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24 maggio 1915, quando il Piave “mormorava”. Per riflettere sull’Italia di oggi

di Salvatore Sfrecola

C’è da scommettere che pochi oggi ricorderanno il 24 maggio di 107 anni fa, quando il Regio Esercito passò la frontiera con l’Austria “per far contro il nemico una barriera”. E il Piave divenne il simbolo della Patria in armi, allora e dopo quando, per volontà del Re Vittorio Emanuele III su quelle sponde fu sperimentata la resistenza vittoriosa contro le armate austro-tedesche baldanzose dopo Caporetto. Per, poi, dar avvio alla controffensiva ed alla vittoria.

Pochi ricorderanno, perché siamo giunti ad un pauroso degrado del concetto di Patria e di identità che da tempo non vanno più di moda, da quando, come ha scritto Indro Montanelli, nel 1946 “di coloro che avevano votato Repubblica… Pochissimi si erano resi conto che, con la Monarchia, l’Italia rinnegava il Risorgimento, unico tradizionale mastice della sua unità. Era un mastice – scriveva- che non aveva mai operato a fondo e che aveva alimentato più una retorica che una coscienza nazionale. Ma, scomparso anche quello, il Paese era in balìa di forze centrifughe che ne facevano temere la decomposizione. Aizzata dai social comunisti, la lotta di classe deflagrava con una violenza proporzionale alla repressione cui per vent’anni l’aveva sottoposta il fascismo; mentre il regionalismo, fomentato soprattutto dai democristiani, assumeva, specialmente in Sicilia, gli estremi del separatismo” (Avvertenza a: I. Montanelli – M. Cervi,L’Italia della Repubblica (2 giugno 1946 – 18 aprile 1948, Rizzoli, Milano, 1985, 7).

Confondendo a bella posta il sentimento nazionale con il nazionalismo, ritenuto fonte di instabilità nelle relazioni internazionali in ragione delle guerre che aveva provocato nel tempo, i partiti al potere, che non avevano nella loro storia le ragioni dell’unità d’Italia, cattolici e comunisti soprattutto, hanno disabituato gli italiani, fin dalle scuole elementari, a credere nei valori dello stato liberale che si era affermato con la monarchia rappresentativa delineata dallo Statuto Albertino. I cattolici, politicamente schierati nella Democrazia Cristiana, perché molti di essi ancora turbati dal fatto che per “fare” l’Italia si dovette spogliare il Papa di un anacronistico “potere temporale” e che a Roma aveva dato vita alla riconversione di conventi e opere pie in ministeri del neo Regno d’Italia. Un “sentimento” di persistente scetticismo nei confronti dello Stato, anche se per la sua bandiera molti cattolici persero la vita perché l’Italia fosse una, nelle guerre d’indipendenza e tra il 1915 ed il 1918, per quella che consideriamo l’ultima, la quarta, per aver completato, con Trento e Trieste, l’Italia politica con i confini geografici voluti dalla natura.

I comunisti, per parte loro, entusiasmati dalla caduta del Fascismo, del quale, pure, molti erano stati adepti fedeli e convinti, e del successo dell’Armata Rossa contro il dittatore teutonico, si sentirono spesso gridare “viva Stalin”, non si sono mai riconosciuti nei valori liberali che avevano guidato il Conte di Cavour e Giuseppe Garibaldi in quello che Domenico Fisichella ha definito il “Miracolo del Risorgimento”, quando molti rinunciarono al proprio “partito” per favorire l’unità. Il cui senso ritroviamo nelle parole del Re Vittorio Emanuele II nel discorso della Corona del 14 febbraio 1861, a Palazzo Carignano, sede della Camera dei deputati del Regno d’Italia, quando in 680 parole raccomandò “di legiferare tenendo conto delle “consuetudini diverse” dei “popoli” che entravano a far parte del regno senza tuttavia “menomare” l’unità appena conquistata” (G. Perna, Storia d’Italia in un’ora, Edizioni Clichy, Firenze, 2017, 11). Parole di una formula saggia, certo suggerite da Cavour, che di lì a breve sarebbe morto. Una perdita gravissima nella fase difficile dell’unificazione politica e amministrativa di un Paese dalle mille storie, molte delle quali illustri.

E così, invece di favorire la crescita politica e sociale e, con essa, lo sviluppo economico dei “popoli”, per riprendere l’espressione del Padre della Patria, nella consapevolezza che le storie locali, fatte di cultura, arte, tradizioni, ambiente naturale, sono tante gemme della corona dello Stato italiano, si è puntato sul localismo per soddisfare la pancia degli abitanti di questa o di quella area territoriale, per dar voce, da un lato, agli egoismi di aree economicamente sviluppate del Nord e, dall’altro, a nostalgie fondate su narrazioni costruite mischiando verità e leggende, al Sud. Basti pensare che, nell’anno dell’unità, sulla complessiva rete ferroviaria italiana di 2.273 km, il Sud ne aveva 184. E così, tra la Lega che ha ancora nelle corde la rivendicazione dell’indipendenza “della Padania” e i Neoborbonici che non ci dicono come la classe politica meridionale non riesca a svincolarsi dai condizionamenti del malaffare mafioso, l’Italia non riesce ad esprimere, dalla sua tradizionale forza culturale anche una capacità politica per governare sviluppo e crescita, economica e sociale. Né a farsi valere in Europa, della quale da Roma e da Atene deriva le radici spirituali, e per il suo ruolo storico, naturale di interlocutore dell’Africa e dell’Oriente.

In queste condizioni, capisco che è arduo, per italiani diseducati a prestare attenzione alla storia nazionale, ricordare il 24 maggio 1915, quando lasciammo la Triplice Alleanza con Austria e Germania per scendere in campo in favore delle Potenze dell’Intesa, Francia e Inghilterra che nel corso dell’800 ci erano state vicine nelle nostre aspirazioni indipendentiste. E così si spiega anche certo scetticismo, profuso a piene mani dagli stessi tiepidi verso la storia patria, nei confronti dell’eroica resistenza degli ucraini a difesa della loro identità. Che alcuni vorrebbero si arrendessero, forse perché imbarazza l’immagine di uomini che mettono in salvo moglie e figli e tornano indietro per combattere contro l’invasore.

2 Commenti

    • Grazie per l’apprezzamento. Cerco di riflettere sull’oggi senza dimenticarmi della storia. Cordiali saluti. Salvatore Sfrecola

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