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Marzo 2013

Nebbia fitta su Roma
di Salvatore Sfrecola

Maurizio Crozza, con la sua solita, efficace ironia, ha immaginato che il Colle del Quirinale fosse avvolto da nebbia fitta, plastica rappresentazione delle difficoltà che il Capo dello Stato sta trovando nella ricerca di una soluzione alla crisi di governo, tanto che si è anche parlato di una ipotesi di dimissione del Presidente della Repubblica che al momento non ha la possibilità di sciogliere le Camere, uno strumento di pressione non indifferente per far “rinsavire” i partiti.
Perché di questo si tratta. I partiti italiani usciti dalle elezioni del 24-25 febbraio sono allo sbando, non riescono a percepire la realtà con la quale devono confrontarsi oggi e nel medio lungo periodo, per governare e per cercare di portare a casa qualche consenso in più di quelli, scarsi, usciti dalle urne.
Quale, dunque, la realtà del Paese che non viene percepita nella sua vera consistenza?
Cominciamo col dire che nessun partito ha effettivamente vinto le elezioni. A cominciare dal Partito Democratico beneficiato dalla legge elettorale che gli attribuisce alla Camera il 55 per cento dei seggi, pur avendo conseguito voti per il 29 per cento dell’elettorato, poche decine di migliaia di consensi più del Popolo della Libertà. E già questo è dimostrazione che la legge elettorale non fotografa esattamente l’andamento del consenso. Un dato che i partiti possono trascurare? Sarebbe una follia, dal momento che è con i voti elettorali che occorre fare i conti, quei voti che individuano la misura effettiva del consenso.
C’è, poi, il fenomeno Grillo, anch’esso trascurato. Un gruppo politico targato Movimento 5 Stelle che ha avuto un consenso eccezionale con il quale, in ogni caso, occorre fare i conti, non soltanto sperando che si disgreghi presto, considerata l’impreparazione di molti dei parlamentari eletti sotto quella bandiera e la fastidiosa supponenza con la quale trattano politici e giornalisti. Grillo, che, da attore, è sensibile agli umori della gente, sa che certi atteggiamenti potrebbero rivelarsi col tempo controproducenti.
A questi partiti, il Centro è evanescente, spetta dare un consenso al Governo che è giusto sia proposto dal PD, nonostante i limiti della legge elettorale, perché proprio per quella legge ha la maggioranza alla Camera. Ma, e questo sembra sfuggire a Bersani andato alla ricerca di spiccioli di voti per avere la fiducia, non è sufficiente che la mozione con la quale viene approvato il programma di governo ottenga la maggioranza. Governare significa, di giorno in giorno, gestire l’attività legislativa, cioè far marciare i provvedimenti che caratterizzato l’indirizzo politico governativo. Un impegno notevole, in commissione e in aula, necessario per portare a casa le leggi idonee ad affrontare le tante, gravissime emergenze del Paese, per ammodernarlo ed avviare la crescita.
Questo vuol dire che la maggioranza che serve non può essere di pochi voti, ma solida e compatta. Altrimenti succede quel che ha caratterizzato l’esperienza di Berlusconi che, pur vantando la più consistente maggioranza parlamentare della Repubblica ha vivacchiato solo ricorrendo continuamente a maxiemendamenti ed a voti di fiducia. Cioè non governando, fino alla resa del novembre 2011.
Cosa fare, dunque? In questi casi, posto che salus reipubblicae suprema lex esto, e la salute dell’Italia è veramente precaria sul fronte finanziario, dell’occupazione e dei servizi sociali, tanto per semplificare, in altri paesi si è ricorsi a vaste coalizioni, come in Germania, dove destra e sinistra hanno trovato la misura di un governo che assume quale dato fondamentale quel minimo comune denominatore che consente di pervenire ai risultati desiderati.
In Italia non si fa. Non si può fare, per l’esasperata contrapposizione tra sinistra e destra che non consente di trovare una mediazione che non mortifichi nessuno e consenta di far fronte all’emergenza.
È saggezza? È capacità politica? È senso dello Stato? No. Da noi prevale l’egoismo partitico e l’incapacità di voltare pagina dopo la campagna elettorale, qualunque siano i toni della contesa. Anche in Germania i partiti si sono contrapposti violentemente ma, constatata l’impossibilità per uno solo degli schieramenti di formare il governo e, valutate le condizioni del Paese, hanno ritenuto di soddisfare il rispettivo elettorato dimostrando che prima di tutti viene la patria, Deutschland über alles, gli interessi della Germania prima di tutto.
Noi siamo, da secoli, invece, “calpesti e derisi” perché divisi su tutto e questo non ci consente di avere il posto che a noi spetta nella storia e nella politica, per l’intelligenza e l’inventiva, che sono arte e scienza, non politica, ovviamente, tanto che citiamo spesso Messer Nicolò Machiavelli, identificandolo come un furbastro consigliere del principe. Una categoria diffusa, quella dei consiglieri, meno quella dei principi veri, i politici di razza, intendo.
Quindi, riprendendo l’immagine di Crozza, c’è certamente nebbia sul Colle, ma anche sulla Città eterna, fitta, impenetrabile, non allo sguardo ma all’intelligenza.
30 marzo 2013

Il riscatto della dignità perduta
“Obbedisco!”, da Garibaldi ai marò
di Salvatore Sfrecola

L’abbiamo imparato alle scuole elementari, nel sussidiario, il libro che un tempo riassumeva le prime nozioni di cultura nelle varie discipline. L'”obbedisco!” di Giuseppe Garibaldi, vincitore a Bezzecca il 9 agosto 1866 con i suoi Cacciatori delle Alpi, l’unica vittoria nella sfortunata guerra d’indipendenza, quella, per intenderci, di Lissa, dove la flotta italiana subì una cocente sconfitta, è rimasto nella nostra mente con il significato del dovere proprio di un soldato. Nell’occasione l’Eroe dei due mondi aveva in animo di liberare il Trentino, ancora sotto la dominazione austriaca, ma fu fermato dall’ordine del Generale Lamarmora che gli impose di lasciare quelle terre entro 24 ore. A quella disposizione il generale risposte con un telegramma di una sola parola “obbedisco!”.
Così i marò italiani in qualche modo hanno riscattato, con il loro “obbedisco!”, tornando in India, la brutta figura fatta dalle autorità italiane (con la “a” minuscola) nel corso dell’intera vicenda.
Cominciata male, perché l’episodio dell’uccisione dei due pescatori, ragionevolmente scambiati per pirati in una zona di mare da quelli infestata, accaduto in acque internazionali, non richiedeva la loro consegna alle autorità indiane, anche se certamente la giurisdizione indiana non andava esclusa a seguito dell’uccisione di cittadini di quel paese.
Cominciamo col dire che il mercantile italiano doveva rimanere in acque internazionali in attesa, come sembra fosse, di una unità militare italiana.
Un errore, dunque, del comandante e dell’armatore (che sembra lo abbia consigliato ad entrare in acque territoriali indiane), probabilmente per motivi di interesse commerciale, senza escludere le responsabilità delle nostre autorità che avrebbero dovuto prelevare i due militari, magari con un mezzo aereo per metterli al riparo e riportarli a casa, impregiudicate le iniziative dell’autorità giudiziaria italiana e di quella indiana.
Invece nulla è stato fatto, come è stato un errore affidare la gestione della vicenda alla diplomazia, quando sarebbe stato necessario impostare immediatamente la questione sul piano del diritto, come era stato consigliato al Ministro della difesa che, invece, ha ceduto alla rivendicazione della competenza del Ministro degli affari esteri.
Di errore in errore – mi sono chiesto più volte chi sono i consulenti giuridici del Ministro degli esteri, quale competenza hanno sul piano del diritto internazionale – si è venuta a determinare una crisi internazionale fomentata da esigenze elettoralistiche indiane che hanno fatto perno sul nazionalismo tipico di questi paesi ex coloniali che ad ogni occasione rivendicano una dignità che ai tempi della dominazione straniera, nella specie inglese, avevano abbondantemente perduto.
In questo contesto, divenuto sempre più difficile da gestire, fino al sequestro dell’Ambasciatore italiano, un vero e proprio atto di guerra, si è andata delineando quella che è stata definita una sconfitta internazionale per il governo Monti che fino a mercoledì aveva affermato, per bocca del Ministro degli Esteri, Giulio Terzi, che Salvatore Girone e Massimiliano Latorre sarebbero rimasti in Italia. Anzi, Terzi su Twitter aveva precisato: “La giurisdizione è italiana. Siamo disponibili a trovare soluzioni con l’India in sede internazionale. Intanto i nostri marò restano in Italia”. Adesso il contrordine, con il ritorno in India. L’Italia mantiene la parola data – ha twittato stamattina Franco Frattini che della Farnesina è stato a lungo titolare – “ma vorrei capire questi “stop and go””.
Si è detto che “la situazione si sta normalizzando, e non stiamo mandando i nostri militari allo sbaraglio, incontro ad un destino ignoto. Non rischiano la pena di morte”. Ma forse una condanna lunga sì.
Né sembra possibile sperare in un provvedimento di clemenza dopo la sentenza, considerata la caparbietà delle autorità indiane che hanno “usato” la vicenda a fini politici e di lotta di potere, anche nei confronti della vedova Gandhi, italiana e, pertanto, sospetta.
La figuraccia internazionale, perché, comunque la si guardi, di questo si tratta, è stata sottolineata dalla stampa.
“Traditori dell’Italia” è il titolo de Il Giornale dove Alessandro Sallusti scrive che “di fronte all’India che ha mostrato i muscoli (e non solo quelli) abbiamo calato le braghe”. Aggiungendo “questo è Monti, l’uomo che doveva ridarci la credibilità internazionale che ci avevano fatto credere persa. Questo è Terzi, il ministro già ambasciatore in America. Questa è l’Italia dei tecnici voluta e sostenuta dai salotti di banchieri e intellettuali, dai giornaloni della sinistra. Una manica di incapaci, egoisti ed egocentrici, senza alcuna legittimazione, traditori di parole date (ricordate il “mai mi candiderò” di Monti?). Volevano suonare l’Italia e gli elettori li hanno suonati, volevano cantarle all’India e il mondo l’ha cantata a loro. Hanno preso ordini non dagli italiani ma da capi di Stato e governo stranieri”.
E Gianni Riotta su La Stampa”(?) Se, davanti al disastro del ritorno dei sottufficiali del San Marco in un’India ora infuriata per il doppio voltafaccia del nostro governo il lettore riflettesse, “Beh l’India tratta l’America con maggiore rispetto dell’Italia, diverso peso nel mondo” sbaglierebbe. Perché nella discussione che da più di un anno divide due Paesi di solito amici, due democrazie, due tra le culture più antiche del pianeta, India e Italia, nessuno ricorda mai che la Marina Militare di Sri Lanka, non certo una flotta da paura, ha ucciso negli ultimi anni 500 (cinquecento) pescatori indiani, ferendone migliaia, sequestrando pescherecci e attrezzature senza che i diplomatici mai venissero presi in ostaggio, i militari di Sri Lanka processati, che i governi montassero la propaganda etnica e populista. All’Italia gli indiani non hanno concesso quel che concedono agli Usa e a Sri Lanka. Chiunque, gli indiani per primi sulla loro difficile frontiera atomica con Cina e Pakistan, si occupi di zone militari a rischio sa che gli incidenti sono frequenti, dolorosi, inevitabili. E che la diplomazia serve dopo, a non farli degenerare in aggressività. Ma sull’Italia le autorità indiane, con passione militante le locali, riluttanti le nazionali, hanno deciso di puntare i piedi. Volevano una prova di forza che, agli occhi dell’inquieta opinione pubblica della sterminata democrazia e sulla scena mondiale dove la nuova India cerca prestigio, desse loro credibilità. Gliel’abbiamo data con ingenuità, l’hanno stravinta”.
Per Franco Venturini sul Corriere della Sera “la netta sensazione è che nella vicenda dei marò il governo e la sua diplomazia abbiano perso la bussola ? abbiamo fatto una doppia brutta figura sulla scena internazionale”.
“L’onore perduto della diplomazia”, per Francesco Merlo di Repubblica, mette a rischio i nostri due “marines” per la “furbizia umiliata”, “rappresentanti di un’Italia volgare e truffaldina, subito piegata però dalla forza di un brutto atto di rappresaglia”.
“L’arroganza indiana da ritorsione”, secondo Merlo, “che si è sporcata con un sequestro di persona che non ha precedenti nel mondo diplomatico civile” ha comunque umiliato “l’Italia furbastra di Terzi e di Di Paola” e rende più difficile una conclusione “diplomatica” della vicenda. Con rischi concreti per i due militari.
E’ chiaro, infatti, che la situazione non è facilmente rimediabile, che il giudizio di una Corte “speciale” già denota una scarsa serenità delle autorità giudiziarie indiane che appaiono pesantemente condizionate dalla politica, con la conseguenza che il caso continuerà  ad essere oggetto di scontri fra le fazioni di questo paese di antica civiltà ma con scarse basi giuridiche e nessuna voglia, almeno al momento, di definire la questione su basi diplomatiche che, in Italia, appaiono condizionate da interessi commerciali, pubblici e privati. Intanto comincerei a privare della scorta le navi mercantili dell’armatore della petroliera Enrica Lexie.
24 marzo 2013

Berlusconi, Fini e Casini
Come ti distruggo la maggioranza moderata
di Senator

C’era una volta una maggioranza moderata, una maggioranza vera, presente nel Paese da sempre. L’aveva incarnata la Democrazia Cristiana per decenni, ne ha assunto la guida Forza Italia a metà anni ’90, con l’apporto di Alleanza Nazionale, della Lega e, poi, dell’Unione dei Democratici di Centro. C’era, ma non c’è più. O, meglio, ha perduto il riferimento politico, perché Forza Italia si è trasformata nel Popolo della libertà, perdendo progressivamente consensi in ragione dell’insufficiente azione di governo, la Lega vivacchia, pur avendo perso consensi in favore del Movimento 5 Stelle, Alleanza Nazionale è stata uccisa dal suo fondatore, come l’Unione dei Democratici di Centro. In pratica un suicidio collettivo, un danno enorme per il Paese e per la democrazia che non ha più una forza moderata e conservatrice (dei valori, s’intende), come hanno tutti i paesi occidentali, dal Regno Unito alla Germania, dalla Spagna all’Austria e via dicendo.
Non ci sono i partiti ma la maggioranza moderata c’è, ma non vota o si è dispersa. In parte la rabbia per lo sfacelo dell’economia italiana e della finanza pubblica, il peso delle tasse e l’inefficienza della pubblica amministrazione hanno spinto molti moderati ad un voto a dispetto, quello per Beppe Grillo ed i suoi del Movimento 5 Stelle. L’astensione ed il voto nullo, come il voto disperso o di protesta, tuttavia, è recuperabile. Basta che si trovi il punto di riferimento ideale e il leader capace di incarnarlo.
L’Italia moderata, Il centrodestra potremmo chiamarlo, ha un radicamento solido nel Paese, in ogni regione. Vi appartiene la tradizione liberale, laica, e quella democratica, di ispirazione sociale e cattolica. Si ritrova nel pensiero di Luigi Einaudi, economista e politico attento al sociale, ed in quello di Giuseppe Toniolo, l’ispiratore delle encicliche sociali, in particolare della Rerum novarum, promulgata il 15 maggio 1892 da Papa Leone XIII, espressione massima della dottrina sociale della Chiesa in materia di lavoro.
La cultura moderata, laica e cattolica, insieme alle espressione della socialità promossa dagli ambienti cattolici tra ‘800 e ‘900 con le iniziative culturali, assistenziali e del mondo produttivo e bancario (leggere in proposito L’opposizione cattolica di Giovanni Spadolini) ha creato un humus virtuoso che ha coinvolto studiosi, professionisti ed operatori delle professioni e del sociale, così mettendo in campo forze culturali e professionali che costituiscono il nerbo del mondo moderato che è anche naturalmente riformista, come piace dire al Presidente del Consiglio Mario Monti, che di una parte di quella realtà sociale ha ritenuto di poter diventare il leader.
Ebbene, questa realtà ha avuto, come ho detto, un riferimento sicuro nella Democrazia Cristiana che ha governato per anni coinvolgendo nel potere, anche quando godeva di una vastissima maggioranza, i piccoli partiti “di centro”, moderati, dal Partito Socialista Democratico al Partito Liberale Italiano, accettando anche i voti, anche quando non formalmente richiesti, del Partito Nazionale Monarchico e del Movimento Sociale Italiano.
Questa vasta area era rafforzata dalla presenza del Partito Comunista Italiano, il più forte dell’occidente democratico, che, per essere finanziato dall’Unione Sovietica, era tenuto necessariamente fuori dal governo del Paese, anche se dall’opposizione condizionava la maggioranza. Un equilibrio incerto, si potrebbe dire, e formale, ma che ha consentito all’Italia di prosperare anche sul piano economico e sociale, con un “miracolo” che, a poco più di dieci anni dalla fine della guerra, aveva consentito un ritrovato benessere.
Caduto il muro di Berlino e venuta meno l’esclusione necessaria del PCI, nel frattempo divenuto Partito Democratico di Sinistra e poi dei Democratici di Sinistra, passata indenne la stagione di tangentopoli nella quale “tutti” rubavano, secondo la nota invettiva di Craxi, anche se si volle distinguere tra chi lo faceva per se e chi per il partito, la sinistra ha conquistato alcune regioni ed importanti città, sempre rimanendo minoranza nel Paese.
Ed è ancora minoranza. E sarebbe evidente anche in Parlamento se il porcellum, come il leghista Calderoli ha definito la sua legge, non avesse attribuito al Partito Democratico alla Camera, nelle elezioni del 24-25 febbraio, la maggioranza del 55 per cento dei seggi, avendo il 29 per cento dei consensi (e pensare che fu definita “truffa” la legge che negli anni ’50 aveva immaginato di attribuire un premio di maggioranza a chi aveva conquistato comunque la maggioranza assoluta).
Tutto questo è conseguenza dello sfaldamento dei partiti dell’area moderata, come ho ricordato iniziando. A partire da Alleanza Nazionale, scomparsa, e dell’UDC, ridotto ai minimi termini, mentre la parte più consistente dello schieramento, il PdL che col nome di Forza Italia aveva conquistato nel 2001 una fortissima maggioranza, avendo in precedenza vinto le elezioni europee e le regionali, successo replicato nel 2008, con la più grande maggioranza parlamentare della storia della Repubblica, si è sfaldato definitivamente, mantenendo una bassa percentuale di consensi solo per l’abile campagna elettorale del suo leader, quel Silvio Berlusconi, che ne è l’artefice e l’assassino in momenti alterni. E per la contrarietà della maggioranza degli italiani alla sinistra, specie a quella che ha un’evidente nostalgia della falce e martello.
All’indomani delle elezioni dei Presidenti delle Camere il centrodestra è allo sbando. Chiede, invano, nonostante la manifestata disponibilità a votare un governo Bersani, che il Presidente della Repubblica sia scelto tra personalità dell’area moderata.
E qui è da dire che Bersani rischia grosso avendo fatto il colpo grosso della nomina dei due presidenti delle Camere (anche se Grasso è persona delle istituzioni ed avrebbe potuto anche essere esponente dell’ala destra, se Berlusconi non avesse in odio i magistrati) potrebbe essere indotto a fare il pieno con il Presidente della Repubblica, scelta che evidentemente determinerebbe una situazione di grave crisi, ingovernabile ove il centrodestra trovasse il leader adatto all’emergenza. Che non può essere Berlusconi e neppure Alfano. Il primo per i guai giudiziari nei quali si è cacciato, il secondo perché privo di carisma, un giovanotto di buona volontà ma assolutamente inadeguato a gestire la situazione, interna ed esterna al partito.
Non è facile ipotizzare se, nel caso Bersani facesse il pieno delle cariche, le elezioni siano più vicine o meno, non essendo chiara la posizione di Monti, che ha dimostrato di non avere senso istituzionale ma solamente desiderio di ottenere un qualche “riconoscimento” della sua azione di governo, né quella di Grillo, alle prese con una difficile faida interna, facilmente immaginabile vista la strategia del Movimento e l’esperienza politica delle persone messe in campo.
I moderati, tuttavia, non possono attendere oltre.
Sono una forza sottorappresentata e questo determina uno squilibrio gravissimo, fonte di possibili contrasti anche vivaci nelle realtà locali e sulle piazze, specie in un momento nel quale la gente soffre per le precarie condizioni economiche.
Un dato è certo. Il centrodestra attende un nuovo leader, da non scegliere nella corte del Cavaliere costituita da personaggi minori come ci ha insegnato a conoscerli la televisione nella quale compaiono con il solo desiderio di compiacere il capo, da Brunetta a Lupi, da Alfano alla Carfagna, dalla Ravetto alla Bernini. Ogni volta che si presentano dai teleschermi il centrodestra perde voti, quelli delle persone perbene che credono nello Stato e nelle istituzioni. E difatti ne ha persi molti milioni in un cupio dissolvi che ricorda tanto quel Sansone che voleva morire con tutti i filistei!
18 marzo 2013

Un intervento in Parlamento del 1876
Come lo Stato può risparmiare
secondo Giuseppe Garibaldi

Anita Garibaldi, Presidente della Fondazione intitolata all’eroe dei Due Mondi, ha diffuso un intervento in Parlamento del suo bisnonno, datato 1876, ma ancor oggi di grandissima attualità.
“Al Parlamento nazionale. Onorevoli colleghi, quando una fortezza assediata, od una nave in ritardo, si trovano mancanti di viveri i Comandanti ordinano si passi dall’intiera alla mezza razione o meno. In Italia si fa l’opposto: più ci avviciniamo alla bolletta e più si cerca di scialacquare le già miserissime sostanze del Paese. Io sottopongo, quindi, alla sagace vostra considerazione ed approvazione la proposta di legge seguente: finché l’Italia non sia rilevata dalla depressione finanziaria in cui indebitamente è stata posta, nessuna pensione, assegno o stipendio pagati dallo Stato potranno oltrepassare le 5.000 lire annue”.
(proposta di legge n. 21, sulla limitazione degli stipendi, pensioni e assegni pagati dalla Stato, firmata dal deputato Giuseppe Garibaldi e presentata il 13 maggio 1876, Archivio della Camera dei deputati).
17 marzo 2013

Ma non c’è un Cavour e non c’è neppure un Rattazzi
Ci vorrebbe un “connubio”
di Salvatore Sfrecola

Il nostro amico Senator ha evocato “Un inciucio necessario”, per dire che l’Italia ha bisogno urgente di un governo che affronti i tanti problemi del Paese, cominciando da alcune misure che possano dare una speranza alle famiglie ed alle imprese in gravissima, crescente difficoltà: alcune misure di alleggerimento fiscale, importanti semplificazioni, lo sblocco dei pagamenti dovuti ai fornitori delle pubbliche amministrazioni. Misure concrete, che facciano percepire all’opinione pubblica che è in atto un cambiamento, che le forze politiche, uscite traumatizzate dalle elezioni del 24-25 febbraio, hanno capito la lezione.
Quindi l’invito ad un accordo nell’interesse del Paese. Perché destra e sinistra capiscano che non è il momento degli egoismi di partito, che, tra l’altro, non producono nulla, perché, è certo, gli italiani, comunque schierati, sarebbero più contenti, tranne le ali estreme, di un accordo, perfino sottobanco, l’inciucio, appunto, che continuare in questa incertezza improduttiva di effetti positivi, ma anzi foriera di gravi pericoli.
Ieri si sono insediate le Camere, ma il tentativo di eleggere i loro presidenti è andato in fumo. All’indomani del Conclave di Santa Romana Chiesa giornali e TV hanno parlato di “fumata nera”, mentre la gente vede nero, è il caso di dirlo, perché non si intravede una strategia, non solo per dare al Parlamento un assetto che faccia intravedere una maggioranza di governo, ma per assicurare un governo al Paese.
Occorre, dunque, un accordo forte e, potenzialmente, di legislatura o comunque di medio periodo.
Nel 1852, nel Regno di Sardegna, che continuava ad esprimere la più consistente forza politica risorgimentale, l’accordo segreto, che oggi chiameremmo “inciucio” fu definito ” connubio”, secondo le parole ironiche del deputato di destra Thaon di Revel al Parlamento subalpino. Connubio evoca un matrimonio e nell’occasione indicò l’unione di due forze politiche opposte, accordatesi segretamente allo scopo di formare insieme una nuova maggioranza e un nuovo governo.
In quell’occasione il Conte di Cavour, Ministro delle finanze del Governo d’Azeglio, non ne condivideva la linea politica sempre più vicina alla destra estrema di Menabrea, di Balbo e di Revel. Così l’ambizioso, giovane quarantaduenne esponente dell’area liberale, autentico astro nascente della politica piemontese, stimato a Londra, dove era considerato il miglior ministro delle Finanze d’Europa, ammirato dalle Cancellerie più importanti del Continente, strinse un patto segreto con la Sinistra di Rattazzi, i suoi avversari.
L’accordo, come spesso avviene in politica, perché i leader si riservano sempre una mossa di riserva, fu definito da uomini di fiducia dei due protagonisti, l’avvocato Castelli per Cavour e il deputato Buffa per Rattazzi, i quali si incontrarono il 30 gennaio 1852 in casa del primo lontani da occhi indiscreti.
E fu l’accordo, il “connubio”, appunto, dal quale Cavour e Rattazzi calcolavano di trarre importanti vantaggi: la poltrona di Presidente del consiglio per il primo, la vicepresidenza della Camera per il secondo.
Il patto, sul piano politico, prevedeva la “separazione della estrema e confluenza del centro destro e del centro sinistro su un programma di risoluta difesa delle istituzioni…”, come scrive Rosario Romeo, il grande storico di Cavour.
L’accordo colse tutti di sorpresa, ma dovettero prendere atto della nuova maggioranza per un Primo ministro moderato, il liberale Cavour, “in nome del supremo interesse del Paese”, “per il progresso civile e democatico”, per “scongiurare i pericoli che minacciavano la pacifica convivenza”. Le formule delle quali il “politichese”, allora come oggi, si serve per spiegare e giustificare.
E fu un governo di “unione nazionale”, formula per le stagioni difficili. Come questa che vive il Paese. Chi può essere, oggi, l’erede di Rattazzi, chi di Cavour?
Riuscirà Bersani? E a destra, si fa per dire, imbottita com’è di ex socialisti craxiani, chi farà il liberale? Quali i plenipotenziari delle due parti capaci di un accordo forte?
Non si intravedono. Perché a monte mancano gli eredi di un Cavour o di un Rattazzi.
            Tuttavia questa è la strada, come insegna la storia. Non solamente nel 1852. Perché al “connubio”, un po’ di anni dopo, fece seguito il “trasformismo”, protagonista Agostino Depretis, Primo ministro dal marzo 1876, quando la Sinistra, di cui era il capo, aveva per la prima volta conquistato il governo, togliendolo alla Destra storica. Nel 1882 utilizzò i voti di gran parte della Destra in cambio di vantaggi concreti e mediante compromessi di natura clientelare, di deputati conservatori e moderati, con la formazione di una nuova maggioranza. Un clamoroso ribaltone, uno dei tanti dei quali è ricca la storia politica italiana. A cominciare dai repubblicani diventati monarchici nel risorgimento e monarchici diventati repubblicani qualche decennio dopo o fascisti divenuti comunisti.
Nella terra degli inciuci, dei connubi e dei trasformismi è possibile che non si trovi un modo per governare il Paese? Il motivo è semplice non c’è uno statista vero, quello che, per dirla con De Gasperi, che guarda alle al di là degli interessi di partito e si preoccupa delle prossime generazioni, pronto a capire che il Movimento 5 Stelle è espressione di una protesta che affonda le sue radici nel cattivo governo degli ultimi venti anni, una protesta che potrebbe essere assorbita da una personalità capace di incarnare un rinnovamento che trovi la sua forza non nelle parole ma nei fatti, concretamente, immediatamente perché il tempo è scaduto.
E, poi, quali interessi di partito difendono i Bersani e i Berlusconi nella prospettiva di un voto ravvicinato che inevitabilmente darebbe a Grillo ed ai suoi una vittoria schiacciante?
Insomma, è come allungare la corda nella speranza che ci si impicchi più tardi!
16 marzo 2013

Habemus Franciscum, Romae Episcopum
di Salvatore Sfrecola

Si è presentato così, come è giusto che fosse, Vescovo di Roma e, pertanto, Papa della Chiesa universale. Vescovo, pastore della Sua diocesi e dell’intera comunità degli uomini, credenti o meno. Con un sorriso disarmante, con semplicità come il Santo del quale ha scelto il nome, quel Francesco d’Assisi che è un colosso nella vita della Chiesa, invocato per le conversioni da tutti coloro che hanno attenzione per i valori contenuti nell’insegnamento del Vangelo.
Viene da lontano, ha detto, quasi “dalla fine del mondo” ma i romani che lo hanno atteso con trepidazione lo hanno accolto con un applauso fragoroso e persistente tra le grida di Viva il Papa, che tradizionalmente punteggia gli applausi in piazza San Pietro.
Ho detto i romani, anche se la piazza era gremita di fedeli di ogni nazione, perché tra i romani e il loro Vescovo c’è uno speciale, antico e sempre consolidato rapporto, perché il il Papa della Chiesa universale è innanzitutto Vescovo “di quella Roma, onde Cristo è romano” (Dante Alighieri, Purgatorio XXXII, 102). Difatti Papa Francesco aveva accanto il vicario della Diocesi, Cardinale Vallini.
E si è affacciato al mondo con parole semplici, quelle del Pastore, con una preghiera che ha voluto reciproca, come l’invito ai fedeli di pregare per la Sua benedizione.
Poi il Pater, l’Ave e il Gloria, con tutti anche per inviare un pensiero affettuoso a Papa Benedetto XVI, che giustamente ha chiamato Vescovo emerito di Roma.
Una figura ieratica, un parlare alla gente con le parole della gente per evocare la necessità dell’evangelizzazione, un dato permanente dei romani pontefici in questa stagione difficile nella quale molti sembrano aver perduto il senso del divino.
Ha esordito con un “buona sera” ed ha chiuso con un “buon riposo”, come un padre ai suoi figli ai quali trasmette riflessioni spirituali e che saluta con l’affettuoso augurio di una notte serena.
Le sue parole, il nome scelto,quello del Santo della semplicità nel rigore della fede, la sua nota attività di Pastore della Diocesi di Buenos Aires,le sue abitudini semplici, l’andare per la città con i mezzi pubblici hanno colpito subito la fantasia di chi seguiva l’evento in televisione. Ed ha sollecitato i commenti di uomini di cultura, semplici cittadini, politici. Questi ultimi attenti a tirarlo dalla loro parte. Il Papa “dei poveri”! E mi son subito chiesto se la Chiesa annoveri qualche Papa “dei ricchi”. Forse chi l’ha detto aveva presente la fiction dei Borgia.
Una cosa mi ha sempre dato fastidio. La superficialità e spesso la malafede di chi fa confronti tra i Papi senza riflettere, anche con qualche superficiale valutazione storica, che effettivamente la Chiesa è governata dal Papa giusto al momento giusto. Per non andare lontano, il Papa diplomatico e devotissimo a Maria, Eugenio Pacelli, negli anni duri e crudeli della Seconda Guerra Mondiale, il Papa dell’inizio del disgelo, Angelo Roncalli, anch’egli diplomatico e promotore del Concilio. Poi Giovanni Paolo II, il Papa venuto dall’Est nella stagione della riconciliazione europea e quindi Benedetto XVI il teologo, quando c’era bisogno di richiamate le pecorelle ai valori della fede. Ed oggi Francesco, sulle orme di quel Santo che aveva stupito una corte pontificia dedita agli interessi mondani, giunto a Roma scalzo e con un misero saio per esaltare gli autentici valori dell’insegnamento di Cristo.
Su questa strada oggi la Chiesa ha un Pastore che appare subito solido, disposto ad affrontare il mondo moderno con semplicità disarmante, con un sorriso che evoca sicurezza e forza, la forza della fede.
14 marzo 2013

I marò italiani e la “giustizia” indiana
Una soluzione quasi dignitosa
di Salvatore Sfrecola

Chissà perché ritenevo che l’India fosse un paese serio, di elevata spiritualità, guidato da regole civili, ispirate ad una religione antica, come la filosofia dei suoi pensatori. L’India di Ghandi, insomma, che aveva fatto della non violenza e del rispetto delle leggi la ragione della rivendicazione dell’ndipendenza e del suo ingresso nel concerto delle nazioni, dopo la dominazione inglese.
Convinzione immediatamente smentita quando è insorta la vicenda dei due fucilieri di marina imbarcati su un mercantile battente bandiera italiana con funzione di scorta antipirati i quali avrebbero ucciso due pescatori indiani scambiati per aggressori in acque internazionali.
Tale la situazione, anche l’improvvido comandate del mercantile italiano deve aver creduto, come me, che gli indiani fossero i pacifici eredi di Ghandi. Invece questi, evidentemente alla ricerca di una visibilità internazionale che oscurasse le ricorrenti immagini di povertà e degrado nelle quali si trova gran parte della popolazione in un paese che è considerato una delle economie più promettenti del terzo millennio, si è intestardito nel voler processare i marinai italiani nonostante fosse evidente la carenza di giurisdizione nella vicenda. Complice la campagna elettorale, il governo del Kerala, antioccidentale, aveva cavalcato, scatenando la folla dei disperati, una campagna anti italiana mascherata da giustizia. Tipica espressione delle popolazioni per decenni sotto il tallone coloniale che tentano il riscatto ricorrendo a quella  prepotenza che probabilmente avevano  avevano subito dai colonialisti.
E qui va detto della pessima figura fatta dal nostro governo il quale ha accettato che i nostri marinai fossero processati da un giudice carente di giurisdizione per un fatto compiuto in acque internazionali,
Il rispetto delle regole è misura della democrazia e, in questo, caso di relazioni internazionali corrette. L’Italia non ha tenuto un comportamento fermo, come avrebbe dovuto, rimettendo immediatamente la questione – non essendo stata in condizione di impedire l’arresto dei militari – alle assise internazionali competenti.
Oggi il governo, per rispondere alla violenza, perché di questo si tratta, delle autorità indiane, trattiene i due militari in Italia e prospetta l’ipotesi di un arbitrato internazionale.
Un errore. Come dicono gli avvocati la subordinata (la prospettazione del ricorso all’arbitrato) uccide la principale, il disconoscimento della giurisdizione indiana.
È un mezzo pasticcio. Un tardivo scatto di dignità contestualmente annacquato.
Per carità di Patria non oso immaginare, come si sono chiesto molti, come si sarebbero svolti i fatti se i due fossero stati marinai di Sua Maestà britannica, francesi o statunitensi. Molto probabilmente gli indiani avrebbero fatto… gli indiani. Cioè avrebbero fatto finta di niente.
13 marzo 2013

Ma fin qui il potere disciplinare non ha funzionato
Approvato il Codice di comportamento
dei dipendenti pubblici
di Salvatore Sfrecola

Il peso della concussione e della corruzione sulle istituzioni e sulla vita economica del Paese è giunto da tempo a livelli intollerabili. Colpisce l’immagine ed il prestigio delle pubbliche amministrazioni agli occhi dei cittadini-contribuenti e reca danni gravissimi all’economia nazionale, come vado sottolineando da anni. Aggrava i costi delle forniture di beni e servizi, nel senso che l’imprenditore deve “recuperare” sul prezzo dell’appalto quanto ha illecitamente versato all’amministratore pubblico o al funzionario infedele, la tangente. Danneggia le amministrazioni anche perché espunge dal mercato degli appalti pubblici le imprese serie, quelle che non si sottopongono al taglieggiamento, con la conseguenza che ci ritroviamo forniture scadenti ed opere pubbliche male eseguite. Sempre perché gli imprenditori devono in ogni caso guadagnare.
Nei confronti dell’economia nazionale, infine, il danno si identifica nell’emersione delle imprese che corrompono e tiene lontane dagli appalti le imprese straniere. Le quali non investono in Italia per i livelli di corruzione oltre che, come sappiamo, per le lungaggini burocratiche e la lentezza della giustizia civile, quella che deve assicurare le tutela dei diritti anche delle imprese.
Non che altrove la corruzione sia ignota, come dimostrano varie inchieste giudiziarie e le esternazioni di Berlusconi in ordine alle usanze in altri mercati, ma in altri paesi la giustizia è più rapida nel colpire i responsabili.
In questo quadro desolante ci affidiamo ad un Codice etico dei dipendenti pubblici, approvato ieri “salvo intese”, cioè va messo a punto in qualche aspetto, dal Consiglio dei ministri, in attuazione della legge anti-corruzione (legge n. 190 del 2012), in linea con le raccomandazioni OCSE in materia di integrità ed etica pubblica.
Il Codice (già previsto dal decreto legislativo 165/2001 sull’ordinamento del pubblico impiego, integrato oggi con nuove regole), indica i doveri di comportamento dei dipendenti delle Pubbliche Amministrazioni e prevede in caso di violazione delle regole una responsabilità disciplinare.
Tra le disposizioni del Codice:
– il divieto per il dipendente di chiedere regali, compensi o altre utilità, nonché di accettare regali, compensi o altre utilità, salvo quelli d’uso di modico valore (non superiore a 150 euro) – anche sotto forma di sconto. I regali e le altre utilità comunque ricevuti sono immediatamente messi a disposizione dell’Amministrazione per essere devoluti a fini istituzionali;
– la comunicazione del dipendente della propria adesione o appartenenza ad associazioni e organizzazioni (esclusi partici politici e sindacati) i cui ambiti di interesse possano interferire con lo svolgimento delle attività dell’ufficio;
– la comunicazione, all’atto dell’assegnazione all’ufficio, dei rapporti diretti o indiretti di collaborazione avuti con soggetti privati nei 3 anni precedenti e in qualunque modo retribuiti, oltre all’obbligo di precisare se questi rapporti sussistono ancora (o sussistano con il coniuge, il convivente, i parenti e gli affini entro il secondo grado);
– l’obbligo, per il dipendente, di astenersi dal prendere decisioni o svolgere attività inerenti le sue mansioni in situazioni di conflitto di interessi anche non patrimoniali, derivanti dall’assecondare pressioni politiche, sindacali o dei superiori gerarchici;
– la tracciabilità e la trasparenza dei processi decisionali adottati (che dovrà essere garantita attraverso un adeguato supporto documentale).
– il rispetto dei vincoli posti dall’amministrazione nell’utilizzo del materiale o delle attrezzature assegnate ai dipendenti per ragioni di ufficio, anche con riferimento all’utilizzo delle linee telematiche e telefoniche dell’ufficio;
– gli obblighi di comportamento in servizio nei rapporti e all’interno dell’organizzazione amministrativa;
– per i dirigenti, l’obbligo di comunicare all’amministrazione le partecipazioni azionarie e gli altri interessi finanziari che possono porli in conflitto d’interesse con le funzioni che svolgono; l’obbligo di fornire le informazioni sulla propria situazione patrimoniale previste dalla legge; il dovere, nei limiti delle loro possibilità, di evitare che si diffondano notizie non vere sull’organizzazione, sull’attività e sugli altri dipendenti.
Sono regole di etica della funzione pubblica in un ordinamento nel quale la Costituzione, all’articolo 54 afferma solennemente che “I cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore”.
Il Codice è presidiato, come detto, dal meccanismo sanzionatorio disciplinare per la violazione dei doveri di comportamento, oltre che, ovviamente, dal codice penale con riferimento ai delitti di concussione e corruzione.
Il punto fragile è il procedimento disciplinare, del quale la Corte dei conti ha denunciato fin dal 2006 la cattiva gestione. In una relazione al Parlamento la Sezione del controllo che la Corte (deliberazione n. 7 del 2006 che si può leggere nel sito ufficiale della magistratura contabile ha dimostrato che il potere disciplinare è trascurato da troppo tempo perché la situazione non abbia ingenerato la convinzione che in quei valori non creda neppure la dirigenza politica e amministrativa che nel tempo è sovente andata intrecciandosi nella gestione disinvolta del potere, a fini di reciproca tutela, con gli autori degli illeciti.
9 marzo 2013

Bersani e Berlusconi dimostrino di essere due statisti
di Salvatore Sfrecola

Stavolta rubo la scena all’amico Senator per riprendere alcuni temi da lui trattati sullo sfondo del dibattito sulla governabilità nell’ambito del quale molti vedono all’orizzonte nuove elezioni, anche in tempi brevissimi. A giugno, per intenderci. Nell’intesa, che vede concordi PD e PdL, che, in caso non si riesca a formare un governo, la responsabilità sarebbe addossata al Movimento 5 Stelle con l’effetto che destra e sinistra recupererebbero un po’ dei voti perduti il 24 e 25 febbraio.
Sarebbe l’effetto Grecia, evocato anche da Senator. All’ombra del Partenone, infatti, la vampata di Alba Dorata, il movimento di estrema destra che aveva saputo incarnare la protesta contro i tagli imposti dall’Europa, si era presto esaurita e gli elettori erano tornati sui loro passi premiando i partiti europeisti, in particolare Nuova Democrazia.
È un’ipotesi plausibile. In teoria, perché in pratica lo stallo e l’incapacità di giungere ad un accordo nell’interesse del Paese, evocato ieri da Massimo D’Alema durante la Direzione del PD, è possibile che abbia un diverso effetto. Che sulle sponde del Tevere i risultati elettorali non siano  quelli che si sono visti sulle rive del mar Egeo. Che cioè la rabbia degli italiani, che Grillo si vanta di aver incanalato in un percorso democratico, premi ancor di più il Movimento 5 Stelle, ipotesi che sembra prendere forma nei sondaggi di Renato Mannheimer che proprio oggi sul Corriere della Sera dà conto di un sensibile incremento dell’appeal dei grillini agli occhi degli italiani.
Per la verità, senza fare tanti sondaggi, lo aveva immaginato anche lo stesso Senator convinto che molti avrebbero votato Il Movimento di Grillo se avessero intuito le dimensioni del successo. Per cui a distanza di dieci giorni dal voto i 5 stelle crescono di altri 3 punti e superano il centrodestra.
In questo contesto è evidente l’interesse dei 5 Stelle ad una elezione ravvicinata, nell’aspettativa di crescere ulteriormente per “mandare a casa” le forze politiche tradizionali nella prospettiva di un governo a loro guida.
Tirare la corda, dunque, è pericoloso.
E qui riprendo la tesi dell’inciucio “necessario”, di cui ha parlato Senator, un accordo nei fatti tra Bersani e Berlusconi nell’interesse del Paese, quell’intesa che si sarebbe potuta fare alla luce del sole se questo fosse un Paese “normale”, come ha detto Renzi a Ballarò e ieri ha ribadito D’Alema che pudicamente distingue da il Cavaliere e il suo Partito. Distinzione assurda, perché improponibile, a meno che non voglia essere l’alibi di chi vorrebbe ma non può, Bersani, nel timore di perdere consensi a sinistra, sul fronte di SEL, e magari anche all’interno dello stesso PD dove conta ancora lo zoccolo duro degli orfani di Stalin.
È qui che Bersani, da un lato, e Berlusconi, dall’altro, devono dimostrare di essere due statisti, quelli che, secondo una definizione di Alcide De Gasperi, richiamata spesso in campagna elettorale, guardano alle future generazioni, mentre i politici guardano alle prossime elezioni.
Sembra, infatti,che una certa miopia abbia colpito i due che, nell’attuale situazione di difficoltà per il Paese sembra non riescano a guardare alle prossime generazioni, anche correndo dei rischi sul piano dei consensi.
Per Bersani è una grande opportunità, irripetibile. Dimostrare di pensare al bene comune presentando un governo che, con la maggioranza alla Camera può attendere una certa qual benevolenza in Senato da parte del Centrodestra sulla base di una intesa non formalizzata, colta al volo dai presidenti dei gruppi parlamentari, con garbo, sulla base di reciproche concessioni su provvedimenti di interesse per i diversi schieramenti. Una intesa per la quale hanno tutti e due da guadagnare quando andremo a votare, recuperando sull’astensionismo e su quella frangia di grillini che hanno votato “contro”. È sufficiente che Berlusconi si astragga un po’ dalle vicende della quotidianità lasciando ai gruppi di gestire singole normative che potrà, poi, rivendicare di aver concorso a portare a casa.
In questo contesto, immagino una crescita dei due leader agli occhi della gente sulla base di un apprezzamento che sarebbe alimentato da fatti concreti, la scelta della governabilità con contenuti conformi alle aspettative degli italiani.
7 marzo 2013

Per il bene del Paese
L’inciucio necessario
di Senator

Giornata pesante sotto il cielo plumbeo di Roma, con uno scirocco che infastidisce ed irrita. Come in politica. Alla ricerca della soluzione per fare un governo per non dimostrare a Grillo, ed a quanti hanno votato le liste del suo Movimento, che effettivamente questa classe politica è incapace di un salto di qualità, di un colpo d’ala per il bene dell’Italia e degli italiani.
Così l’idea di andare a votare a giugno è una autentica follia. È un regalo a Grillo che ne uscirebbe vincitore con molto più del 25 per cento conquistato la settimana scorsa. Perché la scommessa di un  riflusso sui partiti tradizionali è azzardata, troppo. Infatti si basa sulla ipotesi che gli italiani tornino a votare PD e PdL perché non è stato possibile fare un governo per la presenza dei parlamentari del Movimento 5 Stelle.
Semplicistico. Più realistico è ritenere che l’ennesima dimostrazione palese di incapacità porti ancora voti a Grillo, con un rischio di ingovernabilità certamente accentuato.
Allora? Spetta a Bersani fare la prima mossa. Deve andare dal Presidente della Repubblica e proporre un governo di minoranza che viva della fiducia accordata di volta in volta su provvedimenti urgenti e di sicuro, percepibile interesse per la gente. Dimostri che cambia la musica, che porta al governo personalità con esperienza amministrativa e sensibilità politica, non i soliti tecnici “di area” lontani dalla realtà, e li impegni su provvedimenti concreti di immediato effetto, in materia tributaria, sciogliendo i lacci e i lacciuoli che impediscono alle imprese di riscuotere i crediti vantati nei confronti degli enti pubblici, che consentano di riaprire i cantieri e mettere in campo quelle iniziative alle quali, da sempre, gli economisti riconducono la ripresa degli investimenti e dei consumi. Un po’ Keynesiano? Forse, ma ci vuole. Solo le autorità pubbliche possono mettere in campo nuove risorse e semplificare le procedure, quel tanto che consente di lavorare senza concedere spazi alla malavita organizzata.
Senza maggioranza precostituita? Non sarebbe la prima volta. Spetta a Bersani l’iniziativa e Berlusconi deve dimostrare di essere un uomo politico degno di questo norme consentendo che le iniziative del governo, quando condivise e concordate, anche sottobanco, siano votate anche dal PdL.
Bando alle ipocrisie. C’è una crisi gravissima, economica e sociale. Il PD dimostri di pensare all’Italia ed al futuro delle nuove generazioni. Lo stesso faccia Berlusconi, senza accordi palesi che non si possono fare, ma con intese sostanziali che comprenderanno gli elettori di entrambi i partiti e li premeranno perché salus reipublicae suprema lex esto.
È l’unica soluzione, per evitare che la situazione si sfilacci, che i mercati mantengano un atteggiamento critico e Grillo accresca i suoi consensi. Non perché il leader del Movimento 5 Stelle sia il male, perché gli va riconosciuto di aver incanalato la rabbia in un voto democratico. Ma chi ha portato in Parlamento non ha ancora l’esperienza per concorrere alla gestione di questo momento difficile. Certamente si faranno l’esperienza. Ma non c’è tempo. Anzi, siamo fuori tempo massimo.
Quindi meglio un inciucio sotto banco per il bene del Paese che andare a votare a breve con rischi altissimi per la governabilità e la democrazia.
6 marzo 2013

Forse ha dimenticato che li aveva appena riordinati
Per Monti servono controlli sulla Pubblica amministrazione, anche preventivi
di Salvatore Sfrecola

In un breve indirizzo di saluto, stamattina a Palazzo Spada, in occasione dell’insediamento del nuovo Presidente del Consiglio di Stato, Giorgio Giovannini, che prende il posto di Giancarlo Coraggio, eletto giudice della Corte costituzionale, il Presidente del Consiglio, Mario Monti, ha segnalato l’esigenza di controlli, anche preventivi “sull’operato della Pubblica amministrazione” e procedure più snelle per uscire dalla crisi.
Riferisce, in proposito, l’ANSA che, secondo il Professore Monti, “nel nostro ordinamento c’è un profondo processo di cambiamento del diritto amministrativo” che “richiede una nuova impostazione tra poteri pubblici e cittadini”. Aggiungendo, come detto, che c’è sempre più “un’esigenza di controllo, anche preventivo, sull’operato della Pubblica amministrazione”, un controllo che consenta “l’affermazione della legge”. Ed ha precisato che in un’Italia in movimento serve che “l’intera Giustizia amministrativa si adegui al cambiamento che il Paese chiede”.
Giustissimo, tanto è vero che il Presidente Monti, ha portato in Consiglio dei Ministri un provvedimento d’urgenza, quello che è divenuto il decreto-legge, 10 ottobre 2012 n. 174 (Disposizioni urgenti in materia di finanza e funzionamento degli enti territoriali), il quale ha attribuito alla Corte dei conti nuovi controlli. Facendo giustizia di quella improvvida “riforma” che, sul finire degli anni ’90, con evidente dimostrazione di scarsa conoscenza della realtà amministrativa, aveva drasticamente ridotto i riscontri preventivi, in particolare negli enti locali (i Comitati regionali di controllo – Co.Re.Co. andavano certamente riordinati ma non azzerati), i nuovi controlli puntano ad assicurare una finanza territoriale sana e di stampo europeo.
Controlli riordinati con un provvedimento d’urgenza, come detto, a dimostrazione che la situazione era divenuta insostenibile, che non sarebbe stato possibile attendere oltre, che il ripristino di opportuni presidi di avvistamento tempestivo delle illegittimità confermano il ruolo essenziale della Corte dei conti, “garante imparziale dell’equilibrio economico finanziario del settore pubblico e in particolare della corretta gestione delle risorse collettive sotto il profilo dell’efficacia, dell’efficienza e della economicità”, per dirla con le parole della Corte costituzionale.
Parlando di controlli dinanzi ai Consiglieri di Stato il Presidente del Consiglio ha voluto aprire a nuovi interventi normativi in materia di giustizia amministrativa. Infatti, ha anche affermato che “un diritto amministrativo più snello è una delle vie che ci condurranno più lontano dalla crisi”. Aggiungendo che questa è ”esigenza primaria per i cittadini e per gli operatori economici” che individuano nel buon funzionamento della giustizia amministrativa ”la garanzia di sviluppo per il paese”.
L’intervento della pubblica amministrazione nei settori economici, sono ancora parole di Monti, ”non solo non è un ostacolo ma è di ausilio per il sistema-paese e per gli imprenditori”. Quello che però deve essere certo, chiede Monti, è che ”la qualità e l’efficienza dell’azione amministrativa non venga raggiunta a discapito delle regole”. Infatti, ha ricordato Monti, “non vi è una politica di Governo che si possa attuare con efficacia se l’esecutivo non può contare su una risposta di una Amministrazione pubblica efficace e non burocratica”.
In questo quadro il Consiglio di Stato rappresenta per Monti ”il garante della giustizia amministrativa. Il giudice amministrativo è il garante dei cittadini, è il garante delle imprese. E l’interesse generale del paese – conclude – reclama un giudice amministrativo all’altezza dei tempi”.
Per la verità, il Presidente del Consiglio, all’atto dell’insediamento del suo governo, aveva prospettato plurime semplificazioni. Poi la montagna ha partorito il solito topolino perché le lobby delle amministrazioni e delle professioni gli hanno creato ogni genere di ostacoli. Le semplificazioni che oggi nuovamente ha evocato sono necessarie per evitare che in angolini nascosti delle procedure continuino ad annidarsi prevaricazioni ed illeciti. Con effetti devastanti sul sistema economico, perché le imprese tendono a non espandersi e a non diversificarsi per non dover scalare il muro irto di trabocchetti delle carte inutili. Mentre gli investitori, in particolare esteri, ne sono dissuasi soprattutto quando ad una inutile pesantezza burocratica si aggiungono gli effetti della corruzione, una tra le più evidenti controindicazioni all’ingresso nel mercato italiano.
In questo contesto è evidente che, semplificate le procedure, i controlli preventivi e successivi, lo diceva pure Cavour che di amministrazione se ne intendeva, garantiranno una corretta gestione amministrativa, dando ai cittadini ed alle imprese certezze in punto di legalità, sicché sarà sempre meno necessario disturbare il giudice amministrativo.
5 marzo 2013

La presentazione dei nuovi parlamentari
La carica dei grillini
di Senator

Li ho incontrati all’alba, quando RaiNews24 ha trasmesso quella parte dell’incontro dei deputati e senatori eletti nelle liste del Movimento 5 Stelle nella quale si sono presentati ai colleghi ed al pubblico che li seguiva in streaming e in TV. Giovani, prevalentemente, compresi i senatori, tutti poco al di sopra dei quaranta, l’età minima per entrare a Palazzo Madama.
Molti i laureati, giurisprudenza, ingegneria, scienze politiche, economia, qualche perito, si sono presentati con una sintetica indicazione della provenienza territoriale, dell’attività professionale fin qui svolta, delle materie delle quali vorrebbero occuparsi in Parlamento. Ognuno secondo la propria professionalità, ovviamente, ma con diffusa attenzione per i problemi dell’ambiente e della gestione del territorio e delle risorse naturali. Si è parlato di Acquedotto pugliese, come di una infrastruttura da potenziare e rendere funzionale alle esigenze della Regione, sono state richiamate le esigenze delle piccole e medie imprese e del turismo.
Del turismo che questo giornale ha posto ripetutamente al centro del modello di sviluppo che si auspica per il nostro Paese, hanno parlato alcuni parlamentari siciliani, evidentemente consapevoli delle possibilità che lo sviluppo delle presenze di visitatori nell’Isola può offrire all’economia siciliana.
Ugualmente è emerso il tema dell’agricoltura e dell’informatizzazione dei servizi resi dalla pubblica amministrazione. Una parlamentare piemontese ed uno veneto hanno parlato molto di semplificazione delle procedure amministrative.
L’impressione che ho tratto dalla presentazione dei parlamentari del Movimento 5 Stelle è stata, nel complesso, buona. Tutti hanno manifestato il desiderio di un impegno nei confronti della comunità e in rapporto ad esigenze sentite, il lavoro, lo sviluppo nei vari settori, con attenzione alle tipicità italiane, l’artigianato, l’agricoltura, il turismo.
Si nota, complice la brevità della presentazione, una certa genericità in alcune enunciazioni. Ma non si poteva pretendere di più. La buona volontà di tutti sembra acclarata e questo fa premio sulla scarsa esperienza che, poi non è questione di età, ma della capacità di ciascuno di acquisire ed elaborare dati e nozioni.
Esco da questa esperienza rinfrancato. I Grillini, chiamiamoli pure così, si presentano meglio di come ce li hanno rappresentati fin qui alcuni giornali e politici.
Un giudizio più compiuto, in ogni caso, è rimandato a quando saranno operativi in commissione ed in aula. Lì si vedrà se la mancanza di esperienza politica sarà superata dall’impegno quotidiano nella difficile opera di legislatore e di controllore politico del governo e della pubblica amministrazione.
Al momento, ripeto, non ci sono motivi per non nutrire speranze. Anche loro sanno che sono “in prova”, il Movimento è “in prova”. Nel senso che può crescere o sparire. Tutto dipende da come si muoveranno in occasione dei prossimi appuntamenti, l’elezione dei presidenti di Camera e Senato, la nomina del nuovo governo, la scelta del Capo dello Stato. Un bel banco di prova.
5 marzo 2013

Grillo, il rischio elezioni e chi deve temerle
di Senator

Per chi le elezioni sono un rischio? C’è da chiederselo, perché quando Bersani dice a Grillo che se non si fa un Governo si va nuovamente alle urne, con la possibilità che anche il Movimento 5 Stelle esca di scena, dice una cosa che non spiega.
Proviamo noi. È evidente che Grillo mira a tirare la corda, convinto che gli giovi, che la ingovernabilità che si profila danneggi i partiti, in primo luogo Partito Democratico e Popolo della Libertà. Certo più il primo del secondo. Infatti Bersani, anche se ha vinto sulla carta, ma in condizioni di non poter essere autosufficiente, è quello che deve indubbiamente fare la prima mossa, proporre al Capo dello Stato una ipotesi di governo e di programma.
Tuttavia il leader del PD esita, perché non ha una maggioranza certa, precostituita. Potrebbe andare alle Camere, ove il Presidente della Repubblica accetti l’ipotesi, avendo sotto banco stabilito un accordo con Berlusconi che potrebbe assicurare la fiducia su un programma iniziale minimo per poi definire in Parlamento, di volta in volta, altre iniziative.
Non è una soluzione che possa piacere a Bersani. Significa essere in balia del Cavaliere il quale potrà, a suo piacimento, farlo cadere, addebitandogli l’insuccesso.
E, poi, cos’è questo programma minimo di cui si parla da giorni con riferimento ad alcune riforme costituzionali (es. la riduzione del numero dei parlamentari) ed alla riforma della legge elettorale e del finanziamento dei partiti?
È un’illusione che si risolvano così i problemi attuali della politica. La riforma costituzionale richiede tempo. Occorrono, come si legge nell’art. 138 Cost., da ciascuna Camera due successive deliberazioni ad intervallo non minore di tre mesi. Le leggi di riforma  “eono approvate a maggioranza assoluta dei componenti di ciascuna Camera nella seconda votazione” (maggioranza “dei componenti”, attenzione, non dei votanti!).
Quanto alla legge elettorale abbiamo già constatato che non è facile trovare un meccanismo che accontenti tutti. Perché non potrà mai accontentare tutti. Ognuno fa i suoi conti, in relazione al tipo di elettorato ed al territorio e decide di conseguenza. Non si può chiedere a nessuno di farsi male da solo.
La strada, dunque, è irta di difficoltà.
A chi giovano in caso di un ritorno alle urne?
Grillo sembra pensare che giovi al suo movimento. Ma l’esperienza della Grecia deve farlo riflettere.
È vero, infatti, che, agli occhi degli elettori, la ingovernabilità potrebbe essere addebitata a PD e PdL, ma è anche possibile che ci possa essere un riflusso di voti su quei partiti, un po’ come in Grecia, dove la prima consultazione aveva fatto emergere i movimenti di protesta, come Alba Dorata, un partito definito addirittura neonazista, fortemente ridimensionato in occasione della seconda votazione, quando sono prevalsi partiti europeisti, in primo luogo Nuova Democrazia, il partito conservatore dell’attuale Primo Ministro Antonis Samarans.
In sostanza non è certo che il tempo giovi a Grillo, anche perché la sua gestione dei gruppi parlamentari sembra molto autoritaria e i componenti, alle prime interviste, sono apparsi sprovveduti di un minimo di conoscenza istituzionale e, a volte, con idee confuse.
Forse a Grillo converrebbe far vedere che la sua presenza assicura governabilità, senza che il Movimento venga meno ai suoi ideali, anzi realizzandoli, tallonando il governo e la variabile maggioranza parlamentare.
Staremo a vedere. Certo che la partita è complessa, anche perché di tutti si parla, anche con proposte più o meno concrete, tranne dei problemi della gente, quella che in parte ha votato i grillini, convinta che avrebbero promosso o consentito una politica di sviluppo, che significa, prima di tutto, lavoro.
4 marzo 2013

Il taccuino del Direttore

Forse Grillo faceva bene ad impedire ai suoi giovani di “esternare”. Probabilmente temeva gli svarioni, frequenti in giovani certamente volonterosi ma, forse, un po’ presuntuosi.
E così Carlo Sibilia, appena eletto deputato nel Movimento 5 Stelle, sostiene che “Per governare non c’è bisogno della fiducia di nessuna delle due Camere. E’ semplice”. Questa la gaffe del neo-eletto nel Collegio Campania 2 alla Camera dei Deputati, prima su Facebook, poi in un’intervista concessa al sito urbanpost.it. Dove ha detto “Per quanto riguarda la fiducia l’art. 94 parla chiaro: non è scritto da nessuna parte che il Governo debba dimettersi se non ottiene la fiducia di una o entrambe le Camere”. Lo riferisce BlitzQuotidiano.
È giovane, diranno un po’ tutti. Ma è facile dire che l’età non giustifica gli strafalcioni. Chi non sa studia. Soprattutto chi dubita della propria preparazione in un campo specifico, come quello della Costituzione, per uno che si appresta a fare il deputato.
Naturalmente la Costituzione dice una cosa ben diversa. L’articolo 94 della Costituzione, infatti, è chiarissimo: “Il Governo deve avere la fiducia delle due Camere”.
È giovane e, forse, si farà. Ma parte con il piede sbagliato e dà l’occasione alla “casta” per dire “noi queste cose le sappiamo benissimo”, tanto che contrattavamo i voti.
Stiamo a vedere.

Alfano preannuncia una grande manifestazione a Roma contro la magistratura il 23 marzo 2013.
Forse non sa che in quella stessa data, ma nell’anno 1919, nella sala riunioni Circolo dell’Alleanza Industriale, in piazza San Sepolcro a Milano furono ufficialmente fondati i Fasci italiani di combattimento.
Anche lui non sapeva. Anche lui è giovane e si farà.
Ma non possiamo state ad aspettare che maturino i Sibilia e gli Alfano. L’Italia ha bisogno di altri, capaci ed onesti.
Sembra difficile, però, trovarli su piazza.
1° marzo 2013

Se De Gregorio ha confessato la corruzione
perché Alfano attacca i giudici?
di Iudex

Anche Alfano,l’enfant prodige del Popolo della Libertà, è tra quelli che non hanno capito che un italiano su quattro, avendo votato per il Movimento 5 Stelle, ha chiesto pulizia e onestà nella politica. Perché se l’avesse capito non avrebbe attaccato la magistratura, lui, in particolare, che è stato Ministro della giustizia, per l’avviso di garanzia a Berlusconi inviato dal Pubblici Ministeri di Napoli ai quali il Senatore De Gregorio ha confessato di aver percepito dal Cavaliere tre milioni di euro per passare dalla sua parte e far cadere il Governo Prodi.
O pensa che i magistrati, dinanzi ad una confessione del corrotto avrebbero dovuto far finta di niente nei confronti del presunto corruttore?
Alfano vuole forse portare altri consensi al Movimento di Grillo? Perché il 25 per cento e dispari degli italiani che hanno votato per il Movimento 5 Stelle nella maggior parte dei casi non aveva la consapevolezza del successo di quelle liste, altrimenti, c’è da scommettere, avrebbero votato molti di più. E di più saranno se i partiti continueranno a non capire, a pensare con la mentalità della “casta” intoccabile, destinata comunque a detenere il potere.
Lo dimostra il balbettare di questi giorni, nei quali le ipotesi più fantasiose occupano le pagine dei giornali e le  trasmissioni televisive di approfondimento. Si fa per dire, ovviamente, perché sembra veramente che nessuno sappia approfondire la realtà, se si che sia possibile tenere alla porta Grillo, con qualche alchimia di quelle alle quali ci ha abituato la “Seconda Repubblica”. Io governo, tu mi appoggi, tu fai finta di fare l’opposizione, perché io ti favorisco a sindaco o a presidente della regione o ti nomino nel Consiglio di amministrazione della tale banca o di quell’altro ente.
Non sarà più così. E se continuano in questo balletto, ciò che Grillo vuole, l’inevitabile, alla luce dei fatti, brevità della legislatura darà con le prossime elezioni ancora più voti al Movimento 5 Stelle.
E siccome Dio fa impazzire coloro che vuol perdere – questo giornale lo ripete da mesi nella vana speranza che qualcuno rinsavisca – continuando in questo modo le prossime elezioni saranno una strage per i vecchi partiti, a destra e a sinistra.
1 marzo 2013

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