lunedì, Giugno 24, 2024
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Turiamoci il naso e andiamo a votare

di Salvatore Sfrecola

Era il 1976 quando Indro Montanelli, il grande giornalista che due anni prima, dopo decenni al Corriere della Sera, aveva fondato Il Giornale, firma uno straordinario articolo di fondo “Turiamoci il naso e votiamo Dc”. Perché era opinione diffusa che il partito, che aveva dominato la scena politica dal dopoguerra, avesse perduto la sua spinta morale, fosse condizionato da ambienti equivoci, coprisse operazioni ambigue, depistaggi. Per Montanelli, che interpretava una diffusa sensazione dell’opinione pubblica, bisognava votare la DC perché comunque avrebbe potuto contrastare la crescita di consensi registrata dal Partito Comunista Italiano in alcune importanti realtà regioni e locali, da quando la gestione Berlinguer aveva progressivamente allontanato il partito dall’influenza di Mosca.

Oggi perché andare a votare turandosi il naso, anzi “ri-turandosi”, come ha scritto Alessandro Sallusti il 1° giugno su Il Giornale per il quale “certo, la politica in generale non è che faccia proprio di tutto per invogliare la partecipazione ma questa volta la posta in gioco è davvero alta. Per cambiare questa Europa allo sbando l’occasione adesso o mai più”. A consigliare questa chiamata al voto è in qualche modo la consapevolezza di un diffuso malcontento che potrebbe alimentare il già prevedibile astensionismo, segnalato oggi da tutti i giornali e da Alessandra Ghisleri su La Stampa fin dal 2 giugno in ragione del tono “facilone” e violento della comunicazione “per vari motivi legati sia alla strategia politica sia alla natura della sfida elettorale stessa” che ha caratterizzato questa campagna elettorale. Inoltre, aggiungeva, “la polarizzazione politica spinge i candidati a estremizzare le loro posizioni per mobilitare la base elettorale portando a una retorica – molto – aggressiva nei confronti degli avversari, dipingendoli più come nemici, piuttosto che come semplici competitori”. La Ghisleri, che ha una straordinaria capacità di analisi dell’opinione pubblica, per la sua lunga esperienza di sondaggista, evidentemente è portata a dare queste indicazioni sulla base di una valutazione generale del corpo elettorale, soprattutto dei giovani che, scrive, “non si sentono rappresentati”. Oggi è tornata sull’astensionismo “la vera sfida”, scrive ancora su La Stampa.

Devo confessare che ho sempre avuto difficoltà nel valutare l’azione dei politici alla ricerca del consenso perché penso che, in realtà, io ragiono in termini culturali probabilmente lontani dalla maggioranza dell’opinione pubblica, condizionato da una cultura liberale risorgimentale interpretata nel corso del tempo da prestigiosi uomini politici e da quanti ho conosciuto nella mia vita professionale e nelle mie collaborazioni ministeriali. Anche i miei amici e colleghi condividono questa visione della politica che assume come elemento di fiducia nei confronti dei partiti e degli esponenti governativi e parlamentari la concretezza delle cose che fanno ma anche lo stile con il quale si comportano nel confronto con l’opinione pubblica e gli avversari politici. Così se la politica urlata piace allo zoccolo duro dei partiti, noi rivendichiamo l’aspettativa che il dibattito politico sia ispirato ad un certo garbo, sia ferma ma mai arrogante. Ora, questa immagine della politica che noi vorremmo si è obiettivamente deteriorata nel tempo, favorita dal costante ricorso alla “annuncite” che non tollera critiche, che si accompagna a battute, battutine o battutacce che vorrebbero essere dimostrazione di una vicinanza all’interlocutore. Ha avuto un’esplosione con Berlusconi che nei dibattiti televisivi e negli interventi parlamentari snocciolava dati spesso di fantasia, ma ne fanno buon uso politici di maggioranza e di opposizione, con effetti ulteriormente negativi sull’opinione pubblica. Tutto questo fa sì che ci sia una diffusa sfiducia nei confronti dei politici, nella convinzione che il contributo dell’elettorato non farà alcuna differenza, che i votanti non potranno determinare un cambio verso la direzione che essi preferiscono.

Alessandra Ghisleri insiste, in particolare, sul basso tasso di partecipazione al voto dei giovani rispetto ad altre fasce di età, anche se ritiene che possa costituire un segnale positivo la partecipazione a recenti manifestazioni pro-Palestina che hanno interessato gli atenei italiani. Fiducia che mi pare francamente eccessiva perché tutti noi che abbiamo frequentato licei e università sappiamo che molte di queste manifestazioni sono espressione di minoranze politicizzate alle quali spesso si associano studenti per amicizia o perché va bene saltare un giorno di scuola.

Un ulteriore assenteismo, che sembra i partiti abbiano messo in conto, costituirebbe un segnale negativo. Come sempre tutti minimizzeranno ragionando in termini di percentuali fra chi ha votato. Naturalmente, come sempre accade, non ci sarà nessuno disposto ad ammettere di aver perso, magari solamente perché non ha raggiunto l’obiettivo prefissato. Così, anche quando i conti non tornano, sarà agevole andare a ricercare un dato precedente che in qualche misura giustifichi la soddisfazione di uno zero virgola in più.

Vorrei che si tornasse a votare. Di più, vorrei che i cittadini partecipassero all’attività dei partiti e che i partiti consentissero, ripristinando sezioni, circoli e associazioni di area, un dibattito interno che da troppo tempo manca. Aggiungasi che i giornali di area spesso denunciano un conformismo rispetto alle idee e alle iniziative dei partiti di riferimento che è veramente imbarazzante. Alcuni sembrano dei bollettini di partito, negazione del valore straordinario dell’informazione che può essere anche parzialmente critica o di stimolo. Purtroppo c’è un decadimento anche della funzione giornalistica. Si teme il giudizio degli editori e dei partiti, preoccupa che qualsiasi, anche minima, osservazione critica non sia ben accolta. E continua questa inutile pantomima della stampa.

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