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Luglio 2009

Nella vicenda del decreto anticrisi
Napolitano sottolinea il ruolo di garanzia del Capo dello Stato
di Salvatore Sfrecola

     Se l’Italia fosse stata una Repubblica presidenziale e non parlamentare, com’è oggi, l”‘emendamento bavaglio” per la Corte dei conti sarebbe stato approvato definitivamente. Cioè in una auspicata (da alcuni) repubblica presidenziale non ci sarebbe stato un richiamo forte alla Costituzione ed alle esigenze di mantenimento del ruolo del giudice contabile che nel nostro ordinamento ha il compito di perseguire e condannare al risarcimento del danno i pubblici funzionari i quali abbiamo provocato, con dolo o colpa grave, un danno allo Stato o ad un ente pubblico. Non ci sarebbe stato perché il Presidente della Repubblica sarebbe stato anche responsabile dell’esecutivo e, quindi, del decreto. A meno di prevedere una forma diversa di controllo di legalità costituzionale sul decreto. Un tempo, infatti, i decreti legge li registrava la Corte dei conti, in altri ordinamenti un controllo di legittimità è rimesso alla Corte costituzionale.
     Il Capo dello Stato ha svolto anche in altre occasioni un ruolo di garanzia proprio in virtù dell’attuale assetto costituzionale, lo ha fatto Luigi Einaudi, lo ha fatto Carlo Azeglio Ciampi, lo sta facendo Giorgio Napolitano.  Per questo la sua garbata moral suasion non piace a molti della maggioranza che mordono il freno.  Sono coloro che vogliono mani libere, che ritengono che si possa fare di tutto avendo la maggioranza (va poi a vedere se quella maggioranza per andare avanti deve ricorrere a ripetuti voti di fiducia per evitare il dissenso), con la giustificazione che sono eletti dal popolo.
     Tornando alla vicenda del decreto anticrisi, nel quale solo l’imbarbarimento della politica e della legislazione ha potuto far concepire a qualcuno che fosse possibile inserire in quel contesto norme sulla disciplina del controllo e della giurisdizione della Corte dei conti, una scelta un tempo inconcepibile. A chi avesse fatto una proposta del genere sarebbe stato risposto che quella non era la “sedes materiae”, un ostacolo insormontabile nella c.d. “Prima Repubblica”.
     La cosa più grave è la giustificazione dell’emendamento “antiCorte” del quale si parla nei corridoi dei palazzi del potere, un rumor che deve avere pur qualche fondamento. Un ministro avrebbe ricevuto i suoi dirigenti che, in delegazione, avrebbero lamentato plurime richieste di atti da parte della Procura regionale della Corte dei conti per il Lazio ed inviti “a fornire deduzioni”, l’atto che chiude l’attività istruttoria formulando una ipotesi di responsabilità (la legge qualifica il destinatario dell’invito “presunto responsabile”).
     Si tratta di un’inchiesta sulle consulenze ministeriali in relazione alle quali la Procura regionale ha aperto numerosi procedimenti istruttori, molti dei quali archiviati, prima e dopo le spiegazioni fornite a seguito di “inviti a dedurre”. Tuttavia la vicenda ha disturbato dirigenti ai vari livelli, fino ai più alti gradi, ed ha convinto il ministro a suggerire la norma contenuta nel decreto legge e poi l’emendamento già in parte depurato dall’intervento del Presidente della Camera, Fini.
     I dirigenti di cui si è fatto cenno, in realtà, non coprirebbero se stessi ma il ministro o i suoi collaboratori dai quali sarebbero venute le proposte di nomina dei consulenti. Naturalmente vi sono consulenze e consulenze. Quelle necessarie non costituiscono danno erariale in quanto il compenso corrisponde ad una utilità per l’amministrazione. Quelle inutili o assurde (il Ministero della Giustizia, composto da magistrati che chiede la consulenza di uno studio legale che gli spieghi qualcosa della riforma del diritto societario, scritta dai magistrati del ministero) costituiscono una erogazione non necessaria che non corrisponde a nessuna utilità. Si potrebbero fare mille esempi. Quello delle consulenze, depurato degli incarichi utili è uno scandalo che negli ultimi tempi si è ingigantito. Di fatto è un modo di retribuire amici di partito, collaboratori, amici degli amici. Tutte cose sacrosante, se il politico mette mano al suo portafoglio.
     Inoltre la consulenza inutile, fatta per aiutare il consulente, o per un lavoro che avrebbero potuto fare i funzionari, mortifica la struttura, demotiva i dipendenti pubblici che vedono ridotte le loro competenze nelle attività di maggiore rilievo. Un danno sul danno.
    Fanno male, dunque, i dirigenti a risentirsi degli accertamenti istruttori della Corte dei conti considerato che ad una notitia damni necessariamente il P.M. deve agire, salvo, poi, archiviare. Fanno male i ministri che non tengono distinte le loro attività di governo dalla remunerazione degli amici che non devono collocare all’interno dell’apparato anche se solo temporaneamente. La politica deve essere distinta dalla gestione e siccome il dipendente dello Stato è “al servizio esclusivo della Nazione” (art. 98 Cost.) a lui e a lui solo competono le attività istituzionali. La confusione dei ruolo non giova a nessuno, soprattutto non giova al cittadino che ha bisogno di avere di fronte un’amministrazione efficiente con funzionari veramente indipendente perché siano realizzati i principi dell’imparzialità e del buon andamento (art. 97 Cost.), in attesa che, con il Trattato di Lisbona, abbia applicazione in Italia il “diritto ad una buona amministrazione”, art. 41 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea.
30 luglio 2009

Bossi, provincialismo e ipocrisia
Afghanistan: sapevamo che  era guerra
di Salvatore Sfrecola

     “Io li porterei a casa tutti”. E’ la dichiarazione di Umberto Bossi all’indomani del conflitto a fuoco che ha coinvolto ancora una volta i militari italiani in Afghanistan, tre dei quali sono stati feriti.
     Bossi è un ministro. E’ anche un capopopolo con notevole intuito politico, con quella sensibilità, comune a molti politici, di percepire cosa pensa la gente, di capire dove soffia il vento, per rimanere a galla, per tirare a campare, senza preoccuparsi se, poi, il Paese tira le cuoia. E’ il classico italiano, difetto evidentemente comune anche ai padani, che tiene i piedi in due staffe. Furbastro, più che furbo, un politico che non è capace di visioni strategiche, di mantenere la coerenza delle scelte fatte alla prima difficoltà. Uno di quei politici di cui Gianfranco Fini diceva spesso (e penso dica ancora) “senso dello Stato zero”.
     Bossi, more italico-padano, prima lancia il sasso poi nasconde la mano per cui dice e fa dire ai suoi ministri che si allineerà alle decisioni della maggioranza, che ha fatto da tempo, come nella precedente legislatura, una scelta di campo, in favore della democrazia e della civiltà per tentare di modernizzare un paese nel quale i talebani hanno distrutto con l’esplosivo le antiche statue rupestri di Buddha. Un esempio non frequente di inciviltà, dacché quelle statue erano parte del patrimonio dell’intera umanità.
     In queste condizioni un paese serio decide se partecipare o meno. Se sceglie di impegnarsi non si ritira perché alcuni militari professionisti vengono feriti. E’ uno dei rischi del loro mestiere. Non sono più i soldatini di leva di cui abbiamo ancora memoria, quelli “rapiti” a mamme ansiose e timorose che i loro ragazzi si facessero male, che non  prendessero freddo nelle camerate e nel servizio di guardia, ai quali raccomandavano l’uso della maglia di lana.
     Ricordo un episodio, di oltre trent’anni fa che in me ha lasciato un segno indelebile. Ero alla stazione Termini, in partenza per Firenze. Affacciato ad un finestrino (allora si abbassava il vetro) seguivo la conversazione tra un giovane sottotenente dell’Aeronautica Militare, evidentemente diretto alla Scuola di Guerra Aerea, e la sua mamma che ripeteva “mi raccomando, mettiti la maglia di lana”. Del tutto indifferente all’evidente imbarazzo nel quale stava mettendo il figlio che cercava di chiudere la conversazione rassicurando la mamma. “Sta tranquilla”, e intanto arrossiva.
     Per anni le mamme italiane hanno condizionato le nostre missioni militari all’estero. Ogni minimo incidente le poneva in prima fila nella definizione della missione e delle “regole d’ingaggio”. Un’espressione che sembra trattare di questioni economiche ma che, invece, attiene alle regole di azione. Insomma, spiega in quale tipo di operazioni posso essere impiegato e se e quando, aggredito, posso rispondere al fuoco.
     Oggi questi ragazzi sono dei professionisti e lo Stato li addestra ed arma al meglio. Per cui un Ministro non può dire quel che dice Bossi. In nessun paese del mondo un membro del governo che ha disposto una missione militare ne metterebbe in dubbio in pubblico le ragioni, così contribuendo a fiaccare il morale dei combattenti, messi a rischio dall’apparire l’anello debole dello schieramento. Un incentivo ad attaccare gli italiani per rompere il fronte. Chissà se il Senatur si è reso conto dell’effetto di questo suo intervento!
     Questi personaggi fanno bene i Masaniello ma non possono fare i ministri perché stare al governo significa assumere responsabilità e coerentemente portarle avanti. Se Bossi non crede nella missione esca dal governo. Non può dire “li riporterei a casa tutti”: Il Presidente del Consiglio dovrebbe mandare a casa lui.
     A sua giustificazione solo l’ipocrisia italiana che ha edulcorato il senso dell’operazione che è una missione di pace ma in zona di guerra dove siamo andati per colpire i nemici nella speranza di non essere colpiti. I governanti di altri paesi che partecipano alle operazioni non hanno raccontato frottole, hanno detto chiaro e tondo che lì c’è una guerra che è bene l’Occidente combatta perché l’equilibrio internazionale, la pace, si assicura evitando che quel paese diventi un focolaio di esportazione del terrorismo. Perché, come dicevano i romani si vis pacem para bellum. Nel senso che la pace si mantiene dimostrando di essere pronti alla guerra perché non c’è nulla di più pericoloso per la pace dell’arrendevolezza nei confronti dei prepotenti. Come ricorda Churchill a proposito del folle accordo di Monaco (1938), quando le potenze occidentali rappresentarono ad Hitler l’immagine di paesi imbelli, incapaci di reagire alla violenza del dittatore tedesco il quale si fece l’opinione che fosse facile battere Inghilterra e Francia, ignorando la storia che lo avrebbe dovuto far riflettere, sia sulla assai probabile entrata in guerra degli Stati Uniti con la loro potenza industriale, sia sui rischi di una campagna di Russia dalla quale era uscito malconcio un certo Napoleone Bonaparte, “di quel securo il fulmine tenea dietro al baleno”.
30 luglio 2009

In barba agli interessi del cittadino contribuente
Per ridurre i poteri delle Procure della Corte dei conti in campo un parlamentare che di finanza e controlli dimostra di saperne poco o niente
di Salvatore Sfrecola

     Dice di non essere “un prestanome”. E aggiunge “ho studiato, so tutto sul tema”, come titola La Repubblica di oggi, a pagina 8. Ma quando viene incalzato dal giornalista, Antonello Caporale, che ricorda come il suo emendamento sulla Corte dei conti e sui poteri delle Procure regionale abbia destato “grande polemica politica” si defila. “Potrebbe utilmente parlarne con il presidente della Commissione, il collega Bruno. Conosce la materia”, è la sua risposta.
     Ma allora che ruolo ha avuto Maurizio Bernardo, parlamentare del Popolo della Libertà, classe 1963 (è nato il 3 giugno a Palermo), dottore in sociologia, imprenditore del marketing e della pubblicità, come si legge sul Sito della Camera, assegnato alla Commissione finanze?
     Non vuole entrare nel merito. “Vorrei prendermi una giornata di riposo, riflettere, riparare nel silenzio. Avremo modo di spiegare”. E quando Caporale azzarda che nell’emendamento ci sia “lo zampino di Tremonti”, la risposta è ancora una volta dilatoria: “la prego, ne parli con l’onorevole Bruno”. Insomma Bernardo ha tirato il sasso ed ha nascosto la mano. Ma il sasso chi glielo ha messo in mano, fidando nella sua evidente impreparazione giuridica e della scarsa sensibilità istituzionale, nonché dell’assoluto disinteresse per le aspettative del “cittadino contribuente” che da sempre pretende che le risorse che con proprio personale sacrificio, pagando imposte e tasse, ha messo a disposizione dell’autorità pubblica siano spese nell’interesse generale?
     Questo disinteresse per il cittadino, che ha caratterizzato gran parte della classe politica italiana almeno dal secondo dopoguerra, si è accentuato oggi che i parlamentari vengono nominati e non eletti perché non c’è voto di preferenza e chi entra a Montecitorio o a Palazzo Madama acquisisce quel ruolo in virtù della sua collocazione in lista, quella che ha voluto il segretario del suo partito. Nessun merito nel successo, nessuna campagna elettorale alla “vota Antonio”, come ci ha insegnato Totò con la gustosa piece del candidato, quando i voti si dovevano conquistare, uno ad uno, non solo nei confronti del partiti alleati ma anche dei compagni di lista, per poter rientrare nel numero dei seggi assegnati.
     A pensarci bene  l’intervista dell’On. Bernardo è terrificante. Su un tema, come quello delle garanzie che devono assistere la gestione del pubblico denaro, cioè di tutti, che attiene al funzionamento della magistratura che per prima è stata riordinata all’indomani dell’unificazione nazionale, il Parlamento è investito di modifiche destinate ad effetti negativi sulla legalità della gestione finanziaria e patrimoniale da un deputato che, richiesto di spiegare perché ha fatto quelle proposte, invita a parlarne al “collega Bruno. Conosce la materia”.
     Ogni ulteriore commento è superfluo. L’istituzione che è al centro del sistema costituzionale delle garanzie nella gestione del pubblico denaro viene trattata come un entucolo di periferia.
     E nessuno si scandalizza!
28 luglio 2009

P.S. Con la sua intervista l’On. Bernardo fa fare una pessima figura all’On. Donato Bruno, Presidente della Commissione affari costituzionali della Camera, giurista raffinato e politico accorto, uomo di mondo che appare quello che non è: l’autore occulto dell’emendamento, l'”anima nera” che sta dietro la manovra contro la Corte dei conti, cioè contro il cittadino.

Nell’Italia becera e cafona a Madonna di Campiglio disturba una madre che discretamente allatta il figlio
Lo scandalo del seno che desta scandalo
di Salvatore Sfrecola

     Riprendo il titolo di un pezzo che avevo di qualche anno fa per la rubrica “A ruota libera” de La famiglia nella società (www.lafamiglianellasocieta.org), scritto in occasione di un episodio analogo a quello accaduto a Madonna di Campiglio.
     Quella volta era accaduto a Roma, in un bar, dove una mamma si era appartata per allattare il suo bimbo. Era stata bruscamente interrotta dal gestore ed invitata a lasciare il locale. Ricordavo, in quell’occasione, che spesso, anche da ragazzo, avevo assistito a mamme intente ad allattare il loro piccolo, anche su un mezzo pubblico, discretamente, senza ostentazione, con il seno ricoperto da un ampio fazzoletto. Non mi aveva scandalizzato da piccolo non mi disturba oggi, in una società nella quale la volgarità è di casa, ovunque, non solo sulla spiaggia, dove la nudità è diffusa, come atteggiamenti che più propriamente si addicono all’intimità. Con ostentazione di ben altre parti del corpo, con l’evidente desiderio di farsi notare, di esibire per richiamare l’attenzione.
     “Un gesto naturale come quello dell’allattamento – compiuto, tra l’altro, con rispetto e discrezione – crea ancora turbamenti e riprovazioni”, scrive Marina Fumagalli sul Corriere della Sera di oggi. Aggiungendo che “nell’anno 2009, in epoca di esibizionismi senza confini, un direttore d’albergo chiede alla mamma di “nasconder5tg8ìèàìài8si”, mentre nutre il suo piccolo al seno”.
     Daccordissimo, l’ho appena detto di questa Italia cafona e volgare, ma dissento dall’affermazione che l’allattamento in pubblico “crea ancora turbamenti e riprovazioni”. Lo dico con riferimento alla sensazione che provo e che ho provato anche in passato. L’allattamento è atto naturale della maternità e se non può destare pruriginose reazioni erotiche. D’altra parte anche l’iconografia religiosa conosce  varie Madonne che allattano. Né stimolano pulsioni le varie Veneri, dipinte o scolpite, che esibiscono il seno, come la mirabile opera di Milo alla quale, si dice, va riferita la misura giusta dei seni.
     Sono opere d’arte, come un’opera d’arte della natura è una mamma che allatta il suo bimbo, un gesto di tenerezza infinita, nella naturalezza di una funzione che lega indissolubilmente madre e figlio.
     Non c’è niente di volgare se, ripeto, quell’atto è compiuto “con rispetto e discrezione”, come scrive il Corriere. Volgare è, invece, la reazione di chi ha interessato il direttore dell’albergo, un family hotel, si fa per dire, che con zelo degno di migliore causa ha invitato la mamma, una giovane cardiologa in vacanza con marito e figlie ad allontanarsi dal ristorante. “Ci sono state proteste, noi dobbiamo ascoltare le ragioni di tutti i clienti”, ha detto il manager al Corriere. E certo non avrà saputo esprimere una sua valutazione in merito.
     C’è da pensare che in questa Italia che invecchia, nella quale nascono sempre meno bambini, una famiglia “normale”, padre, madre e due bimbe in tenera età, una delle quali piange perché ha fame ed attende che la mamma le dia il suo latte, non comprenda più le ragioni delle famiglie, anzi abbia quasi in uggia quella normalità che richiama al dovere di una società di essere meno egoistica e di pensare che, per guardare al futuro, ci vorrebbero tanti bimbi e tante mamme che li allattano.
28 luglio 2009   

La povertà che avanza
S’infoltisce la legione dei questuanti
di Salvatore Sfrecola

     Stazione Termini, ore 8,30 di sabato scorso. Tra i tanti viaggiatori che affollano lo scalo romano si aggirano i soliti questuanti, zingari, soprattutto, e persone di colore, petulanti, insistenti.
      Ma la legione dei questuanti non è solo questa. Da qualche tempo si è infoltita di italiani, di un genere diverso dal solito. Non sono più solo gli straccioni di sempre, gli invalidi, veri o finti, sono persone di mezza età e anziani che, con molta dignità, chiedono aiuto. In silenzio, a volte con un breve “ha uno spicciolo?”, spesso accompagnato da un cenno della testa, come un inchino.
     Non sono professionisti dell’elemosina. L’abbigliamento, il tratto dicono che fanno parte della legione dei nuovi poveri. Pensionati che non riescono a far fronte alle esigenze della vita di tutti i giorni, che hanno esaurito l’importo del misero assegno di quiescenza già a metà mese. Sono i disoccupati cinquantenni che non riescono ad essere ricollocati. E chiedono aiuto.
     Ormai non arrossiscono più, hanno accettato la loro condizione, chiedono con dignità, con un sorriso timido, lo sguardo spento. Sono gli stessi che incontro verso le 14 al mercato a fianco di via Luigi Ferrari, in Prati, che spesso attraverso frettolosamente all’ora della colazione. Frugano nelle cassette della frutta alla ricerca del pezzo scartato, quello con qualche difetto che ne ha impedito la vendita. Una pesca battuta, qualche albicocca schiacciata, tre o quattro foglie di insalata. Un misero pasto.
     La società non li conosce o finge di non conoscerli. I nuovi poveri, in una città ministeriale e di servizi come Roma, restano ai margini, non in pratica esistono. Come non esiste la crisi economica che è lontana, nelle aree delle piccole e medie imprese, quelle che hanno perso le commesse, che non sopravvivono ai prezzi delle materie prime, che sono prive di innovazione e non possono fare prezzi concorrenziali. Quelle per le quali l’ottimismo del Premier è solo una doverosa risposta al panico che si impadronisce dei piccoli imprenditori che guardano in nuovi poveri delle loro città con angoscia, nel timore di finire così.
27 luglio 2009

Il nuovo Piano della Mobilità del Comune di Roma tra illusioni e realtà
di  Bruno Lago

     Secondo Il Sole 24 Ore di ieri, che riporta i dati dell’Osservatorio Autopromotec, circolano a Roma 68 vetture ogni 100 abitanti, contro le 58 di Milano (media nazionale 60, contro 50 in Germania, Francia e Spagna). Le conseguenze per i romani in termini di vivibilità della città, qualità ambientale e mobilità sono ben note a tutti ed il trend in atto non fa certo sperare per il futuro.
      Niente paura però, entro fine mese arriverà il nuovo piano di mobilità del comune preparato sotto la responsabilità dell’Assessore alla Mobilità, Sergio Marchi. Lo stesso giornale ne da alcune anticipazioni: regolamentazione afflusso bus turistici, incoraggiamento alla sostituzione con veicoli ibridi, raddoppio del car sharing, potenziamento del bike sharing, rinnovo flotta di trasporto pubblico.
     Davanti a queste misure annunciate, equivalenti a dei veri e propri “pannicelli caldi” a fronte di una grave emergenza cittadina con effetti sulla salute pubblica, viene francamente da ridere malgrado lo sconforto per la continua incapacità degli amministratori romani di assumere decisioni impopolari a tutela dell’interesse generale.
     Possibile non capire che, come nelle altre città europee, bisogna prendere provvedimenti che scoraggino l’uso del mezzo privato per andare al lavoro, con una tariffazione della sosta capillare e crescente nelle zone congestionate, privilegiando solo la sosta nel quartiere di residenza? Il primo provvedimento da prendere in questo senso è tappezzare la città di strisce blu, al centro come in periferia, abolendo anacronistiche proporzioni tra parcheggio libero e parcheggio tariffato, ma soprattutto varando un sufficiente sistema di controllo dell’effettivo pagamento della sosta.
     In breve tempo il traffico di superficie si ridurrebbe sensibilmente con un graduale aumento della velocità commerciale del trasporto pubblico e un miglioramento della qualità dell’aria. Questa non è fantascienza, signori amministratori capitolini, basta guardare oltre i confini nazionali e avere il coraggio politico di perseguire l’interesse pubblico. Una possibile perdita di popolarità nel breve, sarebbe ripagata nel medio termine vincendo la scommessa per realizzare una città più vivibile.
23 luglio 2009 

Come “non” si reagisce alle inchieste della Corte dei conti
Bolzano: politici arroganti, privi di senso dello Stato
di Salvatore Sfrecola

     Reagisce duramente Durnwalder, Presidente della Provincia di Bolzano, ad un “invito a fornire deduzioni”, cioè a fornire chiarimenti, che a lui e ad altri componenti della Giunta ha inviato la Procura regionale della Corte dei conti in relazione alla vicenda della mancata utilizzazione della “corrente gratuita” che i grandi concessionari devono per Statuto all’ente pubblico.
     Non entro nel merito della vicenda. Mi interessa in questa sede rilevare che il politico bolzanino assume nei confronti della magistratura non l’atteggiamento rispettoso, sia pure nel dissenso naturale in chi si ritiene innocente rispetto all’imputazione di responsabilità, che è proprio di chi ha senso delle istituzioni. Perché Durnwalder, l’inossidabile leader della Volkspartei non ha proclamato la sua innocenza, ma ha ritenuto di esternare un giudizio avventato e comunque non rispettoso del rapporto che il potere esecutivo deve avere con il giudiziario. “La Corte dei conti si occupa con eccessivo zelo di scelte che sono più politico-amministrative che contabili”, secondo quanto riferisce l’Alto Adige.
     Infatti, lo zelo non è mai eccessivo. Diverso è se la magistratura contabile entra nella sfera riservata alla discrezionalità politica. In questo caso non è questione di zelo trattandosi di una intromissione in un settore riservato all’autonoma valutazione della politica.
     Posto, dunque, che la magistratura inquirente non può essere accusata di eccessivo zelo perché fa il suo dovere, se il Presidente della Provincia ritiene che sia stata invasa la sfera riservata alla autonoma discrezionalità della Giunta avrebbe potuto dire più semplicemente che lui e gli altri destinatari della richiesta di chiarimenti (perché in questa fase ci troviamo) ritengono di aver operato bene, a tutela degli interessi dell’amministrazione e della comunità amministrata e di aver usato del potere che è loro riservato. Punto e basta.
     L’arrogante risposta alla richiesta della Corte può significare due cose. Che la Procura regionale ha visto giusto ed ha colto gli amministratori in fallo, per cui essi ritengono adesso di buttarla in caciara, come si dice a Roma, per confondere le idee ai cittadini che hanno una evidente sensibilità per la vicenda, oppure che, per motivi politici, hanno voluto attaccare nella Corte dei conti le istituzioni dello Stato. Come si deduce dal riferimento alla “pressione statale” sulla provincia. Un rigurgito antistatalista che Herr Durnwalder non avrebbe osato manifestare nei confronti dell’Imperial Regio Governo, Maria Teresa Regnante.
     Nient’altro, dunque, che uno spirito antitaliano sempre aleggiante da quelle parti.
     Io, invece, sono propenso piuttosto a ritenere che il Presidente della Provincia e gli amministratori abbiano la coda di paglia e non siano affatto sicuri di aver amministrato bene nell’occasione.
     Molto diversa dalla posizione di Durnwalder quella dell’Assessore Laimer, competente per materia, che ritiene la Giunta abbia operato bene e nel rispetto della legge, tra l’altro essendosi avvalsa del parere dell’avvocato Roland Riz, storico esponente parlamentare altoatesino.
     Altro stile, altro personaggio. E’ proprio vero che la classe non è acqua.
22 luglio 2009

VIVA IL MERCATO!
di JLR

     Ieri si parlava con un amico, Lorenzo, di valore di mercato e valore reale.
     In effetti il valore reale non esiste, esiste solo il valore di mercato. Questo non è un guaio od una maledizione che affligge l’umanità. Innanzitutto vale per tutti e per tutto, e quindi danni e vantaggi sono equamente distribuiti; inoltre proprio perché il mercato definisce il valore, vi è una totale garanzia di equità.
     Se il valore è determinato dal mercato non ci sarà politico od intrallazzatore in grado di fare lui il valore: questi ci proveranno ma più ampio e globale sarà il mercato più potrà sopraffare gli ambulanti del falso.
     Se voglio vendere il mio orologio posso chiedere trecentomila lire ed offrirlo agli amici e conoscenti in piazza. La mia offerta sarà sproporzionata se nessuno sarà disponibile all’acquisto: l’offerta media sarà il valore di mercato, quelle inferiori saranno “tentativi di affare”, quelle superiori “offerte di amatori” e comunque in un contesto aperto tutte le offerte non si discosteranno molto dalla media.
     Si potrebbe presumere che il pubblico presente (può essere in una camera, un bar, un teatro, una città, una nazione, un continente) sta barando, cercando di imbrogliarmi, abbassando il valore del mio orologio per prenderselo a basso costo: ciò è più possibile quanto più il rapporto tra numero degli oggetti offerti ed acquirenti è vicino ad uno: se l’orologio che si vende è uno solo e gli acquirenti sono due o tre è estremamente probabile un accordo tra loro per abbattere il prezzo e dividersi poi i guadagni di una successiva vendita al prezzo di mercato ben più alto. Se l’orologio è uno solo ma i candidati acquirenti sono venti la concorrenza, la volontà di acquisirlo e l’impossibilità di un accordo con significativi guadagni per tutti, guiderà la vendita al prezzo di mercato. I presenti si chiederanno dove trovare orologi simili, quanti ce ne saranno in giro e decideranno di offrire una determinata cifra. Se tutti amano quello orologio, se non ce ne sono che pochi in giro, se quei pochi che ci sono sono in una città distante, allora l’offerta lieviterà fino a cifre molto alte che non sembrano essere l’astratto ed inesistente valore reale che il mio amico Lorenzo vorrebbe attribuire al mio orologio. Ma quale sarebbe il valore di Lorenzo di quello orologio? La sommatoria del valore in peso dei metalli usati più il valore del tempo di lavoro di chi li ha lavorati, più il valore del progetto, più il valore del tempo di lavoro per il montaggio ecc.?
     Il valore del peso dei metalli varia secondo le leggi dei mercati e per giunta è espresso in valute che valgono, si svalutano o viceversa, sempre secondo le leggi dei mercati. Il valore del tempo di lavoro dipende dallo stipendio da pagare all’operaio specializzato che varia secondo la specializzazione, secondo la richiesta e l’offerta di tale specializzazione, secondo il mercato infine. Il progetto: originalità, brevetto, riproducibilità lo caratterizzano. Quanti sono in grado di progettarlo così o riprogettarlo?
     Quanti vorrebbero che fosse riprogettato? Domandiamolo al mercato e sapremo il valore dell’orologio.
     Il valore di Lorenzo non esiste.
     Facciamo finta che esista.
     Seicentomila lire, trecento dollari, quattordicimila rupie? Ma chi stabilisce quanto valgono lire, dollari o rupie ieri, oggi, domani ?
     Il mercato !
     Anche se Lorenzo stabilisce un valore può stabilire solo un valore di mercato falso ma mai un valore reale.
     Forse non troviamo la logica del valore di Lorenzo perché ci riferiamo all’era moderna dotata di valute che valgono e quindi valutano condizionate dalle leggi di mercato.
     Spostiamoci allora migliaia di anni addietro.
     Cavernicolo Primo vuole vendere ad un consesso di cavernicoli il suo tortore , praticamente un grosso bastone di legno con in cima legata una bianca pietra appuntita.
     Chiede quattro anatre selvatiche in cambio, ritenendole un buon prezzo reale (di Lorenzo).
     Purtroppo ha piovuto poco, le anatre sono rare ed il prezzo presupposto reale non ha nessun senso, è troppo alto.
     Cavernicolo Primo allora si mette in viaggio ed un mese dopo, molto più a nord, ottiene sei anatre da amici abitanti una zona paludosa in cui le anatre abbondano e legni solidi nonché pietre adatte scarseggiano.
     Cavernicolo Primo, felice, ha capito che non esiste valore reale e già pensa di darsi al commercio di bastoni.
     In conclusione la mattina presto, quando ci svegliamo andiamo al mercato:durante la notte abbiamo sognato a sufficienza la bella favola di Lorenzo che gioca con il reale.
     Anche i pazzi hanno bisogno del mercato, probabilmente hanno con questo un rapporto inconscio di ovvia sudditanza.
     Già Hitler aveva programmato guerra, conquiste, e leggi in una ottica molto personale di mercato.
     Oggi il terrorismo islamico segue le leggi di mercato e non osa contraddirle anzi è disturbato perché non riesce a condizionarle più di tanto. Il mercato gli serve per capitalizzare le risorse, per diluirle sul territorio, per nasconderne la provenienza, per incrementarle seguendo le sue logiche inarrestabili.
     Senza le leggi di mercato non esisterebbero le banche o gli istituti finanziari e quindi non sarebbe possibile conservare con sicurezza le ricchezze illecite che spesso sono in soldi, cioè in pezzi di carta ai quali il mercato ha dato un valore.
     Queste ricchezze possono essere suddivise e poste in vari depositi, in varie valute, in varie modalità, più o meno convenienti a seconda del mercato, ma sempre in un equilibrio dinamico che da la certezza del mantenimento del valore di mercato.
     Anche i pazzi lo sanno e nell’utilizzare, nel seguire le leggi del mercato, non fanno più i pazzi e tantomeno usano contro queste gli strali delle loro malate filosofie. Le leggi di mercato sono sopra la pazzia.
     Nessun condottiero o potenza moderna ha invaso la Svizzera o altri paradisi fiscali!
     Fascisti, Nazisti, Terroristi, Comunisti, Antiglobal, ecc, non citano mai le loro nazioni rifugio. E’ un meditato istinto di salvezza, un egoismo inconscio, probabilmente è la forza assoluta del mercato.
    Per nascondere le risorse non c’è nulla meglio del mercato: nel mercato tutto diviene mercato senza nome. Tutto rimane mercato senza nome se si rispettano le leggi non scritte del mercato: anche i pazzi lo sanno e nel mercato non fanno i pazzi perché altrimenti verrebbero sopraffatti.
     Il mercato poi è docile: se lo si rispetta lui mostra gratitudine e senza chiederti chi sei e perché ti dona quello che ti sei meritato con il tuo rispetto nei suoi confronti.
     Ama il mercato per poter vivere in pace e sviluppare il tuo potere, qualunque esso sia.

A quasi 150 anni dall’unità d’Italia
Alla ricerca della Patria perduta
di Salvatore Sfrecola

     Le celebrazioni per i centocinquant’anni dell’unità d’Italia non fanno passi avanti significativi. A parte alcune opere individuate, da finanziare per l’occasione ma che, nella stragrande maggioranza dei casi, poco o nulla hanno a che fare con l’evento. Tanto che il Presidente Ciampi, per bocca di un suo stretto collaboratore, il Presidente di sezione della Corte dei conti, Domenico Marchetta, fa sapere che “si riserva di valutare l’utilità e l’opportunità sia della sopravvivenza di un Comitato nelle sue attuali dimensioni e competenze sia del suo personale, ulteriore impegno alla presidenza del Comitato stesso”. Un monito severo, proveniente da chi ha ricoperto la carica di Capo dello Stato richiamando spesso, e concretamente, i valori dell’unità e della tradizione, rivolto a chi deve finanziare l’iniziativa e dare contenuto alle celebrazioni.
     Non c’è neppure un logo identificativo dell’occasione, un evento straordinario per restituire smalto al Paese facendo partecipare alla celebrazione della ricorrenza i giovani, le istituzioni scolastiche e quelle di carattere storico, le città d’Italia nelle quali si sono svolti fatti significativi dell’epopea risorgimentale, per risvegliare quel senso di appartenenza che sembra confinato alle partite di calcio o ad altre manifestazioni sportive che vedano coinvolta una rappresentanza nazionale.
    “Un sintomo che l’identità nazionale è in crisi profonda”, ha detto al Corriere della Sera di oggi lo scrittore e giornalista Angelo Buttafuoco, che insieme ad altri è intervenuto sul dibattito aperto ieri da Ernesto Galli della Loggia, anche lui componente del Comitato Ciampi, in un editoriale dal titolo “Noi italiani senza memoria”. Una diagnosi feroce che significa assenza di idee perché manca l’argomento sul quale riflettere, la Patria ed il senso dell’appartenenza, della storia, della tradizione. Una diffusa crisi di identità che si nota già dalla lingua, difficile da identificare, oscurata dai dialetti, a dire che la tradizione locale non vive nella storia della Nazione, che pure è illustre, ricca di vestigia di arte, di letteratura, di pensiero forte di filosofi e di pensatori che nei secoli hanno definito le radici proprie una Comunità che si è formata nel tempo attraverso ripetute immissioni di popolazioni che hanno arricchito il ceppo autoctono in un percorso civile ancorato al tessuto istituzionale romano ed alla coesistente rete della comunità religiosa che ha coltivato l’istruzione, l’assistenza sanitaria e sociale in un humus straordinario eppure oggi in crisi.
     Questa crisi va studiata e capita. Occorre capire, in primo luogo, perché si sia realizzata nel tempo una discrasia tra il pensiero delle classi colte e il sentire del popolo, più ancorato al campanile ed alla regione che allo Stato, sicché l’unità che ci apprestiamo a celebrare sembra essere percepita più dall’inclita che dal volgo. Del resto quando leggiamo che  “Del Primato morale e civile degli italiani” di Vincenzo Gioberti ha contribuito all’unità d’Italia, trascuriamo che quel libro, certamente importante, fu stampato in 300 copie che certamente non avranno letto più di mille persone, troppo poche per influire sul moto risorgimentale che non dobbiamo dimenticare fu un moto di intellettuali.
     Ricordo a questo proposito quanto ebbe a dirmi un mio vecchio amico nipote di un colonnello dell’Esercito sardo impegnato nel 1866 nella terza guerra d’indipendenza che alle truppe piemontesi i contadini veneti chiedevano il pagamento dell’acqua. Un dato significativo, che dimostra che quei soldati non erano considerati dei fratelli liberatori, anche perché l’Imperial Regio Governo che amministrava le regioni del Nord Est era per la verità, per l’epoca, un buon governo.
     Tutte queste riflessioni ci inducono a ritenere che nel ventre molle della popolazione, che conserva un alto indice di ignoranza, l’unità non è un valore, tanto che la Lega si può permettere di svillaneggiare impunemente il Tricolore, simbolo della Patria, non di “Roma ladrona”. La Patria, che non è di destra o di sinistra, ma rappresenta l’unità e la continuità della popolazione. Certamente l’Italia è nata male, con un forte impianto centralistico, necessitato dall’esigenza di contrastare le spinte centrifughe presenti in molte realtà locali, soprattutto meridionali, ma non solo. Una preoccupazione forte di Cavour, ripresa da Minghetti, con le sue proposte riguardanti la ridefinizione del sistema degli enti locali in un quadro rispettoso delle tipicità e delle tradizioni.
     L’Italia, poi, è stata privata per oltre quarant’anni dell’apporto della componente cattolica della società, ben radicata sul territorio. L’errore di Pio IX con il non expedit ha avuto conseguenze gravissime. Nella fase di avvio dello Stato unitario, con la creazione delle istituzioni della società civile, quelle che  danno in una certa misura il senso della convivenza, la scuola, la sanità, l’assistenza, nelle forme proprie dell’epoca, i cattolici, cui il Papa impediva di collaborare con i liberali che lo avevano spodestato dall’ormai anacronistico Stato della Chiesa, sono rimasti ostili al nuovo Stato per cui non hanno contribuito alla crescita civile del Paese. E’ così mancata una componente essenziale della società, con un danno che è difficile valutare ma che in ogni caso percepiamo anche oggi.
     In tutta questa situazione si fa notare l’assordante silenzio del Governo, la mancanza di iniziative, nessun riferimento dal Presidente del Consiglio che pure è aduso ad esternare, mentre il Capo di Gabinetto del Ministro Bondi, come afferma il Presidente Marchetta, fa sapere che “il problema del reperimento dei fondi per le manifestazioni celebrative dei 150 anni dell’Unità d’Italia non fa registrare alcun passo in avanti”.
     Eppure nessuno si vergogna. Che sia un omaggio alla Lega antitaliana?
21 luglio 2009  

Il maxiemendamento mortifica il Parlamento
di Salvatore Sfrecola

     “Il governo blinda lo scudo con la fiducia”, titola il Corriere della Sera di oggi  informando che il Ministro per i rapporti con il Parlamento, Elio Vito, ha  preannunciato che il Consiglio dei ministri deciderà di porre la questione di fiducia su un testo che rivedrà l’intero provvedimento anticrisi.
     Non sono e non sono stato mai contrario ai decreti legge ed ho guardato con occhio benevolo anche al cosiddetto “abuso” che di questo strumento fanno spesso i governi, tutti, di destra e di sinistra. A causa della difficoltà di legiferare in tempi brevi su materie di rilevante importanza. Fin quando non sarà resa più agevole la procedura legislativa è inevitabile che, di fronte a problemi urgenti di interesse generale, si ricorra ai decreti legge.
      Il problema si complica sul piano dei rapporti tra Parlamento e Governo quando questo ricorre alla questione di fiducia non sul testo originario, sia pure emendato, ma sul cosiddetto maxiemendamento, un testo che, in pratica, sostituisce l’intero decreto impedendo ogni ulteriore modifica, in sostanza anche nell’altro ramo del Parlamento dove i termini di conversione (sessanta giorni) impediscono ogni discussione, pena la decadenza del decreto.
     Con il maxiemendamento, predisposto dal Governo, il Parlamento viene, in pratica, spogliato della possibilità di modificare il testo del decreto-legge, con una grave lesione delle prerogative di deputati e senatori e con danni evidenti per l’approfondimento delle tematiche trattate dalla normativa urgente, che spesso tale non è se non nelle opinioni dei promotori dell’iniziativa.
     C’è, poi, un equivoco di fondo, reso evidente dal titolo del Corriere che si riferisce allo “scudo” che è solo uno degli argomenti di cui si occupa il decreto, che, ad esempio, detta anche norme in materia di controllo e giurisdizione della Corte dei conti della quale non si sentiva proprio l’esigenza se non da parte di quanti hanno suggerito disposizioni che dovrebbero limitare i controlli e l’azione di responsabilità. Come dire qualcuno si vuol salvare a spese del cittadino contribuente, quello che paga imposte e tasse e vorrebbe, quindi, che i suoi denari fossero spesi bene. E in caso qualcuno abbia procurato danno all’erario sia condannato a pagare fino all’ultimo euro.
     Con il maxiemendamento non saranno ulteriormente approfondite certe riflessioni in corso nell’ambito della maggioranza sulla inutilità delle norme sulla Corte dei conti o, di più, sul danno che, se approvate, provocherebbero, anche nella formula degli emendamenti presentati alla Camera, dei quali è stata contestata la validità anche dall’Associazione Magistrati della Corte dei conti, nel caso fossero recepiti dal testo allo studio del Governo.
     Ecco, dunque, che di uno strumento di governo certamente utile, non solo si fa abuso, ma s’impedisce al Parlamento di emendarlo sulla base di una discussione approfondita, come vuole la democrazia parlamentare.
20 luglio 2009

Chi influenza l’influenza?
di Senator

     Continua il balletto delle notizie e delle previsioni sull’influenza che ha colpito e dovrebbe colpire in autunno, prima del solito, ma con gli stessi effetti del solito. Come ha detto il Sottosegretario al Ministero degli affari sociali e della salute, Fazio. Il quale pochi giorni prima aveva detto che l’influenza di cui si parla in questi giorni è per nulla diversa da quella che ogni anno colpisce milioni di persone. Anzi, aveva detto, è meno virulenta. Poi propone di rinviare l’apertura delle scuole e incassa il “no” del Ministro dell’istruzione, Gelmini.
     Chi ci capisce è bravo. Ma una cosa è certa. L’influenza muove interessi miliardari in forma di vaccini, antivirali e febbrifughi vari. Un affare per molte case farmaceutiche che fatturano cifre da capogiro. Poi vai a vedere, lo diceva lo stesso Fazio prima dell’ultimo grido di allarme, che, in realtà, sono molte poche le persone veramente a rischio, come nell’influenza invernale, quando muoiono quelli che dovevano morire, perché malandati o affetti da altre patologie.
     Io non mi sono mai vaccinato. Un po’ perché ho notato che i miei amici medici non si vaccinano, un po’ perché l’eventuale influenza che mi tenesse a letto per due o tre giorni ed a casa per altri tre o quattro non è poi tanto male, per uno che corre dalla mattina alla sera tutto l’anno. In tutto quattro o cinque giorni a bere succhi di frutta e ad essere coccolato anche dal cane di casa. Poi la possibilità di leggere ore di seguito, senza che disturbi il telefono o il cellulare tenuto opportunamente spento. Tanto tutti sanno che hai l’influenza.
     Ogni volta che si lanciano campagne sull’influenza mi chiedo chi influenza tutto ciò. E ricordo che tanti anni fa un mio amico giornalista aveva fatto un’inchiesta sul siero antivipera, quello che stampa e televisione ci invitavano a comprare e portare nelle gite in montagna o in campagna, lanciando messaggi terrificanti. Una precauzione opportuna, che avevo subito fatto mia, e che ho continuato a mantenere anche quando quel mio amico mi disse che, in realtà, in Italia non muove più di una persona l’anno per il morso di vipere che, all’avvicinarsi dell’uomo, fuggono velocemente. Non più di un essere umano. Peggio va ai cani che spesso cercano tra i rovi e sotto i sassi dove il pericoloso rettile si annida. Un uomo e qualche cane, nulla di più. Intanto la ditta che produceva il siero, parlo di oltre trent’anni fa, fatturava alcune decine di miliardi per quel siero. Oggi stampa e televisione, alla vigilia dell’estate e delle gite in campagna e montagna, non ne parlano più. Sono passate all’influenza!
19 luglio 2009         

I risultati della maturità
Dalla scuola classista della Sinistra ad un’istruzione moderna che non rinnega le radici della nostra cultura classica
di Salvatore Sfrecola

     “La scuola non può promuovere tutti”, è stato il commento, secondo il Corriere della Sera, del Ministro della pubblica istruzione Maria Stella Gelmini, quando gli sono stati comunicati i risultati delle maturità. 15 mila studenti respinti, 3 mila più dell’anno scorso. “Un fallimento”, è stato il commento dell’opposizione.
     Due commenti sbagliati. Quello del Ministro, che pure ha fatto bene a restituire serietà agli studi. E quello dell’opposizione, che se la cava con un’affermazione indimostrata, soprattutto se riferita all’intera riforma scolastica.
     Ragioniamoci su. La scuola “non può promuovere tutti” è, in linea di principio, un’affermazione sbagliata, perché lo Stato dovrebbe riuscire ad assicurare a tutti il massimo livello di istruzione possibile. Naturalmente è una aspettativa nella realtà irrealizzabile, considerata la varietà delle intelligenze e della volontà di studiare che caratterizza la popolazione scolastica.
     Lo Stato, tuttavia, deve offrire il meglio a tutti. Diceva mio nonno, professore di italiano e latino nel liceo di Trani all’inizio del secolo scorso, che se un ragazzo va male, nella maggior parte dei casi la colpa è del professore, che non è capace di calamitare l’attenzione degli allievi, di interessarli e incuriosirli stimolando il desiderio di novità che, in misura diversa, è comunque presente in tutti i giovani di media intelligenza.
     Purtroppo il corpo docente non è oggi, nella stragrande maggioranza, a livelli di eccellenza. Sono demotivati, ha detto un giorno Gianfranco Fini, anzi frustrati. Le ragioni? La formazione sessantottina della grande maggioranza dei docenti che hanno studiato e si sono laureati con il diciotto politico, in una stagione nella quale si è condannato senza appello il nozionismo e l’uso della memoria, tralasciando di considerare che la nozione è essenziale per interpretare il fatto, che le date e i nomi dei protagonisti servono ad inquadrare gli avvenimenti storici, nel tempo e nello spazio. Per cui è essenziale sapere che Garibaldi è andato in Sicilia con mille uomini nel 1860. Se lo avesse saputo, chi ha scritto nel tema della maturità che il nizzardo aveva percorso il mare Mediterraneo da Quarto a Marsala usando un sommergibile non avrebbe scritto quella sciocchezza, per il semplice fatto che quel mezzo non esisteva ancora e mai avrebbe potuto contenere mille uomini. Ignoranza ed idiozia, dunque!
     A queste nozioni uno studente stimolato alla riflessione da un bravo docente avrebbe aggiunto che la flotta inglese aveva fatto scudo ai due piroscafi, il Lombardo e il Piemonte, che avevano trasportato Garibaldi ed i suoi uomini. Un fatto da valutare in rapporto alla politica di amicizia tra il Regno di Sardegna e quello di Gran Bretagna, auspice l’anglofono Cavour. Forse avrebbe potuto approfondire lo scenario globale nel quale si muovevano le potenze del tempo, alla ricerca di spazi per l’espansione dei commerci e per garantirsi le materie prime non disponibili in patria.
     Ma la storia s’insegna male, altro che nozionismo! Per fare dei buoni docenti occorre formarli nelle scuole medie superiori per specializzarli, poi, all’università.
     Tutto questo esige che la classe docente abbia delle prospettive, anche economiche che al momento non ci sono. Insegnare è un mestiere difficile. Non basta sapere per trasmettere cultura per infondere entusiasmo. Servono doti di chiarezza espositiva e capacità di comprendere le mentalità degli allievi, dei migliori e di quelli che non hanno o sembra non abbiano sufficienti stimoli personali e familiari. C’è differenza, infatti, tra ragazzi che vivono in famiglie nelle quali si coltivano studi superiori e quelle più modeste. Lo Stato deve garantire a tutti l’istruzione, soprattutto ai meritevoli e senza mezzi.
     Non è così. La scuola che ci ha consegnato la sinistra è, di fatto, una scuola classista. Nella quale gli studenti di famiglie modeste hanno più difficoltà se l’insegnante non è all’altezza. Spesso compensano, è vero, con la voglia di un riscatto sociale che nasce dalle difficili condizioni personali, ma non sempre hanno la spinta giusta per avviare un percorso scolastico virtuoso. Comunque hanno difficoltà. Una famiglia che non ha una sia pur piccola biblioteca, dove si legge poco non è di stimolo, anzi a volte è un ostacolo insormontabile.
      Poi i docenti, se sono dei frustrati, per dirla con il Presidente della Camera, è perché il loro trattamento economico è al limite della sopravvivenza, e non consente di dedicarsi a quegli approfondimenti culturali che sono essenziali. L’aggiornamento costa. Perché il fisco che consente ai professionisti di alleggerire il loro reddito, ai fini dell’applicazione dell’imposta, dei costi di aggiornamento professionale, libri, codici, ecc., non consente allo stesso modo agli insegnanti di portare in detrazione, in modo più ampio di quella misera misura forfetaria oggi prevista, i costi del loro aggiornamento scientifico per libri o partecipazione a convegni e congressi?
     In questo quadro desolante che ha trovato, il Ministro Gelmini ha richiamato l’esigenza che sia premiato il merito. Era necessario da tempo, perché le promozioni facili costituiscono un danno grave per i ragazzi e la società.
     Chi acquisisce un titolo di studio senza averne il merito pensa giustamente che se lo Stato lo ha riconosciuto meritevole di un diploma vuol dire che è in condizione di fare il geometra o il ragioniere e, salendo, il medico, l’ingegnere, l’avvocato. E così pretende anche che lo Stato gli assicuri un’occupazione con la conseguenza che, se non riesce a trovare lavoro, diviene un disadattato e un ribelle, mai ritenendo di essere professionalmente scarso. Ha un diploma che certifica il suo sapere!
     La scuola, ai vari livelli dell’istruzione, non può essere, dunque, un diplomificio. Deve attestare  un virtuoso processo scolastico solo se effettivamente l’allievo merita. Questo pone il problema, già affrontato più volte in passato anche da Luigi Einaudi, del valore legale del titolo di studio. Se non avesse quel valore il “diploma” sarebbe meno ambito e le università meno affollate.
     In sostanza la scuola dovrebbe solo attestare che l’allievo ha frequentato il corso ed è stata valutata la sua preparazione di un certo grado. Punto e basta. Poi se vuol fare una professione sostiene il suo esame di Stato e se la vede con la concorrenza. E qui un ruolo dovrebbero avere anche gli ordini professionali, non solo per ridurre la concorrenza per chi è già “in carriera”!
       Contemporaneamente la scuola va riformata a fondo con introduzione di nuove tecniche di insegnamento e maggiore uso di biblioteche (fondamentale, ad esempio, è insegnare a fare delle ricerche) e laboratori per l’insegnamento e l’avvio alla sperimentazione e di occasioni di confronto con istituzioni straniere. Senza abbandonare quel tanto di buono ci viene dall’esperienza e senza perdere le caratteristiche multiformi della nostra scuola secondaria, con i vari indirizzi, il classico, lo scientifico, lo sperimentale. Ricordiamo che i nostri ricercatori e docenti, che negli anni passati hanno frequentato i licei classico e scientifico si sono fatti apprezzare all’estero nelle università ipertecnologiche e nelle istituzioni scientifiche dove hanno lavorato ed insegnato con grande successo. Non solo nel settore della medicina e della fisica, ma anche nelle scienze umane. Ricordiamo che la cultura classica acquisita nei licei classici ha costituito la base di splendide carriere scientifiche.
     Se da decenni fuggono “cervelli” vuol dire, in fin dei conti, che la nostra scuola non è poi tanto male.
     La scuola, tuttavia, come è stato negli ultimi decenni, non può essere un luogo di sperimentazione permanente che travolga di anno in anno programmi e metodi di lavoro. Piuttosto serve un aggiustamento costante in corso d’opera, come suggerisce l’esperienza verificata da una attenta riflessione sulle prospettive.
     Soprattutto si tenga conto che i vantaggi ed i guasti della scuola si ripercuotono per anni e fanno il bene e il male di intere generazioni e del Paese nel suo complesso. Come si è visto negli anni passati quando la Sinistra sessantottina ha sfasciato le nostre istituzioni scolastiche mettendo a disposizione degli studenti scuole senza biblioteche, laboratori e palestre. Intanto i figli di quegli illuminati “riformatori” studiavano nelle scuole private che ancora mantenevano qualche virtuosa tradizione o all’estero.
     Ricordo, per finire, la mia scuola, il ginnasio liceo “Torquato Tasso” di Roma, una istituzione di fine ottocento con grandi spazi, un’aula di scienze naturali dotata di ogni supporto scientifico, dai minerali agli animali, dal lombrico in su, un’aula di fisica con validi strumenti per le varie esigenze didattiche, un teatro idoneo ad ospitare l’intera scolaresca ed una palestra dotata di tutte le attrezzature necessarie.
     Ancora una volta quella che molti si ostinano a chiamare “Italietta” dà dei punti all’ottava (o giù di lì) potenza economica del mondo.
19 luglio 2009

Ferrovie: ogni giorno la sua pena
Disagi per i passeggeri sul Roma-Verona delle 15,55
di Conductor

     I treni non sono aerei e, pertanto, non decollano. Mai, come la società poco nobile erede della più che dignitosa Azienda Autonoma delle Ferrovie dello Stato, quella che, per intenderci, dal 1905 in poi ha unificato l’Italia e reso possibile il suo sviluppo economico.
     Scherzi a parte continua la litania delle doglianze di chi sceglie di servirsi del treno, ad onta dell’ottimismo dei dirigenti di Trenitalia.
     Ultimo esempio, in tempo reale, perché se attendo pochi minuti rischia di essere il penultimo. Cronache dall’Eurostar n. 9312, in servizio da Roma a Verona partito da Termini alle ore 15,55. Mi riferisce un passeggero della carrozza n. 2, prima classe, costo 80 euro, che nel bagno il lavandino è senz’acqua.
     Inoltre, avendo chiesto del servizio di ristoro ha appreso che il tradizionale carrello con bibite e panini non passa più. Poco male, ha pensato il nostro passeggero, sul treno c’è una carrozza bar. La raggiunge e chiede un succo di frutta. Ma quando fa per pagare l’addetto non ha il resto a venti euro. In molti paesi quella somma si può pagare anche con bancomat e carta di credito. Anzi, perfino il quotidiano all’edicola. Il barista invita il cliente a cercare chi possa cambiare quella straordinaria banconota da venti euro. Così il nostro resta assetato. Con questo caldo – per fortuna funziona l’aria condizionata –  non  ha neppure la forza di protestare. Neppure per la mancanza di corrente nella presa alla quale voleva collegare il computer. Qui il disagio è inferiore. Cambia carrozza.
     Tuttavia non vuole che la cosa rimanga sotto silenzio e chiama Un sogno italiano che, in tempo reale, denuncia l’ennesima disfunzione della società ferroviaria.
          Che volete che sia, diranno gli amministratori di TrenItalia e di RFI, abituati a ben altre proteste,  un lavandino senz’acqua e il bar senza resto? Altri sono i problemi!
     Ma in prima classe chi paga 80 euro ha diritto a vedersi risparmiate queste disfunzioni.
     Si ha l’impressione che tutto cambi per restare come prima, anzi peggio di prima, perché un tempo nei treni, anche quando sbuffava la locomotiva, la prima classe era veramente prima, anche nei servizi, non solo perché i treni arrivavano in orario!
18 luglio 2009

Quando gli amministratori sono disattenti
Verona: bufera sull’aeroporto
di Senator

     Comunque vada finiranno sotto processo dinanzi alla Corte dei conti. È la sorte annunciata degli amministratori dell’Aeroporto Valerio Catullo di Verona che, a quanto scrivono La Cronaca di Verona e del Veneto e il Corriere della Sera di oggi a proposito di una causa di lavoro intentata da un dirigente dell’aeroporto, l’Ing. A. Z., che contesta le ragioni del suo licenziamento, e della reazione dell’azienda.
     Vediamo i fatti, come risultano dalla cronaca giornalistica e dalla posizione assunta dal dirigente al quale, dopo la decisione del licenziamento per ristrutturazione dell’organico aeroportuale, l’Azienda ha chiesto un risarcimento danni per un ammontare di oltre duemilioni e cinquecentomila euro.
     A questa richiesta A. Z. non ci sta e, presa carta e penna, il 13 luglio ha scritto agli amministratori in carica negli ultimi anni riassumendo i fatti.
     Assunto nel 2001 presso la Società Aeroporto Valerio Catullo di Verona Villafranca S.p.A., Zerman ricorda di aver “svolto presso tale Società, con diverse e sempre  crescenti funzioni e responsabilità, le mansioni di Dirigente a partire dall’anno 2004 fino all’autunno del 2008”, un arco di tempo durante il quale “gli aeroporti gestiti dalla Società hanno potuto esprimere il loro massimo sviluppo di traffico, anche grazie a numerosi e importanti interventi infrastrutturali realizzati col supporto del sottoscritto, oltre ad ottenere altri rilevanti risultati raggiunti con il mio determinante impegno professionale, sempre ampiamente riconosciuto dagli amministratori della Società. Mi riferisco ad esempio alle certificazioni di aeroporto ENAC, ai piani di sviluppo e quarantennali per le concessioni, all’autorizzazione alle operazioni in bassa visibilità, all’approvazione delle procedure antirumore, al coordinamento dei voli postali su Montichiari”.
     “In tutti questi anni – prosegue A.Z.  – ho sempre adempiuto ai miei doveri con competenza, professionalità e passione, ottenendo risultati che sono stati riconosciuti a livello nazionale, in particolare garantendo costantemente il regolare e puntuale funzionamento del traffico, la massima operatività, l’aumento della capacità e la sicurezza delle infrastrutture secondo la normativa e le direttive dell’Ente Regolatore, permettendo allo stesso tempo di ottenere importanti risparmi di investimenti attraverso il loro coordinamento e individuando soluzioni innovative (ad esempio in materia di risk assessment sulle strip aeroportuali)”.
     “Nonostante tali risultati, puntualmente resi noti dalle comunicazioni sociali e dalla stampa, sin dai primi mesi del 2008 ho cominciato a subire da parte della Società comportamenti gravemente mobbizzanti e dequalificatori, con un processo continuo di demansionamento che è culminato nel licenziamento ritorsivo posto in essere dalla Società nell’autunno 2008”.
     Inizia, quindi, la procedura di contestazione del licenziamento nelle forme di legge quando la Società, in data 28 aprile 2009, formula una richiesta di risarcimento danni, quantificata in ? 2.552.320, motivata – si legge nella lettera –  “in ragione di presunte inutilità o inadeguatezze di alcuni interventi intrapresi dalla Società negli anni passati”.
     Di qui la “chiamata in causa dei vecchi amministratori”, considerato che le opere ed i servizi oggetto della nota di contestazioni, in relazione ai quali non è indicato il profilo del danno, se non con riferimento a presunte e comunque indimostrate inadeguatezza o inutilità degli impianti e dei servizi, riguarda opere ed attività acquisite all’Aeroporto a seguito di una complessa attività amministrativa e tecnica alla quale hanno concorso i vertici aziendali a livello monocratico (Presidente e Direttore generale) e collegiale (Consiglio di amministrazione) in funzione di proposta ed approvazione, nonché progettisti, direttori dei lavori e collaudatori, dei quali tutti dovrà, in ipotesi, essere individuata una quota di responsabilità. La nota dell’Aeroporto, invece, precisa Zerman, assume che “l’ipotizzato pregiudizio patrimoniale sia stato prodotto da un dirigente che nella specie ha svolto funzioni di “responsabile del procedimento”, figura assolutamente estranea rispetto alle scelte ed alle realizzazioni, titolare di un potere di spesa di ? 5.000,00 a firma singola e di ? 30.000,00 a firma congiunta”.
     Le conclusioni che si possono trarre da questa vicenda sono evidenti. Licenziato con riferimento ad una presunta ristrutturazione, che sarebbe servita, invece, per assumere altro dirigente, nella prospettiva di dover pagare una rilevante somma quale risarcimento del danno subito da A.Z., mobbing a parte, i dirigenti dell’Aeroporto, politici di provincia con una buona dose di arroganza, hanno pensato di chiedere un risarcimento per presunte negligenze, in modo da immaginare che la vicenda si sarebbe chiusa in pareggio.
     Le due vicende, invece, non vanno messe in relazione tra loro, come dimostra la lettera di licenziamento e la precedente proposta di conciliazione che non fa cenno alcuno a responsabilità del dirigente, ma solo ad esigenze di ristrutturazione dell’aeroporto. Che nel frattempo, sarà un caso certamente, comincia denunciare gravi disfunzioni tanto che, scrive La Cronaca, “i dati di giugno evidenziano che l’aeroscalo veronese è il peggiore d’Italia”.
     Insomma, gli amministratori della società veronese si sono fatti male da soli. In ogni caso andranno dinanzi alla Corte dei conti di Venezia. Infatti se perderanno la causa di lavoro dovranno pagare il dirigente licenziato e questo è danno per la società. Se, poi, è vero che il Consiglio di amministrazione ha deliberato iniziative sbagliate o realizzate male Presidente, Consiglieri, direttore generale, progettisti, direttori dei lavori e collaudatori dovranno pagare per il danno causato all’Aeroporto. In gergo si chiama danno erariale e competente a chiedere il risarcimento del danno è il Procuratore regionale della Corte dei conti per la Regione Veneto, che ha sede a Venezia. E dovranno difendersi in proprio, in quanto c’è conflitto di interessi tra amministratori e Aeroporto per il fatto che il danno è provocato alla società.
17 luglio 2009

Originale interpretazione dei doveri istituzionali di una pubblica amministrazione
L’Aquila: “si demoliscono 40 appartamenti
ma la comunicazione non è dovuta”
di Salvatore Sfrecola 

    Apprendo da Google (14 luglio) che il Comune dell’Aquila, in riferimento all’abbattimento entro sette giorni dei palazzi in via Germania dal n° 7 al n° 13 oggi ha prorogato al trenta luglio l’abbattimento degli stessi.
     Il Comune entro una settimana procederà alla demolizione di 40 unità abitative in località Pettino e per la precisione Via Germania dal n. 7 al n. 13, classificate E).
     Fin qui siamo nella “normalità” ma l’assurdo è che le 40 famiglie che si vedranno abbattute  le loro abitazioni in una settimana non saranno avvisate dal Comune ma, a detta di una dipendente comunale,  “è interesse esclusivamente dei cittadini informarsi direttamente presso gli uffici comunali della decisione”.
     Non una comunicazione ufficiale o un avviso su internet come è successo per un precedente elenco di edifici da abbattere.
     “E’ evidente che L’Aquila con questa gente non riprenderà mai a volare, anzi, non un briciolo di umanità e di solidarietà, non uno spiraglio di cambiamento, dopo tutto quello che sta succedendo” dichiara amareggiato il Sig. Iannucci, uno degli inquilini interessato dalla demolizione. “La solidarietà non è cosa facile per molti nella nostra città. Comunque si immagini quaranta famiglie che in sette giorni contemporaneamente saranno costrette a trovare ditte per portare via i mobili e le cose più care e luoghi per lo stoccaggio degli stessi. Quaranta famiglie che si scontreranno per le scale di un condominio da abbattere”.
     E conclude “Perché il Comune non comunica, come lo ha fatto per le agibilità dei fabbricati, attraverso i giornali, il web, le comunicazioni ufficiali nei campi e sulla costa? Non auguro alle persone che stanno gestendo questo tragico evento dell’abbattimento la stessa freddezza, indifferenza, MA FORSE NON SONO AQUILANI…”.
     Ho pubblicato integralmente la notizia come raccolta sul web. In cuor mio con la speranza che non sia vera, che in qualche misura sia esagerata. Il Comune deve far sapere come stanno effettivamente le cose perché non si ingeneri il sospetto che alcuni abbattimenti siano decisi da chi abbatte e non da chi ha il compito istituzionale di assicurare la corretta gestione della sicurezza degli immobili e, quindi, di disporre il loro abbattimento ove necessario. Una decisione che va comunicata ufficialmente al proprietario perché eventualmente contesti la decisione. Non vorrei che accadesse quanto si è verificato a Gibellina dove, mi raccontava un mio amico ingegnere, avendo visionato la casa del nonno era giunto alla conclusione, da tecnico, che fosse un immobile abbisognevole esclusivamente di interventi di consolidamento. Tornato sul posto qualche giorno più tardi ebbe l’amara sorpresa di non trovare più l’immobile che era stato abbattuto per iniziativa dell’impresa che curava queste attività!
15 luglio 2009

Dopo che la Cina si è platealmente dissociata sul clima
Il G8 è tutto nella stretta di mano tra Obama e Gheddafi
di Senator

    Constatato che l’accordo sull’ambiente risulta ridimensionato dall’assenza della Cina, che non ha firmato all’Aquila il relativo protocollo d’intesa con la banale scusa che il Presidente doveva rientrare in patria per i disordini in atto, il successo vero del vertice dei “Grandi del Mondo” è rappresentato da quella stretta di mano tra l Presidente degli Stati Uniti Uniti ed il leader libico che sembra aver chiuso una antica controversia.
     Potere del petrolio libico!
     Nell’economia globale, nella quale Cina ed India sono grandi consumatori di petrolio, gli Gli Stati Uniti, per tenere il passo, hanno bisogno di nuove risorse petrolifere. Così il diavolo in persona, come la pubblicistica libica dipinge da sempre il Presidente americano, bianco o nero che sia, stringe la mano a Gheddafi e probabilmente gli promette un prossimo ritiro delle sanzioni che hanno accompagnato i rapporti tra i due paesi a lungo segnati dall’accusa americana che Tripoli fosse il crocevia del terrorismo internazionale.
     Auspice, dunque, Berlusconi, il leader libico incassa un nuovo successo, dopo quello che qualche settimana fa, a Roma, gli aveva consentito di ottenere promesse di interventi infrastrutturali in cambio di un’azione dissuasiva, vedremo fino a quando, nei confronti degli immigrati che s’imbarcano dai porti e porticcioli sparsi lungo le coste del Nord Africa. Abile nell’usare l’arma della pressione delle orde di disperati che provengono dall’interno della Libia e dal cuore dell’Africa, il “colonnello” libico è riuscito nel suo intento nei confronti dell’Italia ed oggi degli Stati Uniti.
     Importante accordo, dunque, quello sancito dalla storica stretta di mano che abbiamo ricordato iniziando, ma anche certificazione che il G8 ha portato a casa un ben magro bottino. Un micro accordo sul clima a scadenze dilazionate nel tempo, in assenza di uno dei più grandi inquinatori della storia, quella Repubblica cinese che finanza lo sviluppo e batte i mercati avendo trascurato quelle misure di contenimento delle emissioni inquinanti che richiedono tecnologia costosa e di rapida obsolescenza che pesa sui conti delle imprese occidentali.
     Occorreva tutto l’apparato messo in piedi dal duo Berlusconi-Bertolaso, con grande  dispendio di risorse finanziarie, per favorire l’accordo Obama – Gheddafi, già messo a punto nei mesi scorsi dalle diplomazie?
     Gli abruzzesi terremotati hanno avuto un momento di visibilità e d’orgoglio e qualche promessa di “adozione” di monumenti storici da parte di questo o quel capo di stato. Oltre alla diuturna promessa che da fine settembre saranno abbandonate le tende per più comode case prefabbricate. Qualcuno dubita che in questo arco di tempo potrà essere risolto il problema dei 60 mila sfollati. Le case da ricostruire verranno dopo. Un impegno del premier che qui gioca la sua faccia e la credibilità del Governo perché in terra d’Abruzzo “forte e gentile” se le promesse non vengono mantenute si passa dalle parole ai fatti. Per picchiare duro, senza esclusione di colpi.
10 luglio 2009

Salvatore Sfrecola eletto Segretario
del Gruppo “Rinnovamento” dell’Associazione Magistrati della Corte dei conti

     Nel corso dell’Assemblea del Gruppo “Rinnovamento per la Corte del 2000” il nostro direttore è stato eletto all’unanimità Segretario del Gruppo con un mandato preciso: restituire smalto all’attività di quella che è la componente più antica dell’Associazione Magistrati, costituita negli anni ’70, unica rimasta di quel periodo. Unica anche ad aver mantenuto il nome, quando tutte le altre componenti si sono ripetutamente fuse e scisse, ogni volta modificando denominazione e programmi.
In una lettera ai colleghi Sfrecola si è impegnato a rilanciare “l’azione culturale e di studio del Gruppo con proiezione esterna, verso le amministrazioni, il mondo dell’Università e del Foro, perché i temi del controllo, della consulenza nelle materie di contabilità pubblica e della giurisdizione contabile siano oggetto di approfondimento e di dibattito con gli operatori e gli studiosi. Nell’ottica di una Corte dei conti che non intende più essere sballottata da iniziative interne ed esterne occasionali ed asistematiche, spesso sbagliate”.
Il metodo indicato è quello di “dialogare, all’interno, nelle forme e nei modi più proficui, con la dirigenza dell’Istituto e con le altre componenti associative, anche con quelle attualmente all’opposizione, alle quali riconosciamo, al di là delle polemiche e delle divaricazioni che hanno caratterizzato il varo della Giunta di maggioranza, un impegno sincero su temi di comune interesse, divisi soltanto da una diversa modalità di condurre nel concreto la battaglia su alcune recenti riforme normative, pur nella sostanziale condivisione degli obiettivi”.
Vogliamo “vincere convincendo”. Un nuovo motto, “per dire che ci vogliamo confrontare con l’esterno e con quanti hanno il potere di proporre e di decidere a livello normativo, perché troppe riforme sono dovute a insufficiente conoscenza della realtà istituzionale, sotto il profilo ordinamentale, dei relativi procedimenti e dei risultati conseguiti”.
Il proposito operativo è quello di “studiare, elaborare e confrontare idee, per organizzare conferenze, convegni e seminari, favorire pubblicazioni”, come Sfrecola aveva fatto da Presidente dell’Associazione Magistrati nella stagione difficile della “Bicamerale”, “portando all’esterno i documenti nei quali si esprime l’esercizio delle attribuzioni istituzionali, spesso non conosciuti”.
“La nostra – conclude la lettera ai magistrati – vuol essere espressione di un orgoglio professionale elevato, a tutti i livelli istituzionali, nella consapevolezza dell’alta qualità del “prodotto” che l’Istituto fornisce alle amministrazioni ed alla comunità amministrata attraverso l’opera diuturna e qualificata dei suoi magistrati”.
9 luglio 2009

Ha ottant’anni e gli rinviano la causa al 2014 “Ci sarò ancora?”
Un rinvio allunga la vita
di Salvatore Sfrecola

     La vicenda giudiziaria è iniziata nel 1993, per un banale diritto di passaggio, controparte il Comune di Milano. Quando l’attore, per i non addetti ai lavori “colui che agisce in giudizio”, riteneva che tutto fosse finito, pochi giorni fa, a quanto riferisce il Corriere della Sera di ieri, si è visto rinviare l’ultima causa in appello al 25 febbraio 2014.
     Nell’intricata vicenda giudiziaria ne esce male il processo civile italiano e l’Amministrazione della Giustizia nel suo complesso, dacché una causa simile in qualunque tribunale, in qualunque paese civile, sarebbe stata decisa in pochi giorni o in poche settimane.
     L’amarezza del Nostro, tuttavia, è mitigata da una certezza giudiziaria. E’ intimato a comparire all’udienza di discussione. Non potrà essere contumace, dovrà essere presente perché così vuole la giustizia.
     Come dire, parafrasando una fortunata pubblicità televisiva, che un rinvio allunga la vita!!
     Scherziamoci su per non piangere!
8 luglio 2009

CHI GIOCA A SCACCHI
 di J. La Rouge

     Chi gioca al “nobil gioco” sostiene da “millenni” che nel mondo esistono due tipi di individui, a prescindere da sesso, età, livello culturale, condizione socio-economica, razza, ecc.:”quelli che giocano a Scacchi e quelli che non giocano a Scacchi”.
     Non c’è niente da fare, così si rappresentano due livelli di intelligenza e fantasia (avete indovinato quello più alto,?.immagino).
     Non esistono altri giochi, sport, o attività che riescano ad evidenziare un così importante ad altamente significativo cut-off.
     Purtroppo le conclusioni rischiano di essere drammatiche, vista la bassa incidenza di tali giocatori nella popolazione mondiale. L’unica possibilità per poter salvare qualcuno è quella di considerare l’elevato numero di individui che non conoscono, cioè che non hanno mai incontrato, per qualche motivo, questo gioco.
     Il mio colloquio diventa un appello affinché coloro che non hanno mai incontrato gli Scacchi, li avvicinino e provino a far lavorare la loro intelligenza e fantasia sulla scacchiera: amplieremo così il numero dei giocatori e quindi la consistenza della fascia di umanità privilegiata per l’unica cosa che vale.
    Se conosciuto il gioco, questo non piace o non si capisce, lasciatelo (senza dire niente a nessuno) e rimanete sereni indietro, considerando (con l’ultima stilla di intelligenza) di tenere in conto e seguire con devozione la pattuglia degli eletti.
8 luglio 2009

P.S.:  Questa notte un caro compagno di gioco che mi è mancato alcuni anni orsono mi è venuto in sogno. Mi ha raccontato  e mi ha fatto vedere che gli angeli giocano a Scacchi.

Se non ci pensa Giove pluvio
“Sozza” o “Zozza” Roma è sempre sporca
di Marco Aurelio

     Gli acquazzoni dei giorni scorsi, a tratti violenti,  hanno reso evidente il sudicio delle strade di Roma. Una schiuma giallastra e maleodorante ha ricoperto il manto stradale, immagine di una sporcizia che risale nel tempo, che i pochi mezzo dell’AMA, l’Azienda comunale deputata all’igiene urbana, muniti di spazzole rotanti non riescono ad assicurare.
     “Roma come l’Africa”, aveva detto nei giorni scorsi Silvio Berlusconi, con evidente esagerazione. Forse voleva dare un buffetto a Gianni Alemanno, che s’impegna poco come Sindaco di Roma, ma è attivo come esponente dell’ala AN del Partito delle LIbertà e si propone come leader di governo laddove Gianfranco Fini accentua l’immagine di una posizione super partes indotta dal suo ruolo istituzionale.
     Facciamo gli auguri al Sindaco Alemanno leader politico ma vorremmo che facesse di più il Sindaco, a contatto con la gente e con i suoi problemi, che non sono tanto quelli del dialogo con Israele e il mondo arabo, pure importantissimo, ma la viabilità e il trasporto urbano, l’inquinamento, la pulizia della Città, la sua immagine di cuore dell’arte antica e cristiana, un’attrattiva per il turismo che proprio in questi giorni è evidente nelle strade affollate di turisti provenienti da tutto il mondo.
     Come accogliamo questi pellegrini dell’arte e della fede che portano lavoro e valuta nella nostra Città? Con le strade sporche, con i cassonetti maleodoranti, con i taxi che non vogliono usare l’aria condizionata (un orrore per gli americani), senza bagni pubblici, in una Roma che li ha inventati?
     Ci vuole tempo, si sente ripetere. Ma il tempo è contro di noi. Se si perdono flussi turistici non si recuperano facilmente.
     E’ vero che Alemanno ha ereditato una città degradata dalla Giunta Veltroni. E’ vero che sta facendo qualcosa attraverso un maggiore impegno dell’AMA (a proposito, dov’erano quegli “operatori ecologici” che si vedono adesso nelle strade) ma è ancora insufficiente. Ho visto a Madrid ed a Barcellona gli spazzini locali pulire le strade di notte con potenti idranti. Negli anni passati la calura della Città e lo sporco delle strade erano attenuati dalle autobotti immortalate in un celebre film di Totò che irroravano a destra e a manca con potenti zampilli d’acqua. Che fine hanno fatto? Perché Alemanno non chiede al compagno (pardon, al camerata) di partito La Russa un po’ di autobotti dell’Esercito per rinfrescare le strade che così sarebbero anche più pulite?
     Ci vuole fantasia per amministrare una città. E impegno quotidiano, assiduo. E’ più facile, caro Alemanno, fare il Ministro che il Sindaco. Spero la abbia capito e ne tragga le conseguenze.
     Da Roma si può volare alto nella politica nazionale, ma si può anche rimanere al palo e rischiare l’oblio del piccolo cabotaggio.
5 luglio 2009

L’Aquila: le macerie e la burocrazia
di Senator

     Non è solo l’ennesima scossa di un terremoto, che non accenna ad esaurire la sua potenza, a preoccupare gli abruzzesi. Ad onta dell’esibizione di efficienza nei soccorsi e, ci auguriamo, nella ricostruzione, gli aquilani e gli altri abitanti della Bella Regione che ha subito l’insulto del sisma devono vedersela con la solita burocrazia ottusa e inefficiente
     Sono notizie che ci vengono da L’Aquila. Una città ricca di tradizioni e di storia, andata in frantumi in un pugno di secondi, per un sussulto della terra, crudele, impietoso. Nella notte un popolo si è trovato a piangere i morti a soccorrere i feriti, a recuperare tra le macerie delle case crollate qualche oggetto caro, i ricordi di una vita, qualche indumento, in vista del giorno dopo.
     Non si sono persi d’animo gli aquilani, forti e tenaci. Si sono immediatamente rimboccate le maniche, pur nella situazione difficile, nelle tende che subiscono, nonostante ogni impegno ad offrire confort, le offese delle intemperie, tra la pioggia, il freddo e, a tratti, un caldo, che non concedono tregua. Ed hanno imparato cosa significa burocrazia, un termine nobile, l’organizzazione pubblica dello Stato e degli enti, divenuta in Italia sinonimo di pastoie, complicazioni assurde anche per le cose più semplici, dove il furbo spesso ottiene subito ciò che non gli spetta e l’onesto attende.
     Ebbene, a l’Aquila chi ha l’esigenza di presentare la documentazione relativa ai danni subiti, per mettere in sicurezza l’immobile danneggiato deve recarsi all’Ufficio ANCI, che apre al pubblico alle 11. Con la conseguenza che se il cittadino dimentica di allegare un documento, del quale magari non conosce l’esistenza, deve tornare il giorno successivo, fermo restando che per arrivare al Torrione, quartiere dell’Aquila, occorre seguire un particolare percorso, evitando alcune strade, quelle chiuse, in particolare la “zona rossa”, non transitabile.
     Le scosse di terremoto continuano con forte intensità, com’è accaduto anche ieri, per cui può accadere che, ottenuto il benestare, dopo i tempi tecnici, alla messa in sicurezza degli stabili, l’immobile potrebbe avere subito ulteriori danni o, addirittura, essere crollato o in condizione di essere abbattuto.
     Tutto da rifare, dunque.
     Sono stupito delle notizie che mi vengono riferite. Immaginavo sarebbe stato allestito un grande ufficio multicompetenze, tipo conferenza di servizi, idoneo a soddisfare le esigenze dell’utenza in relazione agli adempimenti delle diverse amministrazioni interessate in modo da risolvere in tempo reale tutte le pratiche: qui il comune, a fianco i beni culturali, più in là i vigili del fuoco. E, poi, un unico centro per le informazioni sullo stato delle pratiche, disponibili per tutti, anche per chi non usa internet. E’ l’assurda, l’esibizione della tecnologia, dell’Italia digitalizzata, come usa dire il Premier con evidente scarso senso della realtà, se non si mette in condizioni l’utenza di fruire dei servizi.
     Se l’unico modo per sapere in quale giorno un cittadino, magari sfollato nel pesarese, potrà essere chiamato per la verifica dello stabile, è necessario collegarsi con internet, è evidente che molti sono tagliati fuori, molte persone anziane, quelle meno colte. Va bene internet, ma occorrono comunque sedi pubbliche di consultazione.
     Immaginate un anziano aquilano che deve collegarsi con il sito istituzionale, ingrandire la piantina e capire bene se la linea di demarcazione dell’area oggetto di verifica è dentro o meno l’area di interesse. In caso contrario si rischia di sentirsi dire “lei ha sbagliato giorno” oppure “non ha il casco per accedere alla zona rossa”, tutte cose che avrebbe saputo collegandosi ad internet.
     Ancora, se dopo tanta fatica, arrivato il giorno della verifica si chiede al tecnico quando si potrà avere una risposta all’esito della verifica la risposta è che i risultati saranno disponibili dopo qualche giorno presso la scuola Res Romoli. Ma sempre su internet!
     Gli aquilani e, in genere, gli abruzzesi, un popolo “forte e gentile” sopravviverà certamente al terremoto ma rischia di essere soffocato dalla burocrazia stolta, quella che non ha compreso che il suo prestigio sta nell’efficienza, nella capacità di rispondere bene e presto alle richieste giuste del cittadino.
4 luglio 2009

Luigi Mazzella e Paolo M. Napolitano  a cena con Berlusconi
Una questione di stile
di Salvatore Sfrecola

     C’è molta ipocrisia nella polemica di questi giorni, dopo che L’Espresso ha raccontato della cena a casa Mazzella, presenti, come riferisce il settimanale, il Presidente del Consiglio, il Ministro della giustizia ed un altro Giudice costituzionale, Paolo Maria Napolitano.
     Con molta ingenuità Luigi Mazzella si chiede chi abbia raccontato della serata e degli argomenti di conversazione. Non dubita della fedelissima cameriera. E fa bene. Può aver dato notizia dell’incontro solo chi, tra i presenti, aveva interesse a far sapere chi fossero i commensali e quali le cose dette. Per far capire che Mazzella e Napolitano possono essere ritenuti schierati sul tema caldo della decisione che la Consulta dovrà assumere sul cosiddetto “Lodo Alfano”. D’altra parte quella legge è opera della stessa maggioranza che, in tempi diversi, ha portato alla Corte costituzionale sia Mazzella che Napolitano.
     Ho cominciato parlando di ipocrisia. Ha detto bene Iudex, il nostro collaboratore che spesso ci richiama all’esigenza che colui che è chiamato a giudicare, in questo caso sulla costituzionalità delle leggi, debba apparire, oltre che essere, indipendente. E non è dubbio che é difficile ritenere che, agli occhi della gente, Mazzella e Napolitano, che certamente sono indipendenti, direi per definizione, possano non apparire più tali agli occhi della gente.
     Dunque l’ipocrisia che caratterizza il dibattito. La Corte costituzionale, per volontà dei Costituenti, ha una composizione fortemente politica essendo ben dieci dei quindici giudici che costituiscono il collegio nominati da politici, il Parlamento ed il Presidente della Repubblica. Con criteri politici, questo spetta alla sinistra, quest’altro alla destra. Che poi i Giudici siano scelti tra personalità illustri del Foro e dell’Accademia non modifica il carattere politico della nomina, anche se il livello medio dei componenti della Consulta ha sempre offerto un’immagine super partes, un tempo sempre assicurata. Un tempo, appunto, perché non sfuggirà a Mazzella ed a Napolitano l’inopportunità di quel convivio.
     E’ vero che i Giudici costituzionali, proprio per l’elevato ruolo che ricoprono, hanno sovente occasione di incontrare personalità della politica. Non si può impedire loro, ma essi hanno il dovere di mantenere quel tanto di distacco dalla politica che non leda la loro immagine agli occhi dei cittadini ingenui.
     E’ una questione di stile.
     Di più, il Presidente del Consiglio non se ne è dato carico. Una gaffe? Mai più, sappiamo da tempo che Berlusconi non fa nulla per caso.
     Da cultore di storia faccio spesso riferimento a quel che accadeva un tempo, in particolare nel Regno d’Italia. Ve lo immaginate Camillo Benso Conte di Cavour che va a cena dal suo giudice? Non lo avrebbe fatto. E quindi non è neppure immaginabile che quel Giudice si sarebbe dimesso. Ma è certo che avrebbe abbandonato la toga.
3 luglio 2009

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