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Novembre 2010

Vieni via con me a senso unico sui valori della vita
Fazio o della faziosità
di Salvatore Sfrecola

     Lunedì 29, l’ultima puntata di Vieni via con me, per quanto se ne sa al momento, non riconoscerà al movimento Pro-vita il diritto di dire la sua a proposito dell’eutanasia, dopo le testimonianze di Mina Welby e Beppino Englaro presentate con molta enfasi due settimane fa. Per Fabio Fazio, infatti, la richiesta è ”inaccettabile” (”Sarebbe come ammettere che la trasmissione è stata pro morte”). Una richiesta che non sarebbe stata necessaria, solo che la trasmissione fosse stata improntata ad un serio confronto delle idee, necessario soprattutto quando si affrontano temi di particolare rilievo etico.
     Invece, la trasmissione si è collocata nel filone di quanti negano il valore della vita secondo l’insegnamento cristiano. Lo ha messo in rilievo molto bene “Scienza & Vita” nella mozione rivolta al sistema informativo nazionale, pubblico e privato, diramata ieri: “L’Associazione Scienza & Vita – si legge nel documento – chiede all’intero sistema informativo pubblico e privato di farsi carico delle persone in condizione di massima fragilità. Un’esigenza fortemente avvertita dall’opinione pubblica italiana, ma che non ha trovato sino ad oggi adeguata accoglienza. Lo testimonia la dolorosa vicenda della trasmissione Rai ‘Vieni via con me’. L’assenza dei malati, di quanti li seguono amorevolmente e delle associazioni di volontariato che si pongono al loro servizio, lede la dignità umana di queste persone e delle loro famiglie. All’opinione pubblica italiana è stata mostrata come praticabile la sola possibilità di ricorrere all’eutanasia o all’interruzione dell’alimentazione e dell’idratazione. Scelte, queste ultime, che negano alla radice il diritto alla vita nella condizione di massima fragilità e di disabilità”.
     “Spiace constatare,  scrive ancora Scienza & Vita – che alcuni media abbiano manifestato una miopia culturale di così grave entità da non saper vedere una realtà molto diffusa nel nostro Paese, lasciando parlare solo una esigua élite, lontana dalla gente comune e dalla vita quotidiana”.
     “Le donne e gli uomini di Scienza & Vita, nel ribadire la prospettiva antropologica che chiude le porte all’eutanasia come all’accanimento terapeutico, chiedono a tutti i media italiani di dare spazio ai più deboli attraverso la voce delle loro famiglie. Grandi responsabilità oggi gravano sulle spalle degli operatori dell’informazione e dell’intrattenimento per la trasmissione dei valori, per il pluralismo e per la democrazia sostanziale. Scienza & Vita, a nome dei più fragili fra noi, sarà sempre disponibile a partecipare a ogni livello, nazionale e locale, alla narrazione pubblica. Ma in condizione di sostanziale parità, sino ad ora non adeguatamente garantita”.
     “E ribadisce una richiesta semplice, quanto efficace: fateli parlare”.
     Fortemente critico verso la trasmissione anche Pier Ferdinando Casini che Fazio ha fatto sapere di aver invitato a Che tempo che fa. Ma il leader Udc non ha accettato: ”La risposta di Fazio è vergognosa, ha risposto l’ex Presidente della Camera. Che io vada o meno ospite non ha nulla a che vedere con la voce che chiediamo venga data ai disabili gravissimi che scelgono di vivere e alle loro famiglie. Non ho condotto una battaglia per chiedere spazi televisivi che ho a sufficienza”.
     Nonostante la mediazione tentata dal direttore generale della Rai, Mauro Masi, la vicenda, al momento, non si è ancora sbloccata. ”Sugli aspetti più delicati, come la nascita e la morte, non possono esserci né strumentalizzazioni né mediazioni di alcun tipo”, ha detto Fazio al Tg3. Due settimane fa, ricorda, ”Saviano ha raccontato la storia d’amore tra Piergiorgio e Mina Welby e sono state proposte le parole di Beppino Englaro: sono storie di persone, ed è difficile replicare a una storia”.
    Fazio ha citato i principi sanciti dalla Cassazione e letti da Englaro (”Va rispettata la persona che ritiene di poter essere tenuta in vita artificialmente. Allo stesso modo va rispettata la persona che ritiene di non poter accettare una vita priva di relazioni con il mondo esterno”), per poi affermare: ”La Rai ha tantissime trasmissioni, io stesso ne ho un’altra e ho invitato Casini. Ci sono tante occasioni per affrontare in modo serio e con il tempo dovuto uno dei temi più delicati dell’esistenza, ma non è accettabile che si possa intervenire nella scrittura di una trasmissione che non è un talk show. Qualcun altro avrà modo di raccontare altre storie, ma altrove”.
     Un no ”incomprensibile”, secondo il consigliere Rai Rodolfo De Laurentiis, promotore dell’ordine del giorno votato ieri dal cda: ”In trasmissione è stata data una sola chiave di lettura su una questione centrale come la vita. Vogliamo solo arricchirla, e questa è la caratteristica del servizio pubblico. Mi dispiace che Fazio non se ne renda conto”.
     La politica si è divisa in modo trasversale. Il Pdl, con Daniele Capezzone, Maurizio Gasparri e Fabrizio Cicchitto su tutti, insiste per il diritto di replica per il movimento pro-vita. Sulla stessa linea il ministro Sacconi, ma anche l’Udc e i cattolici del Pd. Per Rosy Bindi, in trasmissione ”ci starebbe benissimo anche un elenco delle ragioni di chi vuole vivere contro ogni apparente ragione di vita”, ”non per accontentare questo o quello schieramento ideologico”, bensi’ ”per rispettare la pluralità della società italiana”. ”La televisione pubblica, ma in fondo anche una televisione privata, deve dare voce a tutti”, ha sottolineato il cardinale Camillo Ruini, presidente del Progetto culturale della Cei.
     Naturalmente Fazio ha avuto la solidarietà di quanti, come lui, ritengono di essere portatori della verità, affermata facendo tacere gli altri, quelli che non sono sulla stessa lunghezza d’onda. Così il presidente della Federazione della sinistra Oliviero Diliberto. Sono i “faziosi”, cioè i seguaci di Fazio, ma anche, colo che sostengono “con intransigenza, senza obiettività il proprio partito o le proprie tesi”, Ovvero di persona settaria, intransigente” , come si legge nel Sabatini Coletti.
     Eppure Fazio osa citare la Costituzione della Repubblica Italiana che all’art. 21, primo comma, solennemente afferma che “tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione”. Che non significa che ognuno si può fare la propria televisione perché la RAI, che si regge sul canone corrisposto dai contribuenti, ha il dovere di rappresentare la massima espressione della libertà d’informazione mettendo a confronto le opinioni che si manifestano su un certo argomento.
     Questo, evidentemente, non è nel DNA di Fazio che si ispira al “pensiero unico” di una parte politica che è stata definitivamente sconfitta dalla storia. Ma lui non se ne è ancora accorto.
28 novembre 2010

Era stato destinato all’Autorità per l’energia
Catricalà vuole restare all’Antitrust
di Gianni Torre

     Destinato all’Autorità dell’energia Antonio Catricalà non desidera lasciare la presidenza dell’Antitrust. Così ha scritto al Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi per comunicargli la sua decisione di restare all’Antitrust. Lo comunica lo stesso Catricalà in una nota. “Ho scritto al presidente del Consiglio Berlusconi per comunicargli la mia decisione di rimanere all’Antitrust. Sono un uomo delle istituzioni e non voglio consentire che l’ Autorità che presiedo e l’Autorità dell’Energia siano paralizzate da veti incrociati che pur non riguardano la mia persona”.
     Cosa c’è dietro questa decisione?
     Catricalà, Presidente di sezione del Consiglio di Stato, già magistrato ordinario e poi avvocato dello Stato, è uno dei più importanti  grand commis dello Stato. Più volte Capo di gabinetto, alla Ricerca scientifica, alla funzione pubblica, è stato Segretario generale dell’Autorità per le comunicazioni e poi alla Presidenza del Consiglio dal 2001, nel Governo Berlusconi.
     Giurista di valore, una passione per il Diritto civile che ha insegnato a lungo, Catricalà è stato chiamato a presiedere l’Autorità per la concorrenza del mercato, un incarico di grande responsabilità nella prospettiva delle regole europee della concorrenza.
     Nel rinnovo delle presidenze delle Autorità indipendenti sembrava destinato alla Consob, lasciata da Lamberto Cardia passato a Ferrovie dello Stato. Invece è stato assegnato all’Autorità dell’energia che sembra non abbia gradito. Nelle scelte avrebbe prevalso la richiesta di Tremonti che ha voluto alla Consob Giuseppe Vegas, viceministro all’economia. Catricalà era sponsorizzato da Gianni Letta che ne ha grande stima da quando lo ha avuto Segretario generale della Presidenza del Consiglio. Ma il Sottosegretario negli ultimi tempi sembra aver perso terreno nei confronti del Ministro dell’economia e delle finanze. Da tempo Palazzo Chigi soffre dell’iniziativa dell’inquilino del Palazzo delle Finanze che da via XX Settembre domina la legislazione che conta, quella a contenuto finanziario, essenziale nell’attuale condizione dell’economia interna ed internazionale.
     Si diceva che Catricalà fosse stato accontentato indirettamente dalla nomina del suo pupillo, Paolo Troiano, Consigliere di Stato, vicino all’Opus Dei, alla Consob. Evidentemente quella nomina non è stata sufficiente per far digerire a Catricalà l’incarico “minore” che gli è stato assegnato, anche se l’Autorità per l’energia in prospettiva è destinata ad un ruolo rilevante, tenuto conto delle vicende dei costi energetici nella realtà difficile delle relazioni internazionali tra paesi produttori di gas, Russia, Libia, Quatar, e quanti ne hanno bisogno per le famiglie e le imprese. Per non parlare delle questioni attinenti alle centrali nucleari ed al petrolio.
     Catricalà, uomo delle istituzioni, ha percepito odore di bruciato intorno al giro delle presidenze delle autorità. Così ha deciso di restare al suo posto a garanzia della libertà di concorrenza e della trasparenza in un mercato sempre più drogato dalle sofisticazioni dei paesi “emergenti”.
27 novembre 2010

Complotti, complottardi e mariuoli
di Salvatore Sfrecola

     Dietro un’inchiesta giornalistica o della magistratura che tocchi personalità della politica o della finanza, per alcuni, c’è sempre un “complotto”, una manovra per destabilizzare, per colpire alcuni interessi a favore di altri.
     Non è mai da escludere, per le campagne dei giornali e delle televisioni, ovviamente, organi d’informazione che hanno alle spalle forze politiche e potentati economici spesso internazionali. Non per la magistratura che opera sulla base di notizie di reato che abbiano la caratteristica di una concreta e specifica notizia di illecito penalmente rilevante.
     Fatta questa premessa metodologica, la denuncia del complotto per l’enfatizzazione massmediatica di una inchiesta giudiziaria che riguarda ENAV, l’Ente nazionale di assistenza al volo, e SELEX, importante industria di Finmeccanica, richiede qualche ulteriore messa a fuoco. Anche perché nelle scorse settimane hanno fatto parlare di se a livello internazionale i crolli di Pompei e Gela e la monnezza che invade le strade di Napoli.
     Tutti a parlare ed a scrivere di queste cose ad ogni latitudine,  per cui l’Italia sembra nel mirino di chi vuole screditare il Paese e danneggiare la sua immagine di luogo privilegiato del turismo internazionale, magari per favorire una diversa localizzazione di flussi di viaggiatori.
     Intanto i dubbi sulla correttezza degli amministratori di importanti imprese italiane che si sono conquistate spazi significativi nel mondo intero a livello di forniture di beni (SELEX) e servizi (ENAV) possono provocare ripercussioni in relazione ad importanti trattative internazionali. E questo è sicuramente un gravissimo danno per quelle imprese e per il Paese.
     È veramente un complotto di chi vuole il male dell’Italia e persegue interessi di parte, personali o di gruppi politici o finanziari?
     Non è mai da escludere, ovviamente, che qualcuno interessato, avendone la possibilità per la disponibilità di mezzi d’informazione, cavalchi lo scandalo vero o presunto (siamo nella fase delle indagini) per danneggiare l’Italia e le sue imprese. Ma potrebbe anche essere una faida interna a muovere certe denunce. Si parla da tempo della possibile successione del Presidente di Finmeccanica, Guarguaglini, in vista della scadenza del mandato, mentre il neo presidente di ENAV Martini è vicino a Gianfranco Fini e l’Amministratore delegato, Guido Pugliesi, è persona legata al Presidente dell’UDC, Casini.
     Si potrebbe, dunque, ipotizzare una guerra per bande che tenda, da un lato, a condizionare la successione al Presidente di Finmeccanica, dall’altro a colpire i leader di Futuro e Libertà e dell’Unione di Centro che tengono in scacco il Governo Berlusconi, perché ne condizionano la maggioranza in Parlamento (Fini) e prospettano una nuova geografia dell’esecutivo (Casini).
     Complotto interno o internazionale, dunque, al quale sembrano credere, in varia misura e con diverse sfumature, sia il Presidente del Consiglio Berlusconi che il Ministro degli esteri Frattini, alla vigilia delle preannunciate “rivelazioni” di Wikileaks che riguarderebbero anche le relazioni tra Italia e Stati Uniti. Non c’è dubbio che il Paese rischia di subire danni ai quali, se si aggiungono quelli all’immagine negativa (il Presidente Napolitano ha parlato giustamente di vergogna) dei crolli di Pompei e Gela e della monnezza a Napoli e dintorni, non è facile porre rimedio.
     Tuttavia non basta gridare al complotto. Anzi non è giusto e, forse, non è vero immaginare un “grande fratello” a caccia di scoop anti italiani per godere di ipotetici o effettivi vantaggi.
     L’enfasi che denuncia scandali nasce da fatti obiettivi, la disattenzione per i beni culturali e la loro manutenzione e la mancata organizzazione del sistema di trasporto e smaltimento dei rifiuti solidi nel napoletano. Mentre per le indagini giudiziarie è buona regola attendere gli esiti dell’inchiesta che ci auguriamo, come cittadini, restituisca l’onore agli indagati. Se questo non fosse, c’è poco da evocare complotti, perché la colpa del danno sarebbe da addebitare tutta intera ai responsabili dei fatti, a chi non ha saputo, pur con scarse risorse, gestire al meglio la manutenzione dei beni culturali in aree di particolare interesse per il Paese e gestire nel rispetto delle leggi del mercato e tributarie importanti imprese del Paese.
     Nel senso che i complottardi hanno agito nell’interesse personale, politico o finanziario, forse in modo scorretto. Ma non è questione da censurare sul piano morale. Hanno avuto un’occasione e l’hanno sfruttata. Quel che non è ammissibile è che alcuni siano venuti meno a propri personali doveri professionali ed istituzionali danneggiando le imprese affidate alle loro cure e l’intero Paese. Un danno che se fosse accertato dovrebbe essere sanzionato in sede penale di responsabilità amministrativa (Corte dei conti) per il danno cagionato all’Italia ed alla sua immagine.
      Vorremmo che ragionassero così il Presidente Berlusconi ed il Miniostro Frattini. Gridare al complotto è un po’ì come ululare alla Luna, inutile e, molto probabilmente, dannoso.
     “C’è una strategia per colpire l’Italia e la sua immagine internazionale”, ha detto il Ministro degli Esteri. Che poi si è corretto: “non c’è nessun complotto contro di noi, ma elementi preoccupanti che sono la combinazione di informazioni inesatte, di enfatizzazioni mediatiche, di fattori negativi per l’Italia”.
     È vero, gli errori sono a monte, nella politica dei beni culturali e nella gestione della raccolta e smaltimento dei rifiuti. Per quanto riguarda ENAV SELEX la magistratura chiuda rapidamente l’indagine perché vogliamo sapere se, come ci auguriamo, gli amministratori sono innocenti o se hanno determinato un danno indiretto non facilmente sanabile alle loro imprese ed all’economia italiana.
     In questo deprecabile caso la punizione restituirebbe all’Italia e alle sue imprese quel prestigio che oggi è messo indiscussione.
     Che qualcuno commetta dei reati è sempre possibile, ovunque nel mondo. Ma è la loro punizione, in tempi ragionevolmente brevi, a dimostrare che uno stato è “di diritto”.
27 novembre 2010-11-27

Anche Casini possibilista
Torneremo a votare turandoci il naso?
di Senator

     “Se vogliono cambiare ci siederemo al tavolo ma ci aspettiamo fatti”. Pier Ferdinando Casini, parlando all’Assemblea nazionale dell’UDC. offre la sua disponibilità ad un governo che porti avanti una politica per il Paese, un esecutivo di responsabilità, come è stato detto in questi giorni. “Non possiamo consentirci – ha detto ancora Casini – di stare in riva al fiume perché il cadavere che vedremo passare non è quello di Berlusconi ma quello del Paese”. Il leader dell’Udc ha spiegato che nel partito: “Non abbiamo fretta di andare a governare: se siamo stati all’opposizione per due anni è perché non condividiamo la politica degli spot”. Secondo Casini serve “un governo di armistizio, di responsabilità e di solidarietà nazionale. Per tre-quattro anni bisognerebbe non pensare a chi vince le elezioni ma governare facendo anche scelte impopolari”.
     “Chi ci aveva detto che la soluzione era il bipolarismo e poi addirittura il bipartitismo – ha detto il leader centrista – è stato smentito dai fatti”. Ha ribadito la necessità di cambiare la legge elettorale perché “questo meccanismo politico e istituzionale non sta in piedi”.
     I temi trattati dal leader dell’UDC sono stati  vari, dal federalismo (“quando un ministro ci spiega di non essere in grado di quantificare i costi del federalismo, vuol dire che non stiamo parlando di nulla”) al Meridione spiegando che “se la classe dirigente del sud vuole essere credibile deve fare autocritica sugli episodi che hanno corrotto alcuni politici meridionali e umiliato i cittadini”. e fa l’esempio di Napoli dove “una classe dirigente che non è stata capace di imporre la raccolta differenziata e gli impianti va mandata a casa, che sia di destra, di sinistra o di centro”.
     Quale, dunque, lo scenario che Casini ha avuto di fronte nel suo discorso. Evidentemente non un terzo polo o l’alleanza con il Partito democratico. La convinzione che nonostante tutti gli errori e le insufficienze la coalizione guidata da Berlusconi riuscirebbe ancora a vincere perché gli italiani comunque non vogliono al governo comunisti o postcomunisti, per cui torneranno a votare il Centrodestra turandosi il naso, secondo la nota espressione di Indro Montanelli che la riferiva alla Democrazia Cristiana. Immaginiamo un po’!
     Vedremo nei prossimi giorni. Ogni scenario è possibile.
22 novembre 2010

A proposito di una Messa per l’inaugurazione dell’anno accademico
Laicità delle istituzioni e intolleranza dei “laici”
di Salvatore Sfrecola

     Dalla Segreteria del Rettore giunge una comunicazione agli studenti, una mail che li informa di una Messa celebrata dal Vescovo Ausiliare di Firenze in occasione dell’inaugurazione dell’anno accademico. E scoppia la polemica. Sarebbe stata una mossa “irrispettosa”, secondo Mauro Romanelli, Consigliere regionale de La Sinistra-Verdi, mentre gli Studenti “di sinistra” parlano di un “totale spregio al principio di laicità dello Stato”.
     Naturalmente nel coro laicista non poteva mancare la solita Margherita Hack, l’astrofisica fiorentina presenza fissa sulla barricata degli intolleranti. Agnostica, la Hack ritiene la mail “una cosa totalmente assurda. E io che credevo che il peggio lo avessimo già toccato quando la Sapienza decise di invitare il Papa a parlare all’università”.
     Una affermazione che qualifica da sola la “tolleranza” della quale sono capaci certi intellettuali che dicono di credere nel confronto delle idee, nella pluralità delle espressioni culturali nel nostro Paese.
     La celebrazione di una funzione religiosa in occasione dell’apertura dell’anno accademico non è una novità. Come in occasione dell’inaugurazione dell’anno giudiziario della Corte di Cassazione ad iniziativa dell’Unione Giuristi Cattolici Italiani.
     Si tratta sempre di iniziative private, di associazioni, come nel caso dell’Unione Giuristi per la Cassazione, o della Curia, a Firenze.
     Stavolta il Rettorato ha inviato una mail del seguente tenore: “In occasione della cerimonia d’inaugurazione dell’anno accademico 2010-2011 dell’università degli studi di Firenze, sua eccellenza monsignor Claudio Maniago, vescovo ausiliare di Firenze, celebrerà la S. Messa per gli universitari venerdì 3 dicembre 2010 alle ore 9 presso il Battistero. Alla S. Messa sono invitati tutti i dipendenti e gli studenti dell’università di Firenze”. Chiunque, ovviamente, “è libero di partecipare alla Messa o di cestinare la mail”, hanno spiegato dall’Ateneo fiorentino:
    Dov’è lo scandalo? Sta certamente nell’intolleranza di chi non ha perso l’occasione per dimostrare assoluta mancanza di rispetto per le idee altrui.
     Il principio di “laicità dello Stato”, cui hanno fatto riferimento polemicamente gli studenti “di sinistra” significa che l’autorità pubblica non assume iniziative religiose (di nessuna religione) ma non esclude che il Rettore di una università, che ha ricevuto un invito, lo inoltri ai suoi studenti, come avrebbe certamente fatto per una iniziativa culturale che la sinistra dovesse adottare.
     Questa è cultura del confronto. Capito Signora Hack?
21 novembre 2010

Politica e religione
Quando le chiese tornano a riempirsi
di Salvatore Sfrecola

     Chiunque ha occasione di soffermarsi in una chiesa avrà notato che, da qualche tempo, è sensibilmente aumentato il numero dei fedeli che partecipano alla liturgia eucaristica o semplicemente si soffermano per una preghiera, soprattutto la mattina, prima di andare in ufficio o a scuola. La “novità”, infatti, è data da una presenza rilevante di giovani.
     Per tutti il medesimo desiderio di una pausa di spiritualità prima del lavoro o dello studio, una sosta rasserenante in un ambiente nel quale il credente da sempre sente forte la presenza del divino.
     Il fenomeno, sul quale molti si stanno interrogando, che potrebbe sembrare naturale in un Paese che, al di là dell’effettiva e convinta pratica religiosa, mantiene comunque un collegamento con le radici cristiane di questo popolo. Nella consapevolezza che lo stesso ambiente architettonico e artistico, è caratterizzato dalla presenza di luoghi di culto di straordinaria bellezza, espressione dell’arte che nei secoli si è sviluppata alla ricerca del modo migliore per rendere omaggio alla divinità, con le chiese arricchite di opere pittoriche e scultoree che costituiscono la migliore espressione del genio italico.
     Ebbene il fenomeno del ritorno al sacro, che oggi osserviamo, ha una sua ragione e richiama momenti della storia nei quali l’uomo si è rifugiato nella religione e nelle pratiche devote, anche in quelle minimali di una visita di pochi minuti all’inizio della giornata, per rasserenare l’animo di fronte alle difficoltà della vita di tutti i giorni, agli stress da lavoro e da traffico, soprattutto nelle grandi città. Ma è anche vero che l’attenzione verso la Chiesa storicamente coincide con le crisi delle istituzioni pubbliche e, via via, con la disaffezione nei confronti del potere politico.
     Cominciò all’indomani della caduta dell’Impero romano, quando la dissoluzione delle istituzioni civili che costituivano il tessuto connettivo della società fece riscoprire la profonda spiritualità di popolazioni che avevano retto il mondo. Crolla l’Impero ed i cittadini si rifugiano nel culto, sia nella tradizionale religione dei padri, sia nel cristianesimo che si va strutturando secondo l’assetto territoriale che fino ad allora aveva caratterizzato la res publica. Nello sfacelo che accompagna la dissoluzione del più grande e potente impero del mondo la nuova religione assume le forme organizzative dell’Impero universale (infatti la religione cristiana assume la definizione di cattolica, ossia universale) mentre la crisi della politica fa riscoprire i valori spirituali, legati alla religione, elaborati dal pensiero storico filosofico romano.
     Ed oggi è la crisi della politica, in una società nella quale l’uguaglianza è solo un dato formale smentito dalla precarietà del lavoro e dalle varie forme di cooptazione attraverso le quali vengono assunti i dipendenti nella galassia delle società pubbliche o parapubbliche, laddove decidono le lobby politiche con criteri che spesso trascurano il valore professionale del singolo.
     E poi nella società nella quale è stata ritenuta una conquista ed un progresso la caduta delle ideologie, l’affermazione che sfumano le differenze di opinioni dei vari protagonisti della vita politica priva gli italiani di indici di riferimento di valori, a cominciare da quelli della lealtà e della giustizia, dell’imparzialità dell’autorità pubblica, che pure sarebbe tenuta a conformarvisi per dettato costituzionale (art. 97).
     Accade, dunque, che molti sentano la necessità di una riflessione interiore, di un distacco dal contingente, per affrontare con rinnovato impegno e serenità le traversie di ogni giorno. Così la presenza nelle chiese restituisce alla gente quella serenità che consente di recuperare energie morali per affrontare le difficoltà che si frappongono sul lavoro, lo studio, la vita di relazione.
     Si vuotano le sezioni ed i circoli e si riempiono le chiese perché la gente sente che dinanzi alla divinità siamo tutti uguali che, per dirla col Manzoni, “il Dio che atterra e suscita, che affanna e che consola” è un interlocutore assai più affidabile del politico che promette spesso sapendo di non poter mantenere.
     La riscoperta del sacro è, in fin dei conti, la riscoperta della propria intimità, di quella condizione per cui un colloquio anche semplicissimo con la divinità non richiede mediazione di interessi, nella certezza che non mancherà l’ascolto.
19 novembre 2010

GianTentenna, ovvero la ritirata di Fini
che invita Berlusconi ad essere “responsabile”
di Senator

     A Perugia (anzi a Bastia Umbra) era stato perentorio: Berlusconi si deve dimettere, al più per formare un nuovo governo con un programma aggiornato che interpreti più adeguatamente il risultato elettorale del 2008. Senza escludere la possibilità della individuazione di una maggioranza diversa e più ampia, magari estesa all’UDC.
     Alla reazione del Cavaliere, determinato a non mollare, Gianfranco Fini non appare più così sicuro di voler buttare all’aria il tavolo e di correre alle urne. Lo aveva fatto capire già nei giorni scorsi con la decisione di non votare la sfiducia al Ministro Bondi per il crollo di Pompei, ma soprattutto per la fallimentare gestione della cultura di cui si èp detto molto ieri sera ad AnnoZero, e lo ha reso esplicito ieri nel video nel quale ha invitato il Presidente del Consiglio a dare dimostrazione del suo senso di responsabilità, in pratica ad andare avanti nell’esperienza di governo.
     L’uscita del leader di Futuro e Libertà avrà certamente dai suoi una possibile diversa lettura. Fini, diranno, non teme le urne ma segue Napolitano che ha invitato a congelare la crisi in attesa dell’approvazione della legge di stabilità, come adesso si chiama la legge finanziaria, lo strumento necessario per adeguare il bilancio di previsione dello Stato per il 2011 alle esigenze della programmazione nel breve periodo.
     In realtà i sondaggi che girano per le redazioni dei giornali dicono che Fli stenta a consolidare una dignitosa percentuale di consensi tale da farlo contare nel futuro Parlamento.
     Siamo sempre appena sopra quel misero cinque per cento già indicato da tutti gli osservatori politici alla vigilia del “discorso del predellino”, quando  Berlusconi preannunciò la nascita del Popolo della Libertà per andare oltre Forza Italia, l’iniziativa che Fini aveva imprudentemente accolto con una “siamo alle comiche finali”, per poi salire precipitosamente a bordo del nuovo tram, cedendo partito e consensi.
     Purtroppo per l’Italia e per il Centrodestra oggi a Berlusconi non c’è alternativa. Fini si deve essere reso conto che rimarrebbe inevitabilmente in mezzo al guado, sia se il Cavaliere vincesse alla grande, ipotesi da non escludere, considerata l’ostilità dell’elettorato moderato per la sinistra, sia che il voto ci consegni un risultato “alla Prodi”, con una maggioranza risicata, qualunque ne sia il segno.
     L’ex leader dell’ex Alleanza Nazionale, che ha svenduto valori tradizionali della Destra italiana, Dio, Patria, Famiglia, così privandosi di molti consensi, si deve essere reso conto che il neonato partito, futurista o futuribile, è nato gracile e non dimostra di essere in grado di crescere, per troppa confusione ideologica visibilmente attestata agli occhi del popolo di centrodestra dalla preponderante presenza di Benedetto Della Vedova, radicale di lungo corso, l’ideologo della svolta laicista ed anticlericale di Gianfranco Fini.
     Amen.
19 novembre 2010

Com’era diversa la Democrazia Cristiana!
La solitudine del Cavaliere e del Pdl
di Salvatore Sfrecola

    Non è dubbio che la situazione politica denunci, nell’imminenza di una crisi di governo ormai inevitabile, anche l’inadeguatezza dell’azione parlamentare del partito denominato Popolo della Libertà. Lo ha detto a chiare lettere lo stesso Silvio Berlusconi quando, per difendere l’operato del governo ed i successi che ne rivendica, ha affermato che le critiche degli italiani non sono, in realtà, riferite all’esecutivo ma al partito.
     La crisi, dunque, è certificata dallo stesso leader indiscusso del partito e del governo ed è crisi della conduzione politica, considerata la consistenza numerica della maggioranza che non ha consentito, nel biennio dell’attuale legislatura, di evitare un continuo ricorso ai decreti legge sistematicamente convertiti con maxiemendamenti, come ha osservato oggi Paolo de Joanna, Consigliere di Stato e noto studioso di bilancio, nella relazione tenuta al Convegno su Legge di bilancio e finanza pubblica in corso nell’aula delle Sezioni Riunite della Corte dei conti per iniziativa del Seminario di formazione permanente della Corte dei conti.
     Crisi della conduzione politica la cui responsabilità indubbiamente è del Cavaliere. Suoi sono gli uomini del governo, sua la teoria, enunciata alla vigilia del voto nel 2008,  che gli sarebbero bastati trenta deputati e sanatori bravi perché gli altri li avrebbero seguiti. Non è stato così, perché una schiera modesta di deputati e senatori è alla base dell’incerto incedere dei Gruppi parlamentari, tra l’altro stressati dal condizionamento continuo dei problemi giudiziari del Cavaliere che hanno piegato a quegli interessi il programma di governo.
     E qui salta agli occhi la diversità tra il Pdl, partito egemone del Centrodestra, e la Democrazia Cristiana, al centro dello schieramento politico moderato e della stessa vita politica italiana per quasi cinquant’anni.
     Laddove oggi emerge la solitudine di Berlusconi la DC ha costantemente avuto, nel corso della sua storia, almeno venti personalità che potevano indifferentemente ricoprire incarichi istituzionali di vertice e governativi, dalla Presidenza della Repubblica alla Presidenza dei due rami del Parlamento alla responsabilità dei più importanti ministeri.
     I Gruppi parlamentari, a loro volta, erano formati da esponenti della classe politica locale già sindaci o presidenti di provincia, assessori, alti dirigenti sindacali. La prassi voleva, inoltre, che un ministro avesse già esercitato funzioni di sottosegretario ed esperienza parlamentare di almeno due legislature.
     Una classe dirigente solida, dunque, eppure la DC non ha resistito al crollo del Muro di Berlino ed allo sdoganamento di parte della sinistra comunista.
     Berlusconi, leader indiscusso del Centrodestra, non ha creato una classe politica, ma ha preferito circondarsi di yes men di scarsa o nessuna cultura istituzionale, quasi sempre privi di esperienza nella gestione della cosa pubblica, anzi spesso pregiudizialmente critici di tutto ciò che è amministrazione, al centro ed in periferia.
     Il Cavaliere, in sostanza, si è fatto male da solo. Da imprenditore ha selezionato collaboratori capaci e fedeli? Avrebbe dovuto farlo in politica. Invece a stendere lo sguardo sul governo c’è da rimanere interdetti a constatare il livello di Ministri e Sottosegretari, una desolazione che si accresce se l’osservazione si sposta sui gruppi parlamentari e sulla dirigenza degli enti regionali e locali. Personaggi pieni di prosopopea, spesso senza esperienza, disinvolti gestori delle risorse pubbliche dei quali sovente si è occupata la magistratura ordinaria (penale) e la Corte dei conti.
     Personaggi scelti con criteri che nulla hanno di politico, a volte selezionati da società di “tagliatori di teste” che della pubblica amministrazione hanno un’idea molto vaga. Scelti perché giovani e, se donne, perché belle, valori che da soli non sorreggono un impegno politico. Infatti, questi due requisiti hanno comportato l’individuazione di persone senza esperienza, facilmente condizionabili, che debbono tutto al Capo, senza l’intervento del quale sarebbero rimasti, nella maggior parte dei casi, nell’oscurità dalla quale il Cavaliere li ha tratti.
     Senza guida, senza autonomia, senza un’autonoma capacità politica questa schiera di collaboratori sono la palla al piede del Cavaliere e del Governo.
     Non si critica la giovane età. Ci mancherebbe altro. Napoleone Bonaparte era generale a 26 anni e William Pitt fu Primo Ministro di Sua Maestà Britannica a trentadue. Ma l’età non può essere da sola un titolo di merito per entrare in politica in posizione di responsabilità. Serve l’esperienza che non è conseguenza dell’età, per cui chi è più anziano ha maggiore esperienza. Anche ad un giovane può essere riconosciuta esperienza, perfino grande esperienza, se ha capacità di osservare e di elaborare dati e situazioni e farne un modo di valutare la realtà.
     Poi va considerato che la società è fatta di persone di varia età ed esperienza per cui appare necessario, per un partito che intende rappresentare l’intera società, di affidare incarichi di responsabilità a chi, per età e cultura, possa comprendere i problemi dell’elettorato ed intravederne le aspettative.
     Questo giornale ha scritto ripetutamente che il Cavaliere avrebbe dovuto creare una classe dirigente, di partito e di governo, idonea alla realizzazione di un ambizioso progetto politico come quello di governare il Paese. A volte, invece, si ha l’impressione che il Presidente-Imprenditore abbia obiettivi più limitati, come quello di realizzare alcune personali aspettative, imprenditoriali e giudiziarie. Solo così si può comprendere perché non è stata costruita una squadra adeguata alle esigenze.
18 novembre 2010

Come diciamo da sempre
Tagli sì, ma intelligenti (e Napolitano corregge Gasparri)
di Salvatore Sfrecola

     “Diversamente da quanto affermato dal Sen. Maurizio Gasparri, il Presidente della Repubblica non ha mai sostenuto che “non bisogna fare tagli” alla spesa pubblica partecipando a “questo esercizio”. Parlando a Padova giovedì all’assemblea CUAMM (“Medici con l’Africa”), nella quale era stato denunciato il mancato rispetto da parte dell’Italia di impegni assunti per l’aiuto allo sviluppo, il Presidente Napolitano ha rilevato – come risulta dal testo del suo intervento – che “ormai c’è un vuoto di riflessione e di confronto sulla questione cruciale: quella delle scelte da compiere e delle priorità da osservare nella destinazione delle risorse pubbliche”. Quello del Capo dello Stato è stato precisamente un invito – in termini generali e senza entrare nel merito della legge finanziaria in discussione in Parlamento – a un’assunzione di responsabilità nel fare delle scelte e stabilire delle priorità, fermo restando che di fronte a una rischiosa situazione finanziaria come quella attuale sul piano internazionale si deve rispondere con “un contenimento della spesa pubblica”.
     Nel comunicato del Quirinale sta la risposta del Capo dello Stato ad una grossolana interpretazione delle considerazioni che Giorgio Napolitano aveva fatto quasi a commento dello sfacelo del territorio veneto dopo le piogge torrenziali dei giorni scorsi. Il Presidente aveva già in precedenza rilevato che molti dei disastri “naturali” sono, in realtà  conseguenza dell’incuria dell’uomo, in particolare della mancanza di prevenzione.
     E venendo a parlare dei “tagli”, come risulta dalla sua precisazione il Capo dello Stato aveva detto con molta chiarezza che occorre stabilire le priorità sulle quali intervenire.
     Lo andiamo dicendo da anni. Un contenimento della spesa pubblica che non mortifichi le amministrazioni e non impedisca il perseguimento  degli obiettivi importanti che corrispondono alle politiche pubbliche di maggiore interesse passa attraverso il taglio degli sprechi e la riqualificazione della spesa. Cosa che oggi non avviene.
     Evidentemente il Ministro Tremonti non ha la capacità politica e dialettica di definire con i Ministri la verifica delle priorità e le necessità effettive alle quali l’Amministrazione non può rinunciare. Ed i suoi tecnici non sono in grado di identificare, con i tecnici dei Ministeri, le aree degli sprechi o le scelte da rinviare.
     Attenzione la Ragioneria generale, cui competono le scelte, ha funzionari di elevatissima professionale, a cominciare dal Ragioniere Generale Mario Canzio, così come i ministeri hanno in tutti i settori tecnici capaci di identificare prirità e sprechi.
     Se la selezione delle spese non avviene ciò è evidentemente dovuto a scelte politiche, alla difficoltà di ridurre a ragione i Ministri e riqualificare con loro la spesa nei singoli comparti.
     E’ così che Tremonti ricorre ai tagli “lineari”, tot per cento in meno per tutti. Manovra grezza e ingiusta che non reca danni ad alcuni e riduce sul lastrico alcuni enti che pure sono il fiore all’occhiello del nostro Paese.
     Ma così non si può andare avanti. I tagli lineari li può fare anche un computer. Per fare il MInistro ci vuole senso politico e capacità di dialogare con tutti gli altri responsabili della spesa pubblica.
13 novembre 2010

A Ballarò
Il volto terreo di Bondi
di Senator

     Nell’arena di Ballarò, tra accuse e recriminazioni a tutto campo, tra Rubygate e disastri annunciati, dal Veneto sommerso dalle acque e Pompei che perde uno dei gioielli dell’antico insediamento romano, protagonisti Bruno Tabacci e Antonio Di Pietro da un lato e Sandro Bondi dall’altro, con Massimo Giannini, Vice direttore di Repubblica, e Mario Sechi, Direttore de Il Tempo, più che l’argomentare degli intervenuti, mi ha colpito il volto del Ministro per i beni e le attività culturali.
     Terreo, come mai lo avevo visto, una maschera, immobile senza un segnale che manifestasse emozioni. Il volto di chi è consapevole che sta crollando il mito che ha trasformato la sua vita, che gli ha consentito un momento di notorietà e di potere, nel partito e nel governo, un ruolo apprezzato dal Cavaliere, tanto da farne un difensore politico privilegiato nell’arena delle varie trasmissioni, da AnnoZero a Ballarò a Porta a Porta, nelle quali il Premier è protagonista fisso, sia pure virtuale. In quelle circostanze lo ha sempre difeso Bondi con uno zelo che spesso ha fatto sorridere chi, con maggiore distacco, guarda le cose della politica ed osserva le contrapposizioni che la caratterizzano.
     Bondi, il gladiatore del Premier, che non raggiunge il grado di comicità di Capezzone, l’ex radicale convertito che parla come un libro stampato (da altri), che ammicca, che modula la voce spesso in falsetto.
     Anche Bondi è un convertito. Ex comunista, della originaria fede politica mantiene l’intolleranza e l’aggressività. E come il Cavaliere non arrossisce quando afferma cose evidentemente destituite da ogni fondamento, convinto, come il suo capo, che l’affermazione perentoria comunque lascia un segno negli ascoltatori. Poi si vedrà.
     È stato il metodo che ha consentito a Silvio Berlusconi di mantenere un alto indice di gradimento nella gente. Le sue affermazioni sull’essere il più grande Presidente del Consiglio dall’Unità d’Italia e comunque quello che ha il maggior indice di gradimento nell’Europa occidentale sono all’evidenza una balla colossale. Nessuno smentisce, ovviamente. Cavour è morto da tempo, così Giolitti, Mussolini, De Gasperi e tutti gli altri che hanno segnato la storia del Paese.
     La gente con un minimo di capacità critica sorride a tanta enormità. Eppure c’è chi crede che effettivamente Berlusconi sia un uomo di Stato. Che non sia entrato in politica per risolvere i propri guai finanziari e giudiziari, ma per un desideri di fare del bene ai suoi concittadini.
     Quanto, poi, alla sua popolarità rispetto agli altri Premier europei nessuno, ovviamente, smentisce, tutti sorridono a quella che può sembrare una guasconata. Il fatto è che certe boutade nascondono la mentalità del Premier, le cui iniziative ripetutamente Gianfranco Fini ha commentato con una frase lapidaria “senso dello Stato Zero”. Come, del resto Bossi, e molti altri protagonisti della politica in questa repubblica che tanto somiglia a certi stati sudamericani dove a lungo ha governato la casta dei proprietari terrieri.
     Bondi terreo, accerchiato, che capisce che il suo capo è, per molti versi, indifendibile. Non per le sue avventurette serali o notturne, che peraltro pongono un serio, evidente problema di sicurezza della istituzione governo, ma per la incapacità conclamata di gestire la cosa pubblica. Certificata nel Veneto ed a Pompei. È mancata la prevenzione, quell’attività che non appare e pertanto è disdegnata dai politici che vogliono riscontri immediati, pubblicità a tutto quel che fanno. Politici, meglio politicanti, quando l’Italia avrebbe bisogno di uomini delle istituzioni.
11 novembre 2010

Fini senza. . .  “Avvenire”?
di Salvatore Sfrecola

     La Chiesa aveva scommesso su Fini. È il titolo di un capitolo del mio libro “Un’occasione mancata” (Nuove Idee editore, Roma, 2006, pagina 92), una frase di Arturo Celletti, giornalista di Avvenire, una constatazione immediata dopo il “NO” di Fini ad uno dei quesiti referendari sulla legge sulla procreazione assistita. Poteva votare in silenzio, ha voluto enfatizzare la sua scelta mettendo in difficoltà molti di AN di fede cattolica, come Gustavo Selva che ricordo di aver incontrato, profondamente avvilito, mentre andava ad incontrare Fini,
      Una delusione, quella che l’ex leader di Alleanza Nazionale ha provocato nel mondo cattolico che aveva avuto fiducia in un leader e in un partito, nazionale, erede della tradizione moderata, radicato sul territorio, più affidabile di Berlusconi e forse anche dello stesso Casini. Un’attenzione che Fini aveva ricambiato, curando ogni occasione per assicurare la sua presenza in occasione di rilievo, con Giovanni Paolo II a Frosinone, nel 2001, con Angelo Sodano, Segretario di Stato, e Mario Francesco Pompedda, ad Assisi sulle orme di San Francesco e ovunque fosse possibile coltivare un utile rapporto con il mondo ecclesiastico.
     Forse che Parigi non val più bene una Messa? Per riprendere una frase famosa di Enrico IV di Borbone, che abiurò la fede calvinista per abbracciare quella cattolica.
     Poi la svolta laicista di Fini, radicaloide, decisamente anticlericale che gli fa abbandonare l’iniziativa del disegno di legge sullo Statuto dei diritti della famiglia che pure aveva voluto per affrontare i nodi principali, economici e sociali, che preoccupano le famiglie italiane, d’intesa con le associazioni familiari, tutte presenti nell’apposita Commissione di studio che si era riunita per oltre due anni al terzo piano di Palazzo Chigi. Un progetto che avrebbe consentito di mobilitare ampi settori del mondo cattolico e vincere le elezioni del 2006, perse per soli ventiquattromila voti.
     Non solo Fini non ha voluto più presentare il disegno di legge, neanche alla vigilia della fine della legislatura. Non ha neppure consentito a Buttiglione di farlo, come mi ha rivelato lo stesso Presidente dell’UDC.
     Non finisce la politica laicista di Fini, convinto di dover rappresentare l’Italia anticlericale, distante da quel cattolicesimo “onde Cristo è romano” (Dante). E così chiede aiuto a Benedetto Della Vedova, radicale, garbato nella forma, intollerante nella realtà, incaricato di rappresentare Futuro e Libertà nei dibattiti parlamentari ed in alcune trasmissioni televisive.
     Fini continua a Bastia Umbra a calcare la mano in quello che Avvenire qualifica “Un rischioso futurismo familiare”. Ci pensa Marco Tarquinio, il direttore del giornale dei Vescovi,  ad andare giù duro, in risposta ad un lettore che aveva richiamato in modo critico un passaggio dal discorso di Fini a Bastia Umbra: “…Bianchi e neri; cattolici, ebrei e musulmani; uomini e donne; eterosessuali ed omosessuali; italiani e stranieri: qualsiasi persona, la persona umana, senza distinzioni e discriminazioni, deve essere al centro dell’azione della politica e avere la tutela dei propri diritti…”. Per continuare aumentando la dose: “…In Italia dobbiamo colmare il divario e allinearci agli standard europei sulla tutela tra le famiglie di fatto e quelle tradizionali…”. Infine: “… Non c’è in nessuna parte dell’Europa, e lo dico a ragion veduta, un movimento politico come il Pdl che sui diritti civili sia così arretrato…”.
     Tarquinio comprende l'”amara ironia” del lettore e ne condivide la “profonda perplessità”. “Il “partito moderno” anzi “futurista” di Gianfranco Fini – scrive Tarquinio -, ultima evoluzione della destra post-fascista faticosamente nata dalle ceneri del Msi¬Dn, sta rivelando di portare nel suo Dna qualcosa di strutturalmente e – per quanto ci riguarda – di inaccettabilmente vecchio: la pretesa radicaleggiante di dividere il mondo in buoni e cattivi, in arretrati e progrediti culturalmente, sulla base di una premessa e di un pregiudizio ideologico. Il ronzio di fondo che accompagna le dichiarazioni del leader ricorda, poi, le sicumere dell’anticlericalismo proprio, con le sue ambizioni e le sue miserie, di una certa Italia liberale in tutto e con tutti tranne che nei confronti dei cattolici”. “Un retorico elogio della confusione, all’insegna del più piacione dei relativismi”.
     A Tarquinio, “nonostante l’ostentato (e sarkoziano) richiamo all’idea di una “laicità positiva”, “spiace constatare che il primo a fare le spese lessicali e programmatiche del riproporsi di un Fini-pensiero purtroppo già noto sia stato l’istituto della famiglia costituzionalmente definita (articolo 29), cioè quella unita regolarmente in matrimonio e composta da un uomo e una donna e dai figli che hanno messo al mondo o accolto in adozione. Il neoleader di Fli e attuale Presidente della Camera si mostra, insomma, pronto a ridurre la “famiglia tradizionale” a una possibilità, a una mera variabile in un catalogo di desideri codificati, manco a dirlo, secondo gli “standard europei””.
     Si potrebbe dire che Fini non è un ipocrita come Enrico IV. Si scopre anticlericale e anticattolico, un po’ mangiapreti, un po’ radicale. Non lo nasconde e porta avanti questa scelta.
     L’importante è avere le idee chiare. Il Fini che ha tagliato i ponti con l’MSI e con Alleanza Nazionale li taglierà anche con Futuro e Libertà non appena sarà convinto di poter aspirare al Quirinale. Per lui le idee si sostengono quando fa comodo e si abbandonano quando non servono più o, meglio, quando ritiene che non servano più.
     Buon per lui. Il tempo, come lui bripete sempre, è galantuomo.
     Intanto si ritrova senza … Avvenire! Che sia un presagio?
10 novembre 2010

Dopo il discorso a Bastia Umbra
La credibilità di Fini
di Senator

     “Dia un colpo d’ala, salga al Colle, si dimetta ed apra la crisi di governo”. Dal palco della Convention di Futuro e Libertà di Bastia Umbra Gianfranco Fini lancia al Presidente del Consiglio un ultimatum e chiarisce che in caso contrario la delegazione di Fli uscirà dal governo.
     “‘Berlusconi – ha detto il Presidente della Camera – deve mostrare il coraggio politico che ha già dimostrato.. deve?dichiarare che la crisi è aperta di fatto e arrivare a una fase in cui si ridiscuta l’agenda, il programma, si verifichi la natura della coalizione e la composizione del governo”. Perché, sostiene Fini, “Il problema per noi non è il gioco del cerino o di chi stacca la spina, perché è chiaro che se continuiamo con le furbizie e i tatticismi la spina la staccheranno gli italiani che sono stanchi di un governo che non governa”.
     Fini rivendica il ruolo “politicamente determinante per le sorti del governo e ancor di più per l’avvenire della nostra Patria” di Futuro e Libertà, un movimento che “aveva nostalgia di una politica diversa, pulita, fatta nel nome di valori e di ideali”. Un movimento che “non è contro il Pdl né contro Berlusconi, ma ha semplicemente un progetto più ambizioso: noi siamo oltre il Pdl e oltre Berlusconi”. “Quella pagina si è chiusa o si sta chiudendo perché non è stata capace di incarnare desideri e progetti. La grande rivoluzione liberale non si è mai realizzata se non in minima parte”.
     E, poi, l’attacco alla Lega, alla sua incapacità di pensare in termini unitari per incarnare quel che c’è di più gretto in aree del Paese di grande civiltà e di raffinata cultura. Una Lega che, secondo Fini, tiene in scacco il Governo. “Non c’é in nessuna parte dell’Europa, e lo dico a ragion veduta – ha detto il Presidente della Camera – un movimento politico come il Pdl che sui diritti civili è così arretrato culturalmente a rimorchio, anche qui, della peggior cultura leghista”. La Lega che, a parere di Fini, controlla il Ministro Tremonti che usa “i fondi Fas come un bancomat”.
     Fini, dunque, si appresta a staccare la spina al Governo. Fini che, cofondatore del Popolo della Libertà, orgogliosamente cofondatore direi, si accorge solo adesso di aver sbagliato, di aver fatto un passo che non avrebbe dovuto fare dopo aver esclamato al discorso del predellino “siamo alle comiche finali”.
     Questo mette in forse la credibilità di Fini che, dopo aver subito dal Cavaliere molteplici limitazioni durante il precedente governo (2001 – 2006) ed aver accettato, o più probabilmente richiesto, la posizione defilata di Presidente della Camera, si è accorto di essere stato messo all’angolo, tanto da sentirsi con l’acqua alla gola, senza più partito, al punto da doverne creare uno nuovo.
     A chi apprezza, e saranno in molti, la presa di posizione di Fini, che fa uscire dall’equivoco un governo che di centrodestra ha poco o niente, l’uomo appare poco affidabile per aver assunto solo oggi posizioni critiche che se lo avessero guidato nei due anni di governo forse sarebbe riuscito a addrizzare la barra dell’esecutivo verso riforme vere, quelle che interessano i cittadini e non solo quella ristretta cerchia di amici del Cavaliere che lo collegano al mondo degli affari.
     Non aveva la possibilità di ottenere risultati con Berlusconi il Fini degli anni passati? È probabile, a causa della estrema modestia dell’entourage politico del Presidente della Camera, già al tempo della sua esperienza di Vicepresidente del Consiglio.
     Strumento della storia, per l’iniziativa di questi giorni che creano grandi difficoltà per Berlusconi, certamente a Fini non si prospettano possibilità di governo. Di un governo Fini avevo parlato nei giorni scorsi con una grado notevole di imprudenza. Non lo vuole neppure lui che non ama assumere responsabilità di governo, la programmazione e la gestione del bilancio.
     Probabilmente spera di andare al Quirinale. Potrebbe riuscirci. Le alchimie delle elezioni presidenziali lasciano sempre spazi all’improvvisazione.  Potrebbe riuscirci. Le alchimie delle elezioni presidenziali lasciano sempre spazi all’improvvisazione. Potrebbe uscirne un voto per Fini se la sua candidatura riuscisse a superare alcune prevedibili contrapposizioni.
     Il Fini che ha mollato Alleanza Nazionale per entrare nel Popolo della Libertà potrebbe scendere anche dal treno di Futuro e Libertà.
     È il Fini che usa gli altri. Secondo copione.
10 novembre 2010

La prova dell’incuria
Pompei: il giorno della vergogna!
di Salvatore Sfrecola

     “Quello che è accaduto a Pompei dobbiamo, tutti, sentirlo come una vergogna per l’Italia”. Sono le parole del Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, alla notizia del crollo che si è verificato nell’area archeologica di Pompei alla Domus gladiatoria. “E chi ha da dare delle spiegazioni – ha aggiunto – non si sottragga al dovere di darle al più presto e senza ipocrisie”.
     Durissimo il Capo dello Stato, giustamente, per la grave trascuratezza denunciata dal crollo della Schola Armaturarum di Pompei, una perdita alla quale non sarà possibile porre rimedio. L’edificio, risalente agli ultimi anni di vita della città romana prima che l’eruzione del Vesuvio la seppellisse, è un’opera di straordinario valore storico documentario.
     La Domus, sulla via principale, dell’Abbondanza, quella maggiormente percorsa dai turisti, in direzione Porta Anfiteatro, era sede di una associazione militare e deposito di armature. L’ampia sala dove si allenavano i gladiatori era chiusa con un cancello di legno. Su una delle pareti apparivano gli incassi che contenevano delle scaffalature con le armature stesse che furono infatti ritrovate nello scavo.
La decorazione dipinta, persa nel crollo, richiamava al carattere militare dell’edificio: trofei di armi, foglie di palma, vittorie alate, candelabri con aquila e globi.
     “Questo ennesimo caso di dissesto – ha osservato Roberto Cecchi, Segretario generale del Ministero per i Beni e le Attività Culturali – ripropone il tema della tutela del patrimonio culturale e quindi della necessità di disporre di risorse adeguate e di provvedere a quella manutenzione ordinaria che non facciamo più da almeno mezzo secolo”. “La cura di un patrimonio delle dimensioni di quello di Pompei – ha aggiunto – e di quello nazionale non lo si può  affidare ad interventi episodici ed eclatanti. La soluzione è la cura quotidiana, come si è iniziato a fare per l’area archeologica centrale di Roma e per la stessa Pompei”.
     “Quanto è accaduto – ha affermato a sua volta – il ministro dei Beni e delle Attività Culturali Sandro Bondi – ripropone la necessità di disporre di risorse adeguate per provvedere a quella manutenzione ordinaria che è necessaria per la tutela e la conservazione dell’immenso patrimonio storico artistico di cui disponiamo”. “Il crollo – conferma il ministro – ha interessato le murature verticali Schola Armaturarum che erano state ricostruite negli anni Cinquanta, mentre parrebbe essersi conservata la parte più bassa, la parte cioè che ospita le decorazioni affrescate, che quindi si ritiene che potrebbero essere recuperate. Allo luce dei primi accertamenti, il dissesto che ha provocato il crollo parrebbe imputabile ad uno smottamento del terrapieno che si trova a ridosso della costruzione per effetto delle abbondanti piogge di questi giorni e del restauro in cemento armato compiuto in passato”.
     L’ex Commissario straordinario, in servizio fino a qualche mese fa, ha aggiunto che il restauro della Schola Armaturarum non era tra le priorità!
     Gli argomenti con i quali si vorrebbe giustificare l’evento, l’indisponibilità di risorse e, quindi, la priorità delle scelte, destano maggiore indignazione dello stesso crollo, che ha già fatto il giro del mondo e campeggia su tutti i maggiori giornali in tutti i continenti. Ci sarebbe da commissariare l’Italia, mi è stato detto questa mattina da una persona indignata per l’evento.
     L’ampia citazione delle presunte “scusanti” del Ministro confermano quanto abbiamo più volte segnalato, da un lato la indisponibilità di fondi adeguati per la manutenzione del nostro patrimonio storico artistico, la ricchezza vera del Paese, e la follia di alcuni interventi di restauro con uso del cemento armato che spesso hanno irrigidito le strutture, laddove dovevano essere mantenute condizioni di flessibilità, al punto da favorirne il successivo crollo. Com’è accaduto ad Assisi, alla cattedrale di San Francesco, dove furono tolte le travi di legno che nei secoli avevano retto ai terremoti con travi di ferro e cemento che avevano appesantito la cupola e irrigidito la struttura sicché il sisma del 1997 ne ha determinato il collasso.
     E’ una vergogna ha detto il Presidente Napolitano, ma nessuno si vergognerà né darà conto del disastro, della perdita del nostro patrimonio storico, la ragione prima del nostro turismo.
     Le vestigia del passato costituiscono la nostra identità, ornano la nostra casa comune, l’abbelliscono e la rendono unica al mondo. Dovrebbero essere il nostro orgoglio di italiani. In più dovremmo renderci conto che le testimonianze del nostro passato, della storia  che nei secoli ha abbellito le contrade d’Italia di palazzi meravigliosi, di monumenti, di chiese che conservano tesori dell’arte e del genio di un popolo che ha prodotto dipinti e sculture in quantità tale che arricchiscono i maggiori musei di tutto il mondo, così facendo conoscere l’Italia e la sua storia a tutte le altitudini, sono il nostro petrolio, spingono a visitare questo Paese milioni di persone, ogni anno, da secoli.
     Quei tesori sono alla base della nostra più importante industria, il turismo, da un indotto incredibile, ma evidentemente non compreso dalla nostra classe politica e nemmeno, va detto, da quella imprenditoriale che non riesce a svolgere opera di supplenza con adeguate iniziative di accoglienza.
     Una classe politica che ha sempre considerato il Ministero per i beni culturali, reso autonomo solo negli anni 70 quando ne fu incaricato della direzione Giovanni Spadolini, un Ministero si “serie B” evidentemente non ha consapevolezza della storia e del suo valore di collante dell’intera comunità nazionale. Ma non ha neppure consapevolezza dell’importanza economica della fruizione di questi beni da parte dei cittadini e di quanti si recano nel nostro Paese per visitare musei, chiese ed aree archeologiche. Altrimenti la politica complessiva del turismo e del commercio favorirebbe la manutenzione dei beni e la loro conservazione e migliore rappresentazione al fine del godimento di quanti si fermano ad ammirare un quadro o una piazza dei quali spesso non è indicata a sufficienza la storia e l’importanza, come accade sempre all’estero. Quella classe politica non ha neppure compreso che è necessario adeguare le infrastrutture ai flussi turistici, che l’Italia, in molte aree di interesse turistico, non ha adeguate strade, alberghi, posti di ristoro, gabinetti. Quella classe politica non si preoccupa di vigilare sul livello dei servizi, sui livelli di accoglienza e sulle tariffe, perché il turista non sia rapinato e torni nel proprio paese dicendo che sì l’Italia è il Paese dell’arte, che il suo passato è glorioso, ma il presente è da cancellare.
     Avremo così ambasciatori del nostro degrado e della nostra inefficienza mentre potremmo esportare in tutto il mondo l’immagine meravigliosa delle nostre bellezze storiche e ambientali in uno con la capacità dei nostri artigiani che producono ceramiche, che tessono sete, che rivestono le signore di abiti di gran classe con accessori che il mondo ci invidia ed imita. Molti torneranno nei loro paesi con il gusto di una ricetta gustosa, con la nostalgia del pesto alla genovese, della pasta alla Norma, dei bucatini all’amatriciana, con in bocca il sapore della bufala campana e magari cercheranno nelle loro città chi vende quei prodotti, i vini e gli spumanti dei quali si favoleggia in tutti i continenti. Ambasciatori del made in Italy, più dell’ICE e di altre iniziative pubbliche.
     Possibile che la nostra classe politica, che pure ha al vertice del governo un imprenditore, non capisce queste elementari realtà e non si impegna al massimo nel rendere l’Italia turisticamente più recettiva con servizi di qualità a costi giusti? Che non comprende che questa è la strada anche per creare nuovi posti di lavoro, tanti negli alberghi, nella gestione delle infrastrutture, nella vigilanza e nella cura dei musei e delle aree archeologiche?
     Una classe politica che è incapace di comprendere tutto questo merita di essere mandata a casa, definitivamente. Purtroppo  in questo settore le cose vanno avanti così da  decenni. E destra e sinistra se la battono nell’inefficienza. Né i privati dimostrano maggiore capacità d’impresa per quanto di competenza di albergatori e commercianti.
     Ma noi speriamo sempre nel futuro. Siamo scesi così in basso che è solo possibile risorgere. Purché non sia troppo tardi, considerata la concorrenza spietata di altri Paesi dove c’è il culto dell’accoglienza, i servizi sono di migliore livello a prezzi più contenuti. Anche perché le rovine romane si possono ammirare ben conservate in Libia, Tunisia,  Egitto e Turchia, paesi che curano le vestigia della loro storia (comprese le opere costruite dai romani). Mentre la Gioconda e tante altri quadri e statue romane e italiane si possono vedere al Louvre!
     Speriamo che qualcuno, al governo, si vergogni, almeno un po’!
7 novembre 2010

L’Italia degli slogan. A Bastia Umbra certificata l’insufficienza del governo
di Salvatore Sfrecola

     Dal palco di Bastia Umbra “il governo del fare” ne è uscito male, malissimo. Criticato da tutti per le insufficienze con riferimento alle mancate riforme dell’Amministrazione, del fisco, del mercato del lavoro e dello sviluppo economico, della scuola.
     Senza pietà, esponenti di Futuro e Libertà, di partito e di governo, hanno rilevato mancate scelte e mancate realizzazioni, sottolineando come dal 1994 ricorrano gli stessi slogan, soprattutto in tema di fisco e famiglie, ma anche di economia e finanza, di occupazione.
     E’ come certificare l’inadeguatezza del governo rispetto alle esigenze del Paese ed alle stesse promesse elettorali, platealmente disattese.
     Forse la cosa più importante in questa vigilia carica di attese che Senator teme vadano deluse è proprio la ripetività con la quale tutti coloro che sono saliti sul palco parlano di problemi aperti, non per correggere o integrare ma perché irrisolti, neppure affrontati se non negli slogan con i quali il Cavaliere da anni imbonisce gli italiani. I quali, come è noto, ancora credono nelle sue promesse. Ma fino a quando? Attenzione agli innamorati delusi. Diventano i peggiori nemici. Oggi da Bastia Umbra si sono sentite pesanti critiche a Silvio Berlusconi ed al suo partito nel quale tutti avevano visto la speranza di una Italia nuova, al passo dei tempi e delle sfide dell’Europa e del Mondo intero.
6 novembre 2010

Saranno ancora deluse le aspettative degli italiani?
In attesa del discorso di Fini a Bastia Umbra
di Senator

     A Perugia, anzi a Bastia Umbra, come a Mirabello, la vigilia si carica di interrogativi. “Che dirà Fini”? E Vittorio Feltri potrebbe ripetere quel che ha detto a Mirabello, “non dirà niente, ma lo dirà benissimo”.
     In effetti è una caratteristica di Gianfranco Fini quella di condire con frasi ad effetto, da quel gran comunicatore che è, discorsi che sembrano dirompenti nei toni, tra richiami ai valori della tradizione e della legalità e rivendicazioni di un impegno a costituire, come ha detto stasera Urso, “non un nuovo partito, ma un partito nuovo” con riferimento all'”Italia migliore”, naturalmente presente nella platea. Il tutto condito con ricorrenti “non c’è ombra di dubbio” e le altre frasi tanto care al leader di Futuro e libertà.
     Attenzione non c’è veramente ombra di dubbio che nella platea a Bastia Umbra ci sono oggi e ci saranno domani persone che credono fermamente nei valori che Bocchino, Urso, Moffa e gli altri dirigenti hanno proclamato dal palco e Fini proclamerà domani. Quando farà sentire la sua voce, esibirà i muscoli, rivendicherà la sua autonomia nell’ambito della maggioranza uscita dalle urne nel 2008, ma non al punto di rompere con Silvio Berlusconi.
     Non potrebbe farlo, non ha ancora una presenza sul territorio tale da sostenere una campagna elettorale, non ha ancora recuperato quella rete di relazioni capace di far intravedere una futura maggioranza di governo.
     Urso ha detto dal palco di Bastia Umbra che è nemico dell’Italia chi vuole elezioni anticipate. Baldassarri gli ha fatto eco sostenendo che la convention non è stata convocata “per staccare la spina”, perché il Popolo della libertà ha tradito il voto degli elettori, sicché è necessario riprendere il sogno del partito liberale, moderno, europeo.
     La contraddizione è evidente. Se il Popolo della libertà ha tradito il voto che gli ha dato la maggioranza in Parlamento, se, come ha detto Giuseppe Valditara, le promesse di Silvio Berlusconi non sono state mantenute, mostrando una leadership debole, inadeguata, è necessario cambiare passo. Se è vero, come indubbiamente è vero che “il berlusconismo ha esaurito la sua forza propulsiva” ne vanno tratte le conseguenze che non possono essere continuare in uno stop and go con il Cavaliere, per logorarlo, nella speranza che rimanga con il cerino in mano.
     La verità è che Fini teme il ricorso al voto. Non è preparato, come ho detto.
     Ma se la situazione politica è quella descritta, se il berlusconismo ha esaurito la sua forza propulsiva, il logoramento non è di Berlusconi ma dell’intero Paese. E questo non è ammissibile per chi crede nella Patria.
6 novembre 2010

La critica “morale” è un’arma spuntata spuntata contro il Premier
Berlusconi, Ruby e le altre
di Senator

     “La storia è piena di Capi di Stato puttanieri”, ha scritto Maurizio Belpietro su Libero, intervenendo sulle polemiche seguite alle ultime performance  del Cavaliere, così dimostrando di aver capito bene la psicologia degli italiani e del Premier. Che insiste, “meglio appassionati delle belle ragazze che gay”. Fa gridare alle associazioni degli omosessuali e incassa altri consensi.
     Le critiche al Presidente del Consiglio per la sua vita privata disinvolta non scalfiscono più di tanto la sua popolarità.
     Infatti, esclusi i cattolici praticanti che hanno forti riferimenti etici alla maggioranza degli italiani non disturba l’uomo potente che si dà alle belle donne, le esibisce e spende per loro. Come vorrebbero poter fare molti. Con la conseguenza che insistere sul profilo moralistico della vicenda non è politicamente producente, anzi è probabile che il Premier possa non perdere consensi proprio per effetto di una polemica mediatica che distrae gli italiani dai problemi reali del Paese, dalla crisi economica, dalla disoccupazione, dalla contrazione dei consumi, dalle prospettive incerte del futuro prossimo. Tanto che qualcuno ha immaginato che la polemica su Ruby e le altre sia stata creata a bella posta proprio dal Presidente comunicatore per evitare che l’attenzione si fermasse sulla inattività del governo.
     Un segnale potrebbe essere individuato proprio in quell’aggettivo usato da Belpietro “puttanieri”, non donnaioli, che è espressione certo più gradevole. “Puttanieri” per colpire duro e recuperare sull’immagine del Premier.
     Non hanno compreso questi profili molti dei politivi intervenuti. Solo Paolo Mieli, con la sensibilità del grande giornalista, nel corso della sua partecipazione ad AnnoZero  ha spostato l’ottica della riflessione, dalla critica moralistica  alla più corretta  preoccupazione istituzionale sotto il profilo del pericolo che potrebbe derivare per il Premier da certe frequentazioni, sulla scia di quanti si sono chiesti perché Berlusconi sia intervenuto sulla Questura per assicurare l’uscita della ragazza marocchina da una condizione che avrebbe potuto indurla, nel corso dell’interrogatorio, a raccontare della sua pregressa conoscenza con il Presidente del Consiglio. Questo aspetto, infatti, poco evidenziato nella polemica politica, è il profilo più preoccupante dell’intera vicenda. Essendo evidente che una personalità politica che sia lato sensu ricattabile, anche a livello di chiacchiere mina al fondo l’esercizio della funzione pubblica affidata alle cure del politico.
     E’ questa la vera preoccupazione. Non la censura morale che lascerà senz’altro un segno, non solo tra i cattolici praticanti, come dimostra la circostanza che il Presidente del Consiglio ha dovuto cedere la scena al Sottosegretario Giovanardi in occasione del Forum delle famiglie,  un appuntamento che avrebbe onorato volentieri, se non avesse temuto contestazioni certamente non gradevoli.
     Silvio Berlusconi è consumato come leader di un partito che non c’è (tant’è vero che non si chiama così) e Capo di un governo che non governa e vede certamente il capolinea. Ma è certo che non lo faranno scendere dal predellino le polemiche su Ruby e le altre ma una contestazione sulle cose promesse e non fatte, spesso neppure avviate.
6 novembre 2010

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