto ai vessilli dei vecchi stati. Come quello del Regno delle Due Sicilie a Firenze e, naturalmente, a Napoli dove vengono distribuite onorificenze della cessata Casa reale borbonica, evidentemente dimenticando che i sovrani di quella dinastia si sono distinti per la feroce repressione dei moti liberali a Sapri, a Messina, a Palermo bombardate, mentre dalle forche pendevano i liberali, esponenti della migliore società meridionale, rei di aver chiesto la costituzione che quei sovrani infingardi concedevano un giorno e rinnegavano il giorno dopo, appena ricevevano la protezione delle baionette austriache. Vigliacchi!

Cosa insegnano nelle nostre scuole? Perché si celebrano questi eventi in giro per l’Italia? Com’è possibile che quelle onorificenze vengano concesse a civili e militari (un nastrino in più arricchisce il medagliere), servitori dello Stato nazionale, che un tempo era un Regno ed oggi è una Repubblica che comunque in continuità rappresenta lo Stato. E questo avviene incredibilmente alla presenza evidentemente ufficiale delle autorità dello Stato, come dimostra la partecipazione di autorità civili e militari.

Come è possibile che i prefetti non siano intervenuti per impedire l’ufficialità di questi eventi, che i comandanti dei reparti dei Carabinieri che hanno uomini in alta uniforme non vengano richiamati dal Comando Generale dell’Arma e dal ministero della Difesa? C’è da ritenere che il Governo sia connivente, rispetto a manifestazioni che hanno il sapore dell’eversione antiunitaria.

Questa è una classe politica che si ricollega direttamente a quella che nel 1922 aveva favorito, grazie alla diffusa ignavia di popolari e socialisti, il governo Mussolini ed aveva lasciato solo il Re allora e successivamente. Una classe politica che per far dimenticare quella incapacità di governare il Paese non ha trovato di meglio che accusare il Re e farne il parafulmine dei propri errori.

Questi episodi, che non sono pochi, hanno il senso amaro della negazione dell’unità d’Italia indotto anche da politici gretti e incapaci, che non sanno guardare al di là della propria regione se non del proprio paesello del quale neppure conoscono la storia, irrispettosi dei loro nonni e dei loro padri. I primi combatterono contro l’Austria Ungheria per ricongiungere all’Italia Trento e Trieste, i secondi lottarono per liberare l’Italia dai tedeschi. Lo fecero in gran parte inquadrati da ufficiali del Regio Esercito, in nome della continuità dello Stato, fedeli al giuramento prestato al Re d’Italia. E vinsero.

È gravissimo quel che avviene in questi giorni perché, di fronte a questa congerie di partiti che a parole richiamano ai valori della Patria, ma solo quando si tratta di sollecitare il voto degli italiani, sta una squinternata congrega di presunti progressisti, parola abbondantemente abusata, malati di ideologia nella quale non c’è spazio per un pensiero nazionale, per un richiamo ai valori della nostra storia.

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