di Salvatore Sfrecola
Avevo da tempo segnalato i limiti di una concezione formalistica dello ius scolae ai fini della concessione della cittadinanza italiana, mettendo in risalto come gli studenti sulla strada dell’integrazione siano naturalmente condizionati dalla famiglia e dall’ambiente. Che per i “cittadini” di seconda o terza generazione si “arricchisce” di sentimenti di ostilità nei confronti della civiltà occidentale, considerata corrotta ed inferiore rispetto all’islamica.
Per gli illusi dello ius scolae la doccia fredda, sperando che capiscano, l’ha fornita Youssef Siher, Origine marocchine, laura, master, stage presso l’Ispi, giornalista freelance per il Fatto Quotidiano attivista pro pal. Avrebbe esaltato la strage di Hamas, è indagato per l’istigazione a delinquere aggravata da finalità di terrorismo per aver creato il movimento 17 ottobre e aveva diretto, così sembra, quanti hanno poi alla fine sfondato vetrine, saccheggiato negozi e aggredito le Forze dell’Ordine.
Maurizio Belpietro, direttore de La Verità, ha titolato il suo pezzo: “La storia di Siher è la dimostrazione che l’unico errore è stato integrare”. Mi permetto un’annotazione all’affermazione dell’illustre giornalista. L’errore non è stato “integrare”. Perché Siher evidentemente non si è integrato. Se integrazione significa la condivisione dei valori spirituali e civili della nostra Nazione, i valori della civiltà greco romana che caratterizzano l’Occidente. Che evidentemente non possono essere quelle di chi – apprendo ancora da La Verità – cura pagine Instagram sulle quali “si elogiavano i saccheggi di Milano, considerati un legittimo esproprio proprietario per consentire la redistribuzione della ricchezza, ma venivano pure ripubblicate le ricette per il caos, ovvero un manuale di resistenza urbana, per spiegare ai partecipanti dei cortei, destinati presumibilmente a scontrarsi con le forze dell’ordine, come non farsi identificare durante i controlli e come comportarsi in caso di arresto”.
Siher non è integrato. Ha semplicemente sfruttato la dabbenaggine di uno Stato che, nell’esercizio della discrezionalità che la legge gli riconosce in sede di istruttoria, non accerta nel candidato la condivisione dei valori del nostro ordinamento giuridico, il minimo necessario. In mancanza dei quali, lo straniero rimane residente, studia, lavora fa sport e viene curato senza diventare cittadino italiano che significa “socio” di questa Nazione, uno che dell’Italia è innamorato.
Non basta la conoscenza dell’italiano almeno al livello B1, un reddito sufficiente e l’assenza di condanne ostative. Serve quel quid pluris, quella condivisione della nostra umanità che non dovrebbe essere di destra o di sinistra ma di tutte le forze politiche. Invece su una questione così delicata come ammettere nella società elementi non assimilati i partiti si dividono ed anche quelli più attenti cadono nella trappola del ius soli o dello ius scolae con incredibile faciloneria.
Sono i traditori della Patria.

