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Gennaio 2009

In pericolo l’indipendenza della Corte dei conti
Se il governo si sceglie i controllori

di Salvatore Sfrecola

Poco meno di centocinquant’anni dall’unità d’Italia e la Corte dei conti finisce sotto tutela. O, meglio, si sta tentando di farla finire sotto tutela sulla base di una norma che, inserita proditoriamente nel disegno di legge Brunetta, che riguarda il pubblico impiego, svilisce il ruolo del Consiglio di Presidenza, che da organo di autogoverno della magistratura contabile diviene una sorta di consiglio di amministrazione, e attribuisce al Presidente, immaginato “organo di governo” dell’Istituto, un potere incompatibile con un corpo magistratuale a struttura collegiale. Poco meno di centocinquant’anni da quando Quintino Sella, inaugurando la Corte dei conti del Regno d’Italia, in Torino, il 1° ottobre 1862, disse ai magistrati che lo ascoltavano “altissime sono le attribuzioni che la legge a voi confida. La fortuna pubblica è commessa alle vostre cure. Della ricchezza dello Stato, di questo nerbo capitale della forza e della potenza di un paese voi siete creati tutori… È vostro compito il vegliare a che il Potere esecutivo non mai violi la legge; ed ove un fatto avvenga il quale al vostro alto discernimento paia ad essa contrario, è vostro debito darne contezza al Parlamento. Delicatissimo ed arduo incarico, tanto che a taluno pareva pericolo l’affidarlo a Magistrati cui la legge accorda la massima guarentigia d’indipendenza, cioè la inamovibilità”. Altri uomini, altro stile! Lo ricorda oggi sul Corriere della Sera Gian Antonio Stella con la sua consueta incisività, denunciando lo scandalo di una norma incompatibile con lo stato liberale di diritto. Non c’è da aggiungere nulla alla prosa di Stella ed alle argomentazioni che porta a sostegno della sua denuncia, in termini sostanzialmente identici a quelli che questo giornale e la Rivista Amministrazione ne Contabilità dello Stato e degli Enti Pubblici, anche nella sia versione on-line www.contabilita-pubblica.it, conduce da tempo. Solo una chiosa mi permetto di aggiungere. Non è vero che “il tarlo, come tutti gli insetti che si rispettino, non è facile da scovare”. L’emendamento Vizzini introdotto in Senato, la norma di cui si parla, ha un ispiratore (o forse due) dei quali è individuabile nome, cognome e indirizzo. Se non altro perché non si è levato a denunciare forte questo obbrobrio. E forse convincendo qualcuno che quella sia la volontà della Corte e dei suoi magistrati. Si dice che anche Gianni Letta ne fosse convinto, fintanto che ha verificato per tabulas che solo uno (o forse due) condivide quella disposizione. Così è calato un imbarazzo forte su Palazzo Chigi e dintorni. La Corte dei conti non è in vendita, né al Governo né all’Opposizione. E’ un organo indipendente, una magistratura che bene Meuccio Ruini definì ausiliare “della Repubblica”, un’espressione che viene acconcia sulla strada del federalismo.
30 gennaio 2009

Cominciando dalla Gazzetta Ufficiale
Gli incerti risparmi
della pubblica amministrazione digitalizzata

di Salvatore Sfrecola

Dal primo gennaio 2009 la Gazzetta Ufficiale della Repubblica, il giornale dei pubblici dipendenti, quel documento che, dicevano i nostri maggiori, ogni impiegato pubblico deve leggere la mattina prima di mettersi al lavoro, non è più distribuita. Chi vuole, può collegarsi al sito www.gazzettaufficiale.it e scaricare i documenti di cui ha bisogno, dopo averli accuratamente letti. Restano in linea sessanta giorni. Il risparmio? Dubbio, molto dubbio. Intanto si perde certamente più tempo a “sfogliare” la Gazzetta elettronica di quanto occorra per leggere il cartaceo. Poi, se i documenti occorrenti debbono essere stampati e conservati il risparmio è ancora più dubbio. Un esempio, tra le ultime leggi la finanziaria 2009 è di 126 pagine, senza le note che lo scorso anno portavano il documento ad oltre 500 pagine (questo testo sarà pubblicato nei prossimi giorni). Il decreto del Ministro dell’economia del 31 ottobre 2008, che ripartisce i capitoli dell’entrata, è di 235 pagine, quello del 30 dicembre, che reca la ripartizione in capitoli delle Unità previsionali di base relative al bilancio di previsione dello Stato per l’anno finanziario 2009, è di 521 pagine. Poi ci sono i decreti che quotidianamente è bene che un funzionario conservi per il suo lavoro. Che viene in parte assorbito dalla lettura on-line e dalla stampa. Se ne vanno carta e toner, a vagoni. Forse la successiva mossa sarà quella di eliminare o limitare drasticamente carta e stampanti. E’ “il risparmio di Maria calzetta”, si dice a Roma, per far comprendere che la spesa non vale l’impresa. Ma lo vuole la politica immagine, lo spot che deve convincere. Ma solo chi non sa.
29 gennaio 2009

Quando il giudice vuol fare il legislatore
Caso Englaro: per superare l’ostacolo della norma che punisce l’omicidio del consenziente (art. 579 c.p.)
massima confusione di concetti giuridici
in una grottesca rincorsa a “sembrare” moderni

di Salvatore Sfrecola

C’è da esserne certi. Charles-Louis de Secondat, barone de La Brède e de Montesquieu, l’autore de l’esprit des lois si sarebbe rivoltato nella tomba se avesse letto decreti e sentenze che in questi mesi hanno arricchito la nostra “giurisprudenza” fino all’ultima, adottata in forma semplificata dal Tribunale Amministrativo Regionale della Lombardia, che oggi riempiono le pagine dei giornali. Il filosofo e giurista dell’illuminismo francese, che ha tracciato le regole dello stato di diritto e del liberalismo costituzionale partendo dalla considerazione che il “potere assoluto corrompe assolutamente” ha esattamente scandito le diverse funzioni proprie di ogni stato dello Stato ed incarnati da diversi “poteri”, ricordando che al potere legislativo spetta fare le leggi, all’esecutivo eseguirle, al giudiziario giudicarne i trasgressori. Per cui condizione oggettiva per l’esercizio della libertà del cittadino, è che questi tre poteri restino nettamente separati. Accade, invece, che in questa amena repubblica i poteri cerchino di debordare, il Governo prevarica il Parlamento immettendo nell’ordinamento norme che assume giustificate dalla necessità e dall’urgenza che le Assemblee legislative hanno difficoltà ad emendare in sede di conversione a causa del costante ricorso alla “fiducia”. Questa è giustificata dalla lentezza del legislatore, che è un fatto, ad un tempo, tecnico e politico, a causa dell’inadeguatezza dei regolamenti parlamentari che non vengono modificati per motivi politici. Il problema è, dunque, ancora una volta politico. In questa confusione istituzionale i giudici spesso, invece di dimostrare con le loro pronunce che il sistema normativo è inadeguato o, più spesso carente, assumono di integrarlo con pronunce che hanno l’effetto pratico di mantenere nel tempo l’inerzia del legislatore. In questo caos accade spesso che nel desiderio di supplire il legislatore confonda concetti creando situazioni al limite del grottesco, ed oltre. Come nel caso di Eluana Englaro, nel quale si nota un accanimento giudiziario che ha perduto di vista quelli che si chiamavano un tempo i “sacri principi” del 1789, quelli, appunto, che erano stati definiti sulla base delle riflessioni di Montesquieu per il quale l’esempio da prendere in considerazione era quello della “costituzione mista” è rappresentato dall’Inghilterra, il cui ordinamento il Nostro considerava come la più alta espressione di libertà. Vediamo di capirci un po’, con la massima serenità, evitando l’aggravio di ideologizzazione che caratterizza il dibattito di questi giorni. C’è una povera donna in stato di coma, che i medici definiscono “irreversibile”. Tuttavia la sua situazione non è di quelle ordinarie di cui si parla spesso. Ad esempio Eluana respira senza bisogno di ausili tecnici e deglutisce normalmente. E’ tenuta in vita da un sondino che l’alimenta e viene regolarmente idratata. Il padre, che esercita la patria potestà, si rivolge al giudice assumendo che da giovane, nella pienezza delle sue facoltà fisiche e mentali avrebbe affermato che, in caso si fosse trovata nelle condizioni nelle quali è oggi, avrebbe voluto evitare ogni “accanimento terapeutico”. E’ la formula magica del pensiero radicale. Chi prova che Eluana avrebbe mantenuto quell’intendimento che, credo, avrebbe potuto manifestare, conversando con amici, chiunque di noi? Sulla base di questa affermazione il giudice ha ammesso che possa essere interrotta l’alimentazione della donna per lasciarla morire. Prescindiamo per un attimo da quello che è stato ritenuto il contrasto tra due opposte concezioni della vita, l’una che la considera sacra e, pertanto da assistere fino alla morte naturale, l’altra che assume che la vita biologica non abbia un valore particolare e che sia sostanzialmente un fatto privato e che possa essere interrotta ad libitum. Aborto e suicidio sono, dunque, ampiamente ammessi come espressione di autonomia. Questa concezione della vita e della morte non è indifferente all’ordinamento giuridico che, infatti, disciplina, ad esempio, l’interruzione della gravidanza e punisce l’infanticidio (art. 578 c.p.), l’omicidio del consenziente (art. 579 c.p.), l’istigazione o l’aiuto al suicidio (art. 580 c.p.). I motivi dell’interesse del legislatore, cioè della società sono evidenti. E’ l’ammissione del valore della vita. Ed io mi chiedo che differenza c’è il caso di Eluana e la fattispecie dell’art. 579 c.p. che punisce “chiunque cagiona la morte di un uomo, col consenso di lui”? L’ordinamento, dunque, non consente la morte “assistita” sulla quale si dibatte oggi. In assenza di una norma specifica che assuma come compito dello Stato l’assistenza alla morte i giudici di qualunque ordine non possono superare l’esplicito divieto normativo posto dalla legge penale. Il debordamento è evidente nella pronuncia della Corte d’appello che stabilisce essa stessa un protocollo di assistenza alla morte. E’ evidente altresì nella pronuncia del TAR della Lombardia che con una sentenza in forma semplificata, come si trattassi di quisquiglie, bacchetta la Regione e, ancora debordando, il Ministro Sacconi che ha adottato, nella pienezza dei suoi poteri, un atto di indirizzo. “Le affermazioni dell’Amministrazione – si legge nella sentenza come riportata dalle agenzie di stampa – secondo cui il servizio sanitario nazionale non sarebbe obbligato a prendere in carico un paziente che rifiuti le cure necessarie a tenerlo in vita, e il personale medico non potrebbe dare corso alla volontà di rifiutare le cure, pena la violazione dei propri obblighi di servizio, non appaiono conformi ai principi che regolano questa materia”. Siamo fuori strada. Non è esatto dire che che la sanità pubblica debba prendersi carico di chi rifiuti le cure, perché chi fosse ricoverato dovrebbe essere curato perché dovere del medico è quello di aiutare a vivere. “il diritto costituzionale di rifiutare le cure è un diritto di libertà assoluto, il cui dovere si impone nei confronti di chiunque intrattenga con l’ammalato il rapporto di cura, non importa se operante all’interno di una struttura sanitaria pubblica o privata”. Altro errore giuridico. E’ evidente che il malato può rifiutare di essere curato, ma non vi è un diritto costituzionale, neppure desumibile in via interpretativa, per il quale il malato che eserciti il diritto a non farsi curare debba essere “aiutato” a morire. Non è piccola differenza. Ma evidentemente il TAR che parla di “doverosità del “satisfacere officio”” confonde ancora affermando che esiste un obbligo giuridico della struttura pubblica in assenza di una disciplina. Cosa che proprio il giudice amministrativo dovrebbe conoscere bene in quanto è noto che nel diritto pubblico la regola è quella del c.d. “principio positivo”, secondo la quale il potere pubblico fa solo quello che è previsto dalla legge. Conseguentemente non è vero che la Regione “in ossequio ai principi di legalità, buon andamento, imparzialità e correttezza, dovrà indicare la struttura sanitaria dotata di requisiti strutturali, tecnologici e organizzativi tali da renderla “confacente” agli interventi e alle prestazioni strumentali all’esercizio della libertà costituzionale di rifiutare le cure”, così da “evitare all’ammalata (o al curatore) di indagare in prima persona quale struttura sanitaria sia meglio equipaggiata”. Il TAR continua ad ignorare che non esiste la norma per cui non c’è obbligo di individuare una struttura sanitaria che debba intervenire nei sensi, come diciamo noi giuristi, della richiesta del padre della Englaro. Per cui come ha fatto la Corte d’appello che ha costruito un protocollo che nell’ordinamento non esiste prevedendo “anche” (bontà dei giudici) “il diritto a che le siano apprestate tutte le misure” che le garantiscano “un adeguato e dignitoso accudimento accompagnatorio della persona, durante tutto il periodo successivo alla sospensione del trattamento di sostegno vitale”. Insiste il Tar, “rientra a pieno titolo nelle funzioni amministrative di assistenza sanitaria”. Di contro, “rifiutare il ricovero a chiunque sia affetto da patologie mediche solo per il fatto che il malato abbia preannunciato la propria intenzione di avvalersi del suo diritto all’interruzione del trattamento, significa di fatto limitare indebitamente tale diritto”. Siamo ancora fuori strada come quando, a rafforzamento della tesi assunta, il TAR rileva che “dall’ottobre 2007 a oggi il Parlamento non ha assunto alcuna iniziativa per sconfessare il convincimento espresso dalla Suprema corte, ma si è limitato a proporre due ricorsi per conflitto di attribuzioni contro la Cassazione e la Corte d’appello di Milano”. Siamo alla negazione dello stato di diritto. Se il giudice si fa legislatore siamo al “potere assoluto (che) corrompe assolutamente”. “La sentenza del Tar della Lombardia – ha detto il Sottosegretario al Ministero del lavoro Eugenia Roccella – di cui non siamo stupiti, va oltre qualunque testamento biologico in quanto afferma, ricalcando la Cassazione, che si deve portare a morte una persona la cui volontà non è neanche testimoniata da qualcosa di autografo”. Ed aggiunge “non si può continuare, ad esempio, a parlare di irreversibilità dello stato vegetativo come fatto accertato, mentre già due diverse commissioni ministeriali sugli stati vegetativi hanno ribadito che da anni ormai la comunità scientifica nega l’irreversibilità dello stato vegetativo”. Sono problemi che dovrà affrontare il legislatore. Con la massima saggezza, evitando che in tema di diritto alla vita si perdano di vista quei principi che sfuggiti al legislatore tedesco, dopo le elezioni portarono alla Cancelleria del Reicht un certo Signor Adolfo Hitler, hanno portato agli obbrobri che tutti conosciamo sullo stato di salute fisica e psichica delle persone. “Dietro questa propaganda – ha giustamente segnalato l’On. Roccella – inizia a passare l’idea che la vita è tale solo quando si è autosufficienti”. I nonni e le nonne non autosufficienti, e non solo, stiano all’erta!
27 gennaio 2009

Allo stato non è lecito porre a carico del Servizio sanitario nazionale le spese per la morte “assistita” di Eluana Englaro
di Salvatore Sfrecola

Mi sono occupato più volte della vicenda dolorosa di Eluana Englaro, dolorosa per la famiglia e per la società che l’ha vissuta e la vive con contrasti profondi, spesso fortemente ideologizzati, come tutto quel che attiene ai valori, che non sono solo religiosi, come qualcuno vorrebbe far credere, ma civili, perché attengono a diritti primari dei cittadini, come quello alla vita. Si è detto e scritto di tutto ed anch’io, pur consapevole del dolore dei familiari, ho detto la mia, forte di un diritto costituzionale che garantisce a tutti i cittadini di esprimere il loro parere su questioni che ritengono di proprio interesse. Perché il problema del limite della vita non è solo di chi vive il dramma di una fine precocemente annunciata. Certe regole, che il dramma di Eluana fa richiedere a gran voce a destra e a sinistra, sono essenziali perché l’esperienza insegna che anche situazioni di coma, definite irreversibili, hanno avuto evoluzioni positive. Inoltre la certezza di una legge è necessaria ad evitare il sospetto che qualcuno, avendone un interesse magari teorico, possa essere indotto a scelte che, accelerando il trapasso, assicuri, ad esempio, a qualcuno un’eredità. Un tema che non è mai emerso nel dibattito, ma che non va trascurato in un ordinamento fondato sul diritto e quindi su garanzie obiettivamente verificabili. Per questi motivi ho contestato la tesi che il tema della vita e del suo valore sia una questione sostanzialmente privata. Per cui ha destato in me perplessità la pronuncia della Corte di Cassazione che ha ritenuto che il Procuratore generale della Repubblica di Milano non fosse legittimato ad impugnare la decisione della Corte d’Appello. Se ne parlerà a lungo tra i giuristi. Parimenti la vicenda di questi giorni, tra strutture che si offrono ad assicurare il trapasso di Eluana ed altre che hanno manifestato contrarietà, le prese di posizione di esponenti regionali a contenuto evidentemente politico, legittimo certamente ma tale da distrarre dai problemi giuridici veri, induce a taluni approfondimenti. Ad esempio, ragionando sulla decisione della Corte d’appello e sul recente atto di indirizzo del Ministro competente, l’on. Sacconi, ritengo che non possa essere trascurato il tema della legittimità o meno della eventuale spesa che il Servizio sanitario nazionale dovesse sostenere per far morire Eluana. Va, infatti, considerato che l’ordinamento giuridico attualmente appresta strumenti destinati esclusivamente alla cura delle persone, con specifici protocolli che ne definiscono le terapie. Non esiste, invece, una indicazione in ordine a quella che si vorrebbe fosse una morte assistita. Tanto è vero che i giudici della Corte d’appello di Milano, che hanno accolto l’istanza del padre della Englaro, hanno sentito il bisogno di definire una sorta di protocollo della fase terminale della vita di Eluana, assumendo quelle che definiscono “disposizioni accessorie cui attenersi in fase di attuazione”. Con esse, nel momento in cui autorizza l’esclusione dell’alimentazione, la Corte ha previsto l’idratazione e la somministrazione di quelle terapie (antibiotici, antinfiammatori e antiepilettici) che dovrebbero consentire un decesso meno drammatico, anche dal punto di vista delle condizioni del corpo che si suggerisce di mantenere in condizioni estetiche gradevoli (“la cura dell’igiene del corpo e dell’abbigliamento”). La Corte, tuttavia, proprio con queste “disposizioni accessorie” ha certificato l’inesistenza di un protocollo per l’occasione, arrogandosi una funzione propria del potere legislativo e di quello amministrativo. In assenza, dunque, di un protocollo sanitario che definisca le pratiche da seguire nella fase terminale “assistita” ed alla luce della direttiva ministeriale del 16 dicembre 2007, che esclude, allo stato della normativa, la possibilità dell’abbandono, sembra sia precluso qualunque intervento di strutture pubbliche o comunque accreditate. Al Ministro delle politiche sociali, infatti, compete dare direttive in materia di livelli essenziali di assistenza che, secondo Costituzione, spetta allo Stato definire. Naturalmente chi ritenesse quella direttiva contra legem, avendone un interesse giuridicamente riconosciuto, potrà impugnarla. Ma fino a quando non si sarà pronunciato il competente giudice amministrativo quella direttiva vincola le strutture sanitarie pubbliche o accreditate, con la conseguenza che l’eventuale spesa posta a carico del Servizio sanitario nazionale per “agevolare” la morte di Eluana sarebbe illegittima e secondo le regole della gestione dei bilanci pubblici addirittura illecita e come tale fonte di danno erariale. Lo dico con molta circospezione, non perché dubiti della tesi, ma perché nelle circostanze descritte una eventuale azione giudiziaria in senso risarcitorio dovrebbe considerare il profilo della colpa, che la legge richiede debba essere grave. Un requisito da provare da parte del Pubblico Ministero presso il giudice competente, la Corte dei conti. La prova potrebbe essere individuata nella mancata ottemperanza ad una direttiva conosciuta ed ampiamente dibattuta. E’, dunque, questione complessa, quella che circonda la drammatica vita di Eluana Englaro, dalle molteplici implicazioni giuridiche, pertinenti al diritto pubblico, al civile al diritto dei bilanci pubblici. Per cui la richiesta di una legge che, pur non potendo soddisfare tutti, dia certezze e dignità alle persone ed assicuri tutti, perché tutti sono interessati alla materia, anche se mai vivranno un dramma analogo a quello della famiglia Englaro, che nessun interesse illecito muova decisioni che riguardano una vita e la sua conclusione. Per questo ritengo che non si potrà prescindere, nella definizione del procedimento che dovrà stabilire quando la vita può essere abbandonata, dalla presenza del Pubblico Ministero, naturale tutore della legge e degli interessi di chi non è più in condizione di aver cura di se stesso. D’altra parte nel procedimento d’interdizione è previsto l’intervento del Pubblico Ministero.
23 gennaio 2009

I sindaci passano, le cacche dei cani restano
di Marco Aurelio

Stupefacente. Un’elegante signora porta a spasso il suo cane che, ad un certo punto della passeggiata, ha le sue esigenze fisiologiche. La signora estrae dalla tasca un sacchetto, raccoglie gli escrementi e va a depositarli nel vicino cestino dei rifiuti. Mi stropiccio gli occhi, non mi era mai capitato e sì che di cacche ne vedo tante. Mi guardo intorno, non è Roma, sono a Perugia, dinanzi al Duomo. Questo giornale ha sollecitato il Sindaco Alemanno perché faccia sapere quante multe sono state elevate per violazione dell’ordinanza comunale, Veltroni Sindaco, che impone ai padroni dei cani di rimuoverne gli escrementi. Non c’è stata risposta. Azzardo ancora una volta una previsione, non ci sono state multe. La morale: i Sindaci passano, le cacche dei cani restano!
22 gennaio 2008

La crisi della politica
Fisichella a tutto campo, lucidissimo

di Salvatore Sfrecola

A tutto campo, con la lucidità di chi la scienza della politica l’ha studiata sui documenti della storia e l’ha sperimentata nell’esercizio delle funzioni di “ideologo” di Alleanza Nazionale e quale osservatore nella posizione privilegiata di Vicepresidente del Senato. Domenico Fisichella ha rilasciato al Corriere della Sera di oggi un’intervista destinata a lasciare un segno nel dibattito politico. Stimolato da Aldo Cazzullo, Il Professor Fisichella, mi piace chiamarlo così, non si è sottratto a nessuna domanda rispondendo con estrema lucidità ed onestà intellettuale, riprendendo profili che sono stati trattati da alcuni collaboratori di Un sogno italiano, come Senator, innanzitutto, il nostro amico, un saggio politico con lunga e qualificata esperienza di governo e parlamentare. Fisichella comincia con Alleanza Nazionale, della quale ha inventato il nome e che aveva preannunciato in una serie di magistrali articoli su Il Tempo delineandone il ruolo politico e le prospettive, quelle di una destra liberale che, pur innestata sul vecchio tronco del Movimento Sociale Italiano rinunciasse alle nostalgie di un passato collegato alla sconfitta politica e militare del regime Fascista per valorizzare quella parte dell’esperienza del ventennio che aveva inglobato significative esperienze dell’Italia liberale, erede del pensiero politico conservatore che aveva onorato i primi decenni dell’unità d’Italia. L’abdicazione “al principio fondativo, l’unità nazionale”, dice Fisichella, ha tolto prospettive ad una “destra seria” che nella stagione politica che viviamo ha un ruolo proprio nella difesa dei valori della nostra storia nazionale nei quali sono ricomprese anche le ragioni dell’esperienza e della tradizione localistica delle nostre regioni da assumere, se interpreto bene il pensiero del Professore espresso in altre occasioni, all’interno della unitarietà della Nazione, anziché in un’ottica egoistica e centripeta. In sostanza in un federalismo che non unisce ma divide. In queste condizioni Fisichella vede la fragilità della scelta unitaria di Alleanza Nazionale destinata a scomparire nel nuovo partito dove prevalgono le logiche del mercato disancorato ancora una volta dai valori della solidarietà, se non altro, che appartengono alla storia nazionale ed alla dottrina della Chiesa. Fisichella non si rifà a valori propri del mondo cattolico, ma è chiaro che per lui quelli sono i riferimenti quando parla di Forza Italia come del partito “dalle troppe connessioni con la dimensione economica: Privo della coscienza della statualità e delle sue regole, inconsapevole dei limiti del potere politico, l’essenza della destra liberale”. Parole che sono sferzate che lasciano il segno in ogni persona dotata di onestà intellettuale, che s’interroghi sul presente e sul futuro di questo Paese e della sua classe dirigente. Anche lui, come ha fatto questo giornale attraverso gli scritti dei suoi collaboratori, apprezza alcune iniziative di Fini, a difesa del Parlamento, ad esempio, come nel caso della recente presa di posizione contro il reiterato ricorso alla fiducia da parte di una maggioranza dai numeri imponenti, che in tal modo manifesta palesemente la sua fragilità. Allo stesso tempo, in un quadro politico confuso e debole, il governo che, appunto non può fidarsi della sua maggioranza, e l’opposizione praticamente inesistente, Fisichella sottolinea l’errore di alcune scelte di fusione a sinistra, quella orgia di nuovo che ha eliminato illustri esponenti della cultura e della politica, sostituiti da giovani di belle speranze ma senza esperienza, quindi senza prospettive. Anche il panorama che Fisichella fa del nuovo Partito delle libertà è realistico e deprimente, ovviamente per l’Italia. Glissa un po’ sulle possibilità di Fini di succedere a Berlusconi che, a mio giudizio, sono pressoché pari allo zero, essendo evidente che gli esponenti dei due terzi, almeno, del partito non daranno mai la leadership ad un esponente della minoranza, ma giustamente liquida Formigoni e la Moratti. Il primo è un leader regionale, la seconda arranca. E chiude con Tremonti “impopolare anche dentro il governo”. Ma attenzione perché il Ministro dell’economia va tessendo importanti relazioni, anche sulla base di riflessioni serie e ponderate che va facendo nei suoi libri, che aprono ai valori del mondo cattolico.
16 gennaio 2009

L’orgia cafona dei biglietti di auguri prestampati
di Salvatore Sfrecola

Ho ricordato in altra occasione un passo del Diario 2000 del Senatore Giulio Andreotti che alla data del 5 gennaio scrive di aver trovato, al ritorno dalle vacanze di fine anno, “tanta posta: quasi tutti auguri, ai quali rispondo personalmente. Gli auguri burocratici non mi piacciono”. Lo ha sempre fatto, scrivendo di pugno suo perfino l’indirizzo del destinatario sulla busta. Che differenza dalla cafonata alla quale si assiste in questi giorni con i biglietti prestampati inviati dalle segreterie! Neppure un’espressione personalizzata, neppure la firma, anche da chi è abituato a limitarsi alle iniziali del nome e del cognome. L’ho fatto notare ad un mio amico ministro al quale ho detto di mandare a casa questi suoi segretari che rispondono con il “lei” a chi dà del “tu”, senza valutare il rapporto esistente tra le persone, in un biglietto dalla firma stampata. Mi ha detto che erano tanti. Più di settecento ha specificato. Mi chiedo quanto avrebbe impiegato a scrivere anche solo la firma! Cattiva educazione e poca considerazione delle persone. Colpa delle segreterie, ma soprattutto dell’uomo politico o del manager che dà quelle direttive o subisce quelle iniziative. Il costume degrada e i rapporti umani s’ingessano.
15 gennaio 2009

Se Fini “torna” a fare politica
di Senator

Diciamola tutta. Quel giovanotto un po’ attempato, ma sempre con un suo fascino, alto, brillante conversatore, che piace alle signore ma anche alle giovani, a Berlusconi non è mai andato giù. Sì disse un tempo che l’avrebbe votato come Sindaco di Roma se fosse stato un elettore nella Capitale. Ma si trattava solo di una boutade del grande affabulatore, del venditore di immagini e di idee nelle quali, probabilmente, non crede neppure lui, tranne quella sulla giustizia e sulla separazione delle carriere che corrisponde ad interessi propri e dei suoi amici. Ricordate l’ipotesi di fare di Previsti il Ministro della Giustizia. Berlusconi ha una visione spregiudicata del potere. “Senso dello Stato zero”, come dice Fini, facendo finta di parlare di Bossi. Non ci sono ideali né ideologie dietro le iniziative del Cavaliere, al più un istinto che lo porta a percepire certe lamentele, fondatissime, degli italiani sulla classe politica e sulla pubblica amministrazione che sfrutta a suo modo ricevendone un ampio consenso, indotto, dobbiamo dirlo, dall’assoluta inanità dell’opposizione, del tutto inesistente. Viene da sorridere quando si parla di Governo ombra. Neppure un’ombra di governo è ipotizzabile a vedere ed a sentire i vari “ministri” o aspiranti tali. Dunque Fini non va giù a Berlusconi, come dimostra l’esperienza del governo 2001-2006 nel corso del quale il leader di Alleanza Nazionale è stato un personaggio evanescente, prima Vicepresidente del Consiglio senza deleghe, poi un Ministro degli esteri solo di facciata, giunto per caso alla Farnesina (se Buttiglione fosse stato accettato come Commissario europeo Frattini sarebbe rimasto al suo posto). Approfittando del fatto che Fini ha scarsa voglia di impegnarsi e di assumere responsabilità di governo, cosa che ne fa un leader politico dimezzato, Berlusconi lo ha ripetutamente schiaffeggiato, a cominciare dalla vicenda della Cabina di Regia che all’allora Vicepresidente del Consiglio era stata assegnata in un vertice di maggioranza. Un incarico di facciata, poco più che un’etichetta fuori della porta, considerati i poteri e l’abilità del Ministro dell’economia, Giulio Tremonti. Ma neppure quell’etichetta Berlusconi ha concesso al leader della seconda forza di governo. Fini ha sbagliato a farsi mobbizzare, a non chiedere nell’attuale governo un posto che contasse veramente anche in vista del Partito unico, il Ministero dell’interno, della difesa o dell’economia. Ha preferito la dorata bacheca di Presidente della Camera che è, sì, la terza carica dello Stato ma di scarsissimo peso politico e di modesta influenza nelle vicende dei partiti, proprio per quella neutralità che chi presiede l’Assemblea deve assicurare. Fini deve essersene finalmente accorto ed ha cominciato ad esternare, prima in tema di Giustizia, con la sua lettera al Corriere della Sera, in molte parti accettabile e poi con la rivendicazione del ruolo del Parlamento rispetto al ricorso al voto di fiducia da parte di un governo assistito da una imponente maggioranza che dovrebbe metterlo al riparo da sorprese. Il fatto è che Berlusconi che ha affermato alla vigilia del voto che gli sarebbero bastati trenta deputati bravi perché gli altri si sarebbero allineati a quelli è consapevole di avere una squadra modesta. Il solito viziaccio dei politici mediocri. Si circondano di mezze tacche per emergere ed alla resa dei conti ne pagano le conseguenze. Fini torna a fare politica. Sarà vero? O assisteremo ad una delle tante iniziative del leader di AN alle quali poi non è seguito nulla, o quasi?
14 gennaio 2009

Caso Englaro:
Medici contro la decisione della Corte d’appello di Milano

di Salvatore Sfrecola

“Scienza & Vita” ha diffuso una dichiarazione di medici che verrà inviata ai Presidenti degli Ordini dei Medici, ai Presidenti delle Società Scientifiche Mediche, alla Magistratura, ai Direttori delle testate giornalistiche e radiotelevisive. In essa si prende posizione, sulla base di regole di deontologia professionale, sul “caso Englaro”. Ecco il testo. “In riferimento alla sospensione di acqua e cibo prevista dal decreto dalla Corte d’Appello di Milano che autorizza la sospensione di idratazione e nutrizione alla Sig.ra Eluana Englaro sino al decesso della stessa, i sottoscritti medici ed esperti sentono l’obbligo di sottolineare alla Magistratura ed all’opinione pubblica l’inapplicabilità delle procedure previste dal decreto della Corte stessa e la loro palese contraddizione con le regole della deontologia medica internazionale, la cui violazione determina responsabilità anche in sede civile e penale. Infatti, il decreto impone che, mentre si sospendono l’idratazione e la nutrizione, venga evitata la sofferenza con “…somministrazione di sostanze idonee ad eliminare l’eventuale disagio da carenza di liquidi”. Ora, in medicina è regola assoluta che la presenza di qualunque “disagio” e sofferenza venga corretta anzitutto rimuovendo le cause che la determinano e non nascondendone artificialmente le conseguenze, mentre si lasciano perdurare gli effetti dannosi della causa non rimossa. Nel caso di specie, ciò significa che, davanti alla sofferenza prodotta dalla mancanza prolungata per ore e giorni di acqua e cibo (sulla cui entità –della sofferenza- non esistono ad oggi evidenze scientifiche definitive, tanto da far prevedere la somministrazione di sedativi), il medico deve, per agire in modo deontologicamente e scientificamente corretto, intervenire somministrando liquidi ed elementi nutritivi e non nascondendo la sofferenza stessa con sedativi, antidolorifici e altri farmaci. E’ per queste ragioni che, a nostro avviso, il dispositivo del decreto è inapplicabile tecnicamente senza venire meno alle regole fondanti della Buona Pratica Medica (Dichiarazione di Helsinki)”. Non c’è altro da aggiungere. Lo abbiamo scritto più volte. Sul caso Englaro si misura la civiltà giuridica di un popolo. Per non dire della carità cristiana, che è virtù sempre più rara, oggi.
1° gennaio 2009

Con l’anno vecchio il Vaticano getta via le leggi italiane, caotiche e alluvionali
di Salvatore Sfrecola

Non capisco di cosa si stupiscano e s’indignino i commentatori nostrani e i politici di destra e sinistra di fronte alla decisione della Santa Sede di cambiare radicalmente i rapporti con la nostra legislazione, nel senso che dal 1° gennaio 2009 lo Stato della Città del Vaticano la recepirà di volta in volta, se conforme alle esigenze dello Stato, ai principi dell’ordinamento canonico e alla morale cattolica. In precedenza il recepimento era automatico, salvo decisione contraria, come nel caso della legge sul divorzio, come ha ricordato il direttore dell’Osservatore Romano, Giovanni Maria Vian, intervistato ieri dal Corriere della Sera. Sempre sul quotidiano milanese si legge, invece, una sconcertante intervista del Professor Gianfranco Pasquino, il noto politologo, allievo del liberale Giovanni Sartori, approdato a sinistra, con un’esperienza parlamentare in Senato. Secondo Pasquino l’iniziativa della Santa Sede costituirebbe “una pressione ostile e un’ingerenza intollerabile per lo Stato italiano”. C’è da non credere, se non che lo spirito antireligioso ed anticristiano fa perdere il senso della realtà anche ad un’intellettuale di qualche valore. Dov’è la pressione “ostile” e l'”ingerenza” nella decisione di non recepire le leggi, salva la decisione di non farlo all’occorrenza rispetto alla scelta di acquisirle all’ordinamento dello Stato della Città del Vaticano di volta in volta. Ma stiamo scherzando! Grazie, Papa Benedetto! Per aver reso palese una cosa della quale noi giuristi siamo consapevoli da tempo. Il degrado della legislazione italiana ha raggiunto un livello intollerabile. Non solo caotica, scoordinata, con ripetute, parziali modifiche e rinvii che fanno impazzire avvocati e magistrati e rendono la certezza del diritto una formula vuota. Le leggi sono scritte malissimo, con un linguaggio che ne rende difficile l’applicazione, confezionate per telefono su sollecitazioni di sindacati e lobby varie, generali e astratte per modo di dire. Un degrado platealmente denunciato da Valerio Onida, Presidente emerito della Corte costituzionale nel corso di un convegno organizzato qualche mese fa da ASTRID. Perfino dalla Presidenza del Consiglio, ha aggiunto nell’occasione Onida, escono formule normative un tempo inimmaginabili. E’ il degrado della politica che trascina con se l’espressione prima delle scelte che corrispondono all’indirizzo politico, le leggi. Per non parlare, poi, della semplificazione che ha sostituito leggi, spesso scritte con criteri giuridici validissimi, con plurimi regolamenti raffazzonati. Per cui le norme sono aumentate a dismisura, con un livello modesto, estremamente modesto di formulazione delle varie disposizioni. Grazie, Papa Benedetto, per aver certificato che di “Patria del Diritto” si può parlare sì, ma solo fino ad una certa data!
1° gennaio 2009

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