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martedì, Novembre 24, 2020
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Aprile 2008

Roma: il potere logora se non si rinnova
di Marco Aurelio

Il potere logora chi non ce l’ha! La celebre frase attribuita al Senatore Giulio Andreotti sarà certamente riveduta e corretta dai commentatori delle elezioni per il Sindaco di Roma. Nel senso che il potere che non si rinnova, che non trova in se stesso la spinta ad interpretare le aspettative della gente, soprattutto a livello locale, è destinato a portare a fondo chi lo detiene. Il potere è servizio alla comunità, per il bene comune che è finalità propria dell’autorità politica. A volte, tuttavia, i governanti assumono un atteggiamento autoreferenziale, si sentono investiti di una missione e, magari in buona fede, credono che il modo con il quale la interpretano sia condiviso dalla comunità amministrata. Sono intellettualmente superbi, non si confrontano con la gente, ritengono che le loro scelte siano sempre e comunque accettate. E’ l’arroganza del potere. Il fatto di ritenersi depositari della capacità di interpretare le aspettative immediate e più a lungo termine della comunità Per cui, quando questa sintonia tra amministratori e amministrati non c’è più, si rompe l’intesa e la classe politica al governo lascia il posto a quella che fino al giorno prima era all’opposizione. E’ la medicina salutare dell’alternanza, che consente a chi ha perduto la spinta ideale che aveva consentito la conquista del consenso popolare di rigenerarsi in un bagno di realismo e di umiltà. Al di là delle affermazioni di principio sulle strategie per la Città, quel che è mancato a chi ha gestito l’Amministrazione comunale è stata la capacità di percepire il disagio della gente nelle strade di Roma cosparse di buche, il più delle volte nei punti oggetto di interventi sui cavi, a dimostrazione della cattiva esecuzione delle opere, strade maleodoranti per assenza di pulizia, per il mancato lavaggio dei cassonetti, per le cacche dei cani che attestano la mancanza di senso civico dei padroni degli amici dell’uomo ai quali ovviamente nulla si può imputare. E poi l’occupazione impunita del suolo pubblico da parte di operatori economici che invadono spazi non consentiti, non solo deturpando la Città e impedendo spesso la libera circolazione di mezzi e persone, ma dando una immagine di degrado, con sospette coperture, intollerabile in una capitale moderna. Tutto questo dimostra che chi ha governato negli ultimi anni, inseguendo pur importanti iniziative ludiche e culturali, non ha sentito il polso della cittadinanza, evidentemente ritenendo di poterne interpretare le esigenze e gli umori. Il risveglio drammatico di ieri pomeriggio sia, dunque, salutare per chi va all’opposizione e di monito severo per chi si appresta ad assumere il potere.
29 aprile 2008

Cala nella prima giornata il voto amministrativo
Responsabilità politica e gestione degli enti locali

di Salvatore Sfrecola

Scrivo all’inizio della seconda giornata del ballottaggio per comuni e province, per qualche considerazione sul grave calo del voto nella giornata di ieri, complice certamente il bel tempo ed un “ponte” che qualcuno può ulteriormente prolungare comprendendovi la festività del 1° maggio. Se il dato sull’affluenza ai seggi fosse confermata oggi daremmo al mondo intero un brutto esempio di irresponsabilità politica a dimostrazione che non abbiamo ancora capito che nell’Italia federale, nella quale l’art. 114 della Costituzione elenca gli enti che costituiscono la Repubblica cominciando proprio dai comuni, rinunciare ad esprimere una scelta per i sindaci è atto di gravissima trascuratezza rispetto alle esigenze primarie della vita sociale. Non c’è dubbio, infatti, che in primo luogo le esigenze dei cittadini siano soddisfatte dagli enti locali, competenti in materia di vivibilità delle città grandi e piccole, dal traffico, ai servizi di raccolta dei rifiuti urbani, agli asili ed alla scuola elementare, all’assistenza agli anziani, alla polizia amministrativa, all’assetto urbanistico, per non fare che una enumerazione limitata ai servizi di maggiore rilievo. Gli italiani, invece, sembrano più attratti dal confronto sui temi della politica generale, quella che attiene ai rapporti tra i grandi partiti, cioè alla composizione delle Camere, una realtà importante,certamente, ma che non esaurisce le esigenze di chi intende partecipare alla vita politica con il più importante se non l’unico mezzo che gli è dato, il voto nelle competizioni elettorali. Rinunciare al voto per uno scampolo di vacanza è rinuncia all’esercizio di un diritto, quello che consente al cittadino di dire la sua e di protestare, indipendentemente dal voto espresso, se le cose non vanno come desidera. Se non ha votato può sempre esprimere il suo dissenso dalla politica del suo sindaco, ma con l’amarezza di chi si è autoescluso dalle decisioni. E’ un po’ come l’azionista che non si presenta all’assemblea e lascia gli altri soci decidere anche per lui. Mi auguro, quindi, che la giornata di oggi veda un sostanziale recupero nella presenza ai seggi. Per la democrazia. Indipendentemente da chi dell’assenteismo si potrà giovare. Per lui sarà, comunque, una vittoria amara.
28 aprile 2008

I disonesti non sono di Destra o di Sinistra, sono disonesti e basta. Ma i partiti siano prudenti nell’attribuire incarichi di governo
di Salvatore Sfrecola

Negli ultimi fuochi della campagna elettorale, prima del “silenzio di riflessione” in vista del voto di oggi e domani, venerdì sera, a Matrix, i due contendenti alla carica di Sindaco di Roma hanno evocato alcuni scandali dei quali si è interessata la cronaca nei mesi scorsi con riguardo ad amministratori dei due schieramenti. Quasi in una gara a chi potesse imputare maggiori illeciti a compagni di partito dell’avversario, si è sentito parlare di corruzione e di sprechi di denaro pubblico, recenti e più indietro nel tempo. E’ una polemica antica quanto il confronto politico. Ne parlano l’Antico e il Nuovo Testamento. Nel primo, Babilonia è sinonimo di caos e corruttela, nel secondo Simon Mago offre denaro per acquistare i poteri dello Spirito Santo (Atti, 8, 18-24), un episodio dal quale trae origine la simonia, versione ecclesiastica della corruzione. Nell’antica Grecia Demostene accusa Filippo II di Macedonia di essersi impossessato delle somme depositate sull’Acropoli dal tesoriere di Alessandro. Anche nella Roma antica le accuse di corruzione e di malagestio dell’Aerarium Populi Romani erano argomenti di polemica feroce. Chi non ricorda le Verrine, nelle quali Cicerone ebbe a spendersi in difesa del costume antico della res publica, accusando di concussione e corruzione il potente Propretore della Sicilia dal 73 al 71 a.C.? Per non dire delle accuse di corruzione politica mosse a Caio Giulio Cesare, sulla cui onestà nessuno era disposto a scommettere un sesterzio, un “vizietto” che, insieme ad altri, veri o presunti, la storia gli ha perdonato, ricordandolo come sommo generale e grande letterato. Evitato ogni collegamento fra la parte politica, la sua storia e il suo retroterra culturale e politico, ed i fatti illeciti compiuti da propri aderenti, non solo per l’ovvia considerazione che la responsabilità penale e contabile sono personali, va detto che la corruzione e la cattiva gestione del denaro pubblico, con dispersione di risorse in attività senza nessuna utilità pubblica, per soddisfare i clientes che circondano ogni politico, si accompagna inevitabilmente alla gestione del potere laddove si può decidere sulla consulenza, sull’opera pubblica, sull’assegnazione di contributi e finanziamenti, per cui gli illeciti tendono a essere maggiormente presenti nei partiti e nelle aree nelle quali essi gestiscono il potere. Quindi più nelle regioni e negli enti locali che nello Stato, per la ragione che questi enti gestiscono maggiori risorse del potere centrale. Né sono estranei al malaffare le opposizioni, quando vengono coinvolte negli “affari” da chi governa, proprio per comprare, con un appalto o una consulenza, il silenzio su altre malefatte. La responsabilità dei partiti sta, dunque, nella loro capacità di selezionare la classe dirigente in rapporto agli incarichi di gestione delle risorse pubbliche, e di controllarne l’azione, in modo che nessuno schizzo di fango vada a macchiare il vessillo, antico o moderno, ma sempre intessuto da ideali che hanno scaldato i cuori e stimolato le menti degli elettori. E’ un dovere dei capi dei partiti. Purtroppo si tende a lavare i panni sporchi in casa, vecchia, bruttissima abitudine, forse dovuta a pudicizia o al desiderio di evitare mali maggiori per l’inevitabile clamore della stampa che accompagna ogni notizia di illecito in danno dello Stato o degli enti pubblici. Ci auguriamo che chiunque ha responsabilità politica, a qualunque livello di governo, abbia capacità di comprendere il grande danno che in questo modo reca alla storia del partito ed alla sua immagine nell’opinione pubblica, con la conseguenza di allontanare dalle idee professate la gente perbene e, magari, di attirare altri lestofanti e faccendieri, i quali ritengano, per i precedenti, di contare su una certa impunità. Ci auguriamo, in sostanza, che torni un costume che, almeno in un certo periodo della storia, in particolare all’indomani della istituzione dello Stato unitario, ha portato al vertice dello Stato persone di alta professionalità e di sicura probità, che non si preoccupavano di rinunciare a propri personali interessi pur di servire lo Stato, indossando quella che, ho ricordato più volte riprendendo il titolo di un bel libro di Piercamillo Davigo, era la “giubba del Re”.
27 aprile 2008

Intanto mette a posto le tessere nel Partito e nel Governo
Un Cavaliere in gran forma si prepara a rientrare a Palazzo Chigi

di Senator

Si può dire tutto di Berlusconi, ma non si può negare la sua abilità manovriera anche nella gestione del Partito delle Libertà e nei rapporti con gli alleati. Sul primo fronte ha ricondotto alla ragione Formigoni e Galan, che avevano intenzione di scendere a Roma con incarichi di governo. Poi ha ibernato Fini, spedendolo a Montecitorio. I due Governatori delle regioni più ricche del Paese, che vantano efficienza negli apparati di governo ed amministrativi nei rispettivi territori, ritenevano di meritare una promozione a livello nazionale. È l’inizio delle manovre in vista della successione al Cavaliere, inevitabile nel prossimo quinquennio, in considerazione della prevedibile ascesa di Berlusconi al Quirinale. In questo caso Formigoni e Galan tendono a scrollarsi di dosso l’immagine di gerarchi di periferia, come si sarebbe detto ai tempi del Duce. È vero che, secondo Giulio Cesare è meglio essere primi nelle Gallie che secondi a Roma, ma prima o poi a Roma è necessario tornare per contare davvero sul piano nazionale. Berlusconi vuole governare la transizione da Palazzo Chigi al Quirinale e deve avere il tempo di preparare il suo delfino e lo stato maggiore del partito. Certo lo ha già individuato, ma ha bisogno di avere le mani libere anche rispetto ai gravosi impegni di governo per stringere accordi bipartisan. Così promuove Letta Vicepresidente, in modo da dargli una legittimazione maggiore di quella che aveva come Sottosegretario alla Presidenza, e si riserva la politica estera, necessaria per la “promozione” a Capo dello Stato. Intanto prepara la squadra che dovrà garantirgli una vita tranquilla sul colle più alto. Solo così il Cavaliere potrà passare veramente alla storia. Altro che separazione delle carriere, cui lo inducono ad impegnarsi i suoi avvocati, un percorso pericoloso ed irto di rischi. Vedremo nei prossimi mesi chi dei big dei Partito delle Libertà assumerà il ruolo di alter ego del Cavaliere a livello nazionale. Fare pronostici è, al momento, azzardato. C’è un bel numero di personaggi a disposizione. Si tratta di vedere chi potrà assicurare a Berlusconi il controllo assoluto del partito basato sul riconoscimento di un carisma che poggi anche su capacità di governo. Intanto, per illudere i fans di Fini, che lo immaginano suo successore al vertice del Partito delle Libertà, Berlusconi lo iberna al vertice della Camera. Cossiga, più brutalmente aveva detto, lo castra. Il fatto è che, mentre soddisfa le ambizioni personali del leader aennino, che già in passato aveva manifestato interesse per la terza carica dello Stato, il Cavaliere lo priva del potere di capocorrente, come va ritenuto dall’ingresso nel PdL il leader di Alleanza Nazionale, togliendogli quella possibilità di contare nelle scelte di partito che è necessaria per partecipare a quel “concorso per titoli” che è la successione al vertice del PdL. Se avesse voluto rimanere in lizza, come affermano quanti traggono elementi di valutazione dall’indice di gradimento degli italiani, che non si è mai trasformato in indice di consenso elettorale, Fini avrebbe dovuto chiedere un ministero pesante, gli interni, ad esempio, dove avrebbe potuto soddisfare la richiesta di sicurezza degli italiani, molto importante a Destra. Oppure la Difesa, che concorre della visibilità estera in ragione delle missioni militari con le quali si fa la politica di pace e sicurezza internazionale, e della sicurezza interna, schierando l’esercito a presidio di alcuni obiettivi strategici e contribuendo con i Carabinieri all’ordine pubblico. Non ha voluto. Non si è voluto impegnare ancora una volta. Passa la mano. Ma rischia di passare il turno. Qualcuno ha notato che giovedì 24 sera, nel corso della manifestazione di addio all’ICI, in Piazza Navona, nel parlare di Roma, della sua storia, della civiltà che dalle rive del Tevere si è estesa a tutto il mondo, Fini ha richiamato tutte le qualificazioni, tranne quella della Roma cristiana e cattolica. Forse ha voluto ribadire la sua scelta laica, un po’ radicaleggiante. Ma che ci azzecca, direbbe Di Pietro, col futuro del Partito delle Libertà? E se per Enrico IV di Francia Parigi val bene una Messa, certo per l’ascesa al vertice del PdL sarebbe stato necessario un intelligente rapporto con la gerarchia ecclesiastica. Cosa nella quale Gianfranco si era impegnato in un periodo della sua storia politica, fino a metà dell’esperienza di Vicepresidente a Palazzo Chigi, quando ha “scoperto” di essere un politico laico un po’ radicaleggiante e di sentirsi il riferimento della destra laica e libertaria. Un leader, insomma, di quale base? Dov’è la destra laica e libertaria? Ma questa a lui sembra una variabile “indipendente”. Intanto i parlamentari ex AN eletti nel Partito delle Libertà iniziano ad avere mal di pancia ed a sentirsi spaesati dentro il nuovo partito. Tutti, tranne coloro che da tempo vantano un solido rapporto con il Cavaliere.
25 aprile 2008

Amministrazione e Magistratura
Il rischio dell’inefficienza

di Salvatore Sfrecola

Torno a distanza di poche ore sul tema dell’efficienza delle istituzioni. Intendo dire che l’Amministrazione nel suo complesso, cioè gli apparti civili dello Stato e degli enti pubblici, e la Magistratura devono dare una risposta alle istanze dei cittadini. In sostanza tutti questi apparati devono soddisfare l’esigenza per la quale sono stati istituiti e dotati di uomini e mezzi. L’Amministrazione deve rendere i servizi necessari per fare dell’Italia un Paese moderno con uno sviluppo economico e sociale corrispondente alle sue potenzialità. Cittadini ed imprenditori attendono di poter esercitare i loro diritti nelle forme e nei tempi più adeguati alle esigenze. Cioè presto e bene. Il tempo ha un valore economico per tutti. Per le amministrazioni, per i cittadini e per le imprese. Il tempo perduto per adempimenti non necessari costituisce un disservizio ed è un danno grave per l’economia del Paese nel suo complesso e per i singoli. Accanto all’Amministrazione, che gestisce il quotidiano e i servizi ordinari per la gente, dai servizi amministrativi alla sicurezza, alla salute, all’istruzione e così via, la Magistratura nel suo complesso ha la fondamentale funzione di assicurare la tutela certa dei diritti e degli interessi in capo a tutti i soggetti dell’ordinamento. In una parola, i giudici di tutte le giurisdizioni concorrono ad assicurare la pace sociale, la corretta amministrazione e finanza dello Stato e degli enti pubblici. Quando c’è un deficit grave nella prestazione di questi servizi i titolari delle rispettive attribuzioni sono posti immediatamente sotto accusa da parte dell’opinione pubblica e della classe politica, che tende a scaricare il malcontento della gente sui funzionari e sui giudici. Basta leggere i giornali di questi giorni. Il neopresidente di Confindustria, Emma Marcegaglia, ha avuto da ridire sull’efficienza dell’Amministrazione e della giustizia civile. I processi lenti, non è doglianza di oggi, e l’incertezza del diritto che ne deriva scoraggiano gli operatori economici. E’ uno stato di cose che allontana anche gli investitori stranieri. La giustizia penale è globalmente sotto accusa per le “scarcerazioni facili”. Oggi Libero titola in prima pagina a tutte colonne “La festa dei banditi”, occhiello “Criminali impuniti”. Di spalla “Casarin & Caruso – macché sovversivi – son bravi ragazzi”, a commento della sentenza che li ha mandati assolti dall’imputazione di associazione sovversiva per i fatti del 2001, al G8 di Genova e al Global Forum di Napoli. E’ probabile che l’imputazione non fosse quella giusta, ma è certo che quei signori con la violenza hanno aggredito le Forze dell’Ordine e distrutto beni pubblici e privati. Un qualche reato, o forse più di qualcuno dovranno pur averlo commesso. Amministrazione e Giustizia inefficienti mettono a rischio la pace sociale, lo sviluppo economico e sociale del Paese. Ho appena detto ieri che l’una e l’altra rischiano di essere riformate da fuori, cioè senza la partecipazione degli addetti ai lavori, con buona possibilità che la riforma non risolva i mali, o non li risolva tutti. Allora perché le espressioni professionali dei funzionari e dei magistrati non si pongono il problema di suggerire le riforme necessarie per restituire efficienza ai rispettivi apparati, cioè per lavorare meglio, con maggiore soddisfazione ricavandone un adeguato prestigio? Quel prestigio che accompagna chi opera bene, secondo le leggi, in modo da offrire il servizio che i cittadini chiedono ed hanno il diritto di pretendere. Nei titoli dei giornali e nei commenti di operatori economici e politici, accompagnati dal mugugno della gente c’è implicito un pericolo forte, quello di bypassare l’amministrazione con la creazione di strutture parallele che l’esperienza ha dimostrato scarsamente efficaci e di aprire la strada ad una giustizia privata che definisca rapidamente le controversie. Mi auguro, prima di tutto da cittadino, che gli apparati sappiano trovare in se stessi l’efficienza necessaria applicando correttamente le leggi o, se è necessario un nuovo intervento normativo, suggerire dove intervenire tagliando e cucendo, senza pietà e rapidamente.
25 aprile 2008

Quando le istituzioni non si fanno amare
L’insopportabile peso della burocrazia inutile

di Salvatore Sfrecola

Ripeto spesso che la prima cura dei governi, ad ogni livello di responsabilità politica, dovrebbe essere la pubblica amministrazione, intesa come il complesso delle norme e delle persone delle quali il potere politico si avvale per realizzare il programma approvato dagli elettori con il voto. E’ evidente, infatti, che si governa attraverso gli strumenti che consentono di perseguire le politiche pubbliche. Si tratta di un complesso armamentario di norme, di leggi, regolamenti, decreti, affidati alle cure di funzionari i quali debbono interpretarle e dare attuazione alle previsioni in esse contenute, d’ufficio, quando è l’Amministrazione che dà avvio ad un procedimento, su istanza di una parte, pubblica o privata, quando è necessario l’impulso dell’interessato. Questo complesso di norme e di uomini che le devono applicare offre ai cittadini l’immagine autentica del potere pubblico, il volto dell’autorità, che aumenta o diminuisce in ognuno di noi la credibilità delle istituzioni. Accade dunque che in Italia questa credibilità sia piuttosto bassa in quanto l’Amministrazione, il più delle volte, grava il cittadino con richieste di esibire documentazione inutile o ripetitiva o certificativa di situazioni che la stessa amministrazione conosce già o può conoscere con la semplice consultazione di una banca dati pubblica. Un esempio. Ad un mio amico che nella dichiarazione dei redditi espone il costo del mutuo per l’acquisto della prima casa è stata chiesta la prova che si tratti effettivamente della prima abitazione. Lui mi ha fatto una semplice domanda. “Ma se dalla dichiarazione dei redditi risulta solo un immobile, che senso ha chiedermi se quella, che è l’unica, è la mia abitazione principale?” Non essendo un esperto tributario non ho saputo dare una risposta certa, ma l’osservazione mi sembra obiettivamente ragionevole. Il fisco non dovrebbe avere dubbi, in presenza di una sola abitazione, che quella gravata da un mutuo sia la principale. Infatti è l’unica. L’esempio, forse è banale, ma credo dia ben conto della inutilità di taluni adempimenti richiesti che a volte danno l’impressione di una sadica persecuzione del cittadino. Come nel caso di un altro mio conoscente che ha dato in locazione un locale uso laboratorio per il quale il Comune ha chiesto se ci fosse un parcheggio. Non so se lo prevede una norma. Se è così mi sembra assurda. Le conclusioni di queste riflessioni, da parte di chi conosce l’Amministrazione e ne ha sempre difeso il ruolo ed il prestigio, sono nel senso che dovrebbero essere prima di tutto i funzionari a preoccuparsi del discredito che queste situazioni gettano su loro e sulle istituzioni. Credo, infatti, che i primi a pretendere di voler lavorare bene nell’interesse generale dovrebbero essere i dipendenti pubblici, i quali spetta suggerire tutte le semplificazioni procedurali idonee a dare prestigio al loro lavoro. Un prestigio che deriva solo dall’efficienza. Purtroppo questa mentalità stenta a farsi strada nei dipendenti pubblici in questo certamente non aiutati dall’autorità politica, che si preoccupa soprattutto di moltiplicare gli uffici per dare posti di comando ad amici e e amici di amici. Una sorta di suicidio politico, perché l’inefficienza della P.A. è alla base dell’insuccesso della politica e della sua perdita di credibilità agli occhi dei cittadini.
24 aprile 2008
P.S.
Aggiungo alcune considerazioni sulla base di riflessioni che sembrano sfuggire a quanti operano nelle pubbliche amministrazioni ed agli studiosi e commentatori che le osservano. Quando la politica ritiene che la modifica di strutture e procedure corrisponda ai propri interessi ed all’esigenza di soddisfare le istanze della gente procede rapidamente, spesso senza una simulazione degli effetti. Il politico si fida dei suoi consulenti, che spesso sono giovani ricercatori universitari senza esperienza pratica delle amministrazioni ma con molta presunzione. l’hanno maturata nella lettura di qualche rivista straniera, si fidano delle nozioni apprese in qualche stage in università americane od europee. Per loro una modifica limitata o “chirurgica” non va bene, non esalterebbe il loro ruolo, non darebbe il senso della “novità”. E’ così che nascono le “agenzie” e le società “in house”. Una volta si chiamavano aziende od amministrazioni autonome o municipalizzate. Rispettavano sacrosante regole di contabilità pubblica, con qualche deroga per rendere più snella la gestione. Con meno controlli preventivi, ma senza far venire meno quelle garanzie che sono connaturate alla gestione del denaro pubblico. Adesso è confusione somma. Le strutture si moltiplicano, nonostante la saggezza dell’esperienza dica che entia non sunt moltiplicanda preter necessitatem. Sono in mano a clientele politiche senza esperienza, spesso anche con modesta professionalità. L’amministratore inefficiente non esce di scena, viene semplicemente trasferito in un altro ente.
Poche considerazioni per qualche conclusione sulle tante che si potrebbero fare per i vari profili affrontati. L’inefficienza della pubblica amministrazione finisce per danneggiare anche gli stessi addetti che, se non si fanno portatori delle riforme necessarie per adeguare strutture e procedure alle mutate esigenze, finiscono per subirle, nel peggiore dei modi. Con la conseguenza di trovarsi ad operare in strutture inadeguate con procedure ancora incapaci di raggiungere livelli di efficienza. In sostanza chi non si riforma subisce la riforma. Anzi, ne subisce a ripetizione, in conseguenza della perenne inefficienza che si trascina di “riforma” in riforma.
Vale per le pubbliche amministrazioni, ma anche per le magistrature, in un periodo di riforme annunciate a tutto campo.
25 aprile 2008

Il “fenomeno” Lega
di Senator

Analisi corretta, anche se insufficiente, di Giovanni Sartori sul Corriere della Sera di oggi a commento dei risultati delle elezioni del 13 – 14 aprile. Insufficiente, per l’analisi del successo ottenuto dalla Lega anche al di fuori delle regioni nelle quali è nata e si è sviluppata negli ultimi venti anni. Sartori riconosce che nel successo del partito di Bossi c’è un richiamo centrifugo (“via da Roma ladrona”), la protesta antipolitica e il federalismo fiscale, ma non sviluppa l’analisi che, invece, è necessaria per capire a fondo il fenomeno. Innanzitutto va detto che il primo ed il terzo motivo sono strettamente collegati. Il movimento centrifugo nasce dalla necessità di recuperare efficienza in sede locale ed uno dei motivi è quello della gestione in periferia di parte delle risorse che derivano dal gettito fiscale, cioè dalla ricchezza prodotta dalle persone e dalle imprese nella regione. Anche la ventata antipolitica è collegata all’istanza federale. Si assume, infatti, che l’autorità politica vicino al cittadino ne interpreti meglio le istanze, anche per essere sottoposta ad un controllo pressocché continuo dell’opinione pubblica. In questo quadro, Sartori non ne parla, ma il problema dell’ordine pubblico è un aspetto essenziale della gestione efficiente del potere. E’ evidente, infatti, che la ricchezza di una regione, lo sviluppo delle sue attività imprenditoriali e professionali, non può prescindere dalla sicurezza delle persone e delle imprese. Sicurezza messa in forse da una legge sull’immigrazione che ha molteplici lacune le quali non hanno consentito di gestire i flussi migratori e soprattutto la presenza sul territorio nazionale di criminali, che sono andati a rafforzare le fila della delinquenza locale, ed in genere di violenti che hanno concorso in modo determinante a far percepire alla gente una condizione d’insicurezza che non è limitata ad alcune aree del Paese. Si aggiunga che vaste zone, non solo al Sud, sono fuori controllo dell’autorità di Polizia. Dagli scippi alle rapine al pizzo, che da tempo non pagano soltanto commercianti ed imprenditori ma anche liberi professionisti, l’illegalità è diffusa e, soprattutto, impunita. Il federalismo fiscale, del quale molto si parla anche con poca chiarezza di idee sulla sua concreta attuazione, appare oggi una aspettativa alla quale Nord e Sud guardano con una fiducia che spetterà alla classe politica soddisfare e rendere effettiva. Contestualmente, con buona pace del Senatur, il potere centrale dovrà recuperare efficienza ed assumere il ruolo che in ogni ordinamento federale gli è costituzionalmente assegnato, quello di garantire l’interesse nazionale all’efficienza dei servizi ed all’equità sociale e fiscale. Lo dice a chiare lettere l’art. 119 della Costituzione, ma già si sente dire che non tutte quelle proposizioni saranno attuate. E questo non va bene. Perché il federalismo non deve creare o aumentare le distinzioni tra aree del Paese, ma ricondurre tutte le realtà territoriali ad una unità effettiva, anche quando per raggiungerla occorrono sacrifici.
23 aprile 2008

Il Campidoglio laurea o boccia i leader di partito
di Marco Aurelio

Diceva Caio Giulio Cesare, con buona pace dell’architetto Fuscas che lo ha confuso con Cicerone ed ha invitato chi lo contraddiceva a studiare (sic!), che è meglio essere primo nelle Gallie che secondo a Roma. Ma quando è diventato primo a Roma si è stagliato alto nella storia e l’ha segnata con la sua presenza. Fuor di metafora e di ricordi storici, la poltrona di primo cittadino della Capitale è indubbiamente un eccezionale trampolino di lancio. Lo è stato per Rutelli. Ugualmente a Veltroni il Campidoglio ha dato una straordinaria visibilità, con una proiezione anche internazionale. “La poltrona di sindaco non fa diventare premier”, titolava Antonio Calitri su Il Tempo del 20 aprile, a pagina 15, facendo riferimento a Rutelli e Veltroni. Ma la deduzione non è convincente. In primo luogo perché il successo nell’amministrazione di una grande città, di una capitale in particolare, è garanzia di concretezza politica e di capacità di gestione. Roma, inoltre, non è una capitale qualunque. E’ una città storica unica al mondo, erede di una civiltà che ha segnato e continua a segnare l’Occidente e non solo, in particolare nel diritto (che ha conquistato anche la Cina, dove il Digesto di Giustiniano è stato tradotto, grazie alla collaborazione dei romanisti di Tor Vergata, ed è stato alla base di alcune riforme normative). Nei monumenti di Roma è l’immagine della civiltà. Si pensi solo agli acquedotti ed alle terme. Nelle sue Chiese è l’immagine della universalità del cattolicesimo, onde Cristo è romano, come ha scritto Padre Dante. A Roma ci sono tutte le condizioni perché il Sindaco acquisti rapidamente una dimensione nazionale. Certo dipende dalla personalità di chi siede in Campidoglio. Per cui il titolo de Il Tempo andrebbe corretto:”La poltrona di sindaco non sempre fa diventare premier”. Per chiunque è una sfida. I problemi sono tanti. Le dimensioni della Città, il traffico, la difficoltà di far convivere storia e modernità, di far funzionare la macchina amministrativa inadeguata per uomini e mezzi, di rendere sicure il centro e le periferie. Roma, inoltre, dovrà avere quanto prima uno status speciale che l’avvicini ad una regione. Come dico sempre, le cose facili le sanno fare tutti. Ma chi vuole assurgere a leader nazionale deve affrontare le sfide dell’amministrazione, della gestione del potere. Politica è amministrazione. Di “politici puri”, id est venditori di fumo ne abbiamo troppi in giro, in tutti i partiti. E di essi ne abbiamo abbastanza!
23 aprile 2008

Se ne parlerà a “Identità e Confronti” il 22 aprile
Spiritualità ed eroismo: il pacifico Tibet contro il gigante cinese

di Giovanna Luciana de’ Luciani

“La Cina raccoglie quello che ha seminato: in quasi 50 anni, non ha mai dato alcuna speranza alla popolazione del Tibet, ampliando invece il controllo e il genocidio”. Padre Bernardo Cervellera va giù forte. Il Direttore di Asia News, www.asianewsnet.net, non fa sconti all’impero cinese che a pochi mesi dalle Olimpiadi di Pechino “sopprime con carri armati e soldati le richieste disperate dei giovani tibetani”. Ne parlerà ancora martedì 22 a Roma, alle 20,45, nella bella sala dei Padri Cappuccini a San Lorenzo fuori le Mura, in Piazzale del Verano 3, per iniziativa di “Identità e Confronti”, l’Associazione creata da Adriana Elena, con importanti collaborazioni nelle aree culturali del Centrodestra, vicina alla Fondazione Nuova Italia. Con Padre Cervellera, moderati dal dottor Giancarlo Elena, parleranno di “Tibet: spiritualità ed eroismo – tra il Dalai Lama e l’impero cinese”, il Lama Gheehe Ghedum Tarcin, guida spirituale del Centro “Lan Rim”, il Padre Cappuccino Egidio Picucci e Leopoldo Sentinelli, già Vicepresidente dell’Unione Buddista Italiana. Piccolo e pacifico, pervaso da antica spiritualità, il Tibet non è certo in condizione di respingere con la forza l’aggressione cinese. Ma c’è una forza, che spesso nella storia ha prevalso, quella della fede che, a quasi cinquant’anni dalla rivolta, repressa nel sangue, che ha portato all’esilio il Dalai Lama e decine di migliaia di tibetani, da un fuoco che covava sotto la cenere si è sviluppata con una fiammata favorita dalle imminenti Olimpiadi, che Pechino pubblicizza come i Giochi della pace e della fraternità universale. Sono state le Olimpiadi l’occasione della rivolta, quando gli atleti tibetani si sono visti negare la possibilità di partecipare alle Olimpiadi sotto la bandiera del Tibet. Si dice che la Cina abbia già perduto le olimpiadi. Non i suoi atleti, naturalmente, ma l’impero cinese, il gigante che opprime il piccolo Tibet pacifico. Così la fiaccola olimpica, segnale di pace e di libertà, continua il suo difficile cammino verso Pechino tra le proteste in ogni parte del mondo. Mentre in Tibet le proteste dei giovani, monaci e civili, sono il segno della disperazione di un popolo che non vuole morire. Una disperazione alimentata dalla politica di Pechino che in tutti questi anni ha respinto ogni proposta del Dalai Lama diretta a trovare con la Cina una soluzione pacifica, con un’autonomia religiosa per il Tibet, anche rinunciando all’indipendenza. Intanto, l’Occidente democratico e liberale, che si gloria delle sue dichiarazioni universali sui diritti dell’uomo, quando si tratta di investire e sfruttare manodopera a basso costo o di penetrare in un grande mercato si dimentica dei principi e, come le classiche scimmiette, non vede, non sente e non parla, così contribuendo ad acuire la tensione sulle montagne del Tibet, a Lhasa ed oltre, per riprendere il titolo di un bel libro di Giuseppe Tucci, fondatore nel 1934 con Giovanni Gentile dell’Istituto per il Medio e l’Estremo Oriente (IsMEO), scienziato ed incomparabile organizzatore di iniziative culturali ed archeologiche .
20 aprile 2008

Ancora violenza a Roma e Milano
Ripensare il controllo del territorio. Sindaci Sceriffi? Si può fare

di Senator

A Milano e poi a Roma, violenze, stupri e uccisioni, all’indomani della diffusione della “Carta della sicurezza urbana”, il documento bipartisan, redatto da sedici sindaci, otto del Centrosinistra ed altrettanti del Centrodestra, riuniti a Parma per far sentire la loro voce in vista della formazione del nuovo governo. Il tema della sicurezza è all’ordine del giorno da anni e non riguarda solamente le grandi città, ma anche le medie e piccole, segno che il controllo del territorio è sfuggito alle forze di polizia o comunque la loro azione è insufficiente nei confronti della microcriminalità, lo spaccio di droghe e le altre attività illegali che alimentano quella delinquenza che preoccupa i cittadini e che si manifesta negli scippi, nei furti di auto e nelle abitazioni, soprattutto in quelle fuori città, dove molti cercano rifugio dallo stress del lavoro in fabbrica e nelle professioni. Ma c’è anche il problema dell’immigrazione clandestina fonte di criminalità dacché l’irregolare senza lavoro è inevitabilmente spinto a delinquere per sopravvivere e cade nelle spire della criminalità organizzata. I Sindaci vogliono essere coinvolti nel controllo del territorio. È una richiesta ragionevole. Le autorità locali conoscono come e dove si sviluppano i commerci e, in genere, le attività nelle quali la criminalità può più facilmente inserirsi o che può insidiare, conoscono le aree del degrado e dell’emarginazione. L’Amministrazione municipale può, se adeguatamente riorganizzata, monitorare ogni fenomeno economico e sociale attraverso le attività degli uffici e la Polizia Municipale. In sostanza, si tratta di individuare aree di competenza dei comuni che assicurino un’autonoma possibilità di intervento in materia di ordine pubblico, per i reati cosiddetti “minori”, che oggi vengono perseguiti surrettiziamente con ricorso a sanzioni contravvenzionali, come nel caso della prostituzione nelle strade. Ma anche le aggressioni, gli stupri nelle città e nei paesi, in centro come in periferia. Spesso ad opera di stranieri, clandestini, senza lavoro, indotti a delinquere dalle condizioni di vita proprie della clandestinità e da una certa consuetudine alla violenza sviluppata nelle società di provenienza, sicuri di avere buona probabilità di farla franca per essere ignoti alle autorità. Per cui c’è da riconoscere la valentia delle Forze dell’Ordine quando riescono ad identificare e catturare il clandestino del quale non si conosce il nome o la dimora. I sindaci chiedono anche più risorse per videosorveglianza, più uomini e mezzi alle Forze dell’Ordine, ma soprattutto un efficiente coordinamento con Carabinieri, Polizia e Magistratura, con adeguata accelerazione delle procedure per l’adozione delle misure sanzionatorie che possano scoraggiare gli illeciti. Contemporaneamente i primi cittadini chiedono l’adeguamento delle sanzioni, penali ed amministrative, in relazione ai fenomeni che determinano un maggiore allarme sociale nelle città, in un contesto di accelerazione dei processi e, soprattutto, di certezza della pena. Si doveva provvedere in questo senso da anni. Si tratta di richieste rinnovate ad ogni aggressione, ma tutto resta come prima. Ci sono delle resistenze, note da tempo. Alcune poggiano sulla riserva allo Stato dell’ordine pubblico, sull’esigenza di un trattamento omogeneo delle stesse fattispecie sull’intero territorio nazionale. Altra preoccupazione, non sempre confessata, ma nota, è quella della ritenuta scarsa affidabilità dei sindaci e delle loro polizie spesso guidate da distorsioni localistiche, politiche o clientelari. Il rischio c’è indubbiamente, ma nell’assumere un ruolo funzionale all’esercizio del potere punitivo dello Stato, nei limiti e nelle forme di una legge dello Stato, queste preoccupazioni possono essere fugate e la gestione dell’ordine pubblico può essere ricondotta nei limiti fisiologici dell’autonomia del funzionario periferico titolare della funzione. Occorre un forte potere centrale, come sempre e ovunque nelle realtà federali. Lo scenario degli sceriffi delle contee americane che imprigionano l’agente del F.B.I. che indaga a casa loro è improponibile in Italia e comunque è sempre un problema di limiti e controlli. Governo e Parlamento dovranno darsi rapidamente carico dei problemi dell’ordine pubblico, i più sentiti dalla gente. Con regole certe ma funzionali al benessere dei cittadini.
20 aprile 2008

Cavaliere, occhio alla squadra di governo!
di Salvatore Sfrecola

Nelle anticipazioni della vigilia, suggerite probabilmente anche dagli stessi interessati, la squadra di governo non sarebbe molto diversa da quella che, per usare un eufemismo, nel quinquennio 2001-2006 non ha particolarmente brillato , soprattutto in alcuni settori chiave dell’Amministrazione. Faccio solo l’esempio dei beni culturali che sono la prima industria del Paese, se è vero, come è vero, che il turismo è attratto soprattutto dal nostro patrimonio storico artistico, tra l’altro collocato in un assetto paesaggistico unico al mondo. Con milioni di turisti che vengono a visitare il bel Paese, nonostante la paurosa carenza di infrastrutture viarie, alberghiere, portuali, con il rischio di trovare i musei chiusi perché in quel giorno e a quell’ora non fa comodo ai custodi ed ai loro rappresentanti sindacali. L’unico elemento nuovo e rilevante del quale si parla è la prevista Vicepresidenza del Consiglio a Gianni Letta, la cui capacità di lavoro e di mediazione è sotto gli occhi di tutti e da tutti sperimentata. Con quell’incarico il “Direttore”, come affettuosamente lo chiamano a Palazzo Chigi per i suoi trascorsi alla guida de Il Tempo, potrà coordinare l’azione dei ministri per delega di Berlusconi, così affrancato dal quotidiano per tessere rapporti internazionali e interni e preparare la sua ascesa al Colle. Il “quotidiano” è l’amministrazione dello Stato, cioè il succo della politica governativa, il lavoro che, giorno dopo giorno, porta alla realizzazione del programma di governo, cioè a dare attuazione all’indirizzo politico amministrativo che il corpo elettorale ha riconosciuto meritevole di apprezzamento con il voto che ha dato la maggioranza al Partito delle Libertà ed ai suoi alleati, Lega e Movimento delle autonomie. Con l’equilibrio di Gianni Letta è anche possibile che le riforme istituzionali non si trasformino in una bagarre giuridica, come nel modesto e confuso progetto di revisione costituzionale bocciato dal referendum popolare del 2006, o in una resa dei conti con la magistratura foriera di mali peggiori dei benefici che qualcuno immagina di trarne limando le unghie dei pubblici ministeri ed avviando le procure ad una soggezione al potere politico che è, ovviamente, un pericolo gravissimo per la democrazia. Anche la scelta del Ministro che si occuperà della riforma dell’Amministrazione, necessaria ed urgente, dovrà avere la capacità di capire dove e come semplificare, giacché finora alla riduzione delle leggi è seguita una moltiplicazione di regolamenti e decreti, sicché le norme con le quali il cittadino e le imprese si trovano a dover convivere sono aumentate e divenute proprietà della stessa amministrazione “semplificatrice”. La prima iniziativa da assumere sarebbe, dunque, quella di fare chiarezza nelle norme adottando testi unici che restituiscano organicità ad una legislazione troppo spesso resa inintelleggibile da modifiche e deroghe parziali, magari per un determinato tempo. Un brutto vizio di legiferare che il nostro legislatore si porta dietro da tempo. In materia tributaria questa situazione è esasperata e fonte di contenzioso e di perdita di gettito per l’Erario. Fare nomi, distribuendo attestati di efficienza o meno non è mio compito e non sarebbe giusto. Mi auguro che il Presidente Berlusconi, il quale ha riconosciuto che la precedente esperienza di governo è stata “Un’occasione mancata”, per riandare al titolo del mio libro (edizioni Nuove Idee, Roma) con il quale ho voluto fare alcune riflessioni su quei cinque anni di Centro destra, si preoccupi di portare alla testa dei vari ministeri uomini di valore, capaci anche di circondarsi da tecnici adeguati. Lo deve imporre anche ai suoi alleati spesso portati a designare capi corrente senza altro titolo. Infine, Presidente Berlusconi, non si faccia ingabbiare dalla riforma Bassanini che ha previsto in alcuni casi innaturali concentrazioni di competenze e che Prodi le ha lasciato in eredità con la norma della finanziaria 2008 che richiama il decreto legislativo 300 del 1999, forse anche per crearle delle difficoltà, quando era evidente il vicino esito di quel governo.
19 aprile 2008

Un’agenda per il nuovo governo
Ripartire dalla famiglia

di Paola Maria Zerman*

Gli italiani non si sono lasciati incantare dalle parole ed hanno badato ai fatti. In tema di famiglia non è bastato al Centrosinistra aver attribuito ad un Ministro senza portafoglio la responsabilità di seguire le politiche familiari a fronte di una congerie di iniziative che miravano a scardinare l’istituto che la Costituzione pone al centro della società, la società naturale costituita da un uomo e da una donna, fondata sul matrimonio, e dai loro figli. La maggioranza uscita sconfitta dalle elezioni aveva, invece, puntato sui PACS, poi definiti DICO, infine CUS, tutte modalità di riconoscimento pubblicistico di convivenze che in realtà, se eterosessuali, nessuna legittimazione cercano, altrimenti lo avrebbero fatto utilizzando lo strumento civilistico del matrimonio o addivenendo a definizioni pattizie dei loro rapporti, sulla base del codice civile. La verità, apparsa evidente nelle dichiarazioni dei maggiori esponenti della maggioranza battuta dal voto del 13-14 aprile e del governo, sta nelle “aperture” ad istanze di omosessuali i quali pretendono di vedersi riconosciuto non già un rapporto privato di convivenza ma uno status pubblicistico matrimoniale, in aperto contrasto con la previsione costituzionale che “riconosce” la famiglia fondata sul matrimonio tra un uomo ed una donna, l’unica unione capace in natura di realizzare la funzione sociale della procreazione, cioè della crescita e dello sviluppo della società. Gli italiani hanno respinto queste divagazioni politico-elettoralistiche assurde, testimonianza di una visione della società lontana dalle nostre tradizioni e dal sentire profondo della popolazione, al di là delle ideologie e delle posizioni politiche contingenti. La nuova maggioranza deve, dunque, ripartire dalla famiglia, considerandone la centralità nella politica economica e sociale, tenendo conto che le famiglie sono il motore del risparmio e dei consumi, in quel mercato interno che langue, proprio perché l’aumento del costo della vita ha reso stipendi e salari insufficienti rispetto alle esigenze reali della vita di tutti, dall’alimentazione al vestiario, agli studi dei figli. Tutte spese “di investimento”, diremmo con linguaggio economicistico, perché le condizioni di vita della popolazione, la sua adeguatezza culturale rispetto alle esigenze del lavoro sono un valore, una ricchezza per la società intera, un vero e proprio “capitale sociale”, nella misura in cui le relazioni positive realizzatesi all’interno del nucleo familiare sono capaci di un effetto positivo sulle altre famiglie e sull’intera comunità. Qualcosa di positivo si intravede nelle prime dichiarazioni degli esponenti della nuova maggioranza. Ad esempio, l’abolizione dell’ICI sulla prima casa è certamente una misura di modesto rilievo rispetto ai grandi problemi delle famiglie gravate da costi che limitano le possibilità di mantenimento dei figli e di sviluppo dell’istruzione professionale, ad esempio. Ma è un segnale, un cambio di tendenza rispetto alla penalizzazione delle esigenze delle famiglie fin qui seguita dalla politica. Non basta l’ICI, naturalmente. Occorre riprendere le fila di un discorso interrotto a fine legislatura 2001-2006, quando la Vicepresidenza del Consiglio dei ministri mise a punto uno schema di disegno di legge recante “Statuto dei Diritti della famiglia”, un documento frutto di uno studio condotto con i maggiori esperti dei vari problemi che interessano le famiglie, dalla politica della casa ai ricongiungimenti familiari, al fisco, mediante il riconoscimento della personalità giuridica della famiglia in modo da considerare gli oneri che essa sostiene quali spese per l’investimento nel futuro, un po’ come per le imprese che si vedono riconosciuti sgravi per le spese di funzionamento. La nuova maggioranza tenga conto di queste indicazioni e consideri gli effetti positivi per i singoli e per la società nel suo complesso da politiche familiari che rispondano alle effettive esigenze delle persone, come vanno facendo altri paesi a noi vicini, come la Francia, o più distanti anche sul piano culturale e delle tradizioni, come la Svezia. Dobbiamo agire in fretta, ogni misura di carattere economico e sociale comincia a produrre i suoi effetti nel tempo. Noi li vorremmo vedere presto!
18 aprile 2008
* Con questo articolo Paola Maria Zerman, Avvocato dello Stato, Direttore del Sito www.lafamiglianellasocieta.org inizia la sua collaborazione a questo giornale. Le politiche sociali sono state un suo tema di studio, anche perché non si perdesse memoria dei lavori della Commissione della Presidenza del Consiglio dei Ministri di cui parla nel pezzo e nell’ambito della quale aveva coordinato i gruppi di lavoro. Temi che l’Avv. Zerman ha ripreso ripetutamente nei mesi scorsi come relatrice in un Convegno del Distretto Rotary 2080 e due giorni fa in un altro incontro promosso a Roma dall’Inner Weel nella splendida Sala Vanvitelli dell’Avvocatura Generale dello Stato. L’Avv. Zerman è un giurista e quindi tratterà su queste colonne anche di altri temi, ogni volta che l’attualità stimolerà sue riflessioni. La ringraziamo per questa disponibilità

Fair plair e memoria corta
di Senator

“Noi non lo avremmo fatto”, così Antonello Soro, in televisione, ha commentato la decisione della maggioranza di designare propri rappresentanti per i posti di Presidente della Camera e del Senato. Qualcun altro, alla notizia, aveva commentato “cominciamo male”. “Noi non lo avremmo fatto”! E, invece, lo hanno fatto, con incredibile arroganza. Memoria corta o una straordinaria faccia tosta? Infatti nel 2006 è stata l’allora maggioranza di Centrosinistra, assicurata solo dal relativo “premio”, avendo conquistato appena ventiquattromila voti popolari, a pretendere tutte le cariche istituzionali, dalla Presidenza della Repubblica a quelle delle due Camere, alla Presidenza del Consiglio, ovviamente. Allora sarebbe stato politicamente produttivo per le sinistre offrirne una alla coalizione di centrodestra. Così coinvolgendo in qualche modo l’opposizione in alcune iniziative del governo. Suvvia, un po’ di fair plair, caro Soro, ricordando che l’arroganza e la spocchia non si addice a chi vanta una storia personale e politica di qualità. E’ molto più produttivo, quando si è sulla cresta dell’onda, assumere un atteggiamento di disponibilità nei confronti di chi è all’opposizione, con offerta di dialogo, pur nelle rispettive posizioni ed in relazione alle diverse responsabilità.
17 aprile 2008
Postilla del Direttore
Bentornato amico Senator, reduce da un’elezione che, nel tuo caso, non è una nomina. Infatti hai fatto lievitare i voti nel collegio. E’ vero che ti sei giovato dell’onda favorevole che ha riportato il Centrodestra al governo, ma nel tuo caso, come per quanti hanno lavorato tra la gente, il successo è stato maggiore.

La Sinistra estrema, dal Parlamento alla piazza?
di Salvatore Sfrecola

C’è un pericolo dietro la disfatta della Sinistra estrema, quella orgogliosamente attaccata al Comunismo, imperterrita paladina di un’ideologia alla quale si devono tante delle tragedie del ventesimo secolo e l’impoverimento di antiche popolazioni del nostro e di altri continenti. Il pericolo sta nella stagione delle riforme, in un quadro di rigido contenimento della spesa pubblica, l’equilibrio tra quello che si deve dare alle famiglie e alle imprese e qualche sacrificio che necessariamente accompagnerà queste misure, magari solo in via temporanea, possa generare malessere in alcuni ambienti ed aree del Paese. E che questi disagi si scarichino sulla piazza, assumano, cioè, la forma della protesta pubblica, fuori delle fabbriche, delle scuole, nelle piazze, appunto, delle nostre città. La protesta è espressione di democrazia e di confronto. L’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro e nessun governo può ignorare i motivi di una contestazione di scelte politiche ed economiche. Finora la protesta è stata in parte incarnata dalla Sinistra cosiddetta radicale, che, anzi, in un periodo recente, quello del Governo Prodi, è stata al potere, ha condiviso le scelte della maggioranza. Una formula, si è visto, che non ha funzionato. Ha inceppato il governo, non ha dato migliori servizi ai cittadini e alle imprese, cioè ai lavoratori. Tuttavia, la presenza in Parlamento della Sinistra radicale ha assorbito, nell’alveo della legalità e delle procedure della concertazione, proteste che avrebbero potuto trovare sfogo sulle piazze ed assumere la forma violenta della quale abbiamo avuto esempi in alcune occasioni, magari ammantate della bandiera della pace. La disfatta dei Bertinotti dei Mussi, dei Pecoraro Scanio scopre, dunque, il fianco sinistro del Parlamento. Con un effetto ulteriore. La situazione potrebbe indurre il Partito Democratico, che oggi mostra disponibilità a dialogare con la maggioranza su alcune riforme di interesse generale, ad irrigidirsi, per farsi paladino di quelle frange politico-sindacali rimaste orfane della Cosa Rossa.
16 aprile 2008

I nuovi equilibri politici dopo il voto
Un’occasione da non perdere (per l’Italia)

di Salvatore Sfrecola

Alla fine l’assenteismo è stato inferiore a quanto temuto ed il risultato elettorale più netto del previsto, a favore del leader del Partito delle Libertà. Tuttavia la sconfitta del Partito Democratico e la disfatta delle Sinistre più radicali non sembrano destinate a perpetuare lo scontro nei mesi a venire. C’è un clima nuovo che va colto. Il gesto civile di Veltroni, stile americano, di telefonare al vincitore per rendergli onore, apre la strada ad un confronto parlamentare che fa intravedere una fattiva collaborazione con la maggioranza sui grandi temi della riforma delle istituzioni e della lotta alle povertà che si sono paurosamente estese a strati sociali che negli anni scorsi godevano di una certa agiatezza. Ci sono, poi, i problemi della scuola, della sanità, dell’assistenza, del fisco, per non dire di quelli della giustizia, delicatissimi. Tutti problemi che esigono soluzioni assunte rigorosamente sulla base di accordi con l’opposizione, perché nell’istruzione, nell’assistenza sanitaria, nella giustizia fiscale e in quella civile e penale non si distinguono interessi diversi tra i cittadini che votano a destra e di quelli che votano a sinistra. Tutti vogliono che i figli siano preparati per entrare nel mondo del lavoro, che i malati siano curati nel migliore dei modi, che i redditi non siano falcidiati dalle imposte e che quando si rivolgono ad un giudice possano ottenere giustizia in tempi brevi. Berlusconi non ha promesso miracoli. Le risorse sono limitate, per cui si dovrà puntare sulla riqualificazione della spesa pubblica, cioè sulla revisione delle scelte operate negli anni scorsi, eliminando gli interventi non necessari o rinviabili senza danni per l’Amministrazione e per le imprese che forniscono beni e servizi in relazione ai quali hanno in corso le produzioni o le forniture. Andiamo, dunque, verso una stagione di collaborazione intelligente ovunque i programmi coincidano, come è stato messo in evidenza ripetutamente nel corso della campagna elettorale, sia pure per dire che l’uno li aveva copiati all’altro. Non è importante chi possa legittimamente mettere il timbro dell’originalità su una parte del programma, ma chi, con la semplicità che caratterizza le persone dotate di onestà intellettuale, opera per il bene comune nell’interesse della gente. Si prospetta, dunque, un fair plair virtuoso nella gestione delle emergenze che preoccupano gli italiani. Lo vogliono sia Berlusconi che Veltroni. Il primo perché aspira al colle Quirinale che non potrà scalare se la sinistra gli sarà ostile. E comunque non potrà essere eletto Presidente della Repubblica da questo Parlamento, a meno che Napolitano non si dimetta in anticipo, anche di pochi mesi. Il Capo dello Stato termina il proprio mandato il 10 maggio del 2013, oltre la fine del quinquennio della legislatura che si apre il 29 aprile 2008, giorno dell’insediamento delle due Camere. Quanto a Veltroni, deve dimostrare che la scelta di correre da solo, condannando a morte la sinistra radicale ed i verdi, ha aperto alla modernizzazione della politica, stile USA, come piace ai due leader. Berlusconi si tiene la sua vittoria, Veltroni ha la possibilità di trasformare la sconfitta in una presenza autorevole nella storia politica e parlamentare. Tant’è vero che parla di governo ombra, per fare un’opposizione seria, quella della quale hanno bisogno governo e maggioranza per essere stimolati a fare bene. Niente inciuci, s’intende, ma dialettica intelligente e serrata sui problemi veri della gente, per risolverli o, almeno, per tentare di farlo.
15 aprile 2008

Se la politica perde punti
di Salvatore Sfrecola

Dice bene Renato Mannheimer sul Corriere della Sera di oggi che dovrebbe essere riservata maggiore attenzione al dato dell’affluenza ai seggi, anche se quella rilevazione è travolta, nello spazio di poche ore, dai risultati del voto, quelli che decretano vittoria e sconfitta. Eppure il dato, sia pure parziale, riferito a quanti hanno votato alle 22 del primo giorno, offre qualche spunto di riflessione. In primo luogo, come segnala lo stesso Mannheimer, il calo ha accompagnato una campagna elettorale dai toni moderati, come nel 2001, quando vinse il centrodestra, mentre nel 2006, in un confronto più aspro, fu registrato un + 2 per cento di votanti a livello nazionale. O come a Roma, nell’elezione del Sindaco, che ieri ha registrato un picco del 57 per cento, segno che i quiriti hanno percepito l’importanza della competizione che vede Alemanno opporsi a Rutelli. Quali le conseguenze sul voto? Non è facile prevederlo e non ci prova neppure Mannheimer. L’astensionismo, se sarà confermato dal dato odierno, potrebbe equamente ripartirsi sui due schieramenti. Infatti non è più il tempo nel quale i fan delle sinistre si distinguevano per una maggiore assiduità alle urne. Il dato di Roma, tenuto conto del significato che i due schieramenti hanno dato al confronto, potrebbe tanto aprire la strada al ballottaggio, quanto significare che le forze che hanno appoggiato Veltroni negli ultimi anni si sono riversate in massa su Rutelli. Avremo elementi per commentare, di qui a poche ore. Intanto un rinnovato invito a votare! Se, poi, sarà confermato il calo dei votanti è vero che la politica “perde punti” e ne dovrà tenere conto. L’antipolitica è sempre dietro l’angolo, ha sobbalzi periodici, ma potrebbe trovare chi la incarni con maggiore capacità e forza di persuasione di un Grillo o di un Moretti.
14 aprile 2008

Alle urne, alle urne!
di Salvatore Sfrecola

Mai come in questa occasione l’appuntamento elettorale con i suoi risultati darà la misura della maturità del popolo italiano, della sua capacità di dimostrare fiducia nelle istituzioni nonostante tutto. Nonostante le prove poco esaltanti della Destra e della Sinistra alternatesi al governo del Paese nell’ultimo quindicennio che ha segnato un progressivo degrado nell’economia e nella vita sociale, dalle pubbliche amministrazioni, che raramente raggiungono livelli di efficienza, alla scuola, ai servizi essenziali. Siamo il fanalino di coda, a livello europeo, nell’istruzione, come dimostrano impietosamente perfino i politici intervistati dalle Jene che non sanno collocare nel tempo la Rivoluzione Francese o la scoperta dell’America. Ugualmente scadente, in particolare in alcune regioni, la sanità, che non assicura ai cittadini un diritto, quello alla salute, solennemente affermato in Costituzione. Per non dire della raccolta dei rifiuti, che oltre a presentare al mondo intero un’immagine del Paese della quale nessuno sembra vergognarsi, è fonte di malattie e d’inquinamento delle acque. Nonostante questa situazione, che indigna la gente perbene, cioè la stragrande maggioranza della popolazione, dobbiamo votare, scegliendo secondo la nostra valutazione delle cose e delle persone. Non votare sarebbe sbagliato, con una classe politica che non capirebbe il segnale. Meglio, invece, un voto ampio, per una maggioranza, qualunque sia, che possa governare, perché il voto possa dare il segno di un invito a fare, per il bene comune, cioè nell’interesse di tutti. Con l’intesa che questo voto abbia il senso di un appello, l’ultimo avviso alla classe politica nella speranza che si rigeneri. E dal 15 i cittadini imparino ad organizzarsi per l’esercizio del diritti civili, per conquistare quegli spazi di libertà che la Costituzione all’art. 118 ha riconosciuto loro sulla base del principio di sussidiarietà orizzontale. Per fare laddove la politica e l’Amministrazione tardano o mostrano inefficienza. Alle urne, dunque, magari turandosi il naso, come diceva Indro Montanelli in un tempo che neppure lui avrebbe pensato di rimpiangere! Alle urne, perché l’Italia deve dimostrare di essere degna erede della sua storia civile e politica. Nonostante tutto!
13 aprile 2008

Il silenzio e la riflessione
di Salvatore Sfrecola

Spenti i riflettori sulle manifestazioni che hanno chiuso la campagna elettorale per i partiti ed i candidati, il silenzio della vigilia è riservato alla riflessione. Per tutti, anche per coloro che sentono un vincolo di appartenenza ideale all’uno o all’altro schieramento od alle formazioni politiche che li affiancano. Quali gli elementi della scelta? Le promesse, forse, che caratterizzano da sempre la propaganda elettorale? Promesse per tutti o quasi, per i giovani e gli anziani, le famiglie e le imprese. Promesse di migliori servizi, in materia di sicurezza, di sanità, di scuola. E poi interventi sul costo della vita, che attanaglia le famiglie e i singoli, da Nord a Sud, una situazione che preoccupa, che rende difficile l’ultima settimana del mese e non solo. E non solo per le persone, perché anche lo Stato, dopo l’ultima asta dei BOT, nella quale la richiesta non ha corrisposto all’offerta, ha difficoltà di cassa. In queste condizioni di disagio, che coinvolgono il pubblico ed il privato, la scelta dei singoli, se non è fideisticamente diretta alla bandiera di questa o di quella forza politica, deve necessariamente considerare alcuni elementi in un contesto di non facile lettura, tra storia e cronaca. In particolare alle promesse va applicata una saggia tara, in relazione al possibile costo delle misure preannunciate, che richiedono l’individuazione delle occorrenti risorse, alle quali naturalmente i partiti non hanno fatto riferimento nella rincorsa a chi prometteva di più. Perché ne avrebbero ridotto l’effetto annuncio. Un metro di valutazione della credibilità degli uomini politici è indubbiamente dato dall’esperienza. L’uno e l’altro schieramento ha governato nell’ultimo decennio ed ha amministrato città importanti, raggiungendo alcuni obiettivi e mancandone altri. Come e in quale misura? Come, ad esempio, ha saputo rispondere alle sfide della congiuntura economica internazionale, cogliendo le opportunità date all’iniziativa imprenditoriale italiana dalle tipicità che la caratterizzano? Quali diritti del cittadino e delle imprese sono stati resi di più agevole fruizione? Infine, quali uomini i partiti hanno messo in campo per rendere credibili le promesse di buon governo? Sono valutazioni che ognuno può fare nel proprio intimo, con passione e razionalità, con una riflessione che sia capace di guardare al domani, non solo al dopo voto, ma agli anni a venire, nei quali naturalmente si sentiranno gli effetti delle promesse della vigilia.

12 aprile 2008
Il partito del “NON VOTO”, nonostante tutto una scelta sbagliata

di Salvatore Sfrecola

Percepisco una diffusa disaffezione per il voto di domenica e lunedì prossimi, anche tra gente che ha alto il senso dello Stato e coscienza civica forte. “Che voto a fare – mi dice qualcuno solitamente ligio al dovere civico elettorale – se non posso scegliere e se rischio di mandare a Montecitorio e Palazzo Madama chi non voterei mai, comprese persone dalla fedina penale gravemente macchiata?”. Non avevo mai sentito tra i miei conoscenti affermazioni di questo genere. Anzi, qualcuno mi ha anche rivelato di non aver votato la volta scorsa o, addirittura, di aver annullato la scheda. E’ un sintomo preoccupante che, nonostante le ragioni che militerebbero per il non voto, non mi convincono e contrasto decisamente. E’ indubbio, e su questo giornale è stato ribadito più volte, che l’attuale legge elettorale ha privato il cittadino del suo primo diritto politico, quello di scegliere chi lo rappresenterà in Parlamento. E’ una legge che, a pensarci bene, evoca i regimi totalitari più biechi, quelli dove le libertà civiche sono conculcate, dove i diritti più elementari sono calpestati. Ci siamo indignati in tanti, ma invano. La classe politica non ha fatto nulla per modificare la legge. Solo parole di critica da qualcuno, ma nessuna iniziativa concreta. Il Parlamento si sarebbe dovuto fermare per fare una nuova legge elettorale. In verità questa legge piace o, meglio, fa comodo a tutti, in quanto mette nelle mani di una ristrettissima oligarchia la “nomina” di senatori e deputati. Ieri un mio amico, che cercavo di convincere a votare comunque, mi diceva: “se non votasse il 51 per cento degli italiani sarebbe un fatto politico importante. Una figuraccia a livello internazionale per l’intera classe politica”. Anche quest’argomento non mi ha convinto perché i nostri direbbero che in Italia si vota più che altrove. Rassegnarci? No certo! Occorre votare, ma con il fermo proposito di considerare questa l’ultima chiamata per la classe politica. Nel senso che dal 14 sera, chiunque vinca, i cittadini devono mobilitarsi per una riscossa della coscienza civile di questo Paese che nelle sue articolazioni culturali, nell’ambito delle professioni e delle altre espressioni della realtà sociale, deve saper esprimere poche ma significative richieste non eludibili, il ripristino del voto di preferenza, in primo luogo, ed alcune riforme che si suole definire bipartisan, quelle dell’Amministrazione, per governare lo sviluppo, del fisco, della scuola, della giustizia. Perché un fisco equo, una scuola che prepari i futuri professionisti, una giustizia che dia a ciascuno il suo in tempi brevi, non sono riforme di destra o di sinistra, sono espressioni di civiltà della quale l’Italia non può più fare a meno.
10 aprile 2008

Correttezza istituzionale. E’ una questione di stile
di Publicus

I governi hanno il dovere di governare, quindi di procedere alla nomina di funzionari e amministratori pubblici quando il posto si rende libero e l’esigenza si manifesta. C’è, tuttavia, una regola un tempo seguita immancabilmente, quella per la quale i governi evitano, in prossimità delle elezioni e, quindi, in vista di un nuovo Esecutivo, di fare nomine di significato “politico”, come quelle di dirigenti di prima fascia e capi di uffici autonomi. E’ una questione di correttezza istituzionale, di costume, direi anche di buon gusto, sulla quale hanno vegliato i Presidenti della Repubblica, quando i relativi provvedimenti assumono la forma del decreto dato dal Palazzo del Quirinale. E’ vero che gli incarichi di Segretario generale e di dirigente delle strutture autonome e gli incarichi conferiti agli esterni “cessano decorsi novanta giorni dal voto di fiducia al Governo” (art. 19, comma 8, del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165), ma le nomine “in limine” creano un fatto compiuto che comunque mette in imbarazzo il nuovo governo, che dovrebbe adottare provvedimenti di non rinnovo dal sapore sgradevole. Ugualmente è scorretto, gravemente scorretto impegnare, con la richiesta del prescritto parere dell’Organo di autogoverno, posti come quelli di Consigliere di Stato o della Corte dei conti che si renderanno liberi in tempi successivi, quando il governo che dovrà procedere alle nomine sarà un altro. Quando riusciremo a diventare un Paese nel quale l’Amministrazione non sia riserva di caccia di partiti desiderosi di “piazzare” i “loro”, ma ci sia rispetto per quanti prestano servizio allo Stato, per coloro che, per dirla con Piercamillo Davigo, indossano la “giubba del Re” e in Inghilterra sono i “funzionari della Corona”, che nessuno penserebbe nominare “proditoriamente” o ai quali nessuno penserebbe di applicare lo spoil system?
9 aprile 2008

Schede elettorali, a rischio errori? Forse no!
di Salvatore Sfrecola

Le abbiamo viste solo sui giornali e in televisione, ma non è dubbio che l’esposizione dei simboli dei partiti ingeneri qualche perplessità e faccia immaginare la possibilità di una buona percentuale di errori da parte dei elettori. Non è un fatto privato. E’ una questione di democrazia, di esercizio di quel fondamentale diritto, il primo diritto politico dei cittadini, di scegliere almeno il partito che ritiene più vicino alle sue idee, quello che ha presentato il programma che ritiene più confacente ai suoi interessi ed al bene del Paese. Se questo diritto, che è un cardine della democrazia, già limitato per effetto dell’eliminazione delle preferenze, è anche messo in discussione perché l’elettore potrebbe essere indotto in errore dalla definizione della scheda, allora la democrazia subirebbe un colpo mortale. Anche se un voto, un solo voto, non dovesse corrispondere alla volontà dell’elettore Il MInistro Amato dice che va tutto bene, che la legge è stata rispettata. E rilancia, è la legge di Berlusconi. Ma a lamentarsi è anche l’On. Di Pietro, che di Amato è compagno di cordata. Anzi è stato il primo ad denunciare un difetto della scheda. Abbiamo sotto gli occhi il fac-simile della scheda che pubblica oggi il Corriere della Sera alle pagine 2 e 3 per il Senato, in Lombardia e nel Lazio. Vediamo le obiezioni. Alcune sono generiche, in sostanza riferite alla circostanza che ci sono molti simboli che potrebbero ingenerare confusione. Di Pietro denuncia che non è chiaro “che esistono due coalizioni”. Ma questo francamente non sembra. Intanto sulla schede che abbiamo di fronte sono evidenti gli apparentamenti della Lista Di Pietro e del PD che, infatti, sono riportati in due quadrati uniti tra loro, così come i simboli del Partito delle Libertà e della Lega. In questo modo è evidente che la “coalizione” è esattamente individuata. Che poi questi simboli coesistano con quelli di un’altra decina di partiti, questo è l’inevitabile conseguenza della frammentazione dello scenario politico italiano. I partiti non si sono apparentati come nella passata legislatura, per cui la scheda non poteva essere diversa, a meno che non si volessero individuare le coalizioni in una pagina ad hoc, con l’effetto di mettere sotto gli occhi dell’elettore un vero e proprio lenzuolo. Si può fare, si potrebbe fare, ma a questo punto avrebbero protestato i piccoli che si sarebbero sentiti emarginati. Insomma sarebbe stata violata la par condicio che presiede alla rappresentazione delle candidature. Scrive il Corriere nella didascalia sotto la foto che riproduce il fac-simile delle schede, dopo aver spiegato che i loghi sono separati tra loro di circa mezzo centimetro, eccetto quelli dei partiti delle due coalizioni “che risultano invece uniti l’uno all’altro”, che “un elettore potrebbe per errore essere indotto a tracciare una croce tra i due simboli, rendendo così nullo il voto”. In effetti, quella che appare sulla scheda non è una vera e propria coalizione, nel senso che il voto non va alla coalizione ma ai singoli partiti. E questo, effettivamente, potrebbe non essere percepito da molti elettori. Un problema di chiarezza della scheda, tuttavia, deve essere esistito sempre, se il Senatore a vita Giulio Andreotti rivela oggi, sempre al Corriere della Sera (a pagina 2), di ricorrere a quello che definisce un “vecchio trucchetto”, per non sbagliare. “Lì dentro, un po’ la penombra, un po’ che i simboli sono sempre tanti… io invece tiro fuori il mio fac-simile, sbarro per bene, e sono sicuro di non dare il mio voto a chi non voglio”. E l’errore è evitato. Forse una tempesta in un bicchiere d’acqua. O un eccesso di nervosismo alla vigilia di un voto difficile!
6 aprile 2008
Post scriptum del giorno dopo
La vicenda schede, come ogni questione giuridica, contiene una dose alta di opinabilità nell’interpretazione delle norme che in Italia troppo spesso vengono redatte senza simularne gli effetti, in questo caso visivi. Ed è certo che se le schede saranno rifatte, con evidente, rilevante aggravio di costi per lo Stato, occorrerà che il giudice della responsabilità amministrativa per danno all’erario, la Corte dei conti, sia chiamato a valutare se chi ha approvato le schede ha operato con colpa grave, cioè con inescusabile imperizia e negligenza.
7 aprile 2008

Fisco difficile per contribuenti ed Amministrazione
Evasione, elusione e confusione normativa

di Oeconomicus

Di lotta all’evasione parlano, con enfasi che li accomuna, i leader dei due schieramenti. Ed al recupero di entrate affidano buona parte della copertura delle spese che intendono fare, aumentando pensioni e stipendi, o delle minori entrate per la riduzione di alcune imposte, come nel caso delle deduzioni fiscali che preannunciano per le famiglie. I conti debbono rimanere in equilibrio, come impone l’art. 81, comma 4, della Costituzione e così il futuro governo dovrà trovare adeguate compensazioni. Fare affidamento su consistenti nuove entrate derivanti dalla lotta all’evasione, tuttavia, non è realistico, almeno in tempi brevi. I maggiori redditi emersi in sede di accertamenti, infatti, non costituiscono mai entrate effettive, da contabilizzare in bilancio. Occorrerà attendere i tempi delle procedure di accertamento e, in molti casi, l’esito del contenzioso che inevitabilmente i contribuente “stanato” porrà in essere. Due gradi di giudizio dinanzi alle Commissioni tributarie di primo e secondo grado (la provinciale e la regionale) e poi il ricorso in Cassazione. A volte passano anni e non sempre il fisco ha ragione, cioè incassa. “Il fisco ha ragione solo 4 volte su 10”, titolava ieri LiberoMercato, a pagina 5, precisando che “tra successi pieni e parziali la percentuale resta ancorata al 50%. Il che significa che una volta su due il contribuente è stato chiamato a rispondere davanti al fisco ingiustamente. Il dato si abbassa ulteriormente se si considerano i soli giudizi favorevoli, che arrivano a quota 42%”. Così si spiega il titolo “4 volte su 10”. Le ragioni di questa situazione sono molte, ovviamente. In primo luogo vanno individuate in una legislazione che si è formata per successive sovrapposizioni e deroghe, un modo di legiferare “all’italiana”, fatto di modifiche reiterate e parziali, nel caso dei tributi spesso con riferimento ad anni d’imposta che recano regimi differenziati di un medesimo tributo, sicché è arduo seguirne nel tempo l’evoluzione, anche per le frequenti agevolazioni che interessano la produzione ed il commercio di alcuni beni. Tutte disposizioni che hanno creato un sistema affastellato di norme che, nella migliore delle ipotesi, agevolano l’elusione dell’obbligo tributario, consentendo agli esperti fiscali di suggerire al contribuente percorsi, magari accidentati, ma sicuramente produttivi di vantaggi. A questa situazione si aggiunge il carico di lavoro degli uffici accertatori spesso distratti da adempimenti ripetitivi, con richiesta al contribuente di dati dei quali il fisco già ha il possesso, che fanno numero, ai fini del calcolo delle verifiche effettuate, ma che non producono nuove entrate. In queste condizioni gestire il contenzioso non è facile. L’Amministrazione, che pure è dotata di funzionari di elevata professionalità, a volte non riesce a contrastare le “ragioni” del contribuente assistito da studi legali e commerciali agguerriti. Con la conseguenza che in molti casi l’Amministrazione risulta soccombente nei vari gradi di giudizio. Perdere una causa, qualunque sia, non vuol dire necessariamente avere torto. A volte significa che non si è saputa dimostrare la legittimità del provvedimento, per inadeguatezza dell’istruttoria, per mancanza di motivazione sul punto dell’applicazione della norma contestata, dinanzi a giudici che decidono iusta alligata et probata, come tutti i giudici. In questo caso si tratta, almeno per i due primi gradi, di collegi giudicanti in parte anomali. Le commissioni tributarie, infatti, non sono formate da magistrati “di carriera”, ma da un coacervo di professionisti, solo alcuni dei quali sono giudici effettivi, ma di altre giurisdizioni, con la conseguenza che questo, per tutti, è un lavoro ulteriore, con un carico pesante, svolto in condizioni non agevoli. Chi ha esperienza delle sentenze delle Commissioni tributarie, come chi ha letto le deduzioni delle Agenzie fiscali ha certamente percepito questa fragilità della giurisdizione tributaria. Lo Stato forse pensa di risparmiare affidando le cure di questo contenzioso a collegi formati da professionalità diverse e di diversa solidità. Il risultato non è esaltante. E contribuisce a rendere incerta la gestione del sistema fiscale ed improbabile ogni affidamento, in termini di entrate sperate, nella lotta all’evasione fiscale.
6 aprile 2008

Elezioni. Breve cronaca del giorno dopo
di Salvatore Sfrecola

Ad una settimana dal voto vorrei fare alcune riflessioni sul dopo. Non una “Breve storia del futuro”, come ha scritto Jacques Attali immaginando scenari di qui ai prossimi cinquant’anni, tra terrorismo, surriscaldamento del pianeta, esaurimento delle risorse, ascesa delle nuove potenze dell’Asia e declino dello stile di vita occidentale. Quella che immagino è una storia, anzi una cronaca del giorno dopo e dei mesi a venire, all’indomani di un risultato elettorale che potrebbe assumere diverse dimensioni, con differenti conseguenze. La campagna elettorale è stata poco incisiva, quasi soporifere. Animata qua e là da alcune battute, solo battute, da una parte e dall’altra. Niente concrete indicazioni di governo, perché se è vero che l’uno e l’altro hanno promesso sgravi fiscali ed aumento delle pensioni minime, nessuno ha spiegato dove trovare le risorse. Non era necessario, direte, la campagna elettorale è sempre una somma di promesse, spesso mirabolanti, capaci, nell’idea di chi le formula, di colpire l’attenzione e l’immaginazione dell’elettore. Non avrebbe senso dire che le maggiori spese troveranno copertura in minori assegnazioni a qualche ente, dello Stato o locale. Anzi, sarebbe pericoloso spiegare queste cose. Così le entrate occorrenti si fanno derivare dalla lotta all’evasione fiscale, una cosa sulla quale sono tutti d’accordo, anche gli evasori, convinti che in qualche modo di limitare il danno, nella misura e nel tempo. Lo scenario del giorno dopo è quello che si può immaginare dopo una campagna elettorale che non sembra aver coinvolto molto la gente. Lo dicono anche i sondaggi, che registrano molti “non so”, “non ho deciso”, che nascondono il rischio astensione. Un rischio concreto, se per la prima volta sento tra gli amici, tutta gente che ha “senso dello Stato”, un diffuso dubbio se andare o meno a votare. Disgusta sinceramente l’attuale legge elettorale che ha privato il cittadino del più importante diritto politico, quello di scegliere i propri rappresentanti. Per lui decide qualche decina di oligarchi dell’uno e dell’altro schieramento che si sono arrogati il diritto di scegliere 630 deputati e 315 senatori. Sono loro che li nominano, noi facciamo finta di eleggerli. Il giorno dopo, comunque abbiamo votato, con entusiasmo e turandoci il naso, se abbiamo votato, la vicenda è archiviata e si passa alla definizione della maggioranza ed alla formazione del governo. Quale? Gli scenari possibili sono essenzialmente tre, con alcune variabili variabili. Primo scenario, uno dei due partiti vince alla grande e governa senza richiedere aiuti ai partiti di area. Che comunque non potrebbero essere coinvolti nel governo. Troppe sono state le accuse reciproche in campagna elettorale che qualche segno è destinato a rimanere ameno per un certo tempo. A Sinistra Veltroni ha detto ripetutamente che Prodi non ha potuto governare per colpa di Rifondazione Comunista, Comunisti Italiani e Socialisti. A Destra Berlusconi e Casini si sono scambiati accuse feroci sulle responsabilità della poco esaltante esperienza del 2001-2006, a parte la polemica sul “voto utile” che il giorno dopo non sarà facile dimenticare. Anche perché è probabile che il Partito delle Libertà dirà che il successo, se ci sarà, avrà comunque una dimensione inferiore a quella che avrebbe avuto se Casini e Storace non si fossero messi in proprio. In questo caso chi ha vinto governa e si assume tutte le connesse responsabilità, anche di eventuali misure impopolari. Secondo scenario, le urne certificano un sostanziale pareggio. Gli italiani sono stati preparati a questa eventualità fin dalle prime battute della campagna elettorale, sottolineate dall’insistenza sulla sostanziale identità dei programmi. Se i programmi sono uguali, o anche solo compatibili, i partiti possono collaborare da subito. Nell’interesse del Paese, naturalmente. La situazione è difficile sotto il profilo economico e sociale. E’ meglio, potrebbero dire Berlusconi e Veltroni, prendere insieme le misure necessarie, specie se impopolari. È vero che la situazione potrebbe tentare l’uno e l’altro leader a tenersi a distanza per non essere coinvolto nelle scelte. Hanno detto più volte nel corso delle ultime settimane che le difficoltà nascono dai governi pregressi. E siccome hanno governato tutti e due è facile addebitare all’altro almeno parte delle responsabilità per le cose non fatte o fatte male. In caso di “pareggio” si può immaginare che il governo e la presidenza della Camera vadano al Partito delle libertà, mentre la Presidenza del Senato e di un certo numero di Commissioni strategiche o di garanzia sarebbe affidata al Partito Democratico. In questa ipotesi è da ritenere che anche la composizione del governo ne sarebbe condizionata. Infatti, se con una forte maggioranza, Berlusconi e Veltroni potrebbero essere indotti a scegliere i ministri con disinvoltura tra amici, amici di amici, compagni di scuola e di vacanze, in caso di “pareggio”, nella prospettiva di accordi bipartisan comunque non facili per far uscire l’Italia dal guado la squadra di governo deve essere di prim’ordine, con notevoli capacità di mediazione e di decisione. Può darsi, dunque, che i nomi che circolano, tra cui quelli di alcuni personaggi, che sarebbe difficile immaginare anche come assessore di un comune medio piccolo, possano assurgere a ruolo di Ministro segretario di Stato, come si diceva un tempo. Con, in corsa, la possibilità di una staffetta tra Berlusconi e Veltroni per dare la possibilità a Berlusconi di salire al Quirinale. Terzo scenario, sempre in ipotesi di un pareggio reale, presidenza delle Camere come sopra ma governo per gestire le emergenze economiche e fare le riforme istituzionali retto da una personalità politicamente più sfumata rispetto ai contendenti che hanno incrociato il ferro nelle ultime settimane. Un Gianni Letta, ad esempio, in caso di leggera prevalenza del Partito delle Libertà, un Giuliano Amato, in caso fosse il PD ad avere qualche voto in più. Scadenza 2010 con le Regionali. A conti fatti lo scenario del pareggio è in realtà una sconfitta per Berlusconi, considerato che la campagna elettorale ha puntato molto sulle insoddisfazioni generate dal governo Prodi. Veltroni sarebbe incoronato leader della sinistra moderata che non ha bisogno di Bertinotti e Diliberto. Con Berlusconi nella bacheca dorata del Colle il Partito delle Libertà avrebbe un futuro pieno di difficoltà, fino a quando non emergesse un leader nazionale di spicco, un politico “di razza”, come si diceva un tempo.
5 aprile 2008

Cominciamo con qualche esempio
Le “riforme all’italiana”. Funziona? Eliminato!

di Salvatore Sfrecola

C’è una malattia che colpisce da anni la classe politica italiana e si chiama riformismo esasperato senza previa anamnesi, per restare al linguaggio medico, del paziente. E così di legislatura in legislatura cambia la configurazione del governo, i ministeri si accorpano e si scindono, le attribuzioni vengono devolute ad altre branche dell’amministrazione o passano dallo Stato alle regioni o direttamente agli enti locali. A volte è necessario e utile, altre è dannoso. Il più delle volte quest’amministrazione a fisarmonica rimane bloccata per anni. Perché non cambiano solo i nomi dei ministeri. L’occasione è di quelle che la burocrazia attende per moltiplicare i posti di funzione, nuovi dipartimenti, nuove direzioni generali o centrali. La struttura si diversifica, ma non è più vicina ai cittadini o anche solo ai problemi. L’argomento è di quelli che richiederebbero un lungo discorso che non è possibile in questa sede. Così ci limitiamo a qualche esempio. I ministeri indicano settori dell’amministrazione di pertinenza dello Stato. Per cui se alcune attribuzioni passano a regioni ed enti locali, gli apparati centrali dovrebbero sparire o rimanere in funzione del ruolo di indirizzo e coordinamento se è necessario allo Stato. Non è mai accaduto. Ministeri come i lavori pubblici e l’agricoltura, destinati ad uscire dai capitoli dei libri di diritto amministrativo che si occupano dell’amministrazione centrale sono ancora lì, vivi e vegeti. Per certi versi a ragione. La ripartizione di attribuzione tra i vari livelli di governo non è chiara e le funzioni di interesse nazionale che avrebbero dovuto essere valorizzate sono ancora mescolate ad un ruolo operativo che andava trasferito in periferia. E’ questo un grave danno per il Paese, che non decolla nei settori strategici, le grandi vie di comunicazione, il trasporto ferroviario, marittimo ed aereo. Poi il turismo, prima industria italiana, che all’esistenza di quelle infrastrutture è legato. Colpa della politica, che non ha le idee chiare, e che rifugge dalle grandi riforme, quelle che esigono anni e non consentono in tempi brevi un “taglio del nastro” che dia al ministro di settore quel lustro che soddisfi il suo desiderio di apparire. Mentre i politici si affannano a portare avanti “riformette” che fanno più male che bene i funzionari resistono alle innovazioni. E così c’è voluto il Consiglio di Stato per spiegare ai dirigenti del Ministero della salute che se una materia è devoluta alle regioni lo Stato ha perduto la competenza ad adottare norme regolamentari. Alla faccia del principio di “leale collaborazione” che dovrebbe caratterizzare gli enti che costituiscono la Repubblica. Di questo riformismo poco meditato desidero dare alcuni esempi.
Un tempo esisteva il Ministero della marina mercantile, con competenze diversificate in materia di demanio marittimo e porti, linee di navigazione, pesca, difesa del mare, con a disposizione le Capitanerie di Porto, uno dei Corpi nei quali si ripartisce la Marina Militare, con importanti funzioni di polizia marittima.
Il Ministero aveva un ruolo rilevante in un Paese dotato di ottomila chilometri di coste, che interessano il turismo, l’ambiente, un’industria peschereccia e di trasformazione dei prodotti ittici rilevante per l’economia generale. Poi è accaduto che un ricercatore universitario criticasse la denominazione di questa Amministrazione, ne percepisse un profilo riduttivo, quello di “mercantile” contrapposto a “militare”, proponendone la soppressione con devoluzione delle varie attribuzioni ad altri ministeri, il demanio alle finanze e poi alle regioni, la pesca all’agricoltura (chissà perché mai!), le linee di navigazione ai trasporti, il mare all’ambiente. E siccome quel giovane studioso aveva un “Maestro” che poi è diventato ministro della Repubblica quella riforma è stata attuata come esempio di semplificazione del governo! Questo è avvenuto mentre al Ministero si stava studiando la riforma vera, quella richiesta dalle esigenze obiettive del settore mare, che è un ecosistema, nel quale ogni attività, dalla pesca all’utilizzazione delle spiagge, alla disciplina della navigazione ed al suo controllo, è strettamente interrelata alle altre. Si voleva costituire il Ministero “del mare”, accorpando tutte le attività comunque collegate alla gestione di questa risorsa che nel nostro Paese è essenziale, dal punto di vista naturalistico ed economico, comprese le “opere marittime”, di competenza del Ministero dei lavori pubblici, come se costruire un molo fosse la stessa cosa che un muraglione in città, senza pensare agli effetti sulle coste. Un Ministero nuovo in un Paese che vive sul mare e con il mare, una riforma che altri si apprestavano ad imitare. Niente da fare. Così si amministra nel Bel Paese! Un altro esempio per concludere, con riserva di tornare a parlarne. Un tempo, lo ricordano bene i cinquantenni ed oltre, c’era il medico scolastico, che periodicamente visitava i bambini delle elementari. Si trattava di una forma di monitoraggio estremamente utile per conoscere le condizioni sanitarie di una fascia importante della popolazione ed intervenire in relazione ad esigenze varie, comprese le vaccinazioni antivaiolose, alle quali annualmente gli alunni erano sottoposti. Ma erano seguiti anche problemi di nutrizione. Per cui venivano dispensati ai meno abbienti quelli che oggi chiamiamo integratori alimentari, come il famoso olio di fegato di merluzzo, che hanno ingurgitato milioni di bambini. Il medico scolastico è sparito nel calderone del Servizio Sanitario Nazionale. E’ stato un errore. Non per l’olio di fegato di merluzzo che oggi, come ieri, finalmente edulcorato il terribile sapore di pesce, dispensano le mamme, ma solo nelle famiglie borghesi. Abbiamo abbandonato le persone più modeste, le famiglie che vivono sotto la soglia della povertà, che non vanno a comprare in farmacia costosi integratori di un’alimentazione insufficiente. Il danno per l’abolizione del medico scolastico e per la funzione di monitoraggio della gioventù della scuola elementare sta nella esplosione del fenomeno immigrazione, con tutti i problemi che porta, quanto a patologie che ritornano e che la civiltà occidentale aveva eliminato. Patologie presenti, invece, nei paesi d’origine. Si sente nuovamente parlare di tubercolosi e di poliomielite, mentre di tanto in tanto si presenta la meningite a terrorizzare genitori e figli under 30! Il riformismo, senza analisi adeguate delle realtà alle quali si vuole applicare, spesso solo per imitare esperienze straniere non esattamente comprese, ha colpito ripetutamente in Italia negli ultimi cinquant’anni. C’è un lungo catalogo sul quale mette conto svolgere qualche ulteriore riflessione.
5 aprile 2008

Alitalia al capolinea
di Oeconomicus

“Volevano li accudissi come ha fatto lo Stato”. In questa frase del Presidente di Air France, Spinetta, dopo l’abbandono delle trattative, sta il dramma Alitalia, che è anche il dramma dello Stato e degli italiani, di quei contribuenti che concorrono, con il pagamento dei tributi, a sostenere la spesa pubblica. E che non possono ulteriormente tollerare un dispendio di risorse per mantenere un carrozzone che non riesce, per inettitudine di un management condizionato dalla politica, a riprendere una dimensione economica della gestione. Colpa dei sindacati, del personale e dei piloti, direte voi, che hanno scambiato la difesa dei giusti diritti dei lavoratori con l’intromissione pensante nella gestione dell’impresa. No, colpa della politica che ha lasciato fare ed ha sacrificato uno dei migliori manager pubblici, Maurizio Prato, in un tentativo disperato di salvare il salvabile. Ma era questa la strada giusta? Certamente no, perché, com’è accaduto per altre illustri compagnie “di bandiera”, ricordiamo la British, c’è un limite alla tenuta politica di una situazione fallimentare sul piano della gestione economica. E siccome non vanno dispersi i denari dei cittadini, quelle somme che, diceva già cinquecento anni fa Giovanni Botero, essi, con personale sacrificio, mettono a disposizione del potere, lo Stato deve prendere atto della situazione e seguire la via maestra indicata dal codice civile, avviare la procedura fallimentare. E’ il modo più corretto per dare un futuro alla Compagnia ed ai suoi dipendenti. Chiudere con il passato e prospettare una nuova gestione, su basi economiche, una gestione capace di dare all’Italia un’azienda di trasporto aereo moderna. Con il fallimento si farebbe chiarezza sui conti, si chiuderebbero antiche querelle con la politica e con il sindacati. Sono scelte severe da Paese serio. Sapremo esserlo? Il “malato” Alitalia è in coma da anni. Nessun governo, tra i tanti che si sono susseguiti nel corso della malattia, è riuscito a guarire il paziente. E’ morte cerebrale certa. L’accanimento terapeutico deve avere un limite. E’ ora di staccare la spina.
3 aprile 2008

Per un’agenda bipartisan
Con il caldo nelle maleodoranti strade di Roma
Ma la “puzza” è di Destra o di Sinistra?

di Marco Aurelio

Un tempo, neppure molto lontano, con i primi caldi facevano la comparsa nelle strade di Roma le autobotti che irroravano l’asfalto, eliminando tutto lo sporco che si accumula giornalmente, la polvere grassa e appiccicosa, i residui oleosi delle autovetture. Un tempo, perché oggi quei mezzi, tra l’altro immortalati in un celebre film di Totò, non si vedono più e noi romani dobbiamo pazientemente attendere che ci pensi il Padreterno a pulire la nostra Città. Lo ha fatto nei giorni scorsi, in modo egregio, anche eccessivo, quando Roma si è allagata in più punti, a dimostrazione che non viene attuata neppure la manutenzione degli scarichi delle strade. Neppure ai margini dei ponti sul Tevere, dove sarebbe facilissimo fare una canaletta che porti l’acqua piovana al fiume. Incuria, disattenzione, incapacità di gestire, presunzione di una classe politica municipale modestissima (sono in vena di complimenti!) ma arrogante. E non è questione di destra o di sinistra perché questo giudizio negativo coinvolge comune e municipi, chi governa e chi sta all’opposizione, spesso incapace di farsi portavoce del disagio della gente. Governare significa assumersi responsabilità rispetto ad esigenze diverse di una comunità. Esigenze di lungo periodo, che corrispondono a progetti “politici” nello sviluppo e nell’assetto di una città, che esprimono la “filosofia” di una politica del territorio e del sociale. Poi vi sono esigenze “minori”, sotto il profilo politico-ideologico, ma essenziali per la cittadinanza, la viabilità, la sicurezza nelle strade, i marciapiedi. Perché devono circolare le autovetture, devono trovare un parcheggio, quanto più possibile rapidamente ad evitare il girovagare con effetti inquinanti evidenti, la gente deve poter camminare, così carrozzine e carrozzelle e persone anziane. E c’è la pulizia, delle strade e dei cassonetti. D’estate, le strade di Roma, anche quelle del centro storico, strade famose nelle guide turistiche sono maleodoranti. E, come i cassonetti, emanano un fetore insopportabile. E intollerabile.
2 aprile 2008

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