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Dicembre 2013

“Milleproroghe” ed altro
L’uso distorto del decreto-legge
di Salvatore Sfrecola
Riveduto e corretto, il decreto legge 31 ottobre 2013, n. 126, “Milleproroghe” e “Salva Roma”, come lo hanno ribattezzato i giornali, è tornato a Palazzo Chigi ed è stato approvato il 27 dicembre con le finalità riassunte nel comunicato stampa che segue, sfrondato da quelle “impurità” che erano state inserite nel corso del dibattito parlamentare. Come aveva rilevato il Presidente della Repubblica provocandone l’abbandono da parte del Governo il quale, peraltro, su quel testo aveva posto la questione di fiducia, in tal modo facendo propri gli emendamenti da più parti criticati in quanto ritenuti un cedimento a sollecitazioni lobbistiche estranee alla materia del decreto.
“Le modalità di svolgimento dell’iter parlamentare di conversione in legge del decreto legge 31 ottobre 2013, n. 126 recante misure finanziarie urgenti in favore di Regioni ed Enti locali ed interventi localizzati nel territorio – nel corso del quale sono stati aggiunti al testo originario del decreto 10 articoli, per complessivi 90 commi -, ha osservato Giorgio Napolitano in una nota inviata ai Presidenti delle due Camere,mi inducono a riproporre alla vostra attenzione la necessità di verificare con il massimo rigore l’ammissibilità degli emendamenti ai disegni di legge di conversione”.
Ricorda in proposito i “numerosi” richiami, formulati nelle scorse legislature da lui stesso e dal Presidente Ciampi, “alla necessità di rispettare i principi relativi alle caratteristiche e ai contenuti dei provvedimenti di urgenza stabiliti dall’articolo 77 della Costituzione e dalla legge di attuazione costituzionale n. 400 del 1988”. Principi, ricorda il Capo dello Stato, “ribaditi in diverse pronunce della Corte Costituzionale. In particolare nella sentenza n. 22 del 2012 la Corte ha osservato che “l’inserimento di norme eterogenee rispetto all’oggetto o alle finalità del decreto spezza il legame logico-giuridico tra la valutazione fatta dal Governo dell’urgenza del provvedere e i provvedimenti provvisori con forza di legge”, valutazione fatta sotto la propria responsabilità e sottoposta a giudizio del Capo dello Stato in sede di emanazione. Conclude la Corte affermando che “la necessaria omogeneità del decreto legge deve essere osservata anche dalla legge di conversione”, riservandosi la facoltà di annullare le disposizioni introdotte dal Parlamento in violazione dei suindicati criteri”. Una condizione per la quale  già il 22 febbraio 2012 aveva inviato ai Presidenti pro-tempore delle Camere una lettera. Nell’occasione Napolitano aveva avvertito che “di fronte all’abnormità dell’esito del procedimento di conversione non avrei più potuto rinunciare ad avvalermi della facoltà di rinvio, pur nella consapevolezza che ciò avrebbe potuto comportare la decadenza dell’intero decreto legge, non disponendo della facoltà di rinvio parziale. Esprimevo inoltre l’avviso che in tal caso fosse possibile una parziale reiterazione che tenesse conto dei motivi posti alla base della richiesta di riesame. La stessa Corte Costituzionale, del resto, fin dalla sentenza n. 360 del 1996, ha posto come limite al divieto di reiterazione la individuazione di nuovi motivi di necessità ed urgenza”.
La nota di Napolitano ai Presidenti delle Camere conclude rinnovando “nello stesso spirito di collaborazione istituzionale l’invito contenuto in quella lettera ad attenersi, nel valutare l’ammissibilità degli emendamenti riferiti ai decreti legge, a criteri di stretta attinenza allo specifico oggetto degli stessi e alle relative finalità, anche adottando – se ritenuto necessario – le opportune modifiche dei regolamenti parlamentari”.
Al di là della cronaca, dunque, e delle polemiche politiche che hanno animato le settimane scorse ad iniziativa del Movimento 5 Stelle e di Matteo Renzi, che hanno denunciato “marchette” in favore di questo o di quello, l’uso improprio dello strumento del decreto legge è denunciato da anni. Ne hanno abusato, in particolare, Craxi e Berlusconi, quest’ultimo nonostante la consistente maggioranza parlamentare sia nel 2001-2006, sia nel 2008 – 2011.
Napolitano, infatti, è riandato alle precedenti sollecitazioni sue e di Ciampi  ma anche della Corte costituzionale per sottolineare i limiti posti dall’articolo 77 della Costituzione il quale prevede che il Governo “in casi straordinari di necessità e d’urgenza” possa adottare, “sotto la sua responsabilità, provvedimenti provvisori con forza di legge”. Laddove la necessità e l’urgenza presuppongono la indifferibilità di un intervento normativo incompatibile con i tempi parlamentari.
Negli anni la dottrina ed i politici più avvertiti hanno denunciato abusi vari sotto il profilo dei richiamati requisiti della necessità e dell’urgenza. A cominciare dalla reiterazione di decreti un tempo frequente, prima che la Corte costituzionale mettesse uno stop ad una prassi. Che eludeva la ratio della norma costituzionale che, nel derogare alla ordinaria competenza legislativa delle Camere, prevede la conversione del decreto in legge nel termine di 60 giorni.
Ricordo un caso, che ha interessato la mia Istituzione, la Corte dei conti. Quando nel 1993 il governo, volendo procedere al decentramento della giurisdizione contabile, presentò più decreti, da marzo a novembre, fino alla conversione dell’ultimo con la legge 14 gennaio 1994, n. 19. In molti altri casi la reiterazione aveva superato l’anno. In tal modo una legislazione “provvisoria” e “urgente” permaneva nel tempo creando una situazione gravissima in violazione del principio costituzionale, quello secondo il quale in via ordinaria il potere legislativo appartiene alle Camere.
Tra i tanti c’è un abuso di particolare rilevanza che dà luogo ad una vera e propria espropriazione del Parlamento. Accade quando, sempre più frequentemente, questo è chiamato a ratificare l’originaria scelta governativa che, emendata nel corso del dibattito in commissione, viene resa immodificabile in aula perché l’Esecutivo pone la fiducia. A volte si è notato un gioco delle parti. L’Esecutivo apre la strada ad una normativa nuova, la maggioranza parlamentare emenda il testo che viene assorbito da un maxiemendamento governativo blindato dal voto di fiducia.
Si è discusso a lungo su questo strumento normativo del Governo certo essenziale (si pensi solo alle calamità naturali). In dottrina si è anche ritenuto che la natura stessa del provvedimento d’urgenza lo debba rendere immodificabile. In sostanza il Parlamento dovrebbe accettarlo o respingerlo. Al più, secondo alcuni, potrebbe subire qualche parziale integrazione, ma sempre nell’ottica che non risultasse stravolto il complesso normativo originario. Invece la degenerazione della prassi parlamentare ha progressivamente allontanato lo strumento dalle regole costituzionali facendone una sorta di contenitore indiscriminato di norme le più diverse, fino al decreto “Salva Roma” e “Milleproroghe” del 31 ottobre di fronte al quale il Capo dello Stato non ha potuto tacere.
Proprio il “Milleproroghe” negli anni passati era destinato a venire incontro all’esigenza di assicurare la possibilità di adottare alcuni adempimenti necessari ma che non era stato possibile varare nei termini. Nessuno si scandalizzava di queste evenienze. A volte, infatti, l’adozione di regolamenti o di provvedimenti delegati è particolarmente complessa, ad esempio,  per l’intervento necessario del concerto di più ministeri, per cui spesso il tempo stimato dal legislatore per l’adozione dei decreti di attuazione si era rivelato inadeguato.
Per la verità la deriva del decreto legge adottato in sistematica violazione dell’articolo 77 della Costituzione ha una data di origine, il 1988 quando con la legge 400 del 23 agosto, recante Disciplina dell’attività di Governo e ordinamento della Presidenza del Consiglio dei Ministri, all’art. 16 (Atti aventi valore o forza di legge. Valutazione delle conseguenze finanziarie) è stato stabilito al comma 1 che “Non sono soggetti al controllo preventivo di legittimità della Corte dei conti i decreti del Presidente della Repubblica, adottati su deliberazione del Consiglio dei ministri, ai sensi degli articoli 76 e 77 della Costituzione”, cioè decreti legislativi e decreti legge”.
Si disse allora che non si giustificava un controllo amministrativo, sia pure affidato ad una magistratura, trattandosi di atti di natura normativa, adottati su delega del Parlamento (i decreti legislativi) o innovativi dell’ordinamento in casi di “necessità e d’urgenza” (i decreti legge). E si passava sopra alcune semplici ma fondamentali considerazioni, in particolare che, pur essendo ovviamente libero il governo di adottare norme nuove, esse avrebbero dovuto rispettare la Costituzione non soltanto sotto il profilo della necessità e dell’urgenza ma anche di altri principi, s’immagini ad esempio ad una norma che violasse il principio della irretroattività della legge penale o che alterasse il principio della progressività del sistema tributario, che, se violati, avrebbero creato un vulnus destinato comunque a permanere per sessanta giorni.
La Corte dei conti aveva fatto un uso prudente del potere di controllo sui decreti legge, esercitato soprattutto in forma di sollecitazione alla correzione, una sorta di moral suasion istituzionale. Ben più incisivo il controllo sui decreti legislativi laddove è stato più volte rilevato il mancato rispetto dei “principi e criteri direttivi” previsti dall’art. 76 Cost.. Un controllo certo non assicurato dal parere dato dalle Camere sui decreti, come attesta la polemica sulle norme della Severino che hanno avvelenato il clima politico alla vigilia della deliberazione del Senato sulla decadenza del Sen. Silvio Berlusconi.
Quale controllo giuridico, perché di questo si tratta, può essere assicurato dalla maggioranza parlamentare omogenea alla maggioranza governativa?
Ne è prova il fatto che i “criteri direttivi” sono sempre più generici e spesso confusi, per cui deve intervenire la Corte costituzionale, ma solo a seguito di un giudizio e, quindi, con molto ritardo. Intanto i guai ci sono stati.
Eliminata la barriera della Corte dei conti in funzione di garanzia del corretto uso del potere normativo riservato al governo assistiamo al degrado sia del decreto legge che del decreto legislativo.
In questa confusione normativa, in questa deriva istituzionale, che rivela scarso senso dello Stato e dell’ossequio al principio di legalità, c’è ragionevolmente da temere per le preannunciate proposte di riforma costituzionale nelle quali si esibiscono, tra l’altro, giuristi inventati dalla politica.
Lo stesso Capo dello Stato è dovuto intervenire interpretando i propri poteri in modo certamente inusuale perché, in realtà, avrebbe dovuto rilevare i difetti di organicità e omogeneità del provvedimento in sede di promulgazione della legge di conversione, come lui stesso ricorda.
Non c’è dubbio che questo episodio sia espressione di un profondo malessere istituzionale che parte da lontano e che ha alimentato nel tempo poco meditate scelte politiche, come dimostrano le leggi Bassanini, che hanno danneggiato pesantemente la pubblica amministrazione, disarticolato la dirigenza e sfasciato la carriera direttiva di ministeri ed enti che era il nucleo forte dal quale si traevano i dirigenti. Di questa confusione di idee abbiamo tutti subito le conseguenze con la riforma della legge n. 3 del 2001 che ha modificato il Titolo V della Parte Seconda della Costituzione normativa fondamentale per il funzionamento delle istituzioni regionali e locali. Con la conseguenza che si è reso difficile il rapporto Stato – regioni, una riforma varata in fretta con una maggioranza di tre voti, una scelta legislativa che tutti coloro i quali l’hanno votata oggi disconoscono e che, a distanza di pochi anni, ha prodotto gravissimi danni al funzionamento dello Stato perché proprio nella errata distribuzione delle materie tra Stato e regioni sono le origini del degrado del Paese e della difficoltà di far funzionare l’apparato pubblico ai vari livelli di governo ed in relazione alle politiche pubbliche. Si pensi, tanto per fare un esempio, al turismo, risorsa preziosa del nostro Paese, illogicamente regionalizzato con la conseguenza che questa, che è la più grande “industria” italiana, fonte di entrate e di lavoro, non è capace di portare all’economia quel valore aggiunto che ha in altre realtà europee dove non c’è neppure un centesimo dei nostri beni culturali.
Ma cosa ci aspettiamo da una classe politica nella quale hanno ed hanno avuto posizioni di responsabilità personaggi i quali non si vergognano di affermare che “con la cultura non si mangia”?
Roma, 31 dicembre 2013
***
Comunicato della Presidenza del Consiglio dei Ministri del 27 dicembre 2013.
Il Consiglio dei Ministri si è riunito oggi alle ore 11.00 a Palazzo Chigi, sotto la presidenza del Presidente del Consiglio, Enrico Letta. Segretario il Sottosegretario di Stato alla Presidenza, Filippo Patroni Griffi.
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Il Ministro per la Coesione territoriale, Carlo Trigilia, ha presentato oggi in Consiglio dei Ministri l’informativa “Interventi urgenti a sostegno della crescita” che prevede misure di accelerazione dell’utilizzo delle risorse della politica di coesione.
L’operazione ha un valore pari a 6,2 miliardi di euro, provenienti per 2,2 miliardi dalla riprogrammazione del Fondo Sviluppo e Coesione (FSC); per 1,8 miliardi da quella del Piano d’Azione Coesione e per 2,2 miliardi dai Programmi dei Fondi Strutturali 2007-2013. Di questi 6,2 miliardi, 1,2 sono già previsti nella Legge di Stabilità a sostegno del Fondo di Garanzia per le Piccole e Medie Imprese.
La manovra punta ad accelerare la spesa delle diverse politiche di coesione territoriale legate al ciclo dei Fondi Europei 2007-2013. Essa consente, da un lato, di ridurre i rischi di perdita delle risorse europee la cui spesa va certificata entro il 31 dicembre 2015 e, dall’altro, di dare impulso a misure antirecessive nelle Regioni del Mezzogiorno, particolarmente colpite dalla crisi economica e occupazionale.
Nel complesso, tenuto conto del precedente intervento di riprogrammazione del maggio scorso per circa un miliardo di euro prevalentemente a sostegno dell’occupazione giovanile (legge 99/2013), l’ammontare complessivo delle risorse riprogrammate per accelerare la spesa e per sostenere obiettivi antirecessivi è pari ad oltre 7 miliardi di euro.
Le risorse riprogrammate si basano su quattro misure principali:
·                     Misure a sostegno delle imprese: 2,2 miliardi che verranno utilizzati per rifinanziare il Fondo Centrale di Garanzia (1,2 miliardi) e per la creazione di nuova imprenditorialità giovanile nel settore della produzione di beni e nella fornitura di servizi (1 miliardo).
·                     Misure per il sostegno all’occupazione: sono previsti 700 milioni che serviranno per la decontribuzione a sostegno dell’occupazione giovanile, femminile e dei lavoratori più anziani. Inoltre, verrà sperimentata una misura per il reinserimento lavorativo dei fruitori di ammortizzatori sociali anche in deroga, compresi i lavoratori socialmente utili (Lsu).
·                     Misure per il contrasto alla povertà: 300 milioni di euro saranno destinati alle famiglie in grave stato di povertà – il cui numero è fortemente aumentato negli ultimi anni, specie nel Mezzogiorno – attraverso il rafforzamento dello Strumento per l’Inclusione Attiva (SIA), che prevede forme di sostegno del reddito e politiche attive volte a favorire l’inserimento scolastico dei minori e l’inserimento lavorativo degli adulti.

·                     Misure a sostegno delle economie locali. Sono previsti 3 miliardi di euro che andranno a finanziare diversi obiettivi: interventi cantierabili e realizzabili in tempi brevi nei Comuni sotto i 5mila abitanti (Programma “6.000 Campanili”); interventi di riqualificazione urbana (Piano nazionale per le Città); interventi per la valorizzazione di beni storici, culturali e ambientali al fine di promuovere l’attrattività turistica, anche in vista dell’Expo 2015; interventi per la riqualificazione, messa in sicurezza ed efficientamento energetico degli edifici scolastici.
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Il Consiglio dei Ministri, su proposta del Presidente, Enrico Letta e del Ministro dell’Economia e Finanze, Fabrizio Saccomanni, ha approvato un decreto legge di proroga di termini e scadenze e altre disposizioni indifferibili di carattere finanziario.
·                     Emergenza casa, sospensione degli sfratti per le categorie disagiate: nessuna proroga generalizzata degli sfratti, ma attenzione alle emergenze reali e alle situazioni disagiate. È stata decisa la sospensione sino al 30 giugno 2014 dei provvedimenti esecutivi di rilascio per finita locazione di immobili adibiti ad abitazione nei confronti di conduttori con un reddito annuo lordo familiare inferiore a 21.000 euro, residenti nei comuni capoluoghi di provincia, nei comuni limitrofi con oltre 10.000 abitanti e nei comuni ad alta tensione abitativa di cui alla delibera CIPE del 13 novembre 2003 n. 87103, che siano o abbiano nel proprio nucleo familiare figli fiscalmente a carico, persone ultra-sessantacinquenni, malati terminali o portatori di handicap con invalidità superiore al 66%, purché non siano in possesso di un’altra abitazione adeguata al nucleo familiare nella regione di residenza.
·                     Proroga di termini relativi a interventi emergenziali: gestione commissariale della Costa Concordia, completamento dell’attività del commissario per interventi infrastrutturali nelle zone colpite dal terremoto del 1980, gestione liquidatoria in favore della città di Palermo già prevista legge 74/2012, incentivi per attivazione impianti alimentati da fonti rinnovabili nelle zone colpite dal sisma in Emilia, Sorveglianza delle Forze Armate all’Aquila.
·                     Proroghe di termini in materia di assunzioni, organizzazione e funzionamento delle Pubbliche amministrazioni: assunzioni dei Vigili del Fuoco, assegnazioni temporanee di personale non dirigenziale presso il Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo, validità graduatorie assunzioni nella Pubblica Amministrazione, termine per la riorganizzazione dei Ministeri.
·                     Proroga di termini di competenza del Ministero dell’interno: bilanci enti locali, uso guardie giurate su navi commerciali italiane, autodichiarazione per i permessi di soggiorno, organizzazione prefetture delle province di Monza, Brianza, Fermo, Barletta-Andria-Trani.
·                     Proroga di termini in materia di infrastrutture e trasporti: adozione termini del regolamento salvamento acquatico, aggiornamento dei diritti aeroportuali al tasso d’inflazione, adeguamento delle autoscuole a disposizioni europee, taxi e noleggio, attestazione SOA.
·                     Proroga di termini in materia di politiche agricole, alimentari e forestali: adeguamento stabilimenti di mozzarella di bufala, macchinari agricoli.
·                     Proroga di termini in materia di istruzione, università e ricerca:  dismissioni sede del Ministero dell’Istruzione, Università e Ricerca  a piazzale Kennedy a Roma, bilanci consolidati nelle Università, termine affidamento lavori per messa in sicurezza edifici scolastici.
·                     Proroga di termini in materia di salute: filiera del farmaco.
·                     Proroga di termini in materia di lavoro e politiche sociali: invio telematico del certificato medico di gravidanza.
·                     Proroga di termini in materia di economia e finanze: attività di consulenza finanziaria anche in assenza dell’iscrizione all’apposito Albo in quanto non ancora istituito, attività in esaurimento delle sezioni della Commissione Tributaria centrale, poteri di controllo della Banca d’Italia su agenti e mediatori creditizi, differimento e sperimentazione contabile, fondo Sirio.
·                     Proroga di termini in materia ambientale: proroga di un anno dell’attuale regime che consente di mettere in discarica rifiuti con Potere calorifico inferiore (PCI) > 13.000 kJ/kg, termini per le attività di raccolta, spazzamento, trasporto rifiuti e smaltimento o recupero inerenti alla raccolta differenziata in Campania.
·                     Proroga termini in materia di beni culturali e turismo: completamento dell’adeguamento alle disposizioni di prevenzione incendio delle strutture ricettive turistico-alberghiere.
·                     Proroga termini in materia di comunicazioni: divieto di acquisizione di partecipazioni in imprese editrici di giornali quotidiani per i soggetti che esercitano l’attività televisiva in ambito nazionale con ricavi superiori a quelli fissati dalla norma relativa.
·                     Proroga di termini in materia di esercizi pubblici locali: i gestori già operanti potranno esercitare il servizio fino al 31 dicembre 2014. Definizione entro il 30 giugno 2014 degli affidamenti non conformi ai requisiti previsti dalla normativa europea; in assenza, intervento sostitutivo del prefetto territorialmente competente.
DISPOSIZIONI DI CARATTERE FINANZIARIO INDIFFERIBILI
·                     Web tax. L’entrata in vigore è posticipata al 1° luglio 2014.
·                     Lsu regionali. Dal 1° luglio 2014 sarà possibile la stabilizzazione, a carico delle Regioni, dei lavoratori socialmente utili.
·                     Salva Comuni. I Comuni che non hanno rispettato il Patto di Stabilità vedranno ridotte le sanzioni previste per tali casi.
·                     Bonus mobili. Viene chiarito che le detrazioni fiscali sono concesse per gli arredi degli immobili in ristrutturazione anche se l’importo complessivo supera il valore della ristrutturazione.
·                     Locazioni passive delle Pubbliche amministrazioni (“affitti d’oro”). Viene introdotta la facoltà per le Pubbliche Amministrazioni di recedere dai contratti di locazione passiva entro il 30 giugno 2014.
·                     Cessione immobili. Non sono più necessarie le dichiarazioni di conformità catastali e l’attestato di prestazione energetica all’atto di cessione dell’immobile: queste documentazioni potranno essere prodotte anche successivamente.
·                     TPL Campania. Disposizione dirette a favorire l’attuazione da parte del commissario straordinario del piano di rientro del disavanzo accertato in materia di trasporto pubblico locale in Campania.
·                     Rapporti finanziari tra Roma Capitale e gestione commissariale. Il commissario straordinario è autorizzato a inserire, per un importo massimo di 115 milioni di euro nella massa passiva di cui all’articolo 14 del dl 31 maggio 2010 da destinare a partite debitorie rivenienti da obbligazioni od oneri anteriori al 28 aprile 2008. Roma Capitale può riacquisite l’esclusiva titolarità dei crediti e può avvalersi di appositi piani pluriennali per il rientro dal crediti verso le proprie partecipate.
·                     Risorse per il “Patto per Roma per la raccolta differenziata”. Sbloccati fondi, nel limite di 6 milioni di euro per il 2013, 6,5 milioni di euro per il 2014, e 7,5 milioni di euro per il 2015.
·                     Expo 2015. Per l’anno 2013 è attribuito al Comune di Milano un contributo di 25 milioni di euro a titolo di concorso al finanziamento delle spese per la realizzazione di Expo 2015.
·                     Disposizioni finanziarie in materia di Province. Limitatamente all’anno 2013, sono confermate le modalità di riparto del fondo sperimentale di riequilibrio delle province già adottate con decreto del ministro dell’Interno il 4 maggio 2012.
·                     ANAS. Il Ministero dell’Economia anticiperà alla Società le risorse disponibili per il 2013 per far fronte ai pagamenti dovuti sulla base degli stati d’avanzamento lavori.
·                     Contratto di programma RFI (Rete Ferroviaria Italiana). Al fine di consentire la prosecuzione degli interventi sulla rete ferroviaria nazionale i rapporti tra lo Stato e il Gestore sono regolati sulla base del contratto di programma 2007-2013.
·                     Trenitalia Sicilia. Il Ministero dell’Economia e Finanze è autorizzato a corrispondere a Trenitalia S.p.A. le somme previste per l’anno 2013, in relazione agli obblighi di servizio pubblico di trasporto ferroviario esercitati nella Regione Sicilia.
·                     Pagamento dei servizi ferroviari Valle d’Aosta. Lo Stato concorre per il servizio reso nel triennio 2011-2013 al pagamento diretto a Trenitalia S.p.A. dell’importo di 23 milioni di euro per l’anno 2013.
·                     Rifinanziamento della Carta Acquisti. Il fondo viene incrementato per il 2013 di 35 milioni di euro.
·                     Semplificazione del procedimento di alienazione immobili pubblici. Possibilità di attribuire all’Agenzia del Demanio la competenza a effettuare pagamenti diretti nei confronti degli acquirenti di immobili.
·                     Comitato permanente di consulenza globale e di garanzia delle privatizzazioni. Vengono prorogati i termini per il comitato tecnico e viene istituito un comitato di ministri che fa capo al presidente del Consiglio.
·                     Accise sui tabacchi. Dalla data di entrata in vigore della conversione di questo provvedimento, con decreto del Ministro dell’Economia e delle Finanze, possono essere stabilite modificazioni, nella misura massima dello 0,7%, delle aliquote di accisa e di imposta di consumo che gravano sui prodotti da fumo e loro succedanei.
·                     Alluvione Sardegna. Vengono concesse ai residenti dei Comuni alluvionati nel novembre 2013 delle proroghe negli adempimenti fiscali che ricalcano quelli già concessi per il terremoto dell’Emilia.
·                     Tassa di sbarco per le isole minori. Un’imposta da applicare fino a un massimo di 2,50 euro ai passeggeri che sbarcano sul territorio di un’isola minore, utilizzando compagnie di navigazione che forniscono collegamenti di linea o imbarcazioni che svolgono trasporto di persone a fini commerciali.

Stato spendaccione, ha un immenso patrimonio immobiliare, ma molti uffici stanno in affitto

di Salvatore Sfrecola

Leggo su La Repubblica un bell’articolo di Federico Fubini a proposito della “scoperta” di Carlo Cottarelli, il Commissario al contenimento della spesa pubblica, il quale ha accertato che grosse cifre sono spese a carico del bilancio dello Stato per l’affitto di immobili destinati ad uffici pubblici. E ciò nonostante lo Stato italiano sia, tra tutti gli stati, quello che possiede il più consistente patrimonio immobiliare.

Lo ha scoperto Cottarelli ma, per la verità, la Corte dei conti lo aveva segnalato nelle sue relazioni al Parlamento già molti anni fa. Cifre assolutamente incompatibili con le dimensioni delle proprietà immobiliari dello Stato che possiede palazzi prestigiosi, caserme storiche al centro delle città, spesso utilizzabili senza grandi interventi di ristrutturazione. Si tratta spesso di spazi vasti sui quali è facile operare. In ogni caso la natura pubblica della proprietà sottolinea il valore degli immobili per cui ogni spesa appare giustificata.

Invece accade, da anni, che le amministrazioni pubbliche pagano rilevanti canoni a privati ma anche ad enti pubblici. Una politica folle. Immaginate una famiglia che, avendo proprietà immobiliari, ne lascia alcune libere ed affitta locali per i figli o per attività di famiglia.

Una famiglia provvederebbe a ristrutturare il patrimonio. Ne venderebbe le porzioni per comprarne di più adatte alle esigenze. Non serve una caserma al centro di una città? Si vende ad albergatore e, con il ricavato, si costruisce un immobile più funzionale.

Questo farebbe una famiglia. Ma lo Stato prende in locazione immobili spesso all’evidente scopo di favorire l’ente o il privato proprietario. Del resto tutto il programma di privatizzazioni degli immobili degli enti previdenziali è servito in primo luogo ad arricchire gli intermediari, che hanno poi rivenduto agli inquilini, a prezzi maggiorati, con una operazione sul piano sociale folle. Perché quelle famiglie sono state gravate di mutui pesanti che ne hanno limitato fortemente la capacità di spesa. In sostanza è stata fatta una operazione priva del valore sociale che ci si attendeva. È vero che abbiamo creato nuovi proprietari, ma è stato fatto nel peggiore dei modi quando sarebbe stato possibile, con una intelligente collaborazione delle banche patrocinata dallo Stato, far pagare un canone di poco superiore ai vecchi canoni di locazione.
Lo aveva proposto il Ministro dei lavori pubblici Giovanni Prandini all’inizio degli anni ’90, ma aveva trovato l’opposizione della solita lobby.

“La famiglia dei ministeri italiani, di cui si occupa il nuovo commissario per la spending review, scrive Fubini, pur di risiedere in immobili in affitto non esita a contrarre debiti fuori bilancio. Questi ultimi valevano un miliardo di euro nel 2011, l’ultimo anno per il quale esistano dati consultabili e ufficiali. Nel frattempo, il Demanio dello Stato gestiva immobili inutilizzati di sua proprietà per un valore di vari miliardi di euro”.

È evidente che può accadere che nelle more di una ristrutturazione o dell’acquisto di un nuovo immobile sia utile, per un periodo limitato, il ricorso ad un immobile in affitto. Ma questa deve essere l’eccezione, non la regola.

Un esempio che abbiamo già fatto, ma ne potremmo fare altri. A Torino Corte dei conti, Tribunale Amministrativo Regionale del Piemonte ed Avvocatura distrettuale dello Stato sono in affitto. Lo Stato paga molte centinaia di migliaia di euro l’anno, mentre al centro della città una caserma, la De Sonnaz, consentirebbe l’allocazione dei tre uffici, così costituendo una sorta di cittadella giudiziaria, con vantaggi innegabili per le finanze dell’Amministrazione e per l’utenza.

Riuscirà Carlo Cottarelli ad invertire la tendenza all’affitto stimolando una virtuosa gestione del patrimonio pubblico? Ce lo auguriamo, per la dignità dello Stato e la salvaguardia del bilancio pubblico. Perché dall’articolo di Repubblica si apprende che “ufficialmente oggi i ministeri nel complesso spendono in affitti di circa 750 milioni di euro l’anno, senza contare gli enti decentrati, la sanità pubblica e le società partecipate dallo Stato. Il sospetto – o la certezza – è che in molti casi i contratti siano stati fatti a prezzi superiori al mercato a favore dei notabili locali che possiedono i palazzi”.

“Poi appunto c’è il capitolo dei palazzi pubblici inutilizzati. Cottarelli ha chiesto a Stefano Scalera, direttore dell’Agenzia del Demanio, un quadro sugli immobili nei quali possano traslocare gli uffici ministeriali. Ad oggi esistono palazzi vuoti del Demanio per un valore di circa cinque miliardi di euro, benché non tutti utilizzabili subito. La ricognizione tecnica comunque procede spedita. Tra non molto, dare un (vero) taglio agli sprechi dello Stato inquilino sarà una scelta puramente politica”.

Stiamo a vedere.

16 dicembre 2013
Cominciamo dal turismo. Cambiare il modello di sviluppo per favorire la ripresa economica e l’occupazione
di Salvatore Sfrecola
Questa mattina, nel corso di Omnibus, la trasmissione di approfondimento delle La7, il conduttore, Andrea Pancani, impegnato a stimolare il confronto tra i partecipanti sul tema della crisi economica e delle prospettive di ripresa e di occupazione, ha evocato l’esigenza, sulla quale questo giornale si è diffuso ripetutamente, di cambiare modello di sviluppo, cioè di individuare linee di politica economica che per le caratteristiche del nostro Paese si possono rivelare più adeguate al momento.
La sollecitazione non è stata colta dai partecipanti alla trasmissione i quali hanno continuato a dibattere in modo astratto, come accade di frequente a persone guidate dall’ideologia dell’area politica di riferimento dei rispettivi giornali.
Invece, sarebbe stato utile cominciare l’approfondimento di un tema che certamente è fondamentale per uscire dalla crisi. Perché se c’è una crisi mondiale c’è anche una crisi nazionale, come dimostra il fatto che ogni paese ha dato una risposta diversa alle difficoltà economiche e di occupazione, sia sul piano strettamente normativo, come per la disciplina dei rapporti di lavoro, sia sotto il profilo delle politiche economiche, industriali, commerciali, della distribuzione e della esportazione, in qualche modo contrastando l’andamento depressivo del ciclo economico.
Come detto ne abbiamo parlato più volte mettendo in risalto come il tessuto produttivo italiano, caratterizzato da piccole e medie imprese specializzate nel settore agroalimentare, dell’abbigliamento, dell’artigianato, nelle forme più diverse che caratterizzano ogni regione italiana, possa rappresentare un’occasione straordinaria per la ripresa economica, mettendo insieme i pezzi vari della produzione di beni e servizi in un’ottica che veda il turismo come motore di coordinamento delle varie attività prima richiamate, considerata la valenza della presenza di visitatori in tutte le aree del Paese, sia interni che provenienti da paesi esteri. Occorre comprendere, infatti, cosa che non sembra sufficientemente tenuta in considerazione, che in questo Paese, il quale possiede tre quarti del patrimonio storico artistico mondiale non solo in termini di quantità di beni ma anche di qualità degli stessi, i motivi del turismo interno e internazionale sono dovuti proprio all’interesse che musei e aree archeologiche rivestono per larghissimi strati della popolazione mondiale, anche per essere queste bellezze artistiche collocate in un contesto ambientale eccezionalmente bello. E non c’è area d’Italia, dalle Alpi al Lilibeo, che possa dirsi meno bella, meno interessante, meno ricca di reperti archeologici e di beni museali.
È evidente che un modello di sviluppo dell’economia italiana non può prescindere da questa ricchezza e dall’attrattiva che essa esercita al di qua e al di là degli oceani. Il turismo, culturale e religioso, considerato anche che l’arte e spesso di ispirazione religiosa, è una riserva enorme di posti di lavoro, perché coinvolge tutto il Paese e può essere notevolmente potenziato mettendo a disposizione di chi viene in Italia per ammirare le sue bellezze strutture adeguate, impianti recettivi che possano assicurare anche le cosiddette attività di benessere delle persone, mentre è evidente che il turista italiano ed estero è anche attirato dalla varietà delle offerte che provengono dal settore enogastronomico e dell’artigianato.
Tanto per fare un esempio in una regione ricca di arte e di luoghi di culto come l’Umbria il turista che visita Perugia, Assisi, Gubbio, Todi non potrà fare a meno di passare qualche ora sul lago Trasimeno ricco di storia o sul lago di Piediluco e magari comprare una bottiglia di ottimo vino, di olio purissimo e portare a casa una ceramica di Deruta, tanto per fare qualche esempio.
Tornando nella sua città, in Italia o all’estero, il turista si trasforma in un ambasciatore della bellezza italiana  e della bontà dei prodotti della natura e dell’artigianato, in tal modo fornendo loro una pubblicità gratuita che sarebbe molto impegnativo costruire attraverso istituzioni pubbliche o private.
Certamente spetta alle autorità anche un controllo degli esercizi commerciali. Perché è di grande disdoro per il Paese e pubblicità negativa il fatto che un turista sia turlupinato in un bar o in un ristorante da disonesti gestori nei confronti dei quali non vengono applicate adeguate sanzioni. Un esercente che fa pagare decine di euro una modesta consumazione va chiuso immediatamente perché il turista che torna nel suo paese possa dire di essere stato truffato ma che la legge italiana ha punito il responsabile. Invece noi applichiamo sanzioni con ritardo, con grande ritardo sicché l’effetto deterrente nei confronti dei disonesti svanisce.
Se il governo italiano arriverà a comprendere l’esigenza di modificare nel senso che abbiamo indicato il modello di sviluppo e potrebbe agevolmente farsene portatore Matteo Renzi, sindaco di una delle più belle città d’arte, troveremmo sicuramente un aiuto significativo all’economia italiana e all’occupazione che tornerebbe ad essere quella che un tempo era considerata la prima delle economie turistiche. Certo servono iniziative appropriate, semplificazioni intelligenti nello sviluppo delle iniziative imprenditoriali e nel controllo della loro corretta gestione e contestualmente occorre l’adeguamento delle strutture esistenti, anche di quelle viarie, portuali e aeroportuali in modo da favorire l’accesso alle aree ad elevato interesse turistico con una individuazione di nuove località turistiche, soprattutto dell’Italia meridionale, non sufficientemente sviluppate o conosciute.
Occorre un grande progetto, un progetto nazionale che non escluda le regioni ma che non trovi delle regioni quegli impacci che attualmente impediscono lo sviluppo di una politica turistica globale. È stato infatti, certamente un errore aver attribuito alle regioni la competenza in materia turistica come hanno dimostrato per le consuete gelosie che attanagliano questo Paese e che impediscono che si sviluppi una vera moderna politica turistica.
Di nuovo modello di sviluppo si parla di tanto in tanto, ma l’espressione viene lasciata la come un promemoria che nessuno prende in considerazione nonostante l’evidenza delle importanti opportunità che si presentano ai giovani in un contesto di attività di varia qualificazione tutte di elevato valore culturale.
In questo contesto, cioè nella quando di una economia che trova nella cultura una delle ragioni forti del suo sviluppo, dobbiamo tener presente che ci sono delle attività che destano un grande interesse per l’Italia in giro per il mondo. Si pensi alle attività musicali, ai conservatori di musica, alle orchestre che attirano come studenti o come esecutori moltissimi musicisti stranieri. La cultura  deve essere, dunque, al centro del modello di sviluppo, di un modello di sviluppo e voglia riportare l’Italia in una condizione economica salda e di ampia occupazione.
15 dicembre 2013
L’entusiasmo e l’esperienza
di Salvatore Sfrecola
Non c’è dubbio che abbia colpito positivamente l’attenzione dell’opinione pubblica e dei commentatori il fatto che Matteo Renzi, a poche ore dal risultato delle primarie, abbia presentato il suo staff, una segreteria composta da giovani, meno che quarantenni, i quali lo hanno aiutato negli ultimi mesi seguendo per lui le problematiche relative a vari settori, dalle riforme all’economia, dal lavoro alle infrastrutture e via dicendo.
Questa imbarcata di giovani, tutti professionalmente qualificati, ha sollevato peraltro alcune critiche in relazione al fatto che, come pure Renzi aveva detto nel discorso subito dopo la comunicazione dei risultati elettorali, le idee nuove non sono un fatto anagrafico ma corrispondono alla capacità della persona di immaginare e realizzare obiettivi di politica istituzionale, economica e sociale. In tal modo facendo ritenere che avrebbe arruolato fra i suoi collaboratori non soltanto giovanissimi ma anche altri, meno giovani, ma ugualmente innovatori e dotati di una qualche esperienza nelle istituzioni della Repubblica.
Non lo ha fatto in questa fase, molto probabilmente per confermare agli occhi della gente questa scelta di rinnovamento profondo nel quale si è impegnato, ma è certo che Renzi, che ha dimostrato di saper impersonare il buonsenso, si avvarrà di colleghi di partito e di consulenti anche tratti tra persone di maggiore esperienza e di specifica conoscenza nelle varie politiche pubbliche.
È infatti evidente che molte delle questioni all’ordine del giorno, le quali consistono nella necessità di passare dalla formulazione teorica alla realtà delle realizzazioni, dalla impostazione di un problema alla sua concreta attuazione, richiedono una approfondita conoscenza del fenomeno che si vuole disciplinare, delle leggi che lo riguardano, della normativa dell’amministrazione e della capacità degli uomini che ad esso sono applicate perché solo con il concorso di queste positive conoscenze è possibile realizzare gli obiettivi dell’indirizzo politico amministrativo in modo da soddisfare le esigenze che si intendono affidare alla cura del Governo e del Parlamento.
In sostanza, si vuol dire che non sfuggirà certamente a Renzi che per impostare bene un programma e per decidere sulla sua corretta realizzazione è necessaria una conoscenza non solo teorica ma anche pratica del settore nel quale si intende operare. Ed anche qualche dato storico su come le cose sono andate fino a questo momento, i successi ed i fallimenti degli anni passati. Lo dimostra l’insuccesso tante volte verificato di programmi costruiti in laboratori universitari anche prestigiosi, nella considerazione che quei progetti non tenevano conto della reale situazione sulla quale si voleva intervenire e della normativa di settore. La conoscenza delle reali dimensioni e caratteristiche di un fenomeno, di un aspetto della vita economica e sociale o istituzionale è necessaria per capire quali sono le esigenze che emergono e che si intende affrontare. La realtà in sostanza è spesso diversa, molto diversa, da quella che si immaginano nelle istituzioni culturali e scientifiche in ragione delle variabili numerose che poi caratterizzano la vita di un certo settore economico e sociale. Ugualmente la conoscenza della normativa di settore, che non può non essere un punto di riferimento anche per chi intende innovare anche profondamente che va approfondita nella sua concreta capacità di realizzare o di non realizzare gli obiettivi di politica economica e sociale oggetto della riflessione e della proposta. Sicché chi volesse dare una prospettiva diversa, nuova e più moderna, ad un particolare aspetto della vita delle persone e delle istituzioni dovrebbe intervenire sulla legislazione di settore modificandola, ma avendone effettivamente percepito difficoltà e pregi. Il rischio, in assenza di questa analisi, è quello di non migliorare la situazione ma di creare ulteriori aggravi, ulteriori difficoltà. Com’è accaduto sovente in passato. Un esempio classico la riforma del titolo quinto nella seconda parte della Costituzione immaginata per rendere più responsabile l’amministrazione locale in uno spirito “federalista” ma rivelatasi una fucina di contenzioso che impegna la Corte costituzionale senza realizzare quegli obiettivi di politica economica e sociale che si intendevano come prioritari nel quadro di una nuova articolazione degli enti che costituiscono la Repubblica. Oggi, di quella riforma del 2001 tutti dicono male, compresi coloro che l’hanno voluta, sicché è nei programmi di tutti una rivisitazione approfondita di questa parte essenziale della nostra Carta fondamentale.
Tutte queste esigenze di intervento, importanti e fondamentali nell’ottica di Matteo Renzi, richiedono approfondimenti severi e rapidi perché il Paese non può attendere ulteriormente il rinnovamento della legislazione in molti settori destinati a concorrere alla crescita dell’economia.
Vogliamo dunque sottolineare l’importanza, che certamente non sfuggirà a Renzi, di avere quella straordinaria capacità tecnica di impiegare al meglio le risorse umane disponibili mettendo insieme entusiasmo ed esperienza, l’entusiasmo dei giovani e l’esperienza che, come diceva un mio antico collega, non è dovuto all’età ma alla capacità, che alcuni hanno, di far fruttare intuizione e impegno maturali sul campo.
È la sfida che attende Renzi, la sfida con la quale si misurano tutti coloro i quali si impegnano in politica, che non sempre viene vinta perché non sempre chi comanda ha effettivamente le doti di capo, cioè di delineare gli obiettivi e di guidare la struttura, l’apparato alla loro realizzazione, scegliendo sempre i migliori. È quella che Alberoni chiama l'”Arte del comando”, un’arte difficile nella quale eccellono solo coloro che la storia, poi, incorona come capi.
10 dicembre 2013
Renzi: la grande sfida
di Senator
L’occasione è unica, irripetibile. Presentare agli italiani una sinistra democratica, progressista, europea, che ha archiviato il comunismo, ne ha percepito il fallimento mondiale, guarda al futuro con la serena consapevolezza di poter dare un contributo alla ripresa economica del Paese in un contesto di generalizzato benessere.
Da oggi Matteo Renzi è impegnato in una missione difficile, non tanto perché deve far tacere l’ala marxista del partito, quella che non si arrende, e vede in Massimo D’Alema l’espressione delle radici storiche, colui che, all’indomani della presentazione del simbolo del partito democratico, richiamava con orgoglio la falce e martello posti alla base e fra le radici della quercia.
Riuscirà Renzi nell’impresa? Non solo difficile ma anche da realizzare in tempi brevi perché altrimenti l’effetto sull’elettorato di centro sinistra della sua campagna elettorale dei messaggi che ha lanciato alla sinistra e al paese rischia di sfarinarsi. Tempi brevi, perché incombe la legge di stabilità la quale non offre alle famiglie via via impoverite, ai giovani senza lavoro, agli imprenditori in difficoltà, prospettive che possano far intravedere in tempi medi la soluzione dei vari problemi che attanagliano questo Paese.
Missione difficile per i tempi ristretti, per la coperta troppo corta, come dimostra l’ardua ricerca di risorse da recuperare, senza che i proclamati, generici obiettivi di riduzione della spesa pubblica vadano oltre i tagli lineari di tremontiana memoria, quei tagli lineari che hanno dato un duro colpo alle pubbliche amministrazioni e alle imprese. Alle pubbliche amministrazioni perché in molti casi hanno ridotto la loro capacità di operare, alle imprese perché le ha private di un solido e importante cliente, le pubbliche amministrazioni appunto.
Riuscirà il neo segretario del Partito Democratico nei tempi brevi che gli sono concessi sulla legge finanziaria a ottenere qualche norma, qualche intervento che dia immediata fiducia ai cittadini alle imprese? Da questo punto di vista Napolitano e Letta non sono stati alleati di Renzi. Perché consapevoli della sua vittoria non avrebbero dovuto accelerare sulla fiducia al governo, in tal modo impedendo al neo segretario di chiedere e di ottenere le modifiche alla legge di stabilità che potrebbero garantire nuovi consensi al partito e al governo. Oltre che alla componente NuovoCentrodestra che ha bisogno di risultati per dimostrare di esistere alla luce dell’attacco che Berlusconi va portando al governo allo scopo di ottenere lo scioglimento delle camere e il voto in contemporanea con le elezioni parlamentari europee.
Forse Enrico letta non ha considerato che a lui sarebbero venuti vantaggi dal seguire l’onda benefica del sindaco di Firenze. E adesso si pone il problema in tempi brevi di come portare e presentare al popolo italiano alcuni dei risultati per i quali Matteo Renzi si è impegnato nella travolgente campagna elettorale che i cittadini hanno apprezzato votando per lui. Un voto va ricordato, che non proviene dai giovani, se non in misura modesta, ma da persone di maggiore anzianità, il che vuol dire che una parte consistente del partito democratico si è affrancata dalla vecchia esperienza del Partito comunista, del Partito democratico di sinistra, dei Democratici di sinistra, dell’Ulivo, cioè di tutte quelle espressioni che volevano convincere di una novità che in realtà era un rimescolamento delle carte all’interno di una struttura che aveva dimostrato nel tempo di poter presentare uno zoccolo duro legato alla tradizione del partito di Palmiro Togliatti.
E questo passaggio delicato che potrebbe creare una impegnativa diatriba con il Presidente del consiglio e forse anche con il Quirinale, sempre più interventista sulle questioni del governo e dei tempi della sua sopravvivenza. Contemporaneamente il nuovo segretario del Partito Democratico deve portare a casa in tempi rapidi una nuova legge elettorale, cioè deve ottenere una maggioranza su uno dei tanti modelli che sono a disposizione dei giuristi e dei politici sulla base di esperienze interne e internazionali. Lo deve fare perché la nuova legge elettorale in primo luogo deve riportare serenità e fiducia nei rapporti tra i cittadini e la politica, rapporti deterioratisi in modo gravissimo, al punto da far aumentare sistematicamente il partito degli astenuti che in democrazia significa proprio fiducia nella politica. Inoltre la definizione di un nuovo modello di legge elettorale ha lo scopo evidente di mettere il pepe sulla coda di chi vuol perdere tempo facendo capire che il Partito Democratico e il governo non temono il confronto con gli elettori.
È una sfida importante quella che il nuovo segretario ha di fronte, una sfida per la democrazia una sfida anche per il Centro-Destra, che, sicuramente ancora maggioritario nel Paese, ha bisogno anche esso di un Renzi, cioè di un leader nuovo, non tanto per età quanto per idee, che sia capace di guidare i moderati, restituire loro il senso delle battaglie per la legalità e per la libertà che non siano le parole vuote e di circostanza del Cavaliere condannato con sentenza passata in giudicato, ma che siano effettivo rispetto per le istituzioni e per i cittadini onesti che non evadono il fisco, rispettano le leggi, e ritrovano nella storia d’Italia figure importanti di governanti, di statisti che hanno guardato alle nuove generazioni e non al presente. Che hanno pensato di creare sviluppo e posti di lavoro e non solo di dirlo senza poi portare a casa nessuno di questi obiettivi.
Questi cittadini italiani oggi hanno di fronte un Partito Democratico che non può dirsi comunista e quindi possono essere attratti dalle parole del sindaco di Firenze ma possono anche essere galvanizzati da un nuovo leader di destra il quale proponga le idee ed indichi obiettivi propri di un partito conservatore democratico e liberale alla moda europea, quel partito conservatore liberale dei moderati che Silvio Berlusconi non è stato capace di realizzare, impegnato a difendere le proprie imprese, i propri interessi e quelli dei suoi amici i quali troppo spesso sono incappati nelle maglie della giustizia che non possiamo dire essere al servizio del nemico perché ne sono prova inoppugnabile le sentenze e il lavorio enorme che ha impegnato per anni il Parlamento in tema di giustizia per frenare i giudici.
9 dicembre 2013
Le semplificazioni nel paese dei balocchi. I furbetti dell’autocertificazione
di Salvatore Sfrecola
Stavolta si tratta di studenti universitari che hanno risparmiato un bel po’ di tasse attestando falsamente con dichiarazioni sostitutive fatti, stati e qualità personali a prescindere dall’esibizione dei relativi certificati.
È la cosiddetta “autocertificazione” che negli ultimi anni, a partire dalla legge n. 15 del 1968, si è via via sempre più affermata per soddisfare ad una duplice esigenza: alleggerire il carico di lavoro dei pubblici uffici (specie comunali, quelli che, appunto, rilasciano determinati certificati) e consentire al privato di poter provare, nei suoi rapporti con l’amministrazione, l’esistenza di fatti, atti, rapporti, stati e qualità di sua conoscenza. Vi provvede oggi il testo unico sulla documentazione amministrativa (d.lgs. n. 445/2000) che disciplina la produzione di atti e documenti agli organi della pubblica amministrazione, nonché ai gestori di pubblici servizi nei rapporti tra loro e in quelli con l’utenza, e ai privati che vi consentano.
Nei confronti delle pubbliche amministrazioni si può utilizzare unicamente l’istituto giuridico della dichiarazione sostitutiva, atto del privato idoneo a sostituire una certificazione pubblica producendone lo stesso effetto giuridico.
È la tecnica della semplificazione estesa a vari settori e sempre richiamata come regola della buona amministrazione, delle cosiddette buone pratiche alle quali deve necessariamente guardare uno stato moderno per evitare quelle lungaggini burocratiche le quali nascondono inevitabilmente anche il pericolo della ricerca di scorciatoie illecite.
Giustissimo ed auspicato sbocco per molte procedure anche nel campo dell’apertura e gestione di impianti commerciali e industriali.
Giustissimo se questa accelerazione delle pratiche burocratiche fosse assistita da idonei controlli ex post, magari a campione, in modo da evitare le furbizie che in questa occasione sono state accertate dalla Guardia di Finanza. Episodi nei quali la dichiarazione Isee (Indicatore della situazione economica equivalente) per gli atenei di Roma è risultata falsa in oltre il 60 per cento. Questa è, infatti, la percentuale di studenti dei tre atenei della Capitale che si finge bisognoso per scroccare borse di studio, affitti calmierati, sconti sui trasporti e assegni.
Una vergogna. Perché la violazione delle norme che prevedono la graduatoria nella partecipazione a questi benefici non è solo un illecito (le dichiarazioni sostitutive vengono assunte sotto la propria responsabilità penale) ma ha l’effetto di privare del diritto chi ne aveva effettivo diritto.
La Finanza ha scoperto di tutto. La ragazza con il padre proprietario di una Ferrari e di case di lusso, che ha dichiarato un reddito di 19 mila euro l’anno per risparmiare sulle tasse universitarie, la 19enne con un reddito di oltre 75 mila euro l’anno che ne ha autocertificati poco più di 5 mila. E l’avvocato, con tre figli universitari, proprietario di casa che godeva ingiustamente di sconti, bonus per la mensa e agevolazioni sulle tasse. I risultati dei controlli sono stati presentati in occasione della firma di un protocollo tra Fiamme Gialle, Regione Lazio e Università La Sapienza, Tor Vergata e Roma Tre e l’Ente regionale per il diritto allo studio (Adisu).
“Un patto anti-furbetti”, lo ha definito il generale Ivano Maccani, Comandante provinciale della Guardia di Finanza di Roma.
Non è la prima volta e non sarà neppure l’ultima che verrà alla luce. L’augurio è che con gli strumenti di controllo informatico dei quali oggi dispongono le pubbliche amministrazioni i “furbetti” abbiano sempre meno spazio.
In questo modo sarà possibile tracciare una strada effettiva alle semplificazioni che in vari settori vengono richieste, quale doveroso apporto all’efficienza dell’Amministrazione ed allo sviluppo delle attività industriali e commerciali.
Semplificare, per concorrere a far ripartire l’economia in un contesto di legalità e di efficienza
Si deve e si può.
5 dicembre 2013
La denuncia del Procuratore di Prato. Il far west nel cuore d’Italia, ovvero quando lo Stato è assente
di Salvatore Sfrecola
Preoccupa molto che un uomo delle istituzioni, non uno qualunque, ma il Procuratore della Repubblica di Prato, affermi che il territorio di sua competenza e come un Far West, cioè nell’immaginario collettivo un luogo fuori controllo, dove i reati non vengono perseguiti perché non c’è lo Stato. Preoccupa perché deve essere costato non poco al dottor Piero Tony  lanciare questo grido di allarme all’indomani dell’incendio che ha fatto sette vittime nel capannone adibito da cinesi a laboratorio, un fatto che, già ad una prima valutazione, si presenta come connotato da più fatti di rilevanza penale. Tra i reati contestati, ha spiegato il procuratore “Il disastro colposo, l’omicidio colposo plurimo, il reato di omissione di norme di sicurezza e sfruttamento di manodopera clandestina”.
“La maggior parte delle aziende – dice il Procuratore – sono organizzate così: è il far west”. “I controlli sulla sicurezza e su ciò che è collegabile al lavoro, nonostante l’impegno di tutte le amministrazioni e delle forze dell’ordine, sono insufficienti. Siamo sottodimensionati: noi, ha spiegato, siamo tarati su una città che non esiste più, una città di 30 anni fa”.
Sottodimensionati. Eppure che Prato non fosse l’oasi della legalità lo avevamo percepito in molti, anche solo a leggere i giornali, a sentire le proteste degli imprenditori italiani schiacciati dalla concorrenza dei colleghi dagli occhi a mandorla.
Sottodimensionati. Il che significa che i pur rilevanti poteri di intervento assegnati al magistrato dalle leggi, per mezzo di Carabinieri, Polizia di Stato, Guardia di finanza, Polizia municipale, Ispettorato del lavoro, in funzione di prevenzione e di repressione della molteplicità di reati cui si è fatto cenno, non possono essere esercitati quanto meno in misura adeguata. Anche attraverso una sistematica rilevazione delle condizioni di lavoro e di salute di quanti operano nelle fabbriche e nei laboratori della città e della provincia. Magari con indagini mirate, modulate attraverso la percezione dei fenomeni.
Avrà avuto remore il magistrato a denunciare l’assenza dello Stato. Certamente dolorosa per chi è abituato a servire le istituzioni al meglio, a rappresentarle personalmente, si potrebbe dire ad incarnarle agli occhi dei  cittadini.
Questo grido d’allarme cadrà nel silenzio, come spesso è accaduto in passato quando la denuncia riguardava la criminalità organizzata e la sua aggressione allo Stato ed ai cittadini, o muoverà le coscienze dei politici perché, consapevoli della gravità della situazione, abbiano uno scatto di orgoglio e forniscano la magistratura dei mezzi per far fronte all’emergenza. Per restituire agli occhi del cittadino quel prestigio, quella autorevolezza dei quali lo Stato ha assolutamente bisogno.
4 dicembre 2013
I “giovani vecchi” di Berlusconi
di Senator
Reclutati da Daniela Santanchè e capitanati da Annagrazia Calabria i “giovani” di ForzaItalia parlano in TV recitando una lezioncina evidentemente imparata a memoria. Dichiarazioni che si segnalano non per la tanto per la omogeneità del contenuto, in qualche modo comprensibile, ma per la identità degli slogan ripetuti senza anima.
Nulla di nuovo, dunque, in uno schieramento che pure rappresenta certamente la maggioranza degli italiani. Continua a non comprendere il Cavaliere la necessità di schierare persone vere, provenienti dalla società civile capaci di esprimere sentimenti ed aspettative, di suggerire proposte concrete e praticabili. Ciò che non è accaduto negli ultimi venti anni della storia politica di ForzaItalia-Popolo della libertà-ForzaItalia. Infatti, la più consistente maggioranza della storia della Repubblica non è riuscita a fare una riforma degna di questo nome.
Nessun risultato apprezzabile nè apprezzato, come dimostra la paurosa diaspora dei voti, sei milioni passati in parte a Grillo e al suo Movimento 5 Stelle, in parte al partito dell’astensione.
Il fatto è che Berlusconi non ha mai dimostrato capacità di organizzare una squadra di elevata capacità operativa. Infatti o mette in campo personaggi modesti del tutto inconcludenti o bravi professionisti che scelgono il ruolo di yes men, che non intendono contraddire il capo che non tollera non dico dissenso ma neppure suggerimenti. Così sono usciti di scena i Martino e i Marzano, i Pera e il primo fra tutti, fin dal 1994, quel Raffaele Costa campione autenticamente liberale della lotta agli sprechi e delle semplificazioni. Colpisce che un imprenditore abituato a lottare sul mercato non abbia compreso, una volta assunto un ruolo politico, che per vincere e continuare a vincere, cioè a soddisfare l’elettorato, è necessaria una squadra forte, coesa, capace di battere gli avversari e di stupirli con fantasia e determinazione. Stupisce che il Cavaliere non abbia saputo seguire quel Napoleone, da tanti evocato come capo tra i più capaci della storia politica e militare, che sapeva scegliere i migliori, sicuro di poterli dominare e guidare, consapevole delle proprie capacità.
E’ questo, diranno gli storici, il limite di Berlusconi, grande comunicatore ma incapace realizzatore, animato da un formalismo che lo ha portato negli anni e lo porta ancora oggi a scegliere giovani, di età spesso non di idee, di gradevole aspetto, specie se donne. E li tiene ingabbiati in schemi rigidi, politicamente improduttivi.
Il Cavaliere, in sostanza distingue collaboratori ee esponenti del partito ai vari livelli istituzionali e territoriali per l’età anagrafica, non per la freschezza delle idee, perché l’esperienza insegna che ci sono rassegnati e privi di idee tanto tra gli anziani quanto tra i giovani, così la fantasia l’entusiasmo e l’impegno non sono un fatto anagrafico.
Manca al cavaliere l’umiltà dei grandi, la capacità di ascoltare, di imparare dagli altri. Eppure si dice che studi Grillo e il grillismo, che nel rifugio di Arcore ascolti per ore i discorsi del comico genovese che riesce, come spesso gli uomini che praticano la satira, ad incarnare i sentimenti di gran parte degli italiani, dalla protesta alla proposta, che poi è la conseguenza della prima.
Al Cavaliere basta sopravvivere? Sembra, un atteggiamento che evidentemente deluderà anche i fan più determinati a seguirlo fino alla fine.
3 dicembre 2013
I Marò, l’India e noi, ambigui e irresoluti
di Salvatore Sfrecola
Su http://storiacostumeculturasocieta.blogspot.com Giuseppe Bellantonio, all’indomani della notizia, poi smentita, della riconducibilità ad un delitto passibile di pena capitale della vicenda dei nostri due Fucilieri di Marina del Battaglione San Marco, Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, in piena bagarre, l’ennesima dall’incidente del 15 febbraio 2012 al largo della costa dell’India sud occidentale, nei pressi dello Stato meridionale del Kerala, si soffermava sul caso invitando l’autorità ad agire e noi tutti alla preghiera.
“Sarebbe ora – scrive Bellantonio – che su questa triste e delicatissima vicenda calasse il sipario, che si concludesse, restituendo ai nostri Marò la preziosa Libertà di cui sono oggi privati.
“Ristabilire la Verità – una ed una sola – è interesse della Giustizia, e così dovrebbe essere in ogni parte del Mondo, al di là della diversità di lingue, di costumi, di regimi politici, di religioni.
“Il modo in cui viene amministrata la Giustizia è il metro principale con cui si misura la valenza, il “peso”, di una Nazione e quindi gran parte della sua credibilità: questo ad ogni latitudine, quantomeno nelle Nazioni progredite ovvero in via di sviluppo.
“Ma è il caso di ricordare che questi parametri – civiltà, progresso sociale, cultura di un popolo – conclude Bellantonio, sono comunque relativi, poiché esistono contesti minori ma non meno importanti, anche riferite a piccole realtà sociali come pure a contesti c.d. tribali, dove la giustizia viene amministrata in modo preciso, rapido e impeccabile, con modalità improntate al buon senso, all’equità ed all’immediatezza del rigore”.
“Credo che nel caso dei nostri due Marò, la Verità sia ormai in possesso di chi deve e può decidere.
Così che oggi la questione si riduce ad un quesito: perché la decisione tarda ad arrivare?”
Fin qui l’articolo di Bellantonio, ma il “caso” dei marò italiani accusati di aver ucciso due pescatori indiani merita chiarimenti e considerazioni.
I chiarimenti riguardano il ruolo che rivestono i militari italiani imbarcati su navi mercantili battenti bandiera italiana, come la Enrica Lexie, di proprietà della Compagnia di trasporto marittimo Fratelli d’Amato.
Mi stupisce che qualcuno abbia avuto dubbi sull’iniziativa. È nella storia delle repubbliche marinare la predisposizione di unità militari per la difesa nelle rotte di navigazione seguite dal naviglio mercantile. La Serenissima Repubblica di Venezia si è distinta nel corso dei secoli per aver mantenuto un potente dispositivo navale a garanzia della sicurezza delle aree marittime nelle quali navigavano le navi che trasportavano merci da e per i porti più lontani. È, dunque, un interesse evidente dell’economia italiana che le nostre navi mercantili possano percorrere con sicurezza le rotte a rischio perché tutelate dalla nostra marina militare in vario modo, con la presenza in quei mari di unità armate o di uomini imbarcati sul naviglio civile.
A questo proposito, miei amici, reduci da una crociera mi hanno detto dell’accoglienza che, trovandosi la loro nave in acque pericolose, è stata riservata dai passeggeri, non solo italiani, ai fanti di marina imbarcati nel tratto di mare a rischio. Un’accoglienza che ha coinvolto anche i cittadini di altre nazioni.
La presenza di militari italiani sul naviglio mercantile è, dunque, doverosa.
Quanto all’intera vicenda sembra evidente che ci troviamo dinanzi ad un pasticcio che ha fatto perdere la faccia al nostro Paese.
In primo luogo perché il comportamento del comandante e dell’armatore doveva essere guidato dalle autorità militari italiane le quali avevano sconsigliato di entrare nelle acque territoriali indiane e nel porto di Kochi.
E qui c’è il problema della condizione giuridica delle acque nelle quali si è svolto l’incidente, non acque territoriali ma “Zona contigua” (24 migli nautiche dalla costa), secondo il Maritime Zones Act del 1976, che fa parte integrante della “Zona economica esclusiva” che si estende per 200 miglia.
Su questa zona la giurisdizione penale indiana è stata estesa con atto unilaterale del codice di rito indiano.
Quale norma prevale, la norma internazionale o la normativa processuale indiana?
Non è la prima volta che ci troviamo ad affrontare un tale problema con gli stati rivieraschi mediterranei dove unilateralmente vengono ampliati i limiti delle acque sulle quali esercitare la giurisdizione. È accaduto ripetutamente con la Libia, accadeva spesso con la Croazia.
Rifuggiamo dalla prepotenza, ma in questo caso c’erano le condizioni per processare in Italia i nostri fucilieri, magari con la costituzione in giudizio dei parenti delle vittime o dell’India.
Invece abbiamo fatto una serie di figuracce, come quella della licenza dalla quale in un primo tempo si voleva che i due marò non tornassero in India nonostante la parola data, tra l’altro mettendo nei guai l’ambasciatore.
Queste vicende si risolvono trattati internazionali alla mano o in sede diplomatica. Nessuno stato avrebbe mollato suoi militari comunque in servizio. Non c’è bisogno di richiamare il caso del Cernis, quando i piloti americani responsabili di una strage i nostri giudici non li hanno visti neppure con il cannocchiale.
Occorreva una azione vigorosa, lineare con il diritto. Ad esempio perché la Procura della Repubblica di Roma non li ha imputati di un presunto omicidio, sia pure colposo e trattenuti in Italia?
Si ha l’impressione che abbiano pesato altre vicende, come quella della presunta corruzione nelle forniture di una azienda di Finmeccanica. Cose che si possono capire ma che non si possono ammettere quando è in gioco il prestigio del Paese di fronte ad uno stato, il Kerala, i cui governanti evidentemente hanno sfruttato il caso in vista delle elezioni.
Ambiguità italiote, come altre volte, a livello politico. Comportamenti che si pagano, cari.
2 dicembre 2013

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