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Giugno 2014

I figli: istruzioni per l’uso
di una Mamma

Premetto di essere una mamma non interessata al problema, ma pur sempre una madre.
Mio figlio ancora in età scolare non va da solo neppure a comprarsi una coca cola, figuriamoci a scolarsi una bottiglia di alcolici con fare imbambolato al centro di Perugia. Pertanto, devo dire che a titolo strettamente personale non mi sento offesa, ne’ tirata in ballo dalle parole dell’ex Prefetto di Perugia. Pur tuttavia, un velo di disappunto mi pervade pensando e ripensando alle parole pronunciate alla conferenza stampa del 20 giugno scorso che gli sono valse la rimozione dall’incarico.
In disparte l’aspetto immediato che ha fatto sobbalzare tutti – Ministro competente e Presidente del Consiglio in testa – ciò che ritengo sia massimamente inaccettabile e’ il merito perché se è’ vero, com’è’ vero che accanto a madri che forse una qualche corresponsabilità possono anche averla  nell’operato dei figli (e’ di altra natura, ma nel caso delle baby squillo di Roma gli inquirenti  hanno verificato la chiara correità di una madre nell’accertato fenomeno della prostituzione, con annesso consumo di stupefacenti), la massificazione del fenomeno denunciato presenta i maggiori aspetti di gravità.
Per notizie che non ho direttamente, ma che leggo dai media, la maggior parte delle madri che – per un motivo o per l’altro – si trovano a dover fronteggiare il problema del consumo degli stupefacenti dei propri figli non prendono, di certo, a cuor leggero il fatto e, ne sono certa, la prima domanda che si rivolgono, ancor prima di ” cosa posso fare” , e’ ” dove ho sbagliato”, non condividendo questo dolorosissimo quesito neppure con il compagno qualora ancora le sia vicino.
Senza contare quelle che, meritoriamente, vengono definite “madri coraggio” per la forza che hanno nel denunciare alle Forze dell’ordine i propri figli, preferendoli in carcere, piuttosto che in piazza a drogarsi ed ubriacarsi.
A queste, prima che ad ogni altra si deve il massimo rispetto ed il massimo riconoscimento quali vere inquirenti – senza poteri – che collaborano con le Forze dell’Ordine – dotate di poteri ( o meglio, alle quali li forniscono, ancor prima della legge) – nella lotta al consumo di stupefacenti.
Non mi risulta che siano poche, anche se non tutte balzano agli onori della cronaca.
Sicuramente una minoranza, ma non per questo meritevoli di incitazione al suicidio.
Essere madri e’ compito estremamente gravoso ed anche quando si è pienamente convinte di ben aver operato, la controprova che così non è, può’ essere dietro l’angolo.
Molte di queste madri, anziché pensare al suicidio ( lasciando, quindi, egoisticamente il figlio a sbrigarsela da solo), mi risulta abbiano fatto più volte tappa al Pronto Soccorso (senza il clamore dei media) per farsi medicare le ferite riportate in un estremo tentativo di fronteggiare – da sole e senza poteri ne’ giuridici, ne’ di fatto – il fenomeno, come anche sono andate, senza lamentarsi, sul lastrico per aver sostenuto economicamente il “vizio” del figlio, ancora una volta nell’estremo tentativo di affrontare al meglio il problema.
Sicuramente sbagliando, ma esercitando la funzione di madre per la quale non c’è manuale alcuno in sala parto pronto ad essere messo in valigia con i pannolini e le bavette al ritorno a casa.
Essere madri e’ compito certamente gravoso, ma soprattutto non codificato in alcun tomo e per svolgere il quale si è costantemente in prima linea con la sola guida del nostro buon senso che magari fosse infallibile come riteneva il compianto prof. Bollea quando scriveva “Le madri non sbagliano mai” con un chiaro riferimento al senso materno che sempre guida nei retti comportamenti.
Se ciò, però, può’ essere vero quando un bimbo piange perché ti consente di capire qual’e’ il bisogno che lo muove quando ancora non ha altro modo di comunicare, altrettanto non è quando la sua personalità si sta (o si è già) formando perché è nella natura delle cose che voglia autodeterminarsi, prendendo in considerazione non soltanto quanto tu hai impartito fino a quel momento, ma anche gli impulsi del mondo a te esterno e che giammai puoi governare.
Senza contare, poi, che ogni generazione ha un proprio modus operandi, profondamente differente da quello che ci ha visto adolescenti e che, magari ( ma solo, magari) poteva ben legittimare “un taglio della testa” come quello che avrebbe messo in atto il padre del Prefetto qualora avesse saputo che lui girava imbambolato per Perugia con una bottiglia in mano.
Nella sua esternazione ad un certo punto ha detto “se io avessi un figlio” comunicandoci, così che non deve fronteggiarsi quotidianamente con i problemi genitoriali che, ben lungi dal poter essere risolti con le medesime modalità che hanno seguito i nostri genitori, presentano tali e tante sfaccettature che un taglio della testa o, in alternativa, un suicidio giammai potrebbero riuscire a fronteggiare totalmente ed in modo risolutivo.
27 giugno 2014

Il “ricambio generazionale” nel paese dei balocchi
di Salvatore Sfrecola

Il Paese dei balocchi è un luogo immaginario descritto da Carlo Collodi nel trentesimo capitolo di Pinocchio: “Lì non vi sono scuole, lì non vi sono maestri, lì non vi sono libri. In quel paese benedetto non si studia mai. Il giovedì non si fa scuola, e ogni settimana è composta di sei giovedì e di una domenica”. Insomma è un luogo immaginario, il “più bel paese del mondo”, come Pinocchio dice a Lucignolo. E aggiunge è “…una vera cuccagna!”. Un po’ come il paese di Bengodi, altro luogo immaginario della nostra letteratura (Boccaccio), spesso usato per definire questo nostro amato Paese dove legalità ed efficienza sono merce rara.
Ebbene del “paese dei balocchi” ha scritto anni addietro Mario Vinciguerra (Napoli, 1887 – Roma, 1972), storico e giornalista acuto, condannato a quindici anni di reclusione dal regime fascista per attività sovversiva (aveva costituito una associazione segreta Alleanza Nazionale per la Libertà), in un aureo libretto intitolato appunto “Il voto obbligatorio nel paese dei balocchi” nel quale spiegava che, non intendendo votare ed essendo il voto un dovere sanzionato, si era denunciato in tutti i modi allo scopo di essere processato. Avendo desistito solo quando era stato non tanto garbatamente mandato a quel paese da un Procuratore della Repubblica al quale chiedeva con insistenza di essere rinviato a giudizio.
In sostanza, la sua conclusione, in Italia il voto è obbligatorio per modo di dire, un manifesto dei diritti e dei doveri, una sorta di “grida” manzoniana del tutto inutile.
Un po’ come il “ricambio generazionale”, uno slogan e niente più, se ci dobbiamo affidare alle norme da ultimo emanate dal Governo, in bella mostra nella rubrica, cioè nel titolo dell’articolo 1 del decreto legge  24 giugno 2014, n. 90.
Procediamo per gradi, a partire dalla espressione “ricambio” che, nel settore del lavoro, ci spiega il Vocabolario della Lingua Italiana Treccani (vol. III**, a pagina 1401). “traduce l’ingl. labour turnover usata per indicare il complesso degli spostamenti interprofessionali, interaziendali, territoriali e soprattutto internazionali di mano d’opera”. Dunque uno spostamento, definito “generazionale”, nel senso che se ne vanno alcuni ed altri entrano nel mondo del lavoro. Proposito nobile certamente perché destinato ad assicurare lavoro a chi ne è privo. Ma saggezza politica e senso della realità devono considerare che il cambio non può essere in contemporanea, nel senso che uno esce ed uno entra, e neppure a costo zero, perché chi esce ha certamente un trattamento di pensione superiore allo stipendio del giovane che entra. Ma questo è un costo sociale certamente meritevole di essere sopportato. Quel che va tenuto in considerazione è, invece, l’effetto dell’esodo, un vuoto di organico che naturalmente crea problemi che possono anche essere gravi se le carenze riguardano alcuni importanti “servizi” di pubblico interesse, dalla sicurezza alla giustizia. Anche perché escono quelli che hanno più esperienza che dovrebbero, secondo la logica che ha governato fin qui i fenomeni, istruire i nuovi, come avviene per gli “uditori” giudiziari.
È di tutta evidenza, infatti, che mentre è facile mandare a casa da oggi a domani dirigenti, civili e militari, e magistrati non è con identica celerità che si acquisiscono forze fresche. Servono concorsi. “Agli impieghi nelle pubbliche amministrazioni si accede mediante concorso”, si legge nell’art. 97, comma 3, della Costituzione. Ci vuole del tempo, anche perché serietà esige una selezione ed i candidati sono certamente più, molti più, dei posti messi a concorso. Alcuni anni fa un giornale riferì che per 10 posti di macchinista delle Ferrovie dello Stato si erano presentati 35 mila candidati. E di casi analoghi abbiamo letto anche nei giorni scorsi.
Il “ricambio” esige, dunque, dei tempi che vanno considerati.
Ho detto che in alcuni settori, ad esempio, della sicurezza e della giustizia, il ricambio può creare grossi problemi. Nelle Forze di Polizia, ad esempio, l’invecchiamento per effetto del blocco delle assunzioni, ha abbassato il livello di capacità di reazione dell’apparato. Un tempo le pattuglie di Polizia e Carabinieri erano composte da giovani capaci di un impegno fisico con energumeni delinquenti o drogati. L’età si è elevata e la risposta non può essere la stessa. Una cosa è un conflitto a fuoco, altro è il confronto fisico.
Vediamo la magistratura. Le associazioni dei magistrati hanno convenuto con l’abbassamento della età da 75 (opzionale, a richiesta e con il consenso dell’Amministrazione) a 70. Ma come applicata la nuova età falcidia Corti, Tribunali e Procure immediatamente, mentre l’immissione di nuovi magistrati passa attraverso concorsi selettivi che, anche per questo, richiedono parecchi mesi.
Questo vuoto di organico è un errore di una classe politica incapace di simulare gli effetti delle norme che intende adottare, dal momento che escludo per principio che si sia voluto depotenziare il sistema giudiziario? Anche se i maligni dicono che la “rivoluzione” di Renzi è proprio questa, tagliare le teste all’alta dirigenza civile e militare e alle magistrature per portare ai vertici persone fedeli.
Infatti, sarebbe stato possibile, nello stabilire il nuovo limite di età, definire una disciplina transitoria che impedisse il “vuoto generazionale” graduando l’esodo in relazione ai nuovi, possibili ingressi. Ad esempio consentendo la permanenza in servizio di coloro per i quali era stata autorizzata la proroga.
Se il decreto non sarà modificato ecco gli effetti in una magistratura impegnata in primo piano nella lotta agli sprechi ed alla corruzione, la Corte dei conti. Negli ultimi 4 anni sono già cessati 91 magistrati; 7 cesseranno entro il 2014; 14 nel 2015; ben 30 (tutti insieme) l’1.1.2016; altri 11 entro il 2016. In totale, 153 su un organico di 600 essendo in servizio ad oggi poco più di 400 magistrati. Diciamo più o meno 250 per 26 ministeri, 20 regioni, oltre 100 province, oltre 8000 comuni. Se in ognuno di questi enti c’è anche solo uno sprecone o un corrotto c’è da temere per le casse dello Stato.
Intanto non si fanno concorsi. Non viene concessa l’autorizzazione a bandire i concorsi, necessaria anche se vi sono carenze di organico.
Ad oggi, dunque, è all’orizzonte solo un “vuoto generazionale”. Inadeguatezza di analisi e incapacità di definire le prospettive concrete.
26 giugno 2014

Ma il confronto con autorità straniere non è attendibile
I “costosi” controlli, parola di Fubini Federico, fiorentino
di Salvatore Sfrecola
Il danno all’Istituzione e alla sua immagine è fatto. Ed è grande! I lettori de la Repubblica saranno naturalmente indotti a credere, almeno dal 22 giugno, data di pubblicazione dell’articolo,  che effettivamente “La Corte dei conti brucia 313 milioni È la sentinella più cara d’Europa”, come titola Federico Fubini. Firma illustre del Corriere della Sera prima e di Repubblica oggi, la sua critica alla Corte dei conti resterà nella memoria di molti che non hanno avuto dalla lettura dell’articolo elementi più approfonditi di valutazione sul costo per il bilancio pubblico dell’Istituzione in rapporto alle funzioni svolte ed a quelle degli altri organi di controllo richiamati per dire che pesano meno sul contribuente dei rispettivi stati, Regno Unito, Francia, Germania.
Ho subito contestato l’impianto dell’articolo su Twitter. Con i pochi caratteri a disposizione (140) ho fatto notare che sembrava “evidentemente ispirato da chi non tollera controlli o è stato condannato” (dalla Corte dei conti, n.d.A.). Fubini ha risposto “grazie dell’attenzione. Ispirato solo dalla lettura dei dati pubblici, ed è su questi che sarebbe utile una risposta”. Che è stata: “non tiene conto che la Corte italiana ha funzioni giurisdizionali impegnative che non hanno le altre”. E poi “fra l’altro si poteva dire che lo Stato ha incassato 400 milioni x condono dopo la citazione della Procura del Lazio” (questione società dei giochi) e che “la mia Sezione (Piemonte) ha condannato le coop delle quote latte a 205 milioni = + di 600 nel 2013”. Fin qui su Twitter. Poi il silenzio.
Per far capire meglio ai nostri lettori andiamo alla prosa di Fubini cominciando dal titolo “La Corte dei conti brucia 313 milioni. È la sentinella più cara d’Europa”. Tradotto, costa più delle altre Istituzioni superiori di controllo, come gli organismi presi in considerazione vengono definiti in sede INTOSAI (The International Organisation of Supreme Audit Institutions). Prosegue: “non esiste in Europa un organismo simile che costi altrettanto. Di solito la magistratura contabile fa parlare di sé per i suoi richiami sugli sprechi, rivolti a tutti gli organi dello Stato. L’espressione “monito della Corte dei conti” su Google produce 363 mila risultati: un pilastro della lingua italiana. La relazione annuale di quell’organismo è un vademecum essenziale per capire il bilancio pubblico e ciò che là dentro non va. Sarebbe interessante capire se il prossimo rapporto della Corte dei conti conterrà anche solo un capoverso sulle sue stesse spese”.
I dati sono del bilancio pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale. Comprende lui stesso che non è sufficiente. “Che 313 milioni di spese siano pochi o molti è per definizione discutibile”. Infatti occorre verificare cosa un’Istituzione fa valutare se costa il giusto. Non lo fa. Ma intanto la coltellata alla schiena l’hanno sentita tutti a viale Mazzini.
Snocciola i dati delle altre istituzioni. “In Gran Bretagna, un Paese con un bilancio pubblico e un prodotto lordo simili a quelli dell’Italia, il National Audit Office l’anno scorso ha ricevuto dal Parlamento 66 milioni di sterline (circa 80 milioni di euro, inclusi 4 per spese una tantum. E il lavoro dei revisori pubblici di Londra ha prodotto per il contribuente risparmi provati di spesa per oltre un miliardo. Ma i magistrati italiani, con il quadruplo delle risorse, non hanno mai dimostrato dati alla mano risultati del genere. In Francia invece la Cour des Comptes nel 2013 è costata 206 milioni, un terzo meno che in Italia, e i portavoce di Parigi sembrano persino scusarsi per l’enormità della cifra. Essa include, si spiega, venti organi decentrati che controllano la spesa delle Regioni: come in Italia. La Corte dei conti europea a Lussemburgo l’anno scorso ha speso invece 142 milioni, benché controlli bilanci in ognuno dei 28 Paesi dell’Unione. E il Bundesrechnungshof costa 127 milioni: non sono inclusi gli impegni di 16 organi regionali, ma anche con quelli l’onere totale resterebbe molto inferiore all’Italia”.
Getta il sasso Fubini e ritira la mano. E rinvia alla Corte l’onere di far sapere “come mai? deve costare più di tutte le pari grado in Europa”. Che è certamente giusto, in quanto ogni istituzione pagata dai contribuenti dovrebbe dar conto dei risultati delle spese. Prima di tutto la Corte “dei conti”. Avrebbe potuto farlo anche Fubini dando al suo impegno il senso di una inchiesta e non di un articolo che, mi perdonerà, sembra fatto apposta per compiacere il Presidente del Consiglio, accusato dalla Corte dei conti, e condannato, per spese non dovute nella sua qualità di Presidente della Provincia di Firenze. Che poi, come sembra abbia detto, di essere  stato indotto in errore dai suoi collaboratori è molto probabile, un episodio che avrebbe dovuto insegnargli che questi vanno scelti con cura sulla base di professionalità ed esperienza. Anche a livello governativo.
A questo punto occorrono alcune riflessioni.
Fubini non avrebbe potuto scrivere quel che ha scritto se la Corte facesse conoscere meglio la propria attività con diffusione di dati e fatti “confezionati” ad uso della gente, cioè dei lettori dei giornali, non solo di quelli specializzati. Ha scritto un magistrato: “non riusciamo a far conoscere all’opinione pubblica che cosa esattamente facciamo, e come ci guadagniamo faticosamente ed onestamente quello che ci viene corrisposto (non “elargito”)”. Illustrando i dati, non solo numerici ma disaggregati e con riferimento alla loro rilevanza di fatto e giuridica. Una sentenza per danno erariale da incidente stradale ed una che condanna per lesione all’immagine della P.A. per corruzione statisticamente sono un numero. Nella realtà diverso, molto diverso è il contenuto e, certamente, l’importo della condanna. La Corte deve fare statistiche che diano conto del valore dell’affare, come l’avvocato nella parcella indica il valore della causa.
È l’esigenza di un’informazione puntuale ed efficace che faccia conoscere quello che la Corte fa. Occorre utilizzare dati, rappresentare funzioni, presidiate ed elencare fenomeni affrontati. Anche quelli che non comportano una deliberazione o una sentenza. Un richiamo molto spesso riporta l’amministrazione sui binari giusti. Non fa statistica ma conta più di una sanzione.
Anche per l’Associazione Magistrati della Corte dei conti l’articolo di Federico Fubini è “rappresentativo di una realtà non corrispondente al vero”. I dati dei conti riportati “non sono assolutamente comparabili” con quelli di analoghi Istituti di altri Paesi richiamati nell’articolo; basti considerare, al riguardo, che la Corte dei conti italiana esercita il controllo in maniera diffusa sui conti dello Stato, delle Regioni e di tutti gli Enti locali ai fini del coordinamento della finanza pubblica, a tutela della sana e corretta gestione delle risorse pubbliche, e per il rispetto dei vincoli assunti dall’Italia nei confronti dell’Unione Europea”. La Corte italiana, inoltre, svolge funzioni giurisdizionali per il risarcimento dei danni erariali. Ciò che costituisce un deterrente per gli amministratori e dipendenti pubblici infedeli, “un “sistema” – aggiungono i magistrati contabili – , a cui sono intestate funzioni di controllo e di giurisdizione, che è invidiato da tutti gli altri Paesi europei”. E più volte, aggiungo, è stata proposta l’estensione del modello italiano alla Corte dei conti dell’U.E..
Anche l’Istituzione si è fatta sentire in termini analoghi sempre precisando che “nell’articolo vengono messi a confronto dati eterogenei e, quindi, non suscettibili di corretta comparazione”. E precisa che “l’estensione della giurisdizione dell’Istituto è in assoluto la più ampia tra le “Corti”, ed in particolare quelle europee, sia per il livello delle competenze? sia per l’estensione territoriale, che copre tutte le sedi regionali, con Sezioni e Procure”.
Quanto al controllo la Corte ricorda che “nella maggior parte dei Paesi europei la revisione dei bilanci e l’esercizio degli “audits” sono spesso affidati ad Istituzioni territoriali ovvero ad Audit Committees (Società di revisione), con costi distinti che si aggiungono a quelli delle ISC” (Istituzioni superiori di controllo).
“La Corte dei conti italiana, esercita, in sede centrale e regionale, il controllo “ex ante” di legittimità sui più importanti atti amministrativi, – connotazione pressoché unica sul piano europeo – quello di regolarità amministrativa (compliance), quello finanziario (financial) quello sui risultati della gestione (performance); svolge altresì attività consultiva nei confronti degli oltre 8 mila enti territoriali”.
“Le analisi della Corte, che vedranno in questa settimana (domani alle 11 nella sede centrale a Roma, in viale Mazzini, 105, n. d.A.) la loro più compiuta evoluzione nella relazione che accompagna la Decisione di Parifica del Rendiconto generale dello Stato, sono, da tempo, orientate all’applicazione delle regole della Nuova Governance Europea (Six Pack, Fiscal Compact e Two Pack) e la Corte è stata la prima Istituzione europea ad analizzare il Quadro Programmatico di bilancio, nel contesto della Legge di Stabilità, come prevede, appunto il Two Pack, nella prospettiva del Pareggio di Bilancio (Balanced Budget) che è stato costituzionalizzato nel nostro Paese”.-
“Da un’analisi meno superficiale di quella condotta nell’articolo” – puntualizza il comunicato stampa della Corte – ? emerge con chiarezza che la ripartizione della spesa per funzioni-obiettivo rispecchia in pieno la pluralità delle attività svolte dalla Corte, che non si esauriscono in quelle di controllo ma ricomprendono anche la giurisdizione. Le prime assorbono il 43% della spesa totale, a fronte di circa il 40% delle seconde”.
“In effetti, di quel 43% della spesa totale inerente alla funzione di controllo, quasi i due terzi si riferiscono alla dimensione territoriale che, nelle altre esperienze comparate è affidata ad istituzioni pubbliche od a società di revisione, con costi complessivamente non inferiori e non unitariamente esposti”.
“Quanto ai risultati della costante azione svolta dalla Corte dei conti, essi si manifestano in svariate espressioni, sia in funzione di prevenzione, influendo positivamente sull’azione amministrativa in via di formazione, anche attraverso linee guida e regole di buona gestione, sia in funzione repressiva, oltre che attraverso l’azione risarcitoria nei confronti degli autori di illeciti contabili, tramite la continua formulazione di osservazioni e raccomandazioni dirette ad apportare modificazioni alle attività gestionali in corso di espletamento”. Con la precisazione che “i mancati benefici non sono, di norma, da ricondurre a carenze dell’organo di controllo, ma, per lo più, al mancato conseguenziale intervento delle Autorità, di volta in volta, sollecitate dallo stesso, alle quali l’attuale normativa riserva tale successiva fondamentale operazione di adeguamento”.
Insomma, l’articolo di Fubini nella migliore delle ipotesi appare superficiale e imprudente, considerato che si è avventurato in una critica pesante ad una istituzione dello Stato che è il fulcro del sistema delle garanzie obiettive nella gestione del pubblico denaro. Non che il rango di una istituzione la renda intangibile, ma certamente meritevole di rispetto, nel senso che se una critica è da fare non basta riferirsi a “dati pubblici” che lui stesso riconosce non bastano. Dietro i numeri di sono i fatti, il lavoro, l’impegno di funzionari e magistrati. Ci sono effetti evidenti sul buon andamento e la legalità nelle amministrazioni anche quando non immediatamente visibili. Superficialità del resto consueta a certa pubblicistica ad effetto che si iscrive in un clima di esasperata intolleranza nei confronti dei controlli, come dimostra la preannunciata eliminazione del Segretario comunale, tradizionale sentinella della legalità e della regolarità contabile negli enti locali. Lo propone uno che vanta l’esperienza di sindaco! Di Firenze, una città che amiamo per la storia e l’arte, ma i cui abitanti sono assai meno del più piccolo Municipio di Roma. Anche Fubini è nato sulle sponde dell’Arno. Una coincidenza?
25 giugno 2014
Renzi la corsa contro il tempo per attuare la sua rivoluzione
di Salvatore Sfrecola

La comunicazione di Renzi, tutta incentrata sulla necessità dell’innovazione e sul ricambio generazionale, è fatta anche di numeri e di date. “Cambio l’Italia”, dice, la legge elettorale, la riforma del Senato, la modifica del titolo V della Costituzione, attuo la riforma della Pubblica Amministrazione e del fisco. Intanto “mando avanti” le opere pubbliche e “prendo a calci” i corrotti e i corruttori. Ed indica le date, di mese in mese. Poco conta che, in realtà, la riforma delle legge elettorale sia al palo, anche perché il Premier Segretario del Partito Democratico, non accetta dialogo con nessuno. Come per la riforma del bicameralismo perfetto, generalmente accettata, portata avanti da Renzi in una forma che è una sorta di parodia del Senato, la più antica e prestigiosa istituzione della democrazia parlamentare. Chissà da quale mente giuridica partorita. Definita inadeguata dai massimi esperti di diritto costituzionale che la sinistra vanti, la Boschi, una leggiadra fanciulla, di cui non si conoscono studi di diritto pubblico al di là del corso istituzionale ordinario della facoltà di giurisprudenza, li bolla come “professoroni”, espressione irriguardosa e scorretta che trasuda arroganza, dalla quale il Premier non prende le distanze e della quale non s’indigna.
Nessuno contesta il mancato rispetto delle date messe lì per far colpo sull’opinione pubblica delusa da altre promesse non mantenute, quelle dell’ex Cavaliere, il recordman delle frottole. Colui che si autodefiniva il leader politico più amato d’Europa o il Presidente del Consiglio più bravo degli ultimi 150 anni di storia patria, senza temere il ridicolo e di essere sommerso da un coro di risate, considerato che anche il meno ferrato in cultura politica degli italiani conosce Cavour, Minghetti, Depretis, Crispi o Giolitti, se non altro per ragioni toponomastiche.
Niente risate, solo qualche sorrisetto di commiserazione in attesa di altre boutade politiche. Che l’italiano disilluso da decenni di mala apolitica non riesce quasi a percepire. E così Renzi può affermare che sta rivoluzionando  l’Italia perché, in realtà i titoli delle riforme che propone o che preannuncia sono concreti, anche se, passando dalle parole ai fatti, la proposta si sfilaccia. Troppo modesta la squadra di governo, troppo privi d esperienza e di specifica cultura tecnica i suoi collaboratori. Intuizioni tante, ed apprezzabili, ma conclusioni poche, almeno per adesso.
Anche la riforma della PA, una esigenza antica, permanente, da attuare giorno dopo giorno per seguire le necessità connesse all’attuazione delle politiche pubbliche, giunge in consiglio dei ministri con un testo in parte velleitario in parte lacunoso, ingiusto nei confronti di chi, pur tra mille difficoltà, ha onorato il giuramento di fedeltà alle Repubblica ed operato effettivamente “al servizio esclusivo della Nazione”. Additato al ludibrio delle genti, immediatamente oggetto di decurtazioni stipendiali mentre poco si fa contro gli sprechi delle grandi opere pubbliche i cui costi continuano a lievitare per incapacità delle imprese e corruzione di politici e funzionari protetti dai partiti.
Poteva fare di più e meglio Renzi? Certo, ma ha capito che non avrebbe potuto andare avanti altro che con gli slogan, correndo o fingendo di correre perché il ritardo è troppo forte, lo sfacelo delle strutture è troppo grave, la corruzione troppo estesa sicché ogni incertezza avrebbe finito per bloccarlo.
Cavalca dunque l’onda della adesione a slogan più che ad idee semplici, più bravo di Berlusconi, anche perché usa argomenti ai quali il Presidente imprenditoria non sarebbe mai ricorso, la lotta alla casta, intesa come il luogo dei privilegi, di quei burocrati (o magistrati) che guadagnano più del Presidente della Repubblica. Anche se non è vero, perché l’assegno del Capo dello Stato è esente, per legge, da ogni imposta presente e futura. Mentre quei 240 mila euro di pochi alti dirigenti dello Stato sono al lordo, quindi diventano la metà.
Non fa niente, al popolo dei diseredati, novello Peron che solleva i descamisados, addita i privilegiati di tutte le categorie, in una sorta di guerra di classe che serpeggiava nella sinistra democristiana pauperista e velleitaria dei suoi “maestri” e che neppure i comunisti hanno mai condotto in Italia. In realtà sta solamente cercando di cambiare la classe dirigente, sostituendo con uomini e donne di provata fede i burosauri dei ministeri e degli enti pubblici. Era stato notato subito che quello di piazzare persone sue a destra e a manca quando ha accelerato la caduta del governo Letta proprio, alla vigilia della scadenza di importanti poltrone pubbliche.
In questo senso la parola “rivoluzione” che ricorre nei suoi discorsi è vera scelta politica. Ha già tagliato la testa agli alti burocrati civili e militari, ai magistrati di più elevata funzione, tutti posti da occupare.
Porta a Palazzo Chigi a guidare il Dipartimento per gli Affari Giuridici e Legislativi, laddove ancora si conserva la memoria di Sorrentino e di Potenza (quello del famoso manuale di diritto amministrativo, il Landi-Potenza) e, più di recente di Zucchelli, il Comandante della Polizia Municipale di Firenze, la dottoressa Manzione, sorella di un bravo magistrato nominato sottosegretario.
Si parla toscano un po’ dappertutto a Roma.
Quella di Renzi è una lotta contro il tempo. Pur esaltato dalla forza del risultato elettorale alle europee, Renzi sa che quel 40,8 % che campeggiava nei giorni scorsi sullo sfondo del palco degli oratori all’Ergife, in occasione della direzione del Partito Democratico, non è riproducibile in una elezione per il rinnovo del Parlamento, quando il popolo degli 80 euro farà i conti con la Tasi ed i tanti balzelli distribuiti qua è la per coprire quella somma il cui rilievo economico è stato svilito da subito dallo stesso Premier quando ha fatto esempi della sua possibile utilizzazione, una pizza in più al mese con i figli, una bolletta da pagare. È meglio di niente. Ma il Premier sa che quella misura, anche se dovesse veramente diventare strutturale, non potrà realizzare una ripresa dei consumi che possa costituire significativo incentivo alla crescita e all’occupazione.
Lotta contro il tempo Renai, perché sa che la sua ambizione si scontrerà con la realtà di una corruzione che è troppo diffusa per essere facilmente ridotta, che coinvolgerà inevitabilmente anche i suoi uomini e le sue donne e prima di tutto quei mestieranti della politica saltati sul suo carro identificato come un vincitore sicuro. La corruzione, infatti, si alimenta degli sprechi e questi alimentano imprenditori, politici e funzionari. Quanti dovrà prendere “a calci”?
Lotta contro il tempo Renzi, perché sa che l’evasione fiscale non si vince facilmente, perché è stata sempre tollerata e protegge categorie che politicamente hanno sempre contato. Come dimostra l’emarginazione nella sinistra di Vincenzo Visco, un professorone, per dirla alla Boschi, che voleva far pagare le imposte a chi oggi le evade o le elude.
Lotta contro il tempo Renzi, perché sa che la riforma della pubblica amministrazione troverà ostacoli nelle migliaia di disposizioni delle quali i burocrati sono gelosi custodi e perché la semplificazione e la riduzione degli adempimenti non si può fare nei tempi brevi che declama se si vuole che non apra la strada a controlli che spesso favoriranno corruzione, il pizzo pubblico diffuso in tanti ambienti.
Lotta conto il tempo Renzi, perché sa che prima o poi i moderati troveranno un leader che saprà convincere le folle deluse, magari mettendo sul piatto della bilancia politica qualche idea forza, di quelle sorrette da valori, quelli che ha sempre avuto il mondo dei liberal democratici e che fingeva di condividere il Presidente imprenditore che, come ha detto uno che lo conosce bene, quello che è stato per anni il suo avvocato, Dotti, si sarebbe presentato candidato in ogni partito che gli avesse assicurato lo spazio per favorire le sue imprese, quella condizione che gli aveva garantito Craxi per molti anni.
Lotta contro il tempo Renzi, come tutti i rivoluzionari per formare quel reticolo di interessi che sostituisca definitivamente la classe dei renziani a quella dei berlusconiani.
Riuscirà il nostro eroe nell’intento? Come per Berlusconi il pericolo sta negli opportunisti e nella modestia dello staff, yes men di complemento fedeli fino a quando, incrinandosi il rapporto di fiducia del leader con gli italiani, ne intravedranno uno nuovo.
17 giugno 2014
A proposito di indipendenza
I giudici, lo stipendio e la pensione
di Salvatore Sfrecola

Decisamente i magistrati non sono amati, non solo dal grosso pubblico che non tollera, come i politici, il controllo di legalità, ma anche dagli intellettuali. E così Pierluigi Battista, Vice direttore del Corriere della Sera, scrive, a pagina 5 del suo giornale, un articolo dal titolo polemico: “Se tagliare gli stipendi anticipare la pensione per i giudici è un “attacco all’indipendenza””. Ma forse l’idea era quella di un pezzo ironico su una questione che è di interesse per tutti i cittadini, l’indipendenza dei giudici.
Secondo Battista i magistrati avrebbero affermato che “con la pensione a 70 anni, la Cassazione chiuderebbe”. E ricorda che analoga polemica l’Associazione Nazionale Magistrati aveva fatto quando il limite di pensionamento fu portato da 70 anni a 75 anni. Richiama, poi, la polemica sul taglio delle retribuzioni, oltre i 240 mila euro, l’appannaggio del Capo dello Stato, individuato come limite al trattamento economico di alti burocrati e magistrati, appunto. Battista indica la somma ma non fa riferimento a quell’appannaggio per non dover dire che per i pubblici dipendenti i 240 mila euro non sono netti, come sul Colle del Quirinale, ma lordi. Una bella differenza!
Battista critica, richiamando un documento dell’ANM dove si parla del “collegamento che vi è tra lo stipendio dei magistrati e il principio di indipendenza”, che definisce “molto avventuroso”, ritenendo che “l’idea che un magistrato tanto più sia indipendente quanto più guadagni, faccia carriera e vada in pensione non delinea, a occhio e croce, una considerazione molto alta della fibra morale di chi, piuttosto, dovrebbe custodire la sua indipendenza comunque, anche con uno stipendio più magro (neppure di tanto, poi)”.
Spiace che un giornale autorevole ed equilibrato come il Corriere della Sera confonda situazioni e concetti e si presti ad una polemica qualunquistica.
Vediamo un po’. In primo luogo la questione della Cassazione che “chiuderebbe”. Se avesse considerato i numeri Battista non avrebbe scritto quel che ha scritto. La diminuzione “repentina” (aggettivo da tenere presente, come dirò di qui a poco) dell’età pensionabile da 75 a 70 determinerebbe l’azzeramento dei vertici della Cassazione (Primo Presidente, Procuratore Generale, Presidenti di Sezione) e delle Corti d’appello (Presidenti e Procuratori Generali), oltre ad un certo numero di consiglieri. È un fatto non contestabile. Certamente grave per l’amministrazione della giustizia, tenuto conto della mole di ricorsi pendenti in Cassazione a causa del nostro sistema giudiziario (30-40 sentenze l’anno per la Corte Suprema USA, ugualmente per le Corti Supreme del Regno Unito e di Francia, oltre 50mila – sì cinquantamila – per la Corte Suprema italiana).
Un siffatto pensionamento sarebbe, dunque, una autentica sciagura. Non l’abbassamento dell’età in sé, ma un abbassamento “repentino” (attenzione ancora all’aggettivo) in presenza di rilevanti carenze di organico che non consentirebbero di riempire rapidamente i buchi che si verrebbero a creare. Per la Corte dei conti, ad esempio, che, a fronte di un organico di 630 magistrati ne conta in ruolo solo poco più di 400, il pensionamento di una settantina avrebbe conseguenze gravi. Con 26 ministeri, 20 regioni, più di 100 province e più di 8000 comuni è evidente che meno di 400 magistrati non potrebbero tenere sotto controllo quei conti, anche se in ognuno di quegli enti ci fosse un solo autore di illegittimità e di danni erariali.
È adesso il caso di recuperare l’aggettivo “repentino” che qualifica la scelta del pensionamento anticipato rispetto ad una situazione consolidata di proroga che non è automatica ma è ammessa solamente se l’organo di autogoverno delle magistrature rinviene interesse a mantenere quel magistrato in servizio, per capacità professionale ed esperienza, considerati i vuoti di organico.
Pertanto, il grido d’allarme sulle condizioni in cui si sarebbe trovata la Cassazione era corretto considerato che quei buchi di organico non si riempiono facilmente. Occorrono anni per compensare i pensionamenti. Ciò che avrebbe dovuto consigliare il governo a graduare i pensionamenti, pur stabilendo il nuovo limite a 70 anni, considerando i diritti di chi ha ottenuto la proroga e di quanti avevano l’aspettativa di ottenerla. Non serve molto, basta fare qualche conto e considerare i tempi del mantenimento in servizio di alcuni e delle assunzioni di altri. Considerato, altresì, che parliamo di funzioni delicatissime che richiedono scienza ed esperienza in un ruolo di immediato impatto sulla popolazione.
Dire “cambio generazionale” è una autentica sciocchezza. I ricambi sono per definizione graduali e continui, non possono essere immediati, in tempo reale, come si vorrebbe far ritenere alla gente.
Infatti il “repentino” cambio di anzianità è stato ritenuto dalla Corte di giustizia dell’Unione europea illegittimo e censurato nei confronti della Repubblica di Ungheria che ha disposto l’abbassamento dell’età pensionabile da 70 a 62. Che è cosa diversa, potrebbe dire qualcuno, che passare da 75 a 70, considerato che i 75 si ottengono per proroga. Ma non può sfuggire che la proroga assentita a seguito di valutazione discrezionale sull’utilità di continuare ad avvalersi del magistrato consolida il limite massimo e lo trasforma, in ragione dell’interesse pubblico che sottende, in un limite legale che è illegittimo abbassare in modo “repentino”, l’aggettivo con il quale la Corte europea ha censurato l’Ungheria e l’ha condannata.
E veniamo al trattamento economico dei magistrati. Un po’, non molto, superiore a quello dei dirigenti statali in qualche modo equiparabili ai magistrati con una determinata anzianità. Un trattamento differenziato giustificato dalla professionalità che si richiede al magistrato che non può avvalersi delle tante opportunità assicurate ai funzionari, in particolare di alcuni Ministeri (in specie dell’economia), con incarichi in amministrazioni ed enti che assicurano rilevanti integrazioni dello stipendio. Insomma, i magistrati guadagnano mediamente meno degli alti dirigenti statali, per non dire di alcuni regionali, mentre il magistrato al più tiene lezioni all’università, fa il relatore a convegni, scrive libri. Quisquiglie, non altro che quisquiglie.
In queste condizioni è evidente che un trattamento economico dignitoso assicura quella serenità che ad un professionista tenuto al quotidiano aggiornamento su libri e riviste va garantito.
Battista gioca sulla tradizionale incapacità delle associazioni dei magistrati di “vendere” bene il prodotto, si direbbe in termini di pubblicità commerciale. Un “prodotto” che è il servizio giustizia, il più elevato tra quelli che rendono gli stati i quali in primo luogo sono tenuti a garantire il rispetto della legge e la pace sociale.
Un articolo come quello di Battista fa male, fa molto male all’opinione pubblica che viene indirizzata verso un disprezzo per chi indossa la toga e in fin dei conti per la Giustizia.
14 giugno 2014

Il “trappolone” del voto sulla responsabilità dei giudici
Un segnale per Renzi o uno sfogo coperto dall’anonimato?
di Senator

I commenti al “trappolone” nel quale è caduto il Governo in tema di responsabilità civile dei magistrati dimostra che si discute senza la pacatezza che l’argomento richiede, delicatissimo essendo, come ognuno comprende, bilanciare due diverse esigenze: garantire l’indipendenza dei giudici e la loro serenità di giudizio e risarcire chi è stato ingiustamente vittima di un errore giudiziario attribuibile al magistrato.
Cominciamo da quest’ultima affermazione. Un processo, sia civile o penale, si sviluppa sulla base di atti formati dalle parti, ricorsi, memorie, indagini che consentono al giudice iusta alligata et probata di decidere. Vale per ogni processo, anche amministrativo e contabile. Il giudice, monocratico o collegiale, esamina e valuta la documentazione depositata dalle parti pubbliche o private le quali hanno una ben precisa finalità, quella di ottenere una pronuncia favorevole alla propria tesi. La prudenza che deve accompagnare ogni passaggio del processo, consegnato in ordinanze e sentenze, consiglia il giudice a vagliare attentamente ogni documento per formarsi il convincimento che porrà a fondamento della sua decisione. In questo lavoro, delicatissimo, dovrà pesare i fatti e le argomentazioni proposte da ognuna delle parti evitando di farsi condizionare da prove o interpretazioni suggestive, in particolare da quelle cosiddette ad colorandum alle quali spesso è affidata, al di là dei fatti e della interpretazione delle norme, la speranza di ottenere ragione.
È un momento delicatissimo, come quello del dibattimento quando le parti si confrontano ricorrendo ai migliori argomenti in repertorio, spesso piegando in qualche modo la realtà dei fatti e giuridica in una sorta di dolus bonus che dovrebbe convincere il giudice. E può convincerlo anche al di là del giusto.
Quel che si intende dire è che il giudice può sbagliare, quanto alla valutazione dei fatti ed alla applicazione delle norme per essere indotto in errore da una delle parti. Con la conseguenza che la parte soccombente può risentirsi e chiedere di essere risarcita. Da chi? Dallo Stato, in primo luogo in quanto ente esponenziale di quella comunità che è il Popolo Italiano in nome del quale sono pronunciate le sentenze. Paga lo Stato perché si assume un rischio, una specie di “rischio d’impresa”, come si dice, per essere il titolare della funzione giurisdizionale.
Soddisfatta la pretesa del soggetto danneggiato lo Stato si può rivalere sul suo dipendente che ha provocato il danno al bilancio pubblico, cioè sul giudice. Ma, sempre per il principio del rischio d’impresa lo Stato pretende il risarcimento solo in caso la condotta del giudice sia connotata da dolo o colpa grave, come accade per tutti gli altri pubblici dipendenti. Cioè la colpa semplice, quella che definiamo con riferimento alla violazione del comportamento del buon padre di famiglia resta a carico del bilancio pubblico.
Questo regime giuridico garantisce il soggetto danneggiato da un “errore giudiziario” ma non espone il giudice al rischio di un’azione risarcitoria diretta in tal modo incidendo sulla sua autonomia di giudizio, in sostanza sulla sua indipendenza. Immaginate una causa civile di quelle che fanno tremare i polsi. Il caso Mondadori: da un lato Silvio Berlusconi, dall’altro Carlo De Benedetti. Certo si può dire. Il giudice starà attento a non sbagliare perché ovviamente non “deve” sbagliare. Ma questo non lo pone al riparo di un’azione risarcitoria anche solo per intimidire quel giudice o, in prospettiva, un eventuale giudice d’appello o di cassazione.
A chi giova questa ipotesi? Solo ai prepotenti ed a quelli vittime di pregiudizi ideologici per cui il magistrato, come ogni altro professionista, deve pagare se sbaglia. E, infatti, paga con le modalità che ho ricordato.
Si cerca giustizia o la vendetta personale?
Anche i casi che si richiamano ad ogni dibattito sul tema sono fuorvianti. Come il caso Tortora, certamente doloroso, non solo per chi ha subito l’ingiustizia, ma per tutti. Ma chi ha sbagliato? Non è l’occasione e il luogo per approfondire, ma è inevitabile giungere alla conclusione che quel nome “sbagliato” sia stato fatto da qualcuno e sia stato ritenuto verosimile. Ci furono superficialità e trascuratezza? È possibile ma si fa una riforma che ha l’effetto innegabile di incidere sulla autonomia dei magistrati per un caso eclatante? Per l’errore di uno o di qualcuno sulle migliaia di giudici che ogni giorno, quando hanno poco da fare, adottano più atti, anche decine di atti?
Qualcuno ha scritto su Twitter che nel segreto dell’urna i parlamentari si sono presi una rivincita nei confronti dei pubblici ministeri che arrestano i politici corrotti a Milano ed a Venezia. È stato definito “un venticello anti giudici che alla prima occasione s’è fatto sentire”.
Non è certo da escludere. A molti politici il controllo di legalità della magistratura fa venire l’orticaria.
C’è anche un’altra versione, quella che nel Partito Democratico qualcuno abbia inteso inviare un messaggio a Renzi, insomma come nel caso dei 100 e più che non votarono Prodi.
Ma torniamo al tema.
Credo di aver spiegato perché un cittadino deve preoccuparsi dell’indipendenza del suo giudice e perché la responsabilità civile “diretta” provoca l’effetto intimidazione e non dà nulla di più a chi vanti un risarcimento. Anzi si può senz’altro dire che è più facile ottenere un risarcimento dallo Stato che dal giudice. Senza togliere nulla alla professionalità degli avvocati dello Stato, oberati da migliaia di procedimenti dinanzi agli uffici giudiziari di ogni ordine e grado, certamente il singolo giudice chiamato in causa si difende meglio con i suoi avvocati.
Tutte argomentazioni che non dissuadono i “patiti” della responsabilità “diretta”. “Respingo al mittente l’accusa che io abbia assunto una posizione contro le toghe. È dal 1987, dal primo referendum radicale, che io mi batto per la responsabilità civile dei magistrati”, ha detto a Repubblica Roberto Giachetti, il simpatico parlamentare PD del quale si apprezza l’onestà intellettuale. Renziano della prima ora non ha esitato ad assumere una posizione dalla quale il premier ha preso le distanze. “E’ una tempesta in un bicchiere d’acqua, il voto segreto è occasione di trappoloni, ma le reazioni che vedo sono esagerate”, ha detto il premier, per il quale la norma sarà modificata a scrutinio palese al Senato.
Giachetti, all’accusa di aver votato una legge voluta dal centrodestra per intimidire i giudici, spiega di essere un “garantista”. Per lui “faranno benissimo i magistrati ad essere più attenti, se dovranno decidere sulla vita delle persone”. A suo giudizio “la legge Vassalli fatta dopo il referendum del 1987 aggirò lo spirito referendario. E non fu mai applicata”.
Naturalmente, com’è abitudine dei radicali, perché questo è la forma mentis di Giachetti, sono i singoli casi che muovono le riforme, da Tortora a Scaglia, assolto dopo una lunga custodia cautelare.
Non convince, anche se è certamente onesta la sua posizione. È possibile che per l’eventuale errore di pochi siano in molti a subire l’effetto intimidatorio di una azione diretta? Che ne viene all’eventuale danneggiato se non la soddisfazione di convenire in giudizio il suo giudice che ha sbagliato? E che ne sarà degli altri errori dovuti all’effetto intimidatorio? Le riforme si fanno per tutti.
Un “pasticcio” che “va corretto” ha detto il Guardasigilli Orlando che sta dimostrando equilibrio nel settore difficile della Giustizia. Anche il Presidente Napolitano si è preoccupato dell’indipendenza della magistratura dopo che l’emendamento del leghista Gianluca Pini è stato approvato a scrutinio segreto nonostante la contrarietà della maggioranza: “La tutela dell’indipendenza assicurata al giudice dagli ordinamenti non rappresenta un mero privilegio. Serve il giusto bilanciamento attraverso il rispetto da parte dei magistrati dei principi deontologici. In Italia c’è una crescente e sempre più complessa domanda di giustizia e la giurisdizione deve essere, pertanto, in grado di soddisfare le attese dei cittadini, coniugando equità e imparzialità con una risposta efficace e tempestiva”. Ed ha aggiunto: “l’affermazione e il riconoscimento del prestigio, dell’autorevolezza, della credibilità della magistratura, su cui poggia la fiducia dei cittadini, non possono prescindere dal rispetto dei principi, delle qualità, dei limiti che il ruolo del magistrato impone”.
“È in gioco non un privilegio, ma l’indipendenza di giudizio del magistrato”, ha commentato il Vice Presidente del Consiglio superiore della magistratura, Michele Vietti, contrario alla responsabilità civile diretta delle toghe prevista dalla norma approvata oggi dalla Camera.
“Con tutto il rispetto per il Parlamento, di cui pure ho fatto parte, mi permetto di non essere d’accordo sull’emendamento Pini. Come il Csm ha ribadito più volte, esporre il singolo magistrato a un’azione diretta di responsabilità metterebbe a repentaglio il suo libero convincimento e produrrebbe un numero indefinito di processi su processi. L’indipendenza di giudizio del magistrato è un valore che deve stare a cuore non solo alla magistratura ma a tutti i cittadini”.
12 giugno 2014

Dalla deroga alla corruzione
di Salvatore Sfrecola

Nel dibattito di questi giorni, molto bene sintetizzato nelle parole di Sergio Rizzo l’altro ieri a l’Aria che tira stasera di Myrta Merlino, i controlli non hanno funzionato lasciando mano libera a corrotti e corruttori. In particolare è stata accusata l’Autorità per la vigilanza sui contratti pubblici di appalti e forniture la quale non sarebbe intervenuta nonostante molteplici segnalazioni provenienti perfino dalla dirigenza dell’Expo 2015.
Le cose non stanno esattamente così. A prescindere dal fatto che se il Commissario dell’Expo, Sala, ha anche solo intuito illeciti avrebbe avuto la possibilità ed il dovere di intervenire, si dimentica troppo facilmente che i lavori che si stanno realizzando a Milano, come quelli del Mose di Venezia, utilizzano molteplici deroghe alla disciplina ordinaria dei contratti. In queste condizioni è evidente che manca all’autorità amministrativa o di vigilanza un parametro di riferimento legale al quale ancorare lo svolgimento dei delle procedure contrattuali e l’andamento dei lavori. Con la conseguenza che non è possibile dire che una certa procedura è illegittima perché realizzata in difformità di regole alle quali l’autorità competente ha esplicitamente derogato. E, ciò nonostante, segnalazioni autorevoli erano pervenute da tempo, come quelle della Corte dei conti che ha riferito al Parlamento sui rischi della realizzazione delle opere milanesi con procedure derogatorie di quelle ordinarie, denunciando molteplici irregolarità pur nel regime speciale scelto.
Una volta usciti dalla regola che disciplina le procedure contrattuali degli appalti pubblici è evidente che non è possibile imbrigliare i lavori nelle maglie del codice dei contratti al quale si è derogato. È solo possibile “imbrogliare”, come, infatti, è avvenuto.
Fatte queste precisazioni appare evidente che derogando derogando si predispongono le condizioni per ulteriori elusioni delle procedure ordinarie ottenute mediante dazioni illecite di denaro. In sostanza, una volta che si è cominciato a derogare alle leggi sui contratti e alla legge di contabilità di Stato ogni ulteriore procedura extra ordinem non è verificabile alla luce di una predeterminata regola giuridica, per cui rimane soltanto la possibilità dell’intervento del giudice penale ove la deroga, e magari la deroga alla deroga sia effetto di una attività corruttiva.
In queste condizioni è evidente che, nella migliore delle ipotesi, le procedure vengono forzate con ricorso a perizie suppletive e di variante le quali comportano naturalmente un aumento dei costi, a causa della dilatazione dei tempi e delle nuove lavorazioni che si richiedono.
Se non si comprende che nella deroga è il brodo di coltura dell’illecito, che i ritardi studiati e voluti per aumentare i costi e recuperare su aggiudicazioni a prezzi non remunerativi non si comprenderà neppure la ragione dell’aumento dei costi e della corruzione.
Si sente spesso dire, in particolare in questi giorni, basta alle deroghe. Ma sarà vero quando i ritardi nella gestione degli appalti sono dovuti proprio per giustificare la corsa contro il tempo per un’opera che si immagina non realizzabile secondo il programma originario. È facile immaginare che si continuerà così, che si dirà che sono le ultime, che non sarebbe possibile realizzare le opere senza aggirare le regole del codice degli appalti della legge di contabilità di Stato. Questa deroga e basta. Mai più deroga, sentiremo dire ma inevitabilmente avremo nuove deroghe perché la programmazione delle opere sarà perennemente in ritardo, magari dando colpa ai controlli ed al giudice amministrativo con le sue ordinanze di sospensione a fronte di danni denunciati da un imprenditore al quale sia stata negata l’aggiudicazione di un appalto.
Dovremmo avere il coraggio di ancorare la realizzazione delle opere ad una rigida programmazione in mancanza della quale una gara di appalto non può essere bandita. E poi dovremo ripensare le norme sui bandi di gara, sulle commissioni di aggiudicazione, sui controlli in corso d’opera e sui collaudi. Nel senso che chi interviene in queste procedure nell’interesse della stazione appaltante non potrà ricevere per un certo periodo di tempo favori dalle imprese alle quali avrà aggiudicato i lavori o che avrà controllato in corso d’opera o collaudato. E questo divieto deve valere anche per i parenti e le persone in qualche modo riconducibili al pubblico funzionario che ha svolto un’attività nell’ambito di un determinato progetto.
Le modifiche da fare non sono tante ma puntuali con riferimento ai momenti della procedura che abbiamo indicato sui quali occorre fare chiarezza perché solo in questo modo è possibile evitare le azioni illecite delle quali abbiamo avuto notizia in questi giorni. Interventi normativi limitati ma significativi, capaci di restituire trasparenza e legalità alle procedure contrattuali nelle quali vengono utilizzati denari pubblici.
Troveremo queste riforme nei progetti del Governo e del Commissario anticorruzione? Lo vedremo venerdì 13 quando queste norme dovrebbero essere approvate. Altrimenti qualunque intervento sarà inutile, un nuovo spot del quale questo Paese non ha bisogno perché occorre rapidamente rientrare nelle regole e recuperare posti nella graduatoria dei paesi più corrotti, cercando di avvicinarsi a quelli più virtuosi che significa anche recuperare risorse e mettere i cittadini in condizione di riconoscersi nello Stato e nelle sue istituzioni.
11 giugno 2014

Per compiacere la proprietà
Il Giornale: partito antigiudici
di Iudex

È certo che ci vuole una notevole improntitudine per il giornale che appartiene alla famiglia di un soggetto condannato con sentenza passata in giudicato per frode fiscale insistere pressoché quotidianamente in una battaglia contro i giudici non con l’intento encomiabile di denunciare chi manca al proprio dovere ma di denigrare un’intera categoria di servitori dello Stato. E poi si dicono di destra, nel senso che vorrebbero richiamare i valori di una destra liberale che fu definita “storica”, la quale aveva posto al centro della sua azione politica il rispetto dello Stato ed il culto della legalità.
E così Il Giornale, nella edizione di oggi titola “Giudici col doppio stipendio”, così facendo intendere a chi non andasse poi a leggere nelle pagine interne, che alcuni magistrati italiani avrebbero un doppio lavoro con “il rischio che si sottraggano ore di impegno ad un sistema già vicino al collasso”.
A leggere bene l’articolo, al di là del titolo ad effetto, si capisce che queste attività extra giudiziarie sono di insegnamento, lezioni, conferenze, partecipazioni a convegni ed a seminari. Un’attività di studio, scientifica che è stata sempre ritenuta compatibile per i magistrati, come per gli altri pubblici dipendenti, che, per la loro preparazione professionale, vengono chiamati a svolgere lezioni o a tenere corsi, naturalmente compatibilmente con il pieno rispetto degli impegni istituzionali. Nel senso che se un magistrato, per effetto di queste attività, non facesse onore ai suoi doveri di ufficio sarebbe suscettibile di sanzioni disciplinari e non gli sarebbe conferito altro incarico extra giudiziario.
Chi ha fatto studi giuridici, all’inizio del primo anno si sarà certamente trovato di fronte un testo di Istituzioni di diritto privato sul quale hanno studiato generazioni di studenti. Alludo al manuale di Andrea Torrente, a lungo incaricato dell’insegnamento di diritto privato della Facoltà di scienze politiche dell’Università degli Studi di Roma. Non tutti sanno che Andrea Torrente era Presidente di sezione della Corte Suprema di Cassazione ed a lui nessuno ha mai rimproverato di aver saltato una udienza per quella ora di insegnamento che impartiva tre volte la settimana ai suoi studenti.
L’Università si è sempre avvalsa per completare l’insegnamento curriculare, per organizzare seminari di studio e corsi dell’apporto di professionisti esterni, in tutte le facoltà. E quindi nulla osta anche che un magistrato il quale, ripeto, faccia fino in fondo il suo dovere possa insegnare, tenere conferenze, partecipare come relatore a convegni.
Ognuno ha diritto al suo tempo libero, anche i magistrati, con buona pace de Il Giornale, e nessuno può impedire loro di scegliere come passare quel tempo, se giocando a tennis o facendo qualche vasca in piscina ovvero scrivere un libro o tenere una lezione.
Queste considerazioni che con molta serenità offriamo all’attenzione dei nostri lettori non vogliono essere una risposta alla faziosa campagna antigiudici di un quotidiano che pure, per altri versi, ha titoli di merito. Intende, invece, presentare ai cittadini un quadro realistico e onesto di una attività scientifica, tutelata dalla Costituzione, che scandalizza solo perché a volte, non sempre, è compensata, modestamente compensata tenuto conto del livello professionale delle persone interessate.
Vorrei anche dire, sempre con molta serenità, che per coloro i quali si dicono liberali e moderati la giustizia e i giudici dovrebbero essere argomenti da affrontare con molta cautela e rispetto, denunciando le cose che non vanno ma tenendo sempre presente che migliaia di uomini in toga ogni giorno, “soggetti soltanto alla legge”, compiono silenziosamente il loro dovere con molti sacrifici anche economici, tenuti come sono a un aggiornamento professionale nel quale non sono aiutati dalle rispettive istituzioni. Per non dire delle regole deontologiche, che tutti condividono, le quali pongono molte limitazioni anche nella vita di relazione, perché chi è chiamato a giudicare o ad esercitare l’azione penale, come ci hanno insegnato entrando in carriera, deve essere certamente indipendente ma anche apparire tale.
9 giugno 2014

Quale “effetto Renzi”?
di Senator

Sorpresa, frenata del Partito Democratico, in questo ambito i commenti ai ballottaggi che hanno effettivamente dato dei risultati in alcuni casi non previsti e non prevedibili. A Livorno, dove ha vinto il candidato del Movimento Cinque Stelle, a Perugia dove a prevalere è stato il candidato di Forza Italia, un giovane avvocato appoggiato da alcune liste civiche, a Padova con il nuovo sindaco leghista. Risultati ribaltati dopo oltre 60 anni di supremazia della sinistra nelle sue varie sfaccettature e componenti.
Si comincia a dire che quel 40% conquistato alle elezioni europee era evidentemente eccessivo, dovuto ad una contingenza non facilmente ripetibile. E che non sarebbe stata ripetuta appunto alle elezioni di ballottaggio quando gli accordi tra le liste minori ha potuto effettivamente determinare delle sorprese.
Il dato può essere variamente interpretato e soprattutto avere conseguenze diverse all’interno del Partito Democratico e nei confronti del governo. Un ruolo ha giocato certamente la disaffezione per il voto che però non avrebbe danneggiato i democratici, come costantemente è avvenuto in passato quando a subire gli effetti dell’assenteismo è stata la destra. Quindi il dato ha un significato che non va sottovalutato. Il troppo stroppia, come si dice, ed è possibile che l’alluvione delle promesse di riforme fantasmagoriche individuate in tempi strettissimi abbia fatto ritenere a molti di trovarsi dinanzi ad un altro che, come Berlusconi, molto promette e poco mantiene.
I risultati tuttavia in qualche misura giovano al Segretario del Partito Democratico perché la sconfitta nelle roccaforti rosse di Perugia e di Livorno gli darà l’estro di cambiare, di allontanare i dirigenti più legati ai vecchi esponenti comunisti che hanno fatto la fronda nelle primarie.
I giornali hanno colto questo aspetto, taluni per compiacersi della sconfitta dell’ala sinistra del partito democratico, altri per sollecitare una purga come quelle delle quali i comunisti sono stati in passato maestri.
Con queste due variabili non è dubbio, tuttavia, che nei confronti del renzismo fatto di battute e di promesse, di molta arroganza, di idee confuse sul da farsi, in particolare sull’amministrazione da riformare certamente per farne uno strumento efficiente di politica economica che non può consistere in qualche trovata per arruolare un po’ di giovani. Perché la riforma della P.A. è una strada da percorrere avendo preventivamente chiarito cosa e chi deve fare all’interno degli uffici pubblici e con quali professionalità.
Di queste idee confuse, apprezzabili solo come slogan, gli italiani ne hanno abbastanza, lo hanno sperimentato con il centrodestra, liberale solo parole ma in realtà guidato da un imprenditore, certo abile ma assistito dalla politica di parte socialista, quella coinvolta nella Tangentopoli del 1992.
L’Italia è un grande Paese, ha una grande storia, ha avuto nel tempo al governo uomini di straordinaria competenza e di altissimo senso dello Stato. Molti di questi non hanno promesso ma hanno fatto, come dimostra la rapida ripresa della nostra economia dopo una guerra disastrosa che aveva azzerato l’industria e i commerci. Uomini che si chiamavano Luigi Einaudi, Antonio Segni, Amintore fanfani, Ezio Vanoni, i quali hanno saputo ricostruire il Paese ed avviare le condizioni per quello che è stato definito il “miracolo economico”.
Molto lavoro, niente battute, e gli italiani tornarono a sorridere-
9 giugno 2014

Ne hanno parlato a Castel di Sangro
I monarchici e la riforma della Costituzione repubblicana

Storia e Istituzioni anche nella prospettiva della loro riforma in un Convegno tenutosi a Castel di Sangro, località montuosa della provincia de L’Aquila, immersa nel verde splendore del Parco Nazionale d’Abruzzo. L’iniziativa è dell’Unione Monarchica Italiana, associazione che non è un partito e che tiene vivo e aggiorna, anche sulla base dell’esperienza di altri paesi europei, l’idea di una forma di Stato al cui vertice sia posto un Capo non eletto, espressione di una dinastia nazionale.
Nei giorni di venerdì 6, sabato 7 e domenica 8 giugno 2014 il IV Convegno formativo dedicato alla dirigenza del Fronte Monarchico Giovanile si è sviluppato attraverso alcune conversazioni tenute da personalità di variegata esperienza e professionalità.
Nell’aula consigliare della Comunità Montana dell’Alto Sangro e dell’Altipiano delle Cinque Miglia i lavori sono stati aperti dal Presidente nazionale dell’U.M.I., Avv. Alessandro Sacchi, promotore dell’iniziativa e ideatore della formula del Convegno di formazione. Sacchi ha sottolineato l’importanza di investire nei giovani dei quali ha lodato l’impegno di studio sulle tematiche storiche e istituzionali che sono il bagaglio di una cultura politica oggi sempre più indispensabile per chi vuole interloquire sui grandi temi istituzionali,  economici e sociali che interessano l’Italia di questi anni.
Gli interventi che si sono succeduti durante la tre giorni, hanno raccolto la partecipazione del Presidente del Circolo Culturale di Educazione Politica REX, Ing. Domenico Giglio, il quale ha ripercorso la storia del monarchismo italiano dal 1944 ai giorni nostri, dall’U.M.I. a quello che fu il Partito Monarchico, evidenziando i tratti comuni delle varie organizzazioni che hanno tenuto alta la tradizione della Monarchia costituzionale.
Salvatore Sfrecola, Presidente di sezione della Corte dei conti, ha parlato ai ragazzi degli sprechi della pubblica amministrazione per ricordare i doveri che rispondono ai principi dell’etica della funzione pubblica come desumibili dagli articoli 54, 97 e 98 della Costituzione.
Il Presidente della Consulta dei Senatori del Regno, Professor Aldo Alessandro Mola, ha tenuto una lezione sugli eventi del giugno 1946, il referendum istituzionale, la partenza del Re Umberto II per l’esilio e l’insediamento della Repubblica. Mola ha approfondito la situazione politica, militare e sociale che caratterizzò quel periodo. Il suo intervento è stato oggetto di un interessante dibattito.
Il Prof. Domenico Crocco, Docente di Diritto pubblico dell’economia nella facoltà di Giurisprudenza dell’Università “Federico II” di Napoli, ha trattato il concetto di Monarchia, comparando diverse realtà europee e, data la recente abdicazione del Re Juan Carlos, ha approfondito alcuni aspetti della Costituzione spagnola legati alla figura ed al ruolo del Sovrano.
L’Avv. Sacchi in chiusura ha detto che l’U.M.I. si appresta a partecipare al dibattito scientifico sul tema delle riforme costituzionali per offrire un contributo di esperienza, dato anche dalla storia politica e costituzionale delle monarchie europee, dal Regno Unito ai Paesi Bassi a Svezia, Norvegia e Danimarca.
8 giugno 2014

Sfilano i Carabinieri, la gente applaude e grida “arrestate i ladri e corrotti”
di Salvatore Sfrecola

Mi trovo a passare in viale delle Milizie, a Roma, dinanzi alla Scuola Allievi Carabinieri. Oggi è la festa dell’Arma che ricorda i 200 anni dalla sua istituzione. Sento il suono della fanfara, mi fermo ed ecco sfilare lungo il viale due compagnie di Carabinieri in alta uniforme. Il suono è bello e coinvolgente. La gente sul marciapiede si ferma, applaude e urla “arrestate i ladri e i corrotti”.
C’è voglia di pulizia nel Paese, c’è desiderio di legalità, di rispetto dei diritti dei cittadini troppo spesso calpestati dalla politica prepotente e dall’amministrazione incapace. In un Paese sovrabbondante di leggi e regolamenti è difficile avere giustizia, i tribunali sono intasati di ricorsi di chi vanta diritti e di chi vuole tutelare legittimi interessi ma anche di chi si rivolge ai giudici per procrastinare nel tempo una situazione a lui favorevole e non viene sanzionato per la temerarietà del ricorso alla giustizia.
C’è voglia di nuovo, dopo anni nei quali la politica è stata latitante altro che nella gestione degli affari, senza contrastare il degrado dell’economia, senza immaginare un modello di sviluppo più adatto all’Italia, basato sulla ricchezza del suo patrimonio storico artistico, che è la fonte principale del turismo, e dell’agricoltura, favorita dalla natura e dal clima, che assicurerebbe produzioni superiori alle attuali, anche con riferimento alle manifatture. Per evitare di trovare nei supermercati l’offerta di peperoncini dell’Illinois o del prezzemolo del Portogallo o delle marmellate confezionate all’estero con arance italiane.
C’è voglia di un’economia che miri allo sviluppo, che crei posti di lavoro veri nei settori dove attività imprenditoriali possono realmente prosperare, che non crei le cattedrali nel deserto che abbiamo conosciuto, le imprese finanziate con fondi europei, poi abbandonate dopo che il finto imprenditore è sparito col malloppo, oppure opere pubbliche incomplete e inutilizzate, o gravemente degradate per essere state costruite non a regola d’arte eppure collaudate da un infedele professionista che ha mancato ai suoi doveri di tecnico e di pubblico funzionario. E comunque sempre opere costate più del previsto e del prevedibile, siano immobili, strade o ferrovie.
C’è voglia di nuovo, ma di un nuovo vero, non di una demagogica acquiescenza ad esigenze elettorali perché, come diceva un grande statista, Alcide de Gasperi, i politici guardano alle prossime elezioni, gli uomini di Stato alla prossima generazione.
E di uomini di Stato si sente il bisogno.
5 giugno 2014

Con il 30% di scoperture negli organici
il governo rottama magistrati con maggiore esperienza:
ladri e corrotti ringraziano
di Salvatore Sfrecola

È notizia, ripresa oggi da tutti i giornali, che tra le misure che il governo intenderebbe adottare per fare “largo ai giovani” ci sarebbe anche quella che può essere definita, con termine in uso al Premier, la “rottamazione” dei magistrati, con l’effetto di collocare a riposo tutti coloro che hanno superato i 70 anni di età.
Il governo nei punti programmatici presentati agli italiani a maggio aveva preannunciato l’intenzione di non autorizzare l’aumento di due anni ai dipendenti pubblici giunti al limite della pensione. In sostanza, il pensionamento dei dipendenti statali e pubblici in generale, stabilito al 65º anno di età, poteva essere prorogato di due anni ove permanesse l’interesse dell’amministrazione ad avvalersi di quella determinata professionalità ed esperienza.
Per i magistrati il limite di età è più alto, in relazione, da un lato, alla diversità della prestazione loro richiesta, dall’altro, alla cronica carenza degli organici degli uffici giudiziari, non solo di Tribunali, Corti d’appello e Cassazione, ma anche del Consiglio di Stato e della Corte dei conti. Una scopertura che mediamente è del 30% e che non può essere evitata a causa della lunghezza naturale dei concorsi che vedono prove selettive complesse e la partecipazione di numerosissimi candidati.
Sulla base di questi dati sembra molto diversa la situazione delle pubbliche amministrazioni rispetto alla magistratura. Nel primo caso infatti si ritiene che ci sia un eccesso di presenze, che peraltro non è di tutti i ruoli, per cui il governo si appresterebbe ad una operazione di mobilità trasferendo personale statale da un comparto all’altro in considerazione delle effettive esigenze dei servizi. Per la magistratura questi “esuberi” non ci sono.
L’idea di fondo di rinnovare l’amministrazione pubblica è senza dubbio apprezzabile. Infatti, per effetto del blocco delle assunzioni mantenuto negli ultimi anni, l’Amministrazione è invecchiata, con immaginabili effetti negativi sulla funzionalità dei servizi. In una indagine di qualche anno fa Il Sole-24 ore aveva rilevato l’invecchiamento dei dipendenti in quasi tutte le amministrazioni pubbliche segnalando, in particolare, alcuni casi particolarmente gravi, come quello del Ministero dei beni culturali dove l’età media di uno storico dell’arte, una professionalità essenziale in un Paese che ha oltre il 70% del patrimonio artistico mondiale, era superiore ai 50 anni.
Naturalmente il problema va esaminato a fondo, cosa che non sembra fare il governo e in particolare l’intraprendente Ministro Madia, delegata ai problemi della P.A.. Nelle amministrazioni pubbliche, infatti, ma questo si può dire anche delle aziende private, la selezione avviene sulla base di studi universitari e del superamento di un concorso o comunque di una selezione. Ma l’attività concreta negli uffici si giova dell’apprendimento pratico e concreto nell’esercizio delle funzioni, in particolare avvalendosi dell’esperienza dei colleghi più anziani. È stato sempre così ed è ancor più importante oggi che gli studi universitari sono mediamente di un livello inferiore, con una marea di lauree “brevi” che hanno creato non pochi problemi, anche perché il loro conseguimento in alcuni casi è avvenuto a seguito di agevolazioni che non hanno consentito una adeguata selezione.
Con questo insufficiente bagaglio di conoscenze universitarie la messa fuori dell’amministrazione di una fascia rilevante di funzionari e dirigenti, ma anche di impiegati di fasce inferiori, non consente quell’affiancamento e quella scuola interna, informale ma efficace, che ha assicurato nel tempo alle pubblica amministrazioni un apprezzabile grado di efficienza. Con tutte le limitazioni del caso, ovviamente, dovute soprattutto alla insufficienza delle norme sui procedimenti, per cui si lamenta giustamente la lentezza della burocrazia.
La misura che il governo si appresterebbe ad adottare ha, dunque, luci ed ombre. Queste ultime vanno diradate nell’interesse della stessa pubblica amministrazione e soprattutto del cittadino. Perché i servizi pubblici sono destinati in primo luogo a realizzare le politiche pubbliche che il governo ha posto alla base del suo programma.
Nel caso della magistratura, per la quale è previsto un pensionamento in età più avanzata in considerazione della natura delle attività richieste, complesse e per le quali l’esperienza è ancor più rilevante, non si parla di sovrabbondanza di addetti, perché i giudici in servizio sono in numero inferiore a quanto stabiliscono le relative dotazioni organiche.
Per fare un esempio concreto e far comprendere ai lettori l’effetto di questa norma, la Corte dei conti che in base alla Costituzione ha attribuzioni di controllo su amministrazioni statali regionali e degli enti locali oltre che sulle gestioni di importanti enti con finanziamento pubblico, ed è giudice dei comportamenti che abbiano determinato danno al pubblico erario, la quale si deve occupare pertanto di oltre 20 ministeri, 20 regioni, più di 100 province, di oltre 8000 comuni e di una miriade di enti e società a capitale pubblico, il ruolo organico prevede 600 magistrati. In realtà sono in servizio poco più di 400, anche per effetto del blocco dei concorsi e della obiettiva difficoltà di reclutare magistrati con l’esperienza e la professionalità che richiede la selezione, l’ulteriore esodo di coloro che sono tra i 70 e i 75 anni, determinerebbe una ulteriore scopertura di circa 50 giudici e pubblici ministeri.
C’è da chiedersi se questa misura sia funzionale al buon esercizio dei controlli e della giurisdizione in materia di danno erariale in un momento in cui i giornali dedicano pagine e pagine a narrare di imbrogli colossali ai danni dei bilanci pubblici compiuti da politici, funzionari, imprenditori, purtroppo in questo aiutati da qualche infedele servitore dello Stato, dimentico di aver giurato di servirlo “con disciplina ed onore” (art. 54 Cost.) e gli essere al “servizio esclusivo della Nazione” (art. 98 Cost.).
“I ladri e i corrotti ringraziano”, si è letto in un Twitter, a proposito della “rottamazione” dei magistrati, voce spontanea di chi osserva la realtà e ne trae le ovvie conseguenze.
5 giugno 2014

Crescita e Libertà: una nota del Prof. Giuseppe Valditara
a commento delle elezioni

Pubblichiamo una nota del Prof. Giuseppe Valditara, ordinario di Istituzioni di diritto romano nell’Università di Torino, già Senatore di Alleanza Nazionale che con “Crescita e Libertà” ha attivato un dibattito approfondito sui più rilevanti ed attuali temi della politica, coinvolgendo soprattutto liberi professionisti e imprenditori animati dal desiderio di concorrere al rinnovamento del Paese.
“Cari amici,
l’esito di queste ultime elezioni ha rappresentato una drammatica sconfitta di tutte le forze che si riconoscono nell’area di centrodestra. Personalmente ritengo che le definizioni di destra, centro, sinistra, secondo gli schematismi rigidi del passato, siano superate. Certamente, tuttavia, rimane la contrapposizione fra coloro che considerano la libertà un valore fondamentale e prioritario, pur nella necessaria aggiunta del valore responsabilità, e coloro che invece ritengono che essa vada variamente compressa in nome dell’eguaglianza.
La eccezionale vittoria di Matteo Renzi, favorita da un forte astensionismo, e dalla assenza di alternative convincenti, rischia però in prospettiva di replicare una democrazia bloccata, sul modello della prima repubblica. Un sentore di tutto ciò si ha dal fenomeno piuttosto squallido e tipicamente italiano del “saltare sul  carro del vincitore” che sta coinvolgendo in varie forme e in drammatica successione esponenti di Sel, di Scelta Civica, dell’Udc, persino, in qualche caso, del Nuovo Centro Destra e della stessa Forza Italia.
Nonostante Matteo Renzi abbia rappresentato per dinamismo una netta rottura con il passato, rendendo in questo ancor più colpevoli i governi che si sono succeduti negli ultimi otto anni, noi ci sentiamo nettamente alternativi al premier in carica, per più motivi che cercherò di sintetizzare.
Dinamismo non significa necessariamente efficienza. Renzi ha privilegiato finora demagogicamente la politica dell’annuncio rispetto a quella della qualità dei risultati. Faccio una serie di esempi.
Riforma delle province. Le province non sono state realmente abolite, ne è stata soppressa solo la componente rappresentativa. Renzi ha annunciato di aver tagliato 4000 posti di consiglieri e assessori provinciali. La legge, come hanno chiarito molto bene alcuni organi di stampa, mai smentiti dal premier, ha portato tuttavia il contestuale aumento di 20.000 consiglieri comunali e di 5000 assessori comunali. Il risparmio realmente atteso rimane dunque dubbio, nella migliore delle ipotesi ammonterebbe a poche decine di milioni di euro.
Riforma del Senato. La proposta del governo prevede che il 15% dei nuovi senatori sia nominato dal Presidente della Repubblica, che i sindaci delle città capoluogo di regione siano senatori, cioè a dire Pisapia rappresenterebbe pure i comaschi o i bresciani. Anche i restanti senatori non sarebbero elettivi. Tuttavia questo complesso di persone dovrebbe votare fra l’altro le leggi costituzionali, con un evidente vulnus democratico. Contrariamente a quanto affermato da Renzi, che ha parlato di volta in volta di risparmi pari a 500 milioni/1 miliardo, il risparmio atteso ammonta a circa 50/60 milioni di euro, posto che il Senato rimarrebbe esistente con tutto il suo personale e le varie spese di funzionamento relative.
Taglio delle auto blu. Era stato già doverosamente deciso dai governi precedenti, Renzi lo ha abilmente rilanciato come proprio, con un esito peraltro assai modesto sul versante del taglio della spesa pubblica. Anche la misura, senz’altro apprezzabile, del taglio delle retribuzioni del dirigenti apicali, ha prodotto in realtà risparmi del tutto marginali.
Spesa pubblica. Non si è finora inciso in modo rilevante sui veri centri dello spreco di risorse pubbliche con un ripensamento complessivo della spesa per acquisti, con tagli significativi agli incentivi a fondo perduto, con un drastico ridimensionamento delle istituzioni politiche e dei vari organi ed enti pubblici, con una revisione seria e funzionale degli organici delle pubbliche amministrazioni etc. con cioé meno Stato e meno settore pubblico.
Compagine di Governo. A parte il non irrilevante numero di persone inquisite, che sembrano ormai e per vari motivi un dato ineliminabile della politica italiana, ciò che caratterizza questo Governo è l’assoluta mancanza di spessore e di esperienza di ministri messi in posizione chiave: Mogherini, Madia, Boschi, solo per citarne alcuni, appaiono personaggi vetrina più che persone di spessore.
Dunque primo punto negativo: spregiudicatezza, approsimazione, demagogia, scarsa serietà.
Secondo punto negativo, quello più rilevante. Da ancor prima di insediarsi il messaggio e la proposta di Renzi si sono caratterizzati per un aspetto di tipo egualitario vagamente cattosocialista. La frase: “mia zia prende 3000 euro di pensione, se ne prendesse 2500 vivrebbe egualmente benissimo” è indicativa di una mentalità, che ha visto come suo primo atto di Governo un aumento significativo, ed ulteriore, della imposizione sulla casa. Calcoli di Banca d’Italia stimano un incremento delle imposte sulla prima casa pari mediamente al 60% rispetto al 2013. Nella prima bozza del decreto Irpef era previsto un drastico ridimensionamento degli stipendi del pubblico impiego sopra i 60.000 euro lordi. I famosi 80 euro al mese, oltre che con una misura nei confronti delle banche di dubbia costituzionalità, che si scaricherà con costi più elevati sui clienti, è stata finanziata con l’ennesimo aumento della tassazione sulla ricchezza mobiliare, che danneggia soprattutto i piccoli risparmiatori. Il complesso della politica renziana colpisce il ceto medio, come del resto fanno le compagine socialiste, gruppo al quale Matteo Renzi ha deciso di iscrivere il Pd in Europa.
Vi è infine un ragionamento ulteriore che ci induce a ritenere che occorra costruire una alternativa al Pd e al “renzismo”.
In qualsiasi democrazia occorre una opposizione forte, anche se costruttiva e responsabile e quindi la possibilità di una alternanza. Le società in cui la democrazia è bloccata per assenza di alternative praticabili scivolano o verso forme più o meno larvate di oligarchia/dittatura mascherata o verso forme di grave inefficienza, privilegio e corruzione diffusa come successe nella prima repubblica.
Abbiamo così deciso di trasformare il gruppo Facebook “Crescita e Libertà” in una associazione politica che intende, dietro una identità molto precisa e con proposte concrete, favorire la ricostruzione di un’area credibile e vincente della libertà. Primo passo necessario perché ciò sia possibile è il ricambio, profondo e vero della classe dirigente dei vari partiti di centrodestra, classe dirigente che nella gran parte dei casi appare priva ormai di credibilità. Insomma la “rottamazione” che nel centrosinistra ha tolto di mezzo i D’Alema e i Veltroni deve realizzarsi anche nel centrodestra.
Noi di Crescita e Libertà siamo determinati a non rassegnarci, ne va del nostro futuro. Se volete saperne di più vi aspettiamo per discutere insieme nella nostra pagina facebook: www.facebook.com/groups/crescitaliberta Beppe Valditara”
2 giugno 2014

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