di Salvatore Sfrecola
Sono numerose le scuole occupate a Roma, tra cui il mio ginnasio-liceo Torquato Tasso, la migliore scuola classica della capitale secondo la classifica stilata dalla Fondazione Agnelli. Occupazione per motivi politici, come si legge in un documento diffuso dagli studenti, in dissenso “riguardo alle politiche economiche e sociali”.
Un taglio politico inequivoco, a tutto campo, con riferimento alla politica economica e sociale, genericamente richiamata.
Possono gli studenti fare politica? Evidentemente sì. È un diritto fondamentale dei cittadini, incomprimibile in una democrazia e va tutelato. E messo a confronto con un altro diritto fondamentale, quello di partecipare alle lezioni che lo Stato, con rilevante dispendio di risorse economiche, predispone per i giovani nell’ottica della loro crescita civile e professionale. La scuola, infatti, è il luogo dove s’impara ad essere cittadini e ad acquisire le conoscenze che daranno loro una preparazione per la vita. “Dalla scuola alla vita” è stato il titolo di un bel libro, coordinato da Paola Maria Zerman, che qualche anno fa, con il concorso di personalità di varie esperienze di studio e di lavoro, ha indicato ai giovani il valore etico del lavoro nei vari settori professionali.
Luogo del sapere, servizio ai cittadino, la scuola deve mantenere la sua autonomia rispetto al dibattito della politica e deve essere posta nelle condizioni di rendere con continuità il servizio istruzione. Con la conseguenza che se gli studenti possono manifestare liberamente le loro idee politiche non hanno il diritto di interrompere il servizio impedendo a chi ne vuole fruire di assistere alle lezioni. Infatti, a collocarla nel contesto giuridico suo proprio, l’occupazione degli istituti scolastici, con interruzione del servizio, costituisce un illecito dai molteplici profili, penali e di danno erariale, perché impedisce l’esercizio di una funzione pubblica. Regolarmente retribuita.
È evidente che gli studenti possono marinare la scuola, come si diceva un tempo, anche a costo di subire conseguenze sul piano disciplinare ove l’assenza ingiustificata si protraesse per un certo periodo rispetto alla durata legale dell’anno scolastico, con conseguenze anche sull’esito finale.
L’occupazione, come intuitivo, è contraria a regole elementari. Al di là dei danni che essa può provocare, come l’esperienza insegna, all’edificio scolastico ed ai suoi arredi, e con l’utilizzazione impropria di strutture informatiche e con aggravio dei costi delle utenze, la stessa occupazione costituisce quello che si definisce un “pregiudizio erariale”, cioè un danno al bilancio pubblico, considerato che lo Stato pagherebbe docenti che non hanno effettuato la loro prestazione
Chi ne è responsabile sul piano giuridico? Innanzitutto le famiglie degli occupanti alle quali i Presidi dovranno chiedere i danni. Non farlo fa gravare su di essi una diversa responsabilità, anch’essa di natura “erariale”, di competenza della Corte dei conti. Infatti non pretendere il risarcimento di un danno ingiusto costituisce un comportamento illecito per un pubblico funzionario. Una responsabilità che si aggiunge a quella per l’interruzione del servizio scuola nel quale saranno coinvolti anche i responsabili delle Forze di Polizia (il Questore). I Presidi, per non aver messo in atto tutte le misure per impedire l’occupazione dei locali, il secondo per non essere intervenuto a liberarli per consentire la prosecuzione dei corsi. Senza arrivare al caso del Preside che a Roma, qualche anno fa, di fronte ad un’assemblea studentesca decisa a proclamare lo “sciopero” e ad occupare i locali, ha consegnato agli studenti le chiavi del portone d’ingresso e se ne è andato a casa.
E qui s’innesca anche una responsabilità del governo, di “natura politica”, insindacabile in sede giudiziaria, in quanto l’autorità politica potrebbe decidere di non intervenire per motivi di ordine pubblico.
Ma una cosa è certa. Se si attivasse la regola elementare della responsabilità civile per danno, per cui “chi rompe paga”, e una volta tanto i genitori degli studenti fossero chiamati a risarcire i danni provocati dai loro figli “esuberanti”, probabilmente le occupazioni non si farebbero più e gli studenti potrebbero manifestare i loro legittimi orientamenti politici al di fuori dell’orario delle lezioni, magari nell’aula magna degli istituti (quelli che ne hanno una).
Approfitto dell’occasione per raccontare un episodio accaduto a Gubbio alcuni anni fa. Ero il Procuratore regionale della Corte dei conti e fui informato che gli studenti dell’Istituto d’arte avevano ricoperto le pareti delle aule con scritte che esigevano un intervento per la loro rimozione. Un’attività evidentemente costosa. Feci presente al Preside che la responsabilità ricadeva sui ragazzi e sulle loro famiglie. In assenza avrebbe dovuto pagare il Preside per non aver impedito il fatto. La prese nel modo giusto. Convocò gli studenti e li mise di fronte alle loro responsabilità. Ebbene quei ragazzi la domenica successiva si presentarono a scuola con bidoni di vernice e pennelli.
Credo che sia stato un insegnamento che non dimenticheranno.

