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Gennaio 2015

In vista dell’elezione del Presidente della Repubblica
Un dibattito immiserito da giochi di potere
ed interessi di parte
di Salvatore Sfrecola

Il dibattito di questi giorni intorno ai nomi dei possibili candidati alla Presidenza della Repubblica suggeriscono alcune considerazioni, prevalentemente sconfortanti. Non faccio nomi ma devo constatare che quelli immaginati dai giornalisti e dai politici ospiti delle trasmissioni di approfondimento vengono gettati in pasto all’opinione pubblica per motivi che esulano dal ruolo che il candidato sarebbe chiamato ad esercitare se eletto.
Sembra, in sostanza, che il futuro inquilino del Palazzo del Quirinale debba distinguersi per posizioni pro o contro qualcuno, mentre la funzione del Capo dello Stato, Costituzione alla mano, è quella di rappresentare l’unità nazionale, di favorire la più ampia intesa su riforme importanti e necessarie in un contesto di legalità. Soprattutto per quanto riguarda il funzionamento delle istituzioni, in particolare del Parlamento, che negli ultimi mesi è stato emarginato in tutte le vicende che hanno riguardato la legislazione sollecitata dal Governo. Il riferimento è ai numerosi decreti legge adottati quasi sempre in assenza dei requisiti della straordinaria necessità ed urgenza previsti dall’art. 77 della Costituzione. Un requisito che prima di tutto avrebbe dovuto verificare il Capo dello Stato, considerato che quei provvedimenti “con forza di legge” entrano in vigore immediatamente. Inoltre spetta al Capo dello Stato verificare che i provvedimenti portati alla sua firma corrispondano alla deliberazione del Consiglio dei ministri e, nel caso siano modificati, vi tornito per una nuova approvazione. Non è mai successo.
Queste gravi lesioni del principio di legalità hanno oscurato il ruolo delle assemblee legislative nelle quali si esprime quella “sovranità” che proviene dal popolo e che viene rimessa all’iniziativa dei suoi rappresentanti.
Con queste “disattenzioni” per le regole fondamentali di una repubblica parlamentare il Presidente della Repubblica si è fatto campione di una parte, sia pure di quella governativa assistita dalla maggioranza parlamentare, sponsorizzando le riforme provenienti da Palazzo Chigi. Non può farlo senza ledere l’autonomia delle Camere. Bene che dica quali riforme in questo quel settore vanno fatte, ma deve guardarsi dal dimostrare di propendere per una determinata opzione.
Il Presidente della Repubblica è il garante della legalità, una regola delle democrazie liberali che significa rispetto dei ruoli e attenzione per le regole del diritto, in particolare per quelle della finanza che sono regole giuridiche, come quella della copertura delle leggi che comportano nuove o maggiori spese, presidiata da Luigi Einaudi con importanti messaggi alle Camere.
Un Presidente della Repubblica effettivamente super partes, anche se abbia militato in una formazione politica, assicura a tutti i partiti ed ai movimenti presenti in Parlamento la massima attenzione nel rispetto dell’elettorato che quei deputati e senatori ha inviato a Montecitorio e Palazzo Madama.
Di tutto questo non si parla in questi giorni. Sono, invece, presenti nel dibattito meschine valutazioni su quel che potrebbe fare per essere vicino a Tizio o di Caio e funzionale alle politiche di questo o di quel partito, quando non di questa o di quella corrente di partito. In questo modo nomi importanti della vita politica italiana sono valutati nell’ottica miope di uomini miopi che non hanno compreso quale sia il ruolo del Presidente della Repubblica. E mirano a “costringerlo” nell’ambito dei propri interessi, senza ricordare che anche coloro che in passato sono stati eletti con siffatte prospettive spesso hanno deluso quanti si attendevano pedisseque adesioni a scelte politiche di parte. Evidentemente il ruolo guida le scelte.
26 gennaio 2015

Oggi al Circolo Rex

DALLA NEUTRALITA’ ALL’INTERVENTO – 28 luglio 1914 – 24 maggio 1915-
di Domenico Giglio

Nulla faceva presagire, alla fine di giugno 1914, quanto stava per avvenire a Serajevo, nel corso della visita dell’arciduca ereditario dell’Impero Austro-Ungarico Francesco Ferdinando, accompagnato dalla sua consorte, Sofia Chotek, città dove si sapeva sussistere qualche possibilità di disordini e di contestazioni, in quanto si riteneva fosse stata programmata dalla imperialregia polizia ed esercito, un adeguato servizio d’ordine e di sicurezza. Invece le vicende andarono come andarono, ma malgrado lo sdegno, la solidarietà dinastica, la riprovazione unanime che scosse tutti gli stati europei, non si immaginava ancora quello che sarebbe accaduto un mese dopo, con l’inaccettabile ultimatum dell’Austria- Ungheria, che la Serbia non poteva discutere, ma accettare integralmente, il che, non essendo avvenuto, fu ritenuto motivo sufficiente per la diplomazia austroungarica, forte del richiesto appoggio e consenso germanico, ma non di quello italiano, punto fondamentale sul quale ritorneremo, per dichiarare guerra al Regno di Serbia, che pur sapevano essere sotto l’alta protezione, per solidarietà religiosa e slava, dell’Impero Russo.
Perché doveva l’Austria-Ungheria rivolgersi anche al Regno d’Italia ? Perché così era chiaramente previsto in un articolo di quel trattato di alleanza difensivo, denominato “Triplice alleanza”, che dal 1882 legava il Regno d’Italia all’Impero Germanico ed a quello Austro-Ungarico, e doveva scattare solamente quando uno dei tre contraenti fosse stato attaccato da altre nazioni, e inoltre prevedeva compensi agli altri firmatari se uno dei tre avesse ottenuto in Europa, dei vantaggi territoriali. Per cui giustamente un autore non italiano, Oswald Uberegger, precisa: “?l’Austria e la Germania non coinvolsero l’Italia, ciò violava chiaramente le clausole del Patto difensivo che prevedevano l’obbligo di consultazione con violazione dell’art. 1 e 3?”. Purtroppo questo timore del grande impero Austroungarico nei confronti del piccolo Regno di Serbia, era da qualche tempo una costante della diplomazia austriaca, anche dopo che la stessa aveva proceduto all’annessione formale della Bosnia Erzegovina, dove era Serajevo, avvenuta nel 1908 dopo decenni, dal 1878, di amministrazione fiduciaria austriaca, ed a questo proposito si seppe che già nel 1913, senza alcun pretesto l’Austria volesse attaccare la Serbia, venendone dissuasa dal governo italiano, presieduto da Giolitti. Perciò la dichiarazione della neutralità italiana, da parte del governo presieduto da Antonio Salandra, era la logica conseguenza della violazione austriaca dei patti, anche se la stessa fu malvista ed anche vituperata da Vienna e dall’opinione pubblica austriaca che ritenevano la “servetta” Italia dovesse fare quello che decidevano i “padroni”!
La guerra iniziata vedeva perciò in campo da una parte Germania ed Austria-Ungheria, alle quali si sarebbe aggiunto diversi mesi dopo l ‘Impero Ottomano, dall’altra parte la Serbia, la Francia, il Regno Unito e l’impero Russo, mentre il neutrale Regno del Belgio, veniva attraversato dalle armate germaniche, malgrado la resistenza del suo piccolo e valoroso esercito, comandato personalmente dal Re Alberto, suscitando lo sdegno sia nei paesi della “Intesa”, termine usato per l’alleanza franco-britannica, sia nei paesi neutrali, fra i quali l’Italia.
Perché allora il Regno d’Italia si era legato all’Austria ed alla Germania? La risposta è lunga ed articolata e discende dalla solitudine dell’Italia, dopo il 1870, quando con Roma, si era completata l’unificazione del Regno, nato nel 1861, salvo il Trentino e l’Istria, quella che poi chiamammo Venezia Giulia, “?si com ‘a Pola, presso del Quarnaro, che Italia chiude e suoi termini bagna?” (Dante -canto IX-vv.113/114), in quanto la Francia, caduto Napoleone III, non ci era più amica, temendo la nostra concorrenza nel Mediterraneo ed in Africa, ed i cattolici francesi non ci perdonavano il nostro ingresso a Roma, ponendo fine all’assurdo potere temporale, che, a quei tempi molti ancora ritenevano indispensabile per l’indipendenza del Pontefice . C’era poi l’Austria che nel suo intimo avrebbe desiderato riprendersi, anche con le “cattive” il ricco Lombardo-Veneto . Rimaneva fuori la Gran Bretagna, che pur essendoci stata vicino ed amica durante il nostro processo unitario, non intendeva impegnarsi nel continente europeo, volendo ancora accrescere e consolidare il suo impero negli altri continenti, impero come mai se ne era visto, né si sarebbe visto successivamente, l’eguale.
Quanto a Spagna e Portogallo, dove era Regina Maria Pia, figlia di Vittorio Emanuele II, la loro importanza in Europa era ormai secondaria ed erano oltre tutto lontani, come lo era l’Impero Russo, che all’epoca cercava quella alleanza dei tre imperatori di Austria, Germania e Russia, che, finché fu mantenuta fino alla fine del XIX secolo, tanto contribuì alla pace europea. Rimaneva la Germania che aveva raggiunta anch’essa nel 1870 la sua unità imperiale, e con la quale il regno d’Italia era già stato alleato nella guerra del 1866 (per noi terza guerra d’indipendenza) .Qui il cancelliere Bismarck, ottenuti e raggiunti gli obiettivi territoriali con le guerre tutte vittoriose, da quella del 1864 contro la Danimarca, insieme con l’Austria, per i due ducati dello Schleswig e dell’Holstein, alla successiva guerra del 1866 contro l’Austria, alleata con il regno di Baviera, per estrometterla dalla guida degli stati tedeschi, ed infine la guerra del 1870-1871 contro la Francia, con l’acquisizione della Alsazia e della Lorena, voleva dedicarsi, sia alla politica coloniale, alla quale l’Austria non era interessata, sia al rafforzamento interno dell’Impero Germanico, ed assicurare quei decenni di pace di cui l’Europa godette fino allo sciagurato luglio 1914, quando Bismarck era morto da anni (1898), dopo essere stato estromesso nel 1890, dalla guida del governo.
In questa ottica possiamo affermare che Bismarck fu l’ideatore ed il fautore della “Triplice”, che impediva all’Austria di attaccare l’Italia, tranquillizzava l’Italia stessa e formava un blocco territoriale, che dal mare del Nord e dal mar Baltico, raggiungeva il mare Adriatico ed il Mediterraneo. Si arrivò così sotto il Governo Depretis, esponente principale della “sinistra storica”, alla firma del trattato, avvenuta a Vienna, il 20 maggio 1882, da parte del nostro ambasciatore di Robilant, trattato segreto, di carattere esclusivamente difensivo, che ripetutamente rinnovato, era ancora in vita nel 1914, trattato in cui era stato aggiunta una interessante postilla, da noi sollecitata, nella quale si precisava che non doveva essere usato “contro” la Gran Bretagna.
Se queste erano le più che giustificate motivazioni storiche della ” Triplice”, non possiamo dimenticare che in Italia, esisteva fin dal 1866 un fondo di amarezza, negli spiriti risorgimentali, per Trento e Trieste, rimaste all’Austria, chiamato “irredentismo”, che l’atteggiamento austriaco nei confronti delle esigenze scolastiche, linguistiche e culturali della minoranza di lingua italiana, in diverse occasioni provvedeva a rinfocolare, mantenendolo così vivo e vitale, come si vide proprio nel periodo che esaminiamo, quando a Trieste il principe di Hohenlohe, ancora nel 1913, emetteva una ordinanza con la quale venivano licenziati dagli impieghi i cittadini italiani, accentuando la politica slavofila che già da anni veniva svolta nell’Istria e nella Dalmazia, favorendo l’invasione dell’elemento slavo, le cui conseguenze si sono protratte anche dopo la nostra vittoria del 1918 ed hanno pesantemente determinato il destino degli italiani dopo la seconda guerra mondiale.
Di tutto ciò il Regno d’Italia era consapevole. Operava diplomaticamente, accoglieva gli italiani provenienti da queste regioni, ma non poteva scatenare una guerra, contando su di una evoluzione naturale,anche dinastica, del vicino impero, per cui lo scoppio della guerra del luglio 1914 apriva di colpo e senza alcun preavviso nuovi scenari e prospettive, alle quali non eravamo preparati  nè materialmente, né psicologicamente.
Il Regno d’Italia, non aveva nessuna colpa o responsabilità nello scoppio della guerra, come ribadito da Domenico Fisichella, nel suo recente studio “Dal risorgimento al fascismo”, anche se qualche scrittore italiano masochista sostiene questa tesi, facendo riferimento alla nostra guerra di Libia contro l’impero Ottomano, alla quale erano seguite nel 1913 le guerre balcaniche che avevano senza dubbio modificato la geografia politica della regione ed ingrandito il Regno di Serbia, ritenendola prodromica alla grande guerra, ma la tesi è facilmente opponibile dal momento che senza l’assassinio dell’Arciduca Francesco Ferdinando, nessuna guerra sarebbe scoppiata in quella estate del 1914 che ancora vedeva le località termali, come Vichy dove riposava Giolitti, ed altri siti turistici pieni di esponenti politici dei più vari paesi. Per cui giustamente Giacomo Perticone, nella sua “L’Italia contemporanea -1871- 1948”, scrive testualmente: “?l’Italia, l’unica tra le grandi potenze che avesse escluso dalla sua politica estera una soluzione del problema dell’equilibrio attraverso un conflitto armato .Gli Italiani?.credevano nella ragione, contro la forza?Era stata l’Italia l’unica che aveva gettato apertamente un ponte tra le due coalizioni europee, mettendole ..in guardia contro i facili calcoli degli stati maggiori militari? L ‘Italia aveva inequivocabilmente negato ogni solidarietà alla politica della sciabola guglielmina, alla politica della sacra “revanche” francese, ponendosi in questo modo fuori del circolo delle responsabilità che gravano, più o meno, sulle altre Potenze.
Giustamente quindi, rifacendosi alle clausole del Trattato, disattese dall’Austria, il governo Salandra, in carica dal 21 marzo 1914,raccogliendo quasi l’unanimità della Camera, il 2 agosto 1914 proclamava la neutralità dell’Italia, nel conflitto appena iniziato, ed il Ministro degli Esteri, il marchese Antonino di San Giuliano, in una nota successiva spiegava che essere neutrali non significava non provvedere alla tutela degli interessi nazionali, nota particolarmente importante perché proveniva da un ministro che dal 1910 dirigeva la nostra politica estera ed era quindi stato Ministro con Giolitti, nel precedente governo. In quanto Giolitti si era sì dimesso il 10 marzo 1914 per l’uscita dei radicali dalla sua maggioranza, ma aveva lui stesso indicato al Re il nome di Salandra come successore. E’ infatti da ricordare che già altre volte Giolitti si era ritirato dal governo, lasciando spazio temporaneo ai Fortis, ai Sonnino ed ai Luzzatti, prima di riprenderne le redini, ma questa volta il destino aveva deciso diversamente e Salandra, al governo da pochi mesi si trovò a gestire con il di San Giuliano, purtroppo già malato e che sarebbe mancato il 16 ottobre 1914, il più grave problema che l’Italia avesse dovuto affrontare e risolvere da quando era unita e con Roma Capitale. Giova qui ricordare che Antonio Salandra, di origine pugliese, nato a Troia in provincia di Foggia, era uno degli esponenti principali delle “destra” liberale, ed era tra quelli che maggiormente intendevano collegarsi con i valori patriottici e risorgimentali della “Destra storica”, dei Ricasoli, Minghetti e Sella.
L’ipotesi di scendere in campo con gli alleati della Triplice, se albergò in qualche vecchio Senatore, ambasciatore o addetto militare, non fu mai presa in considerazione per il noto motivo che era stata l’Austria ad aggredire la Serbia e non il contrario, per cui il problema era il mantenimento della neutralità o la entrata in guerra a fianco dell’Intesa, se non si fossero altrimenti ottenute le famose modifiche delle frontiere, rimaste tali dal 1866 e che vedevano centinaia di migliaia di Italiani, ancora sotto un governo straniero, da cui quell’irredentismo, che tenuto a freno per quarantanni per i motivi già esposti poteva finalmente tornare ad essere l’ago della bilancia e con l’irredentismo, si muoveva l’interventismo, che aumentava di peso di giorno in giorno e nel quale confluivano le tendenze più disparate, che ci voleva a fianco della ” cugina” Francia, dove già una “legione garibaldina” di volontari era accorsa, memore di quanto era già avvenuto con Garibaldi nel 1870, anche se di quell’intervento la Francia non gli era stata grata, avendo già avuto numerosi caduti tra i quali proprio i nipoti Bruno e Costante Garibaldi.
Abbiamo parlato di tendenze disparate dell’interventismo, a cominciare dalla massoneria, legata particolarmente alle Logge Francesi, dai repubblicani, dove riemergeva con prepotenza la componente patriottica e risorgimentale, dai sindacalisti rivoluzionari, che più antiveggenti di altri ritenevano che dalla guerra, come poi accadde, con la scomparsa di quattro imperi, sarebbe uscito un mondo del tutto diverso da quello in essere, dai futuristi ed anche dai nazionalisti dopo una iniziale sbandata. A questi via via, specie dall’ottobre si sarebbero aggiunti anche gruppi cattolici, con personalità di spicco quale Giuseppe Donati e successivamente Filippo Meda, che divenne successivamente Ministro, ed ai primi del 1915, anche gli aderenti all’Unione Popolare dei cattolici italiani, nella loro assemblea approvavano per acclamazione un ordine del giorno che affermava la necessità della piena efficienza delle Forze Armate ed invitava i cattolici a sottoscrivere il prestito nazionale di un miliardo, che, a titolo indicativo, ma significativo, ebbe poi sottoscrizioni per 1380 milioni, ed il loro Presidente, Giuseppe della Torre affermava che la neutralità era “?condizionata dall’inviolabilità di quei diritti, di quelle aspirazioni, di quegli interessi che costituiscono il patrimonio di una Nazione?che sono la vita della sua vita, la speranza di tutto il suo avvenire.”. Quanto ad altri interventisti persino un famoso anarchico Enrico Malatesta proclamava che la Monarchia neutralista era condannata e da Torino, Efisio Giglio Tois, pacifista, fondatore della Federazione Internazionale studentesca ” Corda Fratres “, telegrafava minacciosamente al Re, “se non avesse portato l’Italia in guerra, sarebbe stato spazzato via dalla rivoluzione.” E successivamente si intimò “o guerra o repubblica”, simile anche come origine a “o la repubblica o il caos”, del 1946!
Dunque il Re! Fino ad ora non avevamo mai accennato al Re, Vittorio Emanuele III. Ebbene il Re era profondamente legato alla storia ed alle tradizioni della Sua Casa, e particolarmente al Risorgimento, e da bambino non voleva giuocare nel giorno dell’anniversario della tragica giornata di Novara del 1849, per cui pur mantenendo la Triplice Alleanza, aveva intensificato i rapporti personali con la Gran Bretagna, la Francia e l’Impero Russo, recandosi e ricevendo i relativi Capi di Stato, Re, Presidenti ed Imperatori, in modo che l’Italia non fosse ritenuta esclusivamente legata agli Imperi centrali, ma aperta all’amicizia ed alla collaborazione con tutte le altre maggiori potenze dell’epoca, per preservare il bene inestimabile della pace europea, pur “pensando da irredentista”, come scrissero personalità che lo avvicinarono in quegli anni . Ed a tale proposito è bene ricordarlo e ripeterlo, il prestigio internazionale del Re era tale che a Lui furono affidate da altre nazioni, arbitrati su questioni di confini, ed a Lui si rivolse un prestigioso uomo d’affari statunitense, anche se nato in Europa, David Lubin, israelita, per i problemi della agricoltura, ottenendo il Suo consenso ed il suo aiuto, che portò, il 7 giugno 1905, alla nascita dell’Istituto Internazionale dell’Agricoltura, con sede in Roma, progenitore dell’attuale FAO, che per questo motivo ha mantenuto la sua sede nella Capitale d’Italia .
Il Re dunque, nel 1914, seguiva attentamente le vicende internazionali, ed aveva già dovuto prendere delle decisioni che si sarebbero rivelate fondamentali nel prosieguo del tempo, la prima con la nomina, 10 luglio 1914, di Luigi Cadorna, a Capo di Stato Maggiore Generale del Regio Esercito, essendo deceduto improvvisamente il primo luglio, Alberto Pollio, che ricopriva tale carica, e la nomina a Ministro degli Esteri, di Sidney Sonnino, uomo politico toscano, nato a Pisa, e più volte oltre che Ministro, Presidente del Consiglio, ed esponente della “destra” liberale, anche in questo caso per la morte del marchese di San Giuliano . Si afferma che entrambe queste personalità scomparse fossero ” tripliciste”, ma su questo punto è bene fare chiarezza. Se la Triplice era l’alleanza ufficiale del Regno d’Italia potevano due altissimi funzionari della stato remare ” contro “? Potevano, specie il Pollio, militare, uomo di vasta cultura storico-militare, autore di importantissimi studi su ” Custoza- 1866″ e su “Waterloo”, progettare piani d’azione contro gli alleati, e questo anche a prescindere dal fatto del fascino che esercitava, non solamente in Italia, lo Stato Maggiore e l’esercito germanico, il primo in Europa e nel Mondo, dopo la disfatta dell’esercito francese nel 1870 e di quello russo, nella guerra russo-giapponese del 1904 ?Quindi che fossero “triplicisti” non era assolutamente una colpa e lo stesso Cadorna, appena insediato, pensava a progetti di appoggio, in caso di guerra, all’esercito germanico sul Reno !Quanto a di San Giuliano, oltre e dopo la nota già citata sul significato della neutralità, negli ultimi travagliati mesi della sua vita, aveva già ipotizzato e studiato il distacco dalla Triplice e l’adesione all’Intesa.
Quindi la guerra dichiarata dall’Austria, modificava lo scenario, anche se come già detto l’Italia aveva scelto la neutralità, il che sul piano della guerra appena iniziata giovò alla Francia che potè così sguarnire la frontiera alpina, e ci consentiva di rivolgere la propria attenzione ai problemi dell’esercito, in quel momento ridotto a poco più di 300.000 uomini, anche a causa della recente guerra di Libia, terminata nel 1912, che aveva richiesto un notevole dispendio di uomini e di materiali, e a richiamare alcune classi per portarlo lentamente a 900.000, ed infine, quando si decise l’intervento, con la relativa mobilitazione generale, alla cifra di 1.554.535 soldati.
Che la giusta decisione del 2 agosto 1914, cioè, la neutralità non potesse essere definitiva fu presto evidente per il fronte “interventista”, ma era altrettanto evidente che l’eventuale passaggio dalla neutralità all’intervento, presentava sul piano diplomatico difficoltà gravissime, anche se proprio da Bismarck, molto tempo addietro, era venuta questa lapidaria affermazione che “..nessun popolo, sull’altare della fedeltà ad un trattato ( in altra occasione definito ” chiffon du papier “) potrà mai sacrificare le ragioni della propria esistenza “. Per cui il fronte interventista si andava ulteriormente ampliando, con la svolta del socialista Mussolini, ancora direttore dell’Avanti, che nell’ottobre passa alla neutralità “attiva ed operante”, e da lì a poco all’interventismo, con la conseguente estromissione dall’Avanti ed all’espulsione, il 29 novembre, dal Partito socialista, ed alla contemporanea nascita di un nuovo giornale, da Lui diretto, ” Il Popolo d’Italia”. Strani mesi per l’Italia quelli da agosto a dicembre 1914, quando avviene una sterzata governativa, prima con la frase del “sacro egoismo”, pronunciata da Salandra, ma particolarmente con il suo discorso, da Presidente del Consiglio, il 3 dicembre, che annuncia una “neutralità poderosamente armata e pronta”, ed i deputati della maggioranza sorgono in piedi inneggiando all’Italia ed a Trieste, atteggiamento che viene criticato da Alfredo Frassati, direttore de “La Stampa” di Torino, e senatore del Regno dal 1913, uno dei quotidiani più importanti e diffusi dell’epoca, decisamente neutralista, anche se di profonde convinzioni patriottiche, convinto che l’Italia non dovesse essere “rinunciataria”, ma neutrale, sfruttando questa sua neutralità in maniera dinamica ed attiva, utilizzando gli strumenti diplomatici e negoziando le acquisizioni territoriali con l’Austria finché fosse possibile.
Sulla sponda opposta, “Il Giornale d’Italia”, sonniniano e diretto da Alberto Bergamini, il “Secolo”, ma soprattutto l’altro maggiore quotidiano italiano, “Il Corriere della sera”, di Luigi Albertini, anche Lui senatore del Regno, che era fautore deciso dell’intervento, ritenendo la guerra “metafora della rigenerazione morale, civile e politica del paese.”, atteggiamento che avrebbe influito sulla media ed anche piccola borghesia urbana, indirizzandola verso l’intervento, e sugli studenti, da cui provennero successivamente numerosi volontari, convincendo che l’Italia, se voleva essere una potenza europea non potesse rimanere fuori dal conflitto.
Lo scontro che avrebbe assunto nel successivo 1915, anche per l’intervento di Gabriele d’Annunzio, oratore principe del fronte interventista, toni sempre più aspri e violenti, favorito anche dai mesi di incertezza, come non era accaduto nel resto dell’Europa, dove la fulmineità delle decisioni governative non dettero tempo a contrasti e polemiche e quindi furono accolte con entusiasmo dalle popolazioni e dalle forze politiche, socialisti compresi, con l’eccezione della Francia, dove il leader socialista Jean Jaurès, noto antimilitarista fu ucciso il primo agosto 1914, alla vigilia della guerra, da un nazionalista.
Abbiamo sottolineato il confronto ed il conflitto giornalistico esistente a livello dei maggiori quotidiani, ma anche nelle numerose riviste esistenti, nate nel primo quindicennio del secolo ventesimo, testimonianza di una notevole vivacità intellettuale e della volontà di uscire dal provincialismo della vecchia Italia preunitaria, ricordiamo “Lacerba”, il “Leonardo”,” Hermes”, ” Il Regno”,ma particolarmente “La Voce “, fondata nel 1908 dall’allora giovanissimo Giuseppe Prezzolini ( 1882-1982), che si firmava ” Giuliano il Sofista”, che nel 1914, prima di essere sostituita da ” La Voce politica”, erano tra le voci più qualificate e documentate a favore dell’intervento, a fianco dell’Intesa .E questo. Non solo per il raggiungimento della completa unità nazionale e territoriale, ma, come scrisse lucidamente Gaetano Salvemini perché “..la vittoria della Triplice Intesa non minaccia l’indipendenza nazionale dell’Italia né di alcun’altra nazione europea, al contrario di ciò che si deve aspettare da una vittoria austro-germanica..”, e perché “?L’Italia non essendosi fatta da sola, aspetta finalmente l’atto che la dimostrerà capace di fare da sé?”. Su queste riviste, è bene sottolinearlo, scrivevano giovani scrittori, poeti e letterati che coerenti parteciparono alla guerra, arruolandosi anche come “volontari”, pagando in molti casi con la vita la loro scelta e la loro passione da Giosuè Borsi ad Umberto Boccioni, Alberto Caroncini, Renato Serra, Antonio Sant’Elia, Scipio Slataper e Carlo Stuparich.
Nelle decisioni che si sarebbero poi prese, argomento non indifferente, anche se di minore impatto emotivo, e molto trascurato nella pubblicistica sia recente che dell’epoca, ma che doveva essere tenuto ben presente dai governanti, era quello degli approvvigionamenti di merci, anche alimentari, di materie prime e di materiali di cui l’Italia aveva assolutamente bisogno, essendone in tutto o in parte priva, approvvigionamenti che arrivavano via mare, via controllata dalla Gran Bretagna, la cui flotta era la prima del mondo, e che, pertanto, sarebbero mancati nel caso di una nostra confermata neutralità, che, a questo punto, sarebbe divenuta un vantaggio non indifferente sul piano militare per gli Imperi Centrali e quindi svantaggiosa per le Potenze dell’Intesa che ne avrebbero tratto le relative conseguenze.
In ogni caso prima di svincolarci in modo civile dai residui finali della Triplice, dovevamo esperire con l’Austria, secondo l’articolo 7, del trattato, la strada dei compensi territoriali dovutici e solo la loro dimostrata impossibilità di conclusione positiva, avrebbe giustificato agli occhi di tutti, l’accordo con l Intesa. Iniziava così il 9 dicembre 1914, come da istruzioni date da Sonnino, sull’art. 7 che, ripetiamo, imponeva l’obbligo, previ accordi, di congrui compensi per occupazioni territoriali, la lunga trattativa con il governo austroungarico, tenuta dal nostro ambasciatore a Vienna, Avarna, con contemporanea conoscenza al governo germanico, da parte dell’ambasciatore Bollati. Questa trattativa protrattasi per mesi, fino ad aprile, è documentata nel “Libro verde”, predisposto per la seduta del 20 maggio della Camera dei Deputati, dal Ministero degli Esteri, ricco di ben 77 documenti ufficiali, che dimostra la iniziale riluttanza della diplomazia austriaca a riconoscere le nostre ragioni, poi la lentezza nell’approfondire le nostre richieste territoriali, poi una loro respinsione, poi ancora una accettazione parziale e riduttiva, portando così l’Italia a stipulare il 26 aprile 1915 il “Patto di Londra” con l Intesa, Gran Bretagna, Francia e Russia.
In questa vicenda delle trattative con l’Austria, si inserisce la missione straordinaria diplomatica a Roma, che l’Impero Germanico, più lungimirante e concreto del suo alleato, affidò ad una personalità di primo piano, già Cancelliere dell’impero, il Principe di Bulow, buon conoscitore dell’Italia e della sua classe politica e governativa, oltre tutto sposato con la figlia di Donna Laura Minghetti e cognato del Senatore del Regno, il Principe di Camporeale. Il Principe di Bulow, dal suo alloggio di Villa Malta, si prodigò in quei mesi sia a convincere gli amici italiani sulla opportunità e sui vantaggi del mantenimento della neutralità, si prodigò in quei mesi sia a convincere gli amici italiani sulla opportunità e sui vantaggi del mantenimento a tutto a convincere Berlino, che a sua volta convincesse Vienna ad accedere a tutte le richieste italiane dal Trentino a Trieste, intervento che portò alle tardive ed ancora incomplete concessioni del 18 maggio, quando già il Governo Italiano aveva provveduto il 3 maggio alla denuncia della “Triplice”.
Qui giunti è necessario fare il punto sulle accuse di tradimento, cambio di fronte, disprezzo dei trattati, definiti come una “costante” della storia italiana e come tali ripetute incoscientemente anche da noi, cominciando dal Risorgimento, che portò all’Unità d’Italia, in quanto prima dello stessa vi erano gli italiani dispersi in vari stati, diversi dei quali per di più con Sovrani stranieri, ma non l’Italia. La Storia d’Italia, come disse mirabilmente Giovanni Pascoli, nel suo discorso del 9 aprile 1911 agli Allievi dell’accademia Navale di Livorno, inizia dal 1861 ! In ogni caso vediamo la Prima Guerra d’Indipendenza, 1848 – 1849.
Il Regno di Sardegna iniziò da solo la guerra all’Austria nel 1848 e da solo la terminò, sia pure sconfitto, nel 1849, dato che il concorso iniziale di truppe pontificie e napoletane, venne a mancare essendo state ritirate dai rispettivi governi.
La seconda Guerra d’Indipendenza del 1859 vide il Regno di Sardegna alleato con l’Impero Francese di Napoleone III, ed aveva lo scopo di liberare il Lombardo-Veneto dal dominio austriaco, ma dopo la battaglia pur vittoriosa, di Solferino, Napoleone firma con Francesco Giuseppr l’armistizio di Villafranca, ritirandosi dalla guerra, senza tener conto dei patti e dell’alleanza con Vittorio Emanuele, limitando così il ricongiungimento della sola Lombardia al Regno Sardo.
La terza Guerra d’Indipendenza del 1866 vede il Regno d’Italia alleato con il Regno di Prussia, ma i prussiani dopo la vittoria di Sadowa sull’esercito austriaco, ritengono raggiunti gli scopi della guerra e non tengono conto dell’alleato italiano che ottiene egualmente il Veneto, ma grazie all’intervento di Napoleone III.
Nella guerra Franco- Prussiana del 1870-1871, il Regno d’Italia si mantenne neutrale non avendo né patti né trattati con i due belligeranti, e sarà Garibaldi, libero da impegni di carattere istituzionale ad accorrere in soccorso della Francia, ottenendo a Digione, l’unica vittoria sull’esercito prussiano..
Dal 1871 al 1914 l’Europa rimase in pace, Balcani esclusi, per cui non vi potevano essere cambiamenti di fronte ed il Regno d’Italia partecipò insieme con le altre potenze alle vicende di Creta e della Cina, ed alla guerra, oggetto di queste note, l’Italia partecipò dall’inizio nel 1915 alla fine nel 1918 a fianco dell’Intesa. Quindi quali cambiamenti di fronte ?
Ed i trattati stracciati ? Ripetiamo che la Triplice era un trattato esclusivamente difensivo e prevedeva la solidarietà solo nel caso che una delle tre potenze venisse attaccata da altre potenze, “casus foederis”, mentre nel luglio 1914 avvenne decisamente il contrario! I due imperi germanico ed austroungarico non si curarono di chiedere il parere dell’Italia, prima di gettarsi nel conflitto, forse perché ritenevano che sarebbe stato negativo, come nel 1913 . Allora chi ha violato i trattati ? Non certo l’Italia che cercò, nell’ambito ancora della Triplice di raggiungere i risultati territoriali che si era storicamente proposta e dopo il tergiversare dell’Austria, come già detto, prese contatto con le altre potenze, la vittoria delle quali, in quella primavera del 1915 non era poi così certa, per cui non si può dire che ci buttammo dalla parte dei vincitori!
In conclusione il Patto di Londra dava al Regno d’Italia molto di più di quanto ci avrebbe riconosciuto l’Austria, cioè ci riconosceva il confine del Brennero, invece che a Salorno, confine che avrebbe ripetuto la vulnerabilità della nostra frontiera, così come era stato il confine del 1866 che vedeva l’Impero Austriaco,con il Trentino incuneato tra Lombardia e Veneto, con i conseguenti rischi che si videro nel 1916 quando l’Austria, sferrò la famosa offensiva, la spedizione punitiva, “Strafexpedition”, e l’altro confine delle Alpi Giulie, con Trieste, non più “città imperiale”, l’Istria, e poi la Dalmazia, le isole Curzolari e Zara, bloccando le pretese di ingrandimento della Serbia, dopo il 1918, divenuta Jugoslavia, che voleva raggiungere il confine dell’Isonzo, che solo la sfortunata guerra del 1940, le ha consentito di avere, escluse però Gorizia e Trieste sulle quali ancora sventola quel tricolore, che dovemmo invece ammainare a Pola, Fiume e Zara, con l’esodo di oltre trecentomila giuliano-dalmati. Ed a proposito di Fiume, che dopo la fine della guerra, nel 1919, fu motivo di scontri, e di accuse di “dimenticanza” nel Patto di Londra, è bene precisare che all’epoca del patto, che oltre tutto non prendeva in considerazione lo smembramento dell’Impero Austro- Ungarico, risultava essere maggiore desiderio dei fiumani di avere una ampia e completa autonomia, piuttosto che l’annessione all’Italia, per divenire lo sbocco commerciale di tutto il retroterra slavo.
Il Patto di Londra, firmato il 26 aprile 1915, prevedeva un mese di tempo per la nostra entrata in guerra, per cui la strada dell’intervento era aperta, ma i neutralisti erano ancora numerosi, specie nel Parlamento. Fu bello ci si chiese e si chiede negoziare quasi contemporaneamente su due fronti? A questa domanda recentemente ha risposto Sergio Romano: “No, ma è impossibile negare che le concessioni degli Alleati Occidentali rispondessero maggiormente agli interessi nazionali come erano allora percepiti dalla maggioranza della classe dirigente e della società italiana”. Tornando alla Camera dei Deputati, la stessa eletta nel 1913, con le prime elezioni a suffragio quasi universale, era in maggioranza di osservanza giolittiana, e, malgrado il voto favorevole dato al governo Salandra, guardava sempre a Giolitti e specie di fronte a questo nuovo ed imprevisto problema della guerra, era neutralista perché sapevano che Giolitti sconsigliava la guerra. Ma il neutralismo di Giolitti era così assoluto? Era invece un neutralismo condizionato e ritenuto tale per via di una sua famosa lettera all’amico Peano, in cui si faceva l’ipotesi, ma non la certezza, non essendo lui al governo, che si sarebbe ottenuto “parecchio” dall’Austria, senza ricorrere alle armi, perché “?io considero la guerra come una disgrazia, la quale si deve affrontare solo quando è necessario per l’onore e per i grandi interessi del paese” .Posizione perciò assolutamente diversa e contrastante con il neutralismo dei socialisti, l’unico vero ed assoluto, anche dopo le critiche mosse allo stesso da Mussolini, di cui abbiamo già parlato.
Ora questa posizione, forse volutamente non capita, fece di Giolitti in quei primi mesi del 1915 il bersaglio principale degli interventisti, con definizioni volgari ed oltraggiose, con sospetti ed accuse infamanti di corruzione, con minacce all’integrità fisica della persona, che si dovette proteggere, e spiace che in questa campagna contro Giolitti si distinguesse d’Annunzio, che forse non gli perdonava la censura che aveva dovuto doverosamente adottare nel 1911, quale Presidente del Consiglio, su una sua ” canzone d’oltremare “, dove veniva colpita la persona dell’allora alleato Imperatore Francesco Giuseppe.
Quindi il mese di maggio del 1915 fu uno dei mesi più drammatici che avesse attraversato la storia dell’Italia unita, per un possibile conflitto tra le istituzioni dello stato e nella società civile, per cui la riapertura della Camera, prevista per il 20 del mese era attesa con un interesse, mai, forse raggiunto in precedenti occasioni.
Gli interventisti avevano toccato il culmine della loro propaganda sull’opinione pubblica con i discorsi di Gabriele d’Annunzio, il 5 maggio a Quarto, per l’inaugurazione del monumento ai “Mille”, dove sarebbe dovuto intervenire anche il Re, presenza che il Governo non aveva ritenuto opportuna, per cui il Re si limitò a mandare un telegramma, il cui testo predisposto da Ferdinando Martini, era però particolarmente significativo: “Se cure dello Stato, mutando il desiderio in rammarico, mi tolgono di partecipare alla cerimonia ?non si allontana?dallo scoglio di Quarto il mio pensiero. A codesta ?sponda?che vide nascere chi primo vaticinò l’unità della Patria ( Mazzini ) e il duce dei Mille (Garibaldi) salpare?verso immortali fortune, mando il mio commosso pensiero. E con lo stesso..fervore di affetti che guidò il mio grande Avo?traggo la fede nel glorioso avvenire d’Italia.”, ed il successivo discorso il 16 maggio dalla ringhiera del Campidoglio.
Giolitti, non era a Roma, dove giunse da Cavour, la mattina del 9 maggio, trovando i famosi trecento biglietti da visita di parlamentari suoi devoti, ed ebbe subito colloqui con Salandra, ed il successivo 10 maggio con il Re, dove spiegò il suo pensiero ed anche l’origine del suo neutralismo, che non era antipatriottismo, ma nasceva dalla sua visione, oltre modo pessimistica dell’Italia in caso di guerra, sia sul terreno militare, sia per possibili rivolgimenti interni, il che è ben strano nell’uomo che tanto aveva contribuito alla crescita economica, politica e sociale dell’Italia stessa nei tredici anni dei suoi governi, e che aveva condotto positivamente la recente annessione della Libia. Di fronte a questa posizione il Governo ritenne doveroso dimettersi il successivo 13 maggio, ed il Re, nel suo abituale rispetto delle consuetudini parlamentari, iniziò con estrema urgenza le consultazioni per la soluzione della crisi, convocando per primi i Presidenti delle Camere, Manfredi e Marcora, poi Giolitti, che dichiarandosi non disponibile per costituire un nuovo governo, suggerì il nome dell’on. Carcano, e poi ancora un vecchio stimato parlamentare, Boselli, ma avendo avuto tutte risposte negative, il Re non potè che respingere le dimissioni del governo, rinviando lo stesso alle Camere. Con questa decisione, statutariamente ineccepibile, il Re, come sempre si assumeva le sue responsabilità, mentre altri sfuggivano le loro, per cui non può parlarsi, come da alcuni fu detto allora e ripetuto successivamente, di “colpo di stato”, termine assurdo se consideriamo che il Re era il Capo dello Stato . Quindi mentre Giolitti ripartiva il 17 per Cavour, il successivo 20 si apriva la Camera ed il Governo presentava un disegno di legge, di un solo articolo, che attribuiva al governo stesso, “..in caso di guerra e durante la guerra?.”, poteri straordinari per agire, “..dalla difesa dello stato, dalla tutela dell’ordine pubblico, e da urgenti e straordinari bisogni della economia nazionale?.”, disegno di legge che veniva approvato con 407 voti favorevoli, 74 contrari, in gran maggioranza socialisti e un astenuto, ed il 21 maggio il Senato confermava l’unanime l’approvazione da parte dei 281 senatori presenti.
Così dopo dieci mesi di discussioni anche accese, di ragionevoli incertezze, di trattative necessariamente nascoste, l’Italia entrava in guerra il 24 maggio, in quella che fu anche definita “Quarta Guerra d’Indipendenza”, e sottolineo questa dizione, a dimostrazione che la nostra guerra non aveva fini imperialistici, ma quello di raggiungere i confini storico-geografici della Nazione Italiana e compiere così l’impresa del Risorgimento, per cui la formale dichiarazione di guerra, che statutariamente spettava al Re, fu inviata alla sola Austria-Ungheria, e non alla Germania, con la quale non avevamo alcun contenzioso, ed alla quale fummo costretti ad inviarla il successivo 25 agosto 1916.
Il larghissimo voto favorevole della Camera e la successiva entrata in guerra, se non crearono quella “unione sacra” che sarebbe stata necessaria, perdurando l’atteggiamento negativo dei socialisti, ebbero però un riscontro positivo, anche in chi, fino ad allora aveva professato convinzioni neutraliste ed a tale riguardo ritengo particolarmente significativo citare il discorso che proprio Giolitti tenne al Consiglio Provinciale di Cuneo, di cui era Presidente, il successivo 5 luglio, che per nobiltà di termini, oggi desueti, andrebbe affisso a testimonianza di un sentire nazionale, altrettanto oggi desueto : “Quando il Re chiama il paese alle armi, la provincia di Cuneo, senza distinzioni di parti e senza riserve, è unanime nella devozione al Re, nell’appoggio incondizionato al Governo, nell’illimitata fiducia nell’esercito e nell’armata?.L’impresa cui l’Italia si è accinta è ardua e richiederà gravi sacrifici, ma nessun sacrificio ci parrà troppo grave se ricorderemo sempre che dall’esito di questa guerra,?.dalla situazione politica che ci troveremo a pace conclusa, dipenderà l’avvenire dell’Italia per un lungo periodo della sua storia,”, invocando infine “concordia, perseveranza e la calma dei forti.” Con l’entrata in guerra, il Re, partendo per il fronte dove per quaranta mesi avrebbe seguito giornalmente e personalmente le operazioni, la cui responsabilità tecnica era demandata al Capo di Stato Maggiore, Cadorna, nominava suo Luogotenente Generale, lo zio Tommaso di Savoia, Duca di Genova, fratello della Regina Madre Margherita, onde assicurare la continuità dell’attività governativa, legislativa ed amministrativa del Regno, e con il Re, tutti gli altri componenti della Casa Savoia assumevano posti di responsabilità nella conduzione della guerra stessa, dal Duca d’Aosta, comandante della Terza Armata, al Conte di Torino, comandante dell’arma di Cavalleria ed al Duca degli Abruzzi, comandante della Forze Navali,, mentre tutti i più giovani principi dei due rami, Genova ed Aosta, partecipavano alle operazioni belliche dando prova di valore e di coraggio ed infine le Regine Elena e Margherita trasformavano in ospedali militari il palazzo del Quirinale ed il Palazzo Margherita, e la Duchessa d’Aosta, ispettrice nazionale della Croce Rossa, visitava instancabilmente gli ospedali da campo e le altre strutture sanitarie in zona di guerra.
Dal Quartier Generale, il 26 maggio il Re indirizzava un proclama ai Soldati di Terra e di Mare, messaggio, che lo storico Perticone nella sua opera già citata considera in termini positivi e per il quale il periodico “La Voce”,che non era certo una voce cortigiana, scrisse questo commento: “Il proclama del Re: eccellente. Tutti lo dicono. Tutti lo sentono. Breve, sobrio, efficace, senz’ira, senza vanteria. Se lo Stato Maggiore condurrà la guerra con lo stessi stile, l’Italia farà una bella figura. Ma c’è di più: il proclama del Re è una lezione di scrittura. Dovrebbe essere dato come modello ai giornalisti, agli oratori, agli studenti. Senza Dio e senza paura, proprio moderno .In questa Italia, dove non si sa far nulla senza l’aquile romane, il proclama del Re ha portato una nota simpatica e nuova”. .Ed ecco il proclama:
“L’ora solenne delle rivendicazioni nazionali è suonata. Seguendo l’esempio del mio grande Avo, assumo oggi il comando supremo delle Forze d Terra e di Mare, con sicura fede nella vittoria, che il vostro valore, la vostra abnegazione, la vostra disciplina sapranno conseguire. Il nemico che vi accingete a combattere è agguerrito e degno di voi. Favorito dal terreno e dai sapienti apprestamenti dell’arte, egli opporrà tenace resistenza, ma il vostro indomito slancio saprà di certo superarlo. Soldati, a voi la gloria di piantare il Tricolore d’Italia sui terreni sacri che Natura pose a confine della Patria Nostra ; a voi la gloria di compiere finalmente, l’opera con tanto eroismo iniziata dai nostri Padri”.
25 gennaio 2015

Bibliografia:
1)          Antonio Salandra: “La neutralità italiana”- Collezione italiana diari etc. diretta da Angelo Gatti.- Edizioni Mondadori – 1928
2)          Antonio Salandra: “L’ intervento- 1915-“Collezione italiana diari etc. diretta da Angelo Gatti- Edizioni Mondadori – 1930
3)          Amedeo Tosti: “Storia della Guerra della Guerra Mondiale”. vol.2 (volume primo)- Edizioni Mondadori – 1937
4)          Gian Dauli : “L’ Italia nella Grande Guerra” – Edizioni Aurora -Milano- 1935
5)          Giacomo Perticone: “L’ Italia contemporanea – 1871- 1948” dalla “Storia d’Italia illustrata” vol. 8 . Edizioni Mondadori- 1962
6)          Gioacchino Volpe: ” L’ Italia Moderna” vol . 3 (volume terzo dal 1900 al 1915). Editore Sansoni – 1952 (l’opera è stata ristampata con prefazione del prof, Francesco Perfetti)
7)          Indro Montanelli: “L’ Italia di Giolitti” – editore Rizzoli 1974
8)          Aldo A. Mola: “Giolitti – lo statista della nuova Italia”. Collana “Le Scie”- Edizioni Mondadori- 2003
9)          Documenti diplomatici presentati al Parlamento Italiano dal Ministro degli affari esteri. Roma Tipografia Editrice Nazionale -1915
10)       Alberto Pollio: “Custoza -1866”, edizione della Libreria dello Stato -Roma -1935. IV edizione.
11)       Domenico Fisichella: “Dal risorgimento al fascismo”, editore Carocci -2012
Nota sui Principi di Casa Savoia dei Rami Aosta e Genova impegnati al fronte,
Amedeo – n. 1898 – Duca delle Puglie- volontario – artiglieria da campagna – una medaglia di bronzo e due di argento (duca d’ Aosta dopo la morte del Padre, Emanuele Filiberto.)
Aimone – n. 1900 -Duca di Spoleto – guardiamarina, poi capo squadriglia idrovolanti – due medaglie di bronzo ed una di argento (Duca d’ Aosta dopo la morte del fratello Amedeo )
Umberto – n. 1889 -m.1918 – Conte di Salemi- tenente, due medaglie d’argento
Ferdinando – n.1884 – Principe di Udine – tenente di vascello – due medaglie di argento (Duca di Genova dopo la morte del padre Tommaso)
Filiberto – n. 1895 – Duca di Pistoia- ufficiale di cavalleria – una medaglia di bronzo
Adalberto – 1898 – Duca di Bergamo – ufficiale di cavalleria nei Lancieri di Novara

MORMORAVA IL PIAVE ?

L’ Italia che non termina mai una guerra a fianco di coloro con cui l’aveva cominciata, l’Italia traditrice di patti e delle alleanze, l’Italia voltagabbana. A queste ed altre frasi di nessun valore storico o veri e propri falsi storici o luoghi comuni ripetuti senza base alcuna, risponderà, per iniziativa del Circolo di Cultura ed Educazione Politica “Rex”, l’ing. Domenico Giglio, domenica 25 gennaio prossimo, alle ore 10,30, Sala Uno, del Cortile Casa Salesiana in Via Marsala 42. Roma, che parlerà sul tema:
“Dalla neutralità all’intervento dell’Italia in guerra. 28 luglio 1914 – 24 maggio 1915”

Ingresso libero  

Un Convegno presso la sede dell’Assemblea legislativa dell’Umbria con Cardella e Davigo (Perugia 16 gennaio)
L’evoluzione della corruzione, da mani pulite ad oggi:
che cosa è cambiato
di Salvatore Sfrecola

“L’evoluzione della corruzione, da mani pulite ad oggi: che cosa è cambiato”. La conclusione di Piercamillo Davigo, Consigliere della Seconda Sezione penale della Corte di Cassazione, relatore al convegno perugino insieme a Fausto Cardella, Procuratore Capo della Repubblica dell’Aquila, è stata lapidaria e, per certi versi sconsolante: “è cambiato molto, in peggio però”. La corruzione ha assunto un carattere seriale con una tendenza diffusiva. In sostanza siamo di fronte al “malaffare eretto a “sistema” nella politica, nella pubblica amministrazione, nelle imprese e nei partiti”.
Coordinati da Tiziano Bertini, giornalista, i lavori del Convegno, che si è tenuto nella splendida cornice della Sala Brugnoli di Palazzo Cesaroni, sede dell’Assemblea legislativa dell’Umbria, sono stati aperti da un saluto del Presidente Eros Brega, promotore dell’iniziativa la quale, ha voluto sottolineare, è stata diretta a coinvolgere nel dibattito sui temi della legalità gli studenti delle scuole secondarie superiori della Provincia di Perugia, presenti in gran numero ed intervenuti nel dibattito con domande ai relatori soprattutto dirette a conoscere come ritenessero possibile prevenire e reprimere l’illecito.
Prima delle relazioni di Cardella e Davigo mi è stato chiesto, nella mia qualità di Presidente della Sezione regionale di controllo della Corte dei conti per l’Umbria, di dar conto del ruolo che nella lotta alla corruzione ha la magistratura contabile, quale organo di controllo e giudice della responsabilità amministrativa in materia di danno erariale, inteso come il pregiudizio prodotto, con dolo o colpa grave, da un pubblico amministratore o dipendente, allo stato o agli enti pubblici, territoriali o istituzionali. La corruzione, infatti, a mio giudizio, determina sempre, direttamente o indirettamente, un danno pubblico. Tanto se il pubblico ufficiale riceve la classica tangente (una somma sempre pagata “in nero” con evasione dell’imposta dovuta) quanto se il corruttore debba recuperare il valore di quella somma o procurarsi altri vantaggi lucrando sull’appalto di lavori o di forniture nei modi che conosciamo, provocando una lievitazione dei costi o realizzando una prestazione in difformità rispetto alle previsioni contrattuali. Quindi un’opera male eseguita e/o a costi eccessivi.
Ho iniziato facendo cenno al dibattito fra studiosi di diritto e politici che negli anni scorsi, dopo l’esperienza di Tangentopoli, ha influito sulla evoluzione della normativa di contrasto alla corruzione andando oltre la consueta impostazione prevalentemente penalistica per affrontare anche il profilo di ordine amministrativo, alla individuazione di rimedi di carattere procedimentale e organizzativo. Rimedi finalizzati a prevenire e ad evidenziare la patologia dell’illecito fonte di danno.
E qui ho posto il tema, che credo essenziale nella lotta al malaffare, degli indici di identificazione del fenomeno, una sorta di figure sintomatiche in presenza delle quali si può dire che vi sono state distorsioni nella assegnazione e gestione di un contratto di lavori o forniture che fanno ritenere probabile il patto scellerato della corruzione. Alludo a sprechi illogici, all’acquisto di beni o di forniture non necessarie o a costi eccessivi, a consulenze inutili o pagate troppo, a lavori effettuati non a regola d’arte e più costosi del necessario. Non è evidentemente possibile passare direttamente dall’accertamento delle segnalate disfunzioni all’imputazione di corruzione che richiede l’accertamento della dazione di “denaro od altra utilità” o l’accettazione della “promessa”. Ma è evidente che se si riuscisse ad impedire l’effetto dell’illecito (un guadagno non dovuto) si renderebbe sterile alla radice il patto scellerato tra corrotto e corruttore. Insomma, se l’imprenditore otterrà l’appalto pagando un prezzo e non riuscirà a compensarlo a carico della gestione del contratto con maggiori costi o sciattezza nella realizzazione verrebbe meno la stessa ragione della corruzione. O comunque sarebbe ridotto lo spazio per tali accordi illeciti. Non è escluso, infatti, che pur di ottenere un appalto, in tempi di limitazione delle risorse pubbliche e di scarso lavoro, un imprenditore, per rimanere nel mercato e non disperdere professionalità, possa corrompere allo scopo di ottenere un lavoro onestamente remunerativo.
Prima relazione quella di Fausto Cardella che ha inquadrato il tema sulla base della sua lunga esperienza di magistrato assegnato funzioni requirenti e capo di procure importanti come Terni e l’Aquila, dove oggi si trova ad affrontare, tra gli altri, i problemi della ricostruzione della città sulla quale sembra estendersi, come già evidenziato dalla stampa, l’ombra nera della criminalità organizzata alla ricerca di lucrosi affari a spese dei fondi stanziati per far fronte ai danni del terremoto. Naturalmente non sono mancati riferimenti ai più recenti fatti di cronaca, come quelli che hanno avuto ad oggetto la mafia capitolina ed illeciti che hanno interessato vari uffici del ministero delle infrastrutture e dei trasporti.
Su questo filone si è mossa la relazione di Piercamillo Davigo che ha ricordato anche i risultati di un suo recente studio condotto insieme alla professoressa Grazia Mannozzi (La corruzione in Italia – Percezione sociale e controllo penale, Edizioni Laterza), una ricerca di tipo empirico sul ruolo della corruzione in Italia e, segnatamente, sulla reazione delle agenzie di controllo formale (forze di polizia e magistratura).
“Oggi siamo qui – ha aggiunto Davigo, tra i protagonisti della stagione di Mani pulite – per cercare di spiegare alle nuove generazioni le ragioni per cui questo fenomeno, che in altri paesi è stato mantenuto o ricondotto a livello fisiologico, in Italia continua ad essere sostanzialmente fuori controllo”. Per Davigo le ragioni sono «tante e molto complesse” ma la principale “è che non si è fatto mai nulla seriamente per prevenire e reprimere questo fenomeno al di là dell’intervento giudiziario che però da solo evidentemente non basta”.
Brillante oratore, abituato a comunicare con efficacia fatti e valutazioni, Davigo ha condotto una ricostruzione storica degli eventi successivi alla stagione di “mani pulite” arricchendo le sue considerazioni con richiamo ad una serie di episodi capaci di illuminare fatti e comportamenti, come quello del corruttore che alla domanda perché continuasse a pagare anche i funzionari che erano andati in pensione ha risposto che se non avesse fatto così i funzionari pubblici in servizio non si sarebbero più fidati di lui. Ed ha messo l’indice sulla condizione dell’imprenditore che lavora in via esclusiva con una pubblica amministrazione – ha fatto l’esempio dell’impresa specializzata nella costruzione di carceri – soggetto più di altri a dover sottostare alle pretese illecite di pubblici amministratori e funzionari disonesti. Per la semplice considerazione che le carceri non sono un prodotto per il mercato ma destinate ad un solo acquirente.
La corruzione, ha ricordato Davigo, è costantemente caratterizzata da un alto indice di occultamento. È un fenomeno di cui si sospetta o si percepisce la presenza massiccia, come risulta dalle indagini condotte da Transparency International, che giunge a conoscenza dell’autorità giudiziaria in percentuali esigue, sia per la mancanza di interesse da parte dei vettori classici della denuncia (le vittime) a far uscire dal sommerso questo tipo di devianza, sia per la scarsa visibilità delle tracce del reato (le somme di denaro che costituiscono la “tangente” o le altre utilità sono difficilmente rintracciabili in un paese in cui vi è una rilevante economia sommersa, così come possono essere talvolta difficilmente individuabili le illegittimità di singoli atti amministrativi oggetto di compravendita in una situazione di farraginosità e scarsa efficienza della pubblica amministrazione. Con una conclusione, che quando i fatti di corruzione emergono ciò sembra dovuto perlopiù al malfunzionamento dello scambio corrotto. Per funzionare, infatti, la corruzione ha bisogno di regole proprie condivise dagli attori e dagli “spettatori” della vicenda criminale.
La lunga esperienza di magistrato che nella sua carriera è stato assegnato a funzioni diverse, da quelle di giudice istruttore e poi di sostituto procuratore della Repubblica ed oggi di consigliere di cassazione hanno consentito a Piercamillo Davigo di stimolare l’attenzione dei presenti con varie considerazioni che hanno riguardato essenzialmente l’aspetto della reazione del sistema penale alla corruzione, per verificare in che misura tale fenomenologia criminale sia stata punita, quali siano stati il tipo, il grado di severità delle sanzioni applicate, quali i percorsi processuali che hanno consentito di pervenire a condanne definitive e, infine, quanto abbia inciso sui meccanismi repressivi l’istituto della prescrizione. Le conclusioni non sono esaltanti e confermano la scarsa efficacia della normativa esistente ed anche delle misure introdotte dalla legge Severino, la 190 del 2012, come quella che prevede il responsabile dei piani anticorruzione che appare più che altro una sorta di Cireneo destinato a fare da parafulmine in caso di illeciti che la sua presenza difficilmente potrà evitare.
I giovani presenti hanno dimostrato, con le domande formulate al consigliere Davigo, di avere elevato senso di legalità e preoccupazioni per l’efficacia della lotta alla corruzione che sentono come una ingiustizia che esclude dal mercato gli operatori economici seri, altera le regole della concorrenza e grava gli enti pubblici di spese inutili in una situazione di scarsezza di risorse che richiederebbe, invece, una oculata gestione dei bilanci.
“La corruzione – ha aggiunto Davigo secondo il quale la scuola gioca un ruolo fondamentale – è un fenomeno seriale, diffuso, che dà luogo a sistemi criminali, per questo non va affrontata come singolo episodio. La corruzione è un reato a ‘cifra nera’ elevatissima e difficilmente viene scoperta, viste le pochissime denunce in merito. Dove è presente il crimine organizzato la corruzione non si scopre quasi mai”.
È stata una iniziativa proficua, quella del Presidente dell’Assemblea legislativa della regione Umbria, Eros Brega, che ha dato all’opinione pubblica elementi di riflessione i quali possono costituire anche un monito per quanti, impegnati nella gestione delle risorse pubbliche ai vari livelli di governo del territorio, si trovano a subire pressioni politiche o di imprenditori interessati alla scorciatoia della mazzetta. Senza trascurare che al danno per attività inutili e spesso costose più del dovuto si aggiunge un pregiudizio gravissimo, che supera gli stessi confini del Paese, perché offre l’immagine di una economia corrotta che allontana dall’Italia imprenditori stranieri, quelli dei quali avremmo estremo bisogno in un momento di stasi dell’economia e di difficoltà rispetto ad una ripresa dalla quale ci si attende ricchezza e lavoro, obiettivi tanto spesso evocati quanto assai poco perseguì.
19 gennaio 2015

Non è una novità
L’Italia, il paese più corrotto d’Europa
di Salvatore Sfrecola

Non è una novità che per Transparency International, a fine 2014, nel suo ultimo Corruption perception index, l’Italia risulti il paese più corrotto d’Europa. Peggio del dato che, all’inizio del secolo scorso, indicava Giovanni Giolitti. Questo uomo politico controverso, amato ed odiato, come da da Gaetano Salvemini che l’aveva definito “il Ministro della malavita”, sosteneva che solo la presenza della Grecia impediva all’Italia di essere in quel periodo il paese più corrotto d’Europa.
Oggi siamo al 69esimo posto, secondo la richiamata indagine, come nel 2013. Ci hanno raggiunto Bulgaria e Grecia che così hanno migliorato la propria posizione. Dietro di noi non c’è nessuno dei paesi dell’Unione Europea. Ultimi anche nel G7. Mentre nel G20 fanno meglio di noi Usa e Canada, Arabia Saudita e Turchia.
Il dato è sempre quello della corruzione “percepita”, così come ritenuta sulla base di vari indici e dalle interviste attraverso le quali Transparency International registra valutazioni e opinioni di istituzioni, imprese, persone. Elementi che non permettono all’Italia di raggiungere la sufficienza, 43 punti su 100.
Corruzione “percepita”, pertanto rilevata sulla base di indicatori che attengono a quel che la gente ritiene un comportamento che realizza un vantaggio economico od altra utilità per il pubblico ufficiale “per l’esercizio delle sue funzioni”, ovvero “per omettere o ritardare o per aver omesso o ritardato un atto del suo ufficio”.
Il dato che misura della corruzione percepita è contestato da quanti insistono nel ricondurre il fenomeno all’interno delle indagini e dei processi, ciò che ridurrebbe di molto il fenomeno se si pensa che la maggior parte dei processi per corruzione sui chiude, dopo molti anni, con l’accertamento della prescrizione del reato, ogni volta che la corsa a ritardare premia il “presunto innocente” che si guarda bene dal chiedere una sentenza nel merito. Poche battute per dire che il sistema così non va, tanto che sono in cantiere modifiche, peraltro controverse, della normativa codicistica revisionata dalla legge 190 del 2012 (anticorruzione).
Lo dimostra la geografia degli scandali che nei mesi scorsi ha riguardato “grandi opere”, dall’Expo 2015 al Mose di Venezia che hanno messo subito alla prova l’Autorità Nazionale Anticorruzione (Anac) diretta da Raffaele Cantone, un magistrato di grande esperienza nella lotta alla criminalità organizzata. Ma anche i recenti rinvii a giudizio per “Mafia Capitale” o per le ipotesi di reato che hanno interessato, tra gli altri, funzionari del Provveditorato alle Opere >Pubbliche di Roma.
Tuttavia per combattere il malaffare nel nostro Paese non basta il ricorso al codice penale, un’illusione che ha dimostrato limiti gravissimi. La corruzione si combatte attraverso la individuazione di indici di danno alla stazione appaltante, come un’opera inutile o acquistata a costi eccessivi, realizzata in difformità dal progetto e con materiali scadenti. Occorre, in una parola, individuare dove si realizza quell’illecito guadagno che è la finalità dell’accordo tra corrotto e corruttore. Questo deve recuperare il prezzo dell’illecito (la tangente) e guadagnare oltre. Ciò che è possibile, come detto, attraverso i ritardi nella realizzazione dell’opera (i ritardi generano maggiori costi: ad esempio per l’approvvigionamento di materiali già in cantiere). Inoltre il guadagno si realizza con perizie di variante e soprattutto con l’esecuzione dell’opera non a regola d’arte o con materiali scadenti. Situazioni delle quali si sarebbero dovuti accorgere il direttore dei lavori ed il collaudatore in corso d’opera.
Se, poi, pensiamo che la maggior parte delle opere pubbliche viene realizzata da imprese che hanno ottenuto l’appalto con forti ribassi non remunerativi che richiedono pertanto un “recupero” sui guadagni se non sulla tangente, consentito dall’acquiescenza della stazione appaltante e dei collaudatori è chiaro che il sistema nel suo complesso non va.
Finché non si andrà a vedere come sono state realizzate le opere e a quali costi non si riuscirà a frenare la corruzione. Non servono norme penali particolari ma una individuazione dei momenti della realizzazione dell’opera nei quali si annida l’aumento dei costi, come, ripeto, nella trascuratezza della esecuzione.
È un impegno della amministrazione appaltante nel cui interesse viene realizzata un’opera. Che è, poi, l’amministrazione che sostiene le spese.
Se, poi, dai lavori passiamo alle forniture di beni e servizi, anche qui è evidente dove si annida l’illecito: nello spreco (acquisto di un bene o di un servizio inutile o ad un costo eccessivo) o nella acquisizione di prodotti scadenti. Quando non si tratta di “operazioni inesistenti”, la finzione di un acquisto. Non sono casi rari.
In questa guerra al malaffare in primo luogo è l’Amministrazione pubblica. Che stavolta non è sola. L’Anac mette a disposizione uomini e competenze, in parte acquisiti con l’incorporazione dell’Autorità di Vigilanza sui contratti pubblici (Avpc), per promuovere la trasparenza della pubblica amministrazione attraverso la pubblicazione online di spese e compensi, far attuare i piani anticorruzione. Anche con più attività ispettiva, anche in collaborazione con la Guardia di Finanza.
Molte aspettative, dunque, importanti per risalire nella graduatoria degli stati per avvicinare i più virtuosi e magari superarli, e smentire Giovanni Giolitti.
13 gennaio 2015

Cronache romane:
dove si raccontano le cose che non vanno nella Città Eterna, nella speranza di poterne prima o poi riferire di positive
edizione del 12 gennaio 2015

Prepotenze private e pubbliche disattenzioni
di Salvatore Sfrecola

Facebook ha segnalato, con la relativa immagine fotografica, un caso, frequente a Roma, come in altre città, della gestione privata di spazi pubblici, nella specie di un tratto di carreggiata.
In viale delle Medaglie d’Oro, all’altezza del civico 214, sul lato opposto della strada, c’è un distributore di benzina con doppio accesso dal marciapiede. Le difficoltà di parcheggio nella zona avranno indotto qualche automobilista a lasciare l’auto in prossimità dell’accesso all’impianto, sia pure nei limiti del marciapiede. La cosa non è stata evidentemente gradita non sappiamo a chi, anche se è immaginabile. Così sono spuntati due pesanti blocchi di conglomerato bianco che somigliano molto al travertino che delimita il marciapiede, collocati sulla sede stradale all’altezza dei due accessi. Si vedono benissimo nella foto.
Di più, qualche manina ha spostato uno dei due cassonetti dell’AMA collocati a monte dell’accesso, in modo da limitare il parcheggio. Infatti nella foto, tra il blocco di conglomerato e il cassonetto, c’è solo lo spazio per una smart.
Le conclusioni alle quali perviene il cittadino, non solamente quello che ci ha segnalato il caso? Il privato occupa abusivamente una parte della sede stradale, l’autorità pubblica, Polizia Municipale e AMA lasciano correre o, forse, più verosimilmente non se ne sono ancora accorti. Eppure passano in continuazione auto della Polizia di Roma Capitale e i mezzi dell’AMA che svuotano i cassonetti. Possibile che nessuno si sia accorto, in particolare il conduttore dei mezzi AMA, che il cassonetto è stato spostato rispetto alla posizione originaria che vedeva i due cassonetti appaiati?
Certo il “qualcuno” che ha collocato i blocchi di conglomerato bianco e spostato il cassonetto avrà pensato: “hanno tanto da fare. Figuriamoci se notano i blocchi o il cassonetto spostato”.
Lo facciamo notare noi. Vediamo cosa succede.

Un Presidente della Repubblica che somigli ad un Re costituzionale
di Salvatore Sfrecola

“Re Giorgio”, si è letto più volte sui giornali e si è sentito ripetere nei dibattiti politici da quanti contestavano le iniziative di Napolitano, quelle che molti hanno chiamato interferenze nella vita parlamentare, dalla nomina di Monti a quelle di Letta e Renzi. Alle sollecitazioni nei confronti di riforme di parte, anche se del Governo. Insomma si è detto che “Re Giorgio” ha da tempo abbandonato la posizione di terzietà delineata dalla Costituzione, di garante dell’equilibrio dei poteri, per scendere in campo, tanto che lo si è equiparato ad un arbitro che nei fatti gioca per una delle squadre che si contendono il risultato della partita.
Tutto vero. Non è esatto, però, chiamarlo “Re” per effetto di questa sua condotta, più attinente ad una repubblica presidenziale che all’ordinamento parlamentare delineato dai padri costituenti. Perché nella storia d’Italia il Re regna ma non governa, con un ruolo certamente di garanzia che quando ha trovato un governo forte, quello del Cavaliere Benito Mussolini, ed un Parlamento debole non ha potuto frenare la deriva autoritaria. E quando lo ha fatto, il 25 luglio 1943, c’è stato qualche “acuto” giurista che ha parlato di “colpo di Stato”. Nel senso che Re Vittorio Emanuele III avrebbe violato le regole statutarie, integrate dalla legge costituzionale istitutiva del Gran Consiglio del Fascismo, nell’accettare le dimissioni di Mussolini e successivamente nell’incaricare della formazione del Governo il Maresciallo Pietro Badoglio. Secondo questi giuristi avrebbe dovuto sentire il Gran Consiglio che pure aveva restituito al Sovrano tutti i poteri di direzione straordinaria della guerra e fatto venir meno le istituzioni fasciste, come, del resto lucidamente Mussolini aveva indicato quale effetto del voto sull’o.d.g. Grandi.
Il Re regna ma non governa. E, infatti, Carlo Alberto, che aveva appena promulgato lo Statuto del Regno, si vide presentare le dimissioni del Presidente del Consiglio Balbo che giustamente riteneva, in presenza delle nuove regole costituzionali che designavano una monarchia costituzionale di tipo parlamentare, di non poter continuare a governare senza aver ricevuto la fiducia dalla Camera dei deputati, come previsto appunto dallo Statuto.
In sostanza l’ordinamento costituzionale fu subito interpretato in senso parlamentare, come attestano i dibattiti anche sui temi delle aspirazioni unitarie sviluppatesi nel parlamento subalpino e dei quali sono pieni i libri di storia.
Vogliamo, dunque, uno stato nel quale il presidente sia come un Re che regna e non governa, che garantisca l’equilibrio dei poveri attraverso la rigorosa vigilanza sull’esercizio delle attribuzioni proprie di ogni istituzione o un Presidente della Repubblica che scende in campo e si schiera con una delle squadre che si disputano il potere. Si può scegliere l’una o l’altra soluzione ma dobbiamo avere l’onestà intellettuale di dirlo e la consapevolezza dei rischi insiti in una versione presidenzialista nella quale si realizza una concentrazione di poteri che somiglia molto ad una dittatura o che comunque può sfociare in una dittatura. In una repubblica nella quale l’alternanza diventa una mera ipotesi essendo sempre più difficile scalzare chi detiene il potere, fa le leggi, nomina i vertici delle amministrazioni e delle forze armate senza praticamente alcun controllo del Parlamento.
Diversa questione è quella della elezione diretta del Presidente della Repubblica al quale siano conservati quei poteri che ne fanno un garante dell’equilibrio dei poteri che l’attuale costituzione riserva all’inquilino del Quirinale.
C’è molta approssimazione in questo dibattito e non poca malafede da parte di chi ritiene di gabbare i cittadini con gli slogan dell’efficienza, certamente importante, ma che riduce il dibattito ad una farsa di democrazia con il ripetuto ricorso al voto di fiducia che di fatto espropria il Parlamento del suo ruolo di organo legislativo. Scherzi che si pagano salati.
Come spesso accade ci aiuta la storia. Riandiamo a Luigi Einaudi, liberale, uomo di fede monarchica dichiarata il quale, da Presidente della Repubblica, si è comportato come riteneva si dovesse comportare un Re. Ha esercitato le sue funzioni con equilibrio e sobrietà da vecchio piemontese, assicurando il libero confronto dei partiti e richiamando, lui economista e uomo che, da Ministro del bilancio (un ministero creato apposta per lui) aveva salvato la lira e la finanza, al rispetto dell’art. 81′ quarto comma, della Costituzione, ricordando che la regola sulla copertura delle nuove o maggiore spese è espressione di correttezza istituzionale perché non si può spendere più di quanto è in cassa. Quella norma l’aveva patrocinata lui in Assemblea costituente e ne fu il guardiano. Poi se lo sono dimenticati un po’ tutti con l’effetto che oggi abbiamo oltre due miliardi di debito, in crescita, soprattutto nel tempo degli ultimi tre governi.
Ecco, serve un Einaudi, uomo delle istituzioni con sensibilità politica accentuata, dotato della forza della professionalità e dell’indipendenza dai partiti. Non serve una copia di Giorgio Napolitano. Ci avvieremmo verso una deriva autoritaria, nella quale la demagogia la farebbe da padrona senza che gli slogan vuoti di contenuti e soprattutto di effetti possano essere censurati da un parlamento azzoppato e anestetizzato. Non si tratta di destra e di sinistra, che quanto ad esercizio del potere, si somigliano molto ma dell’Italia e degli italiani che meritano di più e di meglio.
11 gennaio 2015

Islam: integrazione? No grazie!
di Salvatore Sfrecola

Le raffiche di mitra risuonano ancora nelle orecchie dei cittadini europei, ripetutamente mandate in onda dalle televisioni, per dire che c’è un mondo che risponde alla satira con il fuoco delle armi. Ho già scritto che, a mio giudizio, la satira, che è sale dell’intelligenza, della cultura e della politica non deve offendere il sentimento religioso delle persone, i simboli e le divinità delle varie confessioni. È un problema prima di tutto di buon gusto e di civiltà. Perché l’Occidente che ha portato nel mondo i principi di libertà, tra cui quello fondamentale della libertà di manifestazione del pensiero, non ha immaginato che questo fosse senza limiti. E che uno di questi limiti riguardasse il rispetto delle idee e delle credenze altrui. E siccome sfottere dei e santi offende il sentimento religioso di vasti strati della popolazione occorre, quanto meno, che il codice deontologico di coloro che fanno informazione e, dunque, anche satira se ne dia conto. Comunque la violazione di queste regole di rispetto dei sentimenti altrui, quando riguardano la religione di Maometto, non può essere risolto con l’uso delle armi, con le condanne a morte pronunciate da tribunali islamici.
Quelle raffiche di mitraglia, quelle armi imbracciate dai cittadini francesi di seconda generazione dimostrano, tuttavia, una realtà che non si vuol capire o che finora non si è voluta capire. Se un immigrato da una terra a lungo francese divenuto cittadino di Francia, che parla correntemente il francese, è attratto irresistibilmente dal desiderio di farsi giustizia per le offese portate alla sua religione vuol dire che quel cittadino francese non è integrato nella cultura di quel paese. Gli esempi ne abbiamo avuti tanti, anche in Italia, a volte cruenti, come negli episodi nei quali una famiglia intera si è scagliata contro un componente, naturalmente donna, che aveva osato intrattenere una relazione sentimentale con un cristiano, cioè con un infedele.
Va aggiunto che i musulmani nei paesi occidentali mantengono non solo la loro cultura e le loro tradizioni, come è giusto che sia, ma creano una enclave che li tiene lontani dal resto della popolazione. Richiedono scuole separate, strutture sanitarie dove gli uomini non possano essere curati da donne, separazione di queste rispetto alla popolazione maschile in ogni circostanza, perfino in una piscina. Mantengono le loro tradizioni ma incidono sulle nostre. Per cui la richiesta di eliminazione del Crocifisso nelle scuole con una improntitudine ed una aggressività che annichilisce i deboli non consapevoli della nostra identità. Per cui accade che presidi impediscano la realizzazione di presepi nelle scuole e contrastino ogni altra manifestazione propria della nostra tradizione. Per non dire di frequenti episodi che noi siamo soliti addebitare al personaggio fuori di testa, come quello di murare un’edicola della Madonna di abbattere una statua della Vergine, di moncare le braccia di San Pio da Pietrelcina.
Questi episodi dimostrano la difficoltà di integrazione in un contesto libero e democratico, aperto a tutte le esperienze culturali, di persone di fede islamica. È un fatto, non è una critica. Ma è un fatto che va capito e che va preso in considerazione ad evitare ulteriori guai per l’Occidente liberale e democratico.
Un paio di giorni fa in un dibattito su La7, Coffee Break, condotto dalla bravissima Tiziana Panella, c’è stato chi ha fatto risalire questa aggressività di ambienti islamici all’attentato delle torri gemelle. Qualcuno si è addirittura spinto fino a risalire al conflitto tra israeliani e palestinesi. È una visione limitata che non consente di apprezzare correttamente il fenomeno se non si torna indietro nella storia per riprendere le fila di quell’espansionismo musulmano, iniziato dopo la morte di Maometto, quando regioni popolate da cristiani dall’Egitto agli altri paesi dell’Africa del Nord a parte della Spagna e della Sicilia sono state islamizzate con la forza. Qualcuno di buona memoria ricorderà anche che solamente sotto le mura di Vienna l’esercito turco fu fermato dall’armata imperiale guidata dal Principe Eugenio di Savoia. E ricorderà anche le Crociate che una vulgata di stampo protestante ha addebitato all’aggressività dell’Occidente cattolico ignorando che quella era una risposta all’espansionismo islamico. E Lepanto, la battaglia navale nella quale il 7 ottobre 1571 che si concluse con una schiacciante vittoria delle forze alleate, guidate da Don Giovanni d’Austria su quelle ottomane di Müezzinzade Alì Pascià, che perse la vita nello scontro.
Voglio ricordare anche un’esperienza personale che mi ha colpito moltissimo. Avendo accompagnato il vicepresidente del consiglio Gianfranco Fini, in qualità di suo Capo di gabinetto, in una visita di Stato in Egitto ho assistito alla conversazione con il ministro degli esteri di quel Paese, un gentiluomo elegante, che aveva studiato in Inghilterra ed era stato ambasciatore in alcuni paesi occidentali, mi sembra anche in Italia, il quale durante l’intero arco dell’incontro, di oltre un’ora, non ha fatto altro che parlare dell’Islam e della pace possibile solo in relazione al raggiungimento dei suoi confini naturali. In quell’occasione e successivamente mi è venuto più volte da sorridere pensando al nostro ministro degli esteri, che all’epoca era l’on. Franco Frattini, e all’ipotesi che si intrattenesse con un interlocutore in visita di Stato per parlare a lungo con lui dei problemi della cultura occidentale e delle radici cristiane dell’Europa.
Questa coincidenza tra cultura islamica e religione, che fa di alcuni Stati degli ordinamenti sostanzialmente teocratici, riporta necessariamente alla mente le parole che papa Benedetto XVI pronunciò in una celebre lectio magistralis a Ratisbona.
Il Papa affrontava il tema del rapporto fra fede e ragione, oggetto di un antico dibattito universitario, riferendosi alla necessità e ragionevolezza di “interrogarsi su Dio per mezzo della ragione”. Ciò che gli era tornato in mente nel leggere “la parte edita dal professore Theodore Khoury (Münster) del dialogo che il dotto imperatore bizantino Manuele II Paleologo, forse durante i quartieri d’inverno del 1391 presso Ankara, ebbe con un persiano colto su cristianesimo e islam e sulla verità di ambedue. Fu poi presumibilmente l’imperatore stesso ad annotare, durante l’assedio di Costantinopoli tra il 1394 e il 1402, questo dialogo; si spiega così perché i suoi ragionamenti siano riportati in modo molto più dettagliato che non quelli del suo interlocutore persiano. Il dialogo – prosegue papa Benedetto – si estende su tutto l’ambito delle strutture della fede contenute nella Bibbia e nel Corano e si sofferma soprattutto sull’immagine di Dio e dell’uomo, ma necessariamente anche sempre di nuovo sulla relazione tra le – come si diceva – tre “Leggi” o tre “ordini di vita”: Antico Testamento – Nuovo Testamento – Corano”.
“Nel settimo colloquio (???????? – controversia) edito dal prof. Khoury – prosegue il Papa -, l’imperatore tocca il tema della jih?d, della guerra santa. Sicuramente l’imperatore sapeva che nella sura 2, 256 si legge: “Nessuna costrizione nelle cose di fede”. È probabilmente una delle sure del periodo iniziale, dice una parte degli esperti, in cui Maometto stesso era ancora senza potere e minacciato. Ma, naturalmente, l’imperatore conosceva anche le disposizioni, sviluppate successivamente e fissate nel Corano, circa la guerra santa. Senza soffermarsi sui particolari, come la differenza di trattamento tra coloro che possiedono il “Libro” e gli “increduli”, egli, in modo sorprendentemente brusco, brusco al punto da essere per noi inaccettabile, si rivolge al suo interlocutore semplicemente con la domanda centrale sul rapporto tra religione e violenza in genere, dicendo: “Mostrami pure ciò che Maometto ha portato di nuovo, e vi troverai soltanto delle cose cattive e disumane, come la sua direttiva di diffondere per mezzo della spada la fede che egli predicava”.
Il ricordo del Papa teologo e storico è parso non politicamente corretto rispetto ad un Occidente che pare abbia perso di vista la realtà di una comunità che non si integra, che vuol rimanere isolata, sicché nutre moti di ribellione nei confronti del paese nel quale vive. Per cui è facile che in questa condizione di sostanziale emarginazione, sia pure di autoemarginazione, tornino forti i legami con la propria cultura e con i paesi che la praticano nel modo più integrale. Infatti i terroristi parigini sono di seconda generazione.
Così tra le raffiche di mitra sparate verso i giornalisti di Charlie hebdo e quelle che hanno caratterizzato l’epilogo tragico di ieri, con ostaggi innocenti uccisi senza pietà come il poliziotto freddato sul marciapiede, la Francia si appresta a celebrare le sue regole sacre, libertè, fraternitè, egalitè, alla base della civiltà occidentale messe in forse dal fuoco dei Kalasnikof. Quella realtà che nei giorni scorsi ha denunciato un autorevole leader islamico, il Presidente egiziano, parlando al cospetto dei più importanti dignitari religiosi del mondo islamico.
Siamo veramente in piena terza guerra mondiale che, come ha detto papa Francesco, “è già cominciata”?
Sgomento e paura agitano gli occidentali che, ancora una volta, si trovano ad affrontare una realtà crudele che sarebbe stato possibile immaginare da tempo, tanti erano stati i segnali della difficoltà di integrazione di popolazioni che, a torto o a ragione, si considerano pure rispetto all’Occidente corrotto nei costumi.
E così alcuni ritengono di dover ricorrere alle armi per “convertirci”.
10 gennaio 2015

La strage nella redazione di Charlie Hebdo
Orrore, demagogia, stupidità
di Salvatore Sfrecola

L’orrore per l’attentato di Parigi nel quale hanno perso la vita il direttore ed alcuni collaboratori di Charlie Hebdo, un giornale satirico di fama internazionale fustigatore di vizi pubblici e privati, hanno riempito pagine di giornale e lunghi spazi televisivi per dar conto dell’indignazione unanime che da Oriente ad Occidente si è levata contro la vile aggressione alla libertà di stampa. Un valore del quale l’Occidente è geloso custode e che, proprio sulle rive de La Senna ha trovato indiscussa consacrazione nel pensiero di filosofi e giuristi fin dal secolo dei lumi.
La lesione portata alla libertà di stampa è stata, infatti, il primo e più importante motivo di indignazione. L’Occidente sente come inscindibilmente connessi alla sua storia questi valori di civiltà e giustamente si ribella ad ogni attacco che miri a comprimere, attraverso l’intimidazione, la libera espressione delle manifestazioni del pensiero. Anche nelle forme della satira, anche quando esasperata, del giornale parigino e degli altri che nel mondo censurano i potenti e ne denunciano vizi ed errori.
A mano a mano che passano le ore da quei tragici eventi si vanno delineando altre riflessioni sull’attentato al giornale parigino. In primo luogo sull’Islam nei suoi rapporti con l’Occidente in generale ed in particolare tra le istituzioni ed i musulmani che vivono nei paesi occidentali, che spesso lì sono nati e che comunque ne hanno la cittadinanza. Come nel caso dei presunti attentatori che sarebbero, dalle prime informazioni, cittadini francesi a tutti gli effetti.
Questa riflessione porta a considerare la realtà del mondo islamico, in particolare con riferimento alla sua capacità espansiva e all’integralismo che lo caratterizza che rende difficile una vera e convinta integrazione nella realtà culturale del paese nel quale i musulmani vivono. È di pochi giorni fa la notizia dell’incendio di una chiesa in Trentino. In precedenza altri episodi di intolleranza avevano caratterizzato simboli della fede cristiana, statue o edicole della Madonna danneggiate o murate. Una statua di San Pio da Pietrelcina mutilata. La risposta è stata costantemente la stessa, quella della distinzione tra un Islam buono ed uno cattivo, al quale apparterrebbero gli intolleranti.
È indubbio che in questo come in altri casi si debba considerare il livello culturale dell’autore di certi atti vandalici, ma è certo che l’Islam costituisce un mondo che tende all’espansione, come dimostra la storia, considerato che le coste del mar Mediterraneo erano abitate da popolazioni cristiane, a partire dell’Egitto e lungo la costa verso Occidente. Popolazioni soppiantate con le buone o con le cattive, in prevalenza con queste ultime, fino alla conquista della Sicilia e di parte della Spagna. Basterà ricordare che l’esercito ottomano è stato sconfitto solo sotto le mura di Vienna nel cuore dell’Europa. Se quella battaglia fosse stata perduta oggi non avremmo neppure occasione di discutere su Islam e Cristianesimo.
In sostanza va preso atto che i musulmani non si integrano nelle società occidentali, che restano nel loro ambito, con le loro regole, con le loro istituzioni ed abitudini, e che il multiculturalismo è una elaborazione intellettuale che non poggia su basi sicure, in assenza di un rapporto di lealtà tra le comunità che si riconoscano vicendevolmente.
Da ultimo non posso non rilevare che la libertà di manifestazione del pensiero, della quale noi siamo gelosi custodi, non può non avere limiti che, ovviamente, quando anche fossero superati non possono in alcun modo giustificare il ricorso alla violenza.
Mi riferisco alle vignette satiriche che hanno offeso la sensibilità dei musulmani. Ebbene è mia ferma convinzione che con le questioni di fede non si debba scherzare, che le divinità di qualsiasi religione richiedano rispetto di tutti. Che si può scherzare sul comportamento di un mullah o di un vescovo, non su Allah, Maometto, Dio, la Madonna, Gesù, Buddha e via discorrendo. Scherza coi santi e lascia stare i santi sussurra il sagrestano a Mario Cavaradossi che, intento a dipingere un’immagine di Maria Maddalena, canta la celeberrima “Recondita armonia di bellezze diverse!… è bruna Floria, l’ardente amante mia?” nella Tosca di Giacomo Puccini.
Io ho sempre avuto il massimo rispetto per le altre religioni. Entro in una Moschea con lo stesso rispetto che riservo ai luoghi santi della Cristianità. E per i quali esigo rispetto.
La libertà di manifestazione del pensiero in forma di satira non può offendere i simboli e le “persone” che incarnano nella storia e nella fede le religioni. Violare questa regola elementare di civiltà non implica la condanna a morte in Occidente, come è previsto dalla legge islamica nei territori in cui essa è vigente, ma il codice di autocontrollo dei giornalisti dovrebbe imporre di rispettare la regola elementare che non è consentito offendere la sensibilità religiosa che è parte integrante dell’anima delle persone.
Eppure nella serata di ieri, nei dibattiti televisivi, e ancora oggi si è molto insistito sulla libertà di far satira su qualunque argomento, anche quindi su aspetti religiosi.
Cattivo gusto, da un lato, dunque, demagogia e stupidità dall’altro. Dimostriamo di non conoscere la storia dell’espansione dell’Islam, trascuriamo che anche i musulmano “buoni” sono prima seguaci di Maometto che francesi, italiani, tedeschi o inglesi. Con la conseguenza che usi e costumi, anche quando in contrasto con le nostre regole, mantengono queste persone fuori di ogni integrazione. Si potrebbero fare esempi a iosa. Prima di tutto quello del padre che massacra di botte la figlia che se la intende con un cristiano.
È demagogico e stupido non capire questa realtà che è sotto gli occhi di tutti ed è particolarmente stupido offendere la sensibilità religiosa di musulmani e cristiani. Purtroppo non si comprende che non è satira, è semplicemente offesa ad un sentimento personale o comunitario. Questo non vuol dire che l’autore di quelle vignette debba essere condannato a morte e che la pena possa essere eseguita.
8 gennaio 2015

Scontato e di tono minore il discorso di Napolitano
di Senator

Non ho ascoltato il discorso del Presidente Napolitano agli italiani, l’ho letto e non vi ho trovato nulla di più e di diverso di quel che avevo immaginato alla vigilia. Una difesa caparbia del ruolo svolto nei nove anni del suo mandato, con uno sguardo alle prospettive dell’Italia e delle istituzioni tutto sommato generico.
L’impressione, condivisa da molti osservatori, è quella di un discorso in tono minore, di una persona stanca, come peraltro è normale che sia. Qualcuno certamente si soffermerà sulle varie parti, forse misurandone l’ampiezza nell’ambito del contesto generale.
Provo anch’io. Troppo lungo il preambolo sulla praticabilità costituzionale delle dimissioni anticipate rispetto alla durata naturale del mandato. Con richiamo all’età e alle “crescenti limitazioni e difficoltà” nell’esercizio delle funzioni, anche con riferimento al ruolo di rappresentanza internazionale.
Sarebbero bastate due righe.
Faranno certamente discutere i riferimenti alla “incisiva riforma delle istituzioni repubblicane” da lui patrocinata, sulla quale è nota la divergenza di opinione tra le forze politiche, nonché il richiamo al “necessario più vasto programma di riforme-istituzionali e socioeconomiche-messo in cantiere dal governo”. Nonché “sulle difficoltà politiche che ne insidiano l’attuazione, sulle possibilità di dialogo e chiarimento con forze esterne alla maggioranza di governo-anche, si intende, e in via prioritaria, per il varo di una nuova legge elettorale”. Resta forte in noi, infatti, il dubbio che la giusta ed opportuna sollecitazione del capo dello Stato nei confronti delle riforme possa giungere ad una aperta sponsorizzazione nei confronti di quelle che ha avviato il governo, fortemente contestate e, per quanto minimamente attuate, come nel caso della legge di stabilità, realizzate  causa dei continui ricorsi ai voti di fiducia. Una scelta che il capo dello Stato non può non ritenere lesiva dell’autonomia parlamentare e del ruolo delle assemblee legislative.
Merita, invece, condivisione il richiamo al ruolo dell’Europa ed al “velleitario e pericoloso” appello “al ritorno alle monete nazionali attraverso la disintegrazione dell’euro e di ogni comune politica anticrisi”.
Per il resto la valutazione che a caldo va data alla lettura del discorso fa dubitare che lascerà un segno nel dibattito politico soprattutto in vista delle riflessioni che i partiti sono chiamati a fare per avviare un confronto che faccia emergere una scelta nei confronti di una personalità capace di rappresentare l’unità nazionale per i prossimi sette anni. Una scelta difficile per effetto dell’appiattimento che il capo dello Stato ha dimostrato nei confronti delle iniziative del Presidente del consiglio, non sul piano delle scelte ma della formulazione giuridica dei testi la cui legittimità spetta al presidente della Repubblica verificare.
Quel controllo di legalità non c’è stato. Napolitano ha avallato ogni scelta normativa, nella forma e nella sostanza, anche quando fuori degli schemi costituzionali. È chiaro che Renzi vorrebbe una fotocopia di Napolitano, un Presidente che non gli crei ostacoli e non gli dia ombra. Ma non è questo l’interesse del Paese che esige un garante della legalità costituzionale laddove il leader del Partito Democratico vorrebbe avere le mani libere come dimostra la scelta di una riforma parlamentare in senso sostanzialmente monocamerale da continuare a governare a forza di voti di fiducia. Con grave degrado della politica.
2 gennaio 2015

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