del Prof. Aldo A. Mola
Nel centenario della morte la regina Margherita di Savoia (1851-1926) viene ricordata con equilibrio e rispetto. Il 16 scorso il Centro Studi Piemontesi le ha dedicato il convegno “La Regina che entusiasmò gli italiani”. Il 9 ottobre a Palazzo Ducale di Genova è stato presentato il poderoso volume polisensoriale di Gisella Merello, con testo in italiano e in inglese,“La Regina Margherita a Bordighera, 1879-1926”(Erga Edizioni).
Nel 1956 Carlo Casalegno (1916-1979) scrisse una pregevole biografia della Regina Margherita . Nel 1942 era stato tra i fondatori del Partito d’Azione a Torino. Fu assassinato da militanti di Lotta continua, che ne decisero la morte per i suoi articoli “Il nostro Stato” pubblicati in “La Stampa”. L’ultimo fu intitolato “Non occorrono nuove leggi. Basta applicare quelle che ci sono. Terrorismo e chiusura dei covi”. Appunto.
A differenza di quanto è stato solitamente scritto, Margherita di Savoia non fu una “clericale reazionaria”. In una lettera giovanile ella stessa confidò di non essere affatto “bigotta”. Era e rimase convintamente cattolica: la sua era la Chiesa dei precetti e dei comandamenti. Fu pienamente consapevole del suo ruolo di regina d’Italia e lo esercitò su vari fronti. In primo luogo il neonato regno d’Italia aveva urgenza di organizzare lo “strumento militare”. A differenza del regno di Sardegna, in molti Stati italiani pre-unitari non esisteva il servizio militare obbligatorio. La sua estensione all’ntero regno (che ancora non comprendeva Triveneto e Lazio) fu fomite di insorgenze e del brigantaggio nel Mezzogiorno.
La vittoria della Prussia di Bismarck sulla Francia di Napoleone III nella guerra del 1870 fu correttamente spiegata con la superiorità della scuola germanica, dell’istruzione pre e paramilitare e della motivazione ideale. Altrettanto andava fatto in Italia. Nel 1877 la legge voluta dal ministro della Pubblica istruzione Michele Coppino, massone, introdusse l’istruzione elementare obbligatoria e gratuita. L’anno dopo il suo successore Francesco De Sanctis, a sua volta massone e già docente alla Scuola Militare della Nunziatella, aggiunse l’obbligo dell’educazione fisica anche per scolare e studentesse. Nei licei fu introdotto il costoso e poi abbandonato insegnamento del tiro al bersaglio, predicato da Giuseppe Garibaldi. Nel 1879 l’Esercito prese finalmente l’aggettivo di Regio, come ricorda Oreste Bovio, decano della storiografia militare, nella sua insuperata “Storia dell’Esercito Italiano” (ed. Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell’Esercito). Nel 1882 fu creato lo Stato Maggiore, forte di un corpo di ufficiali preparati e di lunga durata in carica, a garanzia della continuità necessaria nella linea di comando, mentre i ministri della Guerra e della Marina, soprattutto dopo l’avvento della Sinistra, spesso privi di competenze, cambiavano a getto continuo.
Umberto I, re dal 1878, capiva e voleva, anche più di quanto il Parlamento concedesse. Margherita era sulla sua stessa linea. La sua capacità suasoria, anche tramite scrittori, poeti (come Giosuè Carducci), artisti, scienziati e inventori, mirava appunto a moltiplicare gli “esempi”, a infondere coscienza unitaria nei “popoli d’Italia”, un regno nato da poco dopo secoli di dominazioni straniere. Fu anche alpinista provetta nell’Italia che ebbe il rude Quintino Sella promotore del Club Alpino Italiano quale palestra di ardimento e di autodisciplina. È quanto non comprende chi fraintende (come fece un suo biografo) il legame ideale tra la regina della “Capanna Margherita” e l’alpinista Luigi Beck-Peccoz, che ebbe il privilegio di accompagnarne le scalate e morì di schianto dinnanzi ai suoi occhi.
L’ostinazione della regina cozzava con la pochezza della Camera. Nel decennio dopo la sconfitta ad Adua (1 marzo 1896) le spese ordinarie per l’esercito scesero da 245 milioni a 236 e poi rimasero a lungo sotto i 230. Con un confine indifendibile verso l’Impero d’Austria-Ungheria e a fronte dell’ostilità della Francia, come mostrarono la strage di terrazzani italiani ad Aigues-Mortes e le aggressioni di migranti nostrani a Lione, l’Italia non era in condizioni di fare la sua parte in Europa e nel Mediterraneo. Era il cruccio della Regina Madre che il 19 agosto 1900, pochi giorni dopo l’assassinio di Umberto I, in una lettera a Elena Morozzo della Rocca, baronessa Sonnino (pubblicata da Aldo di Ricaldone), scrisse (in francese, che qui traduciamo): «Che triste, triste cosa che io vedo e che sento in me, attorno a me, dopo trentadue anni di unione felice, che lo diveniva ogni dì più con l’età che avvicinava i caratteri! E poi il povero re era così buono così leale, così generoso di cuore e d’animo, sempre gentiluomo sino al fondo del suo essere. […] I miei figli [Vittorio Emanuele III e la sua consorte, la regina Elena, NdA] sono perfetti per me e io sono così felice che il paese abbia accolto così bene il giovane Re. Suo padre deve vederlo e ne sarà felice perché amava tanto suo figlio. Ma quando penso che ho visto quello che ho visto senza morire, non posso comprenderlo; evidentemente la Provvidenza ha voluto così!, perché io sto bene e anche i miei nervi sono in buono stato.» E così li tenne per un quarto di secolo, durante il quale accompagnò l’Italia nella buona e nella cattiva sorte.
Margherita fu la regina di un Paese retto dalla monarchia costituzionale, garante del regime parlamentare rinato con i decreti legge emanati nel 1944-1946 da Umberto di Savoia, Luogotenente del regno. L’Italia dei tempi di Umberto I e di Margherita di Savoia varò leggi di prim’ordine, come l’abolizione della pena di morte (1889), la trasformazione delle opere di carità in assistenza pubblica, l’istituzione dei medici e dei veterinari condotti, le pensioni per i malati a causa del lavoro e per gli anziani e persino i “cavalieri del lavoro”, un proposito rimasto incompiuto perché venne assassinato quando aveva cinquantasei anni, due meno di quelli raggiunti da Vittorio Emanuele II. Il regime costituzionale monarchico non è geneticamente reazionario. Come non lo fu lo Stato d’Italia dalla sua nascita nel 1861. Per Statuto era il Parlamento ad approvare il governo e le leggi. Al re spettava sanzionarle, firmarle e promulgarle. Senza possibilità di respingerle. Già allora la sovranità apparteneva agli elettori.
(da Il Giornale del Piemonte e della Liguria del 25 ottobre 2026)

