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I partiti alla prova del taglio dei parlamentari

di Salvatore Sfrecola

Alle prese con la predisposizione delle candidature i partiti si trovano a fare i conti con il numero dei seggi disponibili, 400 deputati (erano 630) e 200 senatori (erano 315) così ridotti a seguito della riforma costituzionale voluta dal Movimento 5 Stelle. Un problema per i partiti indicati in calo nelle intenzioni di voto, in particolare proprio i grillini. Ma un problema anche per alcune coalizioni, in particolare nel Centrosinistra dove il Partito Democratico aggrega gruppuscoli di una variegata sinistra che pretende posti e il neo partito di Luigi Di Maio che non potrà certamente candidare tutti coloro che sono usciti dal M5S, eredi del successo del 2018. C’è, poi, Calenda con velleità non ben definite dal punto di vista ideologico, un parolone a sentire le dichiarazioni che diffonde con non indifferente sicumera. Adesso ha aggregato Mariastella Gelmini e Mara Carfagna che si sono presentate con richiamo a valori che evidentemente hanno scoperto dopo anni di militanza in Forza Italia, un partito che dal 1994 ha votato tutto ed il contrario di tutto. Ma cosa si fa per la speranza di un posto in Parlamento che non era più sicuro sotto la giurisdizione di Silvio Berlusconi che, giova ricordarlo, non era stato contento che fossero state designate al Governo. Come Renato Brunetta. E forse in questo giudizio del Cavaliere è la vera ragione del cambio di casacca, certamente meditato.

Quanto al Centrodestra che secondo i sondaggi cresce al punto da poter essere maggioranza nelle nuove Camere, in particolare nella componente di Fratelli d’Italia, ci sono meno problemi. Forse saranno i cespugli centristi a soffrire un po’ ma è certo che, alla fine, saranno accontentati per il valore del brend neodemocristiano che rassicura parte dell’elettorato che guarda sempre con una certa diffidenza a Berlusconi.

400 deputati e 200 senatori, dunque, per risparmiare sui costi della politica, secondo la narrazione del Movimento che ha convinto quanti temevano, se si fossero opposti, di apparire difensori della “casta”. Neppure insospettiti dal fatto che i proponenti di quella riforma hanno sposato fin dall’inizio una nota teoria apertamente antiparlamentare, quella della “democrazia diretta”, patrocinata dal filosofo Jean-Jaques Rousseau ai tempi della rivoluzione francese e morta lì, richiamata anche nella denominazione della funzione ministeriale dell’on. Riccardo Fraccaro, Ministro per i rapporti col Parlamento e la democrazia diretta nel governo Conte 1. Né possiamo dimenticare le parole di Davide Casaleggio, l’ispiratore del Movimento e creatore della piattaforma Rousseau, laddove qualche decina di migliaia di iscritti prendono decisioni per un partito che di voti popolari ne ha avuti alcuni milioni. Il Parlamento, diceva, e lo ha ripetuto parlando all’O.N.U., avrà un ruolo sempre più limitato, fino a divenire superfluo.

Errore gravissimo, dunque, l’aver seguito il M5S, che poi i partiti hanno perpetuato, sempre nel timore di essere criticati, al momento del referendum. Sarebbe stato sufficiente lasciare liberi gli elettori di decidere. Invece si è dato il via alla demagogia più becera, quella che dalla critica alla casta, per taluni versi certamente condivisibile, desume la necessità di ridurre i costi delle Camere limitando il numero dei parlamentari, senza avere previamente proceduto ad una modifica costituzionale riguardante il ruolo, il funzionamento delle Camere e la legge elettorale. Elementi che delineano il sistema parlamentare, in quanto il numero dei componenti delle Assemblee legislative e la legge elettorale ci dicono come deputati e senatori vengono scelti e conseguentemente come si formano le maggioranze, quelle che sono destinate non solamente a reggere il governo ma anche ad assicurare il funzionamento delle istituzioni di garanzia attraverso la elezione di cinque componenti della Corte costituzionale e degli organi di autogoverno delle magistrature.

La riduzione del numero dei parlamentari, senza una revisione delle funzioni delle Camere e del sistema elettorale, costituisce, dunque, una lesione significativa delle minoranze linguistiche e territoriali (diminuiscono, ad esempio, i delegati di alcune regioni nel collegio che elegge il Presidente della Repubblica) e non affronta conseguentemente il tema della governabilità che si ricollega necessariamente alla consistenza della maggioranza parlamentare che sostiene l’esecutivo.

È noto come in Italia si richieda da tempo un esecutivo più forte, sorretto da uno schieramento compatto, capace di adottare quelle misure di risanamento finanziario e di crescita economica alle quali sono intimamente collegate lo sviluppo dell’occupazione e il benessere delle persone. Deve, pertanto, preoccupare il fatto che, mentre si riducono deputati e senatori, c’è chi ancora si dice a favore di una legge elettorale proporzionale pura, cioè senza una quota uninominale, che avrebbe l’effetto, come insegna la storia delle elezioni in questo Paese, la frammentazione delle forze politiche presenti nelle assemblee legislative. Con la conseguenza di attribuire a modeste minoranze un ruolo di componenti essenziali nella definizione di una maggioranza di governo, assegnando loro una capacità di condizionamento pericolosissimo in democrazia. Chi è più esplicito la qualifica capacità di ricatto.

Nel deserto di un dibattito politico sterile il M5S che ha saputo cogliere i risultati di una protesta demagogica e basata sull’invidia sociale, quella che aborre gli stipendi elevati e i ruoli emergenti, ha fatto leva su un argomento miserevole quale il risparmio che deriverebbe dal “taglio delle poltrone”, avendo al fondo una diffidenza nei confronti di chi gestisce il potere considerato potenzialmente corrotto o corruttibile.

Va rilevato, come aspetto negativo del dibattito, se così si può dire, quanto ebbe ad osservare Angelo Panebianco sul Corriere della Sera: “di fronte a questo attacco culturale, politico e istituzionale, alla democrazia parlamentare, gli altri, perlopiù, balbettano o assumono posizioni poco credibili. Balbettano quando tentano di normalizzare la riforma dei 5 Stelle, costituzionalmente ineccepibile nelle forme, ma eversiva nelle aspirazioni. Oppure, se non balbettano, fanno proposte che sembrano solo strumentali, sconnesse da una qualsivoglia visione politica”. E faceva l’esempio della Lega, che si è convertita al maggioritario dopo aver difeso per tutta la sua esistenza il sistema elettorale proporzionale e dopo aver detto no al referendum del 2016, “al superamento del bicameralismo paritetico, ossia a una riforma che sarebbe stata indispensabile per stabilizzare e rendere coesi governi eletti con il meccanismo maggioritario. Gli antichi fautori del maggioritario (come chi scrive, aggiunge Panebianco) non possono che rallegrarsi per la conversione della Lega. Ma sono consapevoli del fatto che si tratta di una conversione basata solo su calcoli di convenienza momentanea. E i calcoli sulle convenienze cambiano di continuo”.

Come sempre l’analisi dell’illustre politologo è stata corretta e stimolante.

Oggi Camera e Senato sono composti da “nominati” sulla cui fedeltà alle segreterie dei partiti che li hanno scelti e utilmente collocati in lista non dovrebbero sorgere dubbi. Eppure le ultime legislature hanno registrato un numero rilevante di cambi di casacca, cosa che rivela un minimo di indipendenza, quella che noi vorremmo fosse assicurata a tutti i parlamentari da un sistema maggioritario nel quale l’elettore identifica il candidato verso il quale vanno le sue preferenze e lo vota. In questo modo, come accade nella democrazia più antica del mondo, quella del Regno Unito, il parlamentare si trova a essere componente della Camera dei comuni in virtù dell’apprezzamento dell’elettorato essendo radicato sul territorio e, pertanto, indipendente rispetto alle decisioni delle segreterie dei partiti, almeno su temi eticamente e ideologicamente sensibili. Questa indipendenza finora è stata contrastata dai partiti. Le liste elettorali non si formano a seguito del confronto fra componenti dei partiti ma sono di esclusiva competenza delle direzioni politiche, con svilimento del dibattito politico all’interno dei partiti.

“È stato detto che la democrazia – sono parole di Winston Churchill – è la peggior forma di governo, eccezione fatta per tutte quelle altre forme che si sono sperimentate finora”. E al centro della democrazia sta il Parlamento, rappresentativo degli orientamenti della comunità nazionale. Ridurre il ruolo del Parlamento, come insegna la storia, significa dare l’avvio ad una deriva autoritaria dagli esiti inevitabilmente infausti.

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