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Ottobre 2015

Per evitare i rischi della stagnazione
Liberare risorse pubbliche e private
di Salvatore Sfrecola

Romano Prodi ha dettato per Il Messaggero una ricetta economica: “contro i rischi della stagnazione spendere di più è la sola strada”. Non è dato sapere perché non vi si sia adeguato quando è stato a Palazzo Chigi. Ma tant’è: “tra il dire e il fare?”.
La ricetta, in ogni caso, è quella giusta. Il Premier Renzi l’ha seguita con gli 80 euro, ma non è stato sufficiente. Era una elargizione elettorale che ha funzionato solamente a quei fini. Ci riprova adesso con l’eliminazione delle tasse sulla prima casa. Ma non è ancora abbastanza. Gli italiani sono più accorti di come il leader del Partito Democratico li immagina ed hanno subito percepito che il governo da una parte dà dall’altra prende. E lo fa secondo una regola finanziaria antica imparata sui banchi di scuola da quanti hanno studiato un po’ di politica economica: distribuire imposte, tasse e oneri vari su una platea ampia di cittadini in modo da attenuare l’effetto negativo. Contemporaneamente scarica su regioni ed enti locali la responsabilità dei rincari dei servizi o la riduzione degli stessi. Che è, poi, la stessa cosa.
Nel frattempo la spesa pubblica non viene ridotta in misura significativa. Anzi, i tagli lineari, la riduzione percentuale dei bilanci dei ministeri, sono ancora più dannosi. La spesa va innanzitutto riqualificata per liberare risorse necessarie per gli investimenti pubblici laddove sono carenti le infrastrutture di ogni genere, strade, acquedotti, reti informatiche, e gli interventi a tutela del territorio in assenza dei quali ogni anno lo Stato e le comunità locali soffrono vittime e danni ingenti, il cui costo è superiore a quelli di intelligenti opere di messa in sicurezza dei fiumi e delle coste.
Lo Stato spende male, soprattutto nelle opere pubbliche e nelle forniture di beni e servizi, i privati spendono poco. Non si fidano. Politiche incerte, come sulla casa dove le imposte vanno e vengono, suggeriscono prudenza. Addirittura, si è detto in questi giorni, molti italiani tengono gli euro sotto il materasso nel timore di qualche iniziativa alla Giuliano Amato del 1992, con interventi sui conti bancari oggi assolutamente permeabili al fisco. L’apertura ai contanti fino a 3000 euro sarebbe giustificata così: ci sono risorse private fuori dalle banche, facciamole spendere agli italiani. I quali, quando possono vanno all’estero, soprattutto i pensionati, che con 1000 euro vivono da signori in molte realtà, tra l’altro molto accoglienti, dalle Canarie al Portogallo, alla Grecia. Un fenomeno che si sta ampliando se all’INPS viene in mente di proporre una riduzione delle pensioni di chi trasferisce la residenza all’estero. Un’idea senza dubbio incostituzionale e contraria ai principi dell’Unione Europea di cui quei paesi sono membri. Un segno della disperazione di chi ha ereditato una situazione finanziaria difficile ma non sa dove mettere le mani per rimediare.
Infatti, come scrive Prodi, la minore crescita che fa intravedere lo spettro della stagnazione “si trova ad interagire con altre tendenze sempre più forti, come la stagnazione dei salari dovuta alla globalizzazione e alla diminuzione della domanda di mano d’opera per effetto del progresso tecnico e della digitalizzazione”.
Ancora un difetto di chi ci governa, ovviamente non solamente da adesso. Si tratta di fenomeni antichi e ben noti, anche perché si sono verificati ovunque. Ma non tutti i governi sono stati inerti. Molti hanno avuto una visione strategica del mondo del lavoro ed hanno previsto dove si può ricollocare la forza lavoro che risultata esuberante e dove indirizzare gli studi professionali perché i giovani abbiano un lavoro e i meno giovani non lo perdano.
Cosa si è fatto in Italia, ad esempio, per cogliere le opportunità che derivano dall’ingente patrimonio storico-artistico, la ragione prima del nostro turismo? Praticamente niente. Anzi si è fatto il contrario. Con la riforma del Titolo V della Costituzione è stata attribuita alla regioni la cura di questo settore essenziale per la nostra economia. Un settore che non è fatto solamente di musei, aree archeologiche, alberghi e ristoranti, ma di un indotto straordinario, di artigianato, manifattura ed enogastronomia.
Senza un piano nazionale, senza una programmazione delle attività d’intesa con gli operatori turistici per creare percorsi articolati e alternativi, perché nessuna regione sia trascurata, non si fa politica del turismo.
Non so se qualcuno ha stimato le possibilità occupazionali e l’ingente mobilitazione di risorse che potrebbero derivare da un potenziamento del settore, ma è intuitivo che sarebbero rilevanti.
Ed è soltanto una delle possibilità per l’occupazione e per mettere un po’ di soldi nelle tasche degli italiani che per spendere devono avere fiducia nel futuro, il che vuol dire essere ragionevolmente certi che i loro portafogli abbiano sempre a disposizione una somma per vivere dignitosamente.
E così arriviamo al reddito minimo o “di cittadinanza”, come lo qualifica il Movimento 5 Stelle. Una somma a disposizione di tutti, una risorsa che consenta di rilanciare la domanda interna ciò che è possibile esclusivamente se tutti avranno in tasca risorse che vadano al di là del pagamento delle bollette e della spesa alimentare. Per questo non bastano gli 80 euro né l’eliminazione della tassa sulla casa.
Occorre un intervento molto più consistente, ad esempio per le famiglie che hanno bisogno di risorse per i figli, per allevarli e farli studiare, per farne bravi cittadini e professionisti preparati. Quello che altrove è un investimento della società da noi è ignorato in barba alla Costituzione che sotto questo profilo non richiede modifiche. Dovremmo imitare Francia, Svezia e Norvegia che da tempo hanno dedicato risorse ingenti alle famiglie, laddove noi pensiamo di affrontare il problema della denatalità con l’immigrazione non controllata e non selezionata, con il rischio evidente di provocare malessere sociale.
Ci vuole coraggio politico. Non basta l’ottimismo sparso a piene mani dai governi degli ultimi anni, da Berlusconi a Renzi, entrambi bravissimi nel trasmettere fiducia, che esige riscontri positivi e concreti in tempi brevi, altrimenti subentra la delusione, fonte di risentimento sociale, sempre pericoloso.
Il Premier nel corso del suo viaggio in America Latina ha chiosato una famosa frase di Alcide De Gasperi sui politici e gli statisti, questi ultimi sono coloro che non pensano alle prossime elezioni ma alle prossime generazioni. De Gasperi è stato coerente e fu “il miracolo economico”. Renzi si ferma alle parole, almeno a leggere la “legge di stabilità” appena inviata alle Camere. Mario Monti, intervistato da Lucia Annunziata, la ritiene una legge fatta per cercare consensi non per la crescita. Che poi è quello che, con molta prudenza, ha detto anche Romano Prodi.
26 ottobre 2015
Alla ricerca della legalità perduta
Assenteismo. È questione “di manico”
di Salvatore Sfrecola
“Il marcio è nel manico”, “il pesce puzza dalla testa”. Quella che siamo abituati a chiamare saggezza popolare definisce con queste espressioni situazioni di degrado delle amministrazioni, quando vengono alla luce disfunzioni o di illeciti. Oggi è il caso del diffuso assenteismo riscontrato negli uffici del Comune di Sanremo, accertato nel corso di lunghe indagini con telecamere e pedinamenti, che hanno dato luogo nei giorni scorsi all’emissione di numerosi provvedimenti restrittivi della libertà personale nei confronti di impiegati di varie qualifiche e di vari livelli. Compreso un agente della Polizia Municipale che si assentava a giornate intere per svolgere un secondo lavoro, quello di istruttore nautico. Attività della quale, tra l’altro, si vantava su Facebook.
A questo proposito ho sentito fare in televisione ad OmnibuisLa7 una osservazione che mi è parsa interessante: questo ampio assenteismo, che teneva lontano dagli uffici per ore impiegati i quali si dedicavano in quel tempo ad incombenze personali, come fare la spesa al supermercato, andare dal parrucchiere, sbrigare qualche pratica e via dicendo, era sfuggito ai vari dirigenti? Come mai? Le modalità usate erano quelle viste più volte, essenzialmente effettuando il controllo delle presenze ricorrendo a colleghi compiacenti i quali passavano il badge anche per più persone. Le televisioni hanno mandato in onda filmati nei quali si vedevano questi comportamenti truffaldini posti in essere neppure troppo furtivamente, alcuni addirittura recandosi al controllo in pigiama.
Si comprende, dunque, una chiamata di responsabilità dei capi i quali evidentemente tolleravano questa gravissima situazione non essendo possibile, in una realtà tutto sommato contenuta, come la struttura amministrativa del Comune di Sanremo, che i responsabili degli uffici non si siano accorti di assenze, non occasionali, ma ripetute e prolungate, come ha dimostrato l’indagine. Per cui è logico dedurre che essi tollerassero questo stato di cose, magari per coprire in tal modo loro personali manchevolezze o perché gli assenteisti sono persone che godono di protezioni varie, degli stessi dirigenti o dei politici, così venendosi a determinare una sorta di impunità che, a cascata, coinvolge i colleghi dei “beneficiati”. In sostanza se qualcuno gode di un trattamento privilegiato se ne avvantaggiano naturalmente altri colleghi che si sentono protetti dall’impunità a questi riconosciuta.
Ricordo, in proposito, un caso di molti anni fa quando, quando il TAR dell’Umbria aveva ritenuto legittima l’assenza di un dipendente sottoposto a procedimento disciplinare, il quale si allontanava dall’ufficio per andare a prendere il cappuccino al bar con l’assessore, nel presupposto che l’autorità politica fosse il suo “datore di lavoro” e, pertanto, legittimasse l’assenza Così altri impiegati rivendicavano il “diritto” di analogo favore. Le donne per fare la spesa al mercato, altri per curare esigenze personali, pagare un bollettino postale, andare a compare un libro, recarsi all’università per chi seguiva un corso di laurea. Intervenne la Procura regionale della Corte dei conti a mettere le cose a posto richiamando tutti all’ordine con citazione in giudizio del dipendente in ragione di un danno cagionato all’Amministrazione: l’assenza, il disservizio e la lesione dell’immagine dell’Amministrazione.
Fu iniziativa esemplare, in quanto la pronuncia, diffusa dall’ANSA alla vigilia del ferragosto mise in subbuglio gli uffici di mezza Italia in un periodo nel quale tradizionalmente si allentano i controlli. Il giornalista dell’ANSA, da me sentito, mi disse di aver deciso di tenere a lungo la sentenza nel cassetto per diffonderla al momento opportuno che lui aveva identificato nella vigilia di Ferragosto.
Tornando al caso di Sanremo è evidente che l’Amministrazione non potrà non rilevare quanto meno una culpa in vigilando nei confronti dei dirigenti dei servizi nell’ambito dei quali “lavoravano”, si fa per dire, gli assenteisti. È necessario che l’Autorità politica assuma un atteggiamento severo, a tutela della immagine della Pubblica Amministrazione, ad evitare che la vicenda sia causa di ulteriore discredito nei confronti dell’ente pubblico, fonte di altri danni per il buon funzionamento dell’istituzione. Infatti quando un’amministrazione perde prestigio agli occhi della comunità inevitabilmente qualcuno giustifica i propri comportamenti illeciti proprio in ragione degli scandali.
Oportet ut scandala eveniant, è un detto evangelico che vuole affermare che, qualche volta, è necessario che si verifichi un fatto sconvolgente perché si sblocchi una situazione confusa e pericolosa. Il fatto è che nell’Italia dei nostri giorni non accade “qualche volta” ma molto spesso, il che vuol dire che lo scandalo non muove azioni capaci di ripristinare la legalità perduta.
23 ottobre 2015
Sintomi di una deriva autoritaria
di Salvatore Sfrecola

I pericoli di una deriva autoritaria rinvenibile in alcune iniziative del Governo vengono evocati spesso negli ultimi tempi, non solamente dalle opposizioni ma anche dalla minoranza del Partito Democratico. A cominciare da quel “Enrico sta sereno” twittato da Matteo Renzi al Presidente del Consiglio Letta, alla vigilia della sua defenestrazione. Disinvolto e spregiudicato il giovane leader è parso che tale fosse nella gestione del suo partito. Invece si è presto avvertita una pesante ipoteca sulla legislazione e sull’azione di governo. Con i decreti legge a pioggia, sempre convertiti con voti di fiducia su maxiemendamenti, quindi senza adeguato approfondimento parlamentare, le leggi delega praticamente in bianco, nonostante la Costituzione preveda all’art. 77 che la “funzione legislativa non può essere delegata al Governo se non con determinazione di principi e criteri direttivi”. Il che vuol dire che i decreti legislativi che danno attuazione alla delega debbono riconoscersi integralmente nelle norme di delegazione, attività delicata, infatti un tempo sottoposta a verifica di legittimità da parte della Corte dei conti chiamata ad apporre il visto sui decreti presidenziali. Poi la riforma costituzionale, un testo raffazzonato che non integra un bicameralismo funzionale in sostituzione di quello “perfetto” certamente superato, una riforma che “in coppia con l’italicum introduce il presidenzialismo senza dichiararlo”, come scrive Michele Ainis su L’Espresso dell’8 ottobre (“Nella riforma di Renzi c’è un pericolo nascosto”). In pratica la fine della Repubblica Parlamentare. Già nei fatti, come si è detto, la maggioranza vota secondo le indicazioni del Segretario-Premier. Neppure Mussolini aveva tanto potere. Lo impediva la presenza del Re e del Senato rimasto sempre, per la protezione regia, un presidio di libertà, come dimostrano i discorsi di Benedetto Croce contrario, ad esempio, al concordato del 1929.
Anche la riforma del diritto di famiglia è un esempio della deriva presidenzialista. Una riforma che il governo si è intestata nonostante si tratti di materia ritenuta da sempre propria delle Camere e, quindi, dei partiti. Sono le maggioranze parlamentari che, in un ordinamento come quello voluto dai Costituenti, promuovono le riforme di interesse sociale, rimanendo all’iniziativa del governo quanto riguarda il funzionamento degli apparati e le regole della finanza.
Accade, invece, che il governo assuma nel suo programma la riforma del diritto di famiglia e prema sui parlamentari per la sua approvazione con la minaccia esplicita che ove non fosse approvata cadrebbe lo stesso Governo con scioglimento delle Camere. Cui si aggiunge la minaccia non velata ai parlamentari dissenzienti di non essere nuovamente messi in lista. Una pressione che il partito può fare legalmente sui suoi, se la coincidenza dei due ruoli, di segretario del partito e di presidente del consiglio, non dessero a Matteo Renzi un potere che, esercitato come abbiamo visto in questi giorni, cambia le regole e mette in forse la democrazia. Perché la coincidenza in una stessa persona delle due funzioni non è certo in contrasto con l’assetto dello Stato, se chi li riveste ne comprende il diverso rilievo. Il doppio cappello sul capo di Renzi che condiziona la maggioranza a fini di governo preoccupa perché impedisce di fatto il libero confronto delle idee nel partito e nella maggioranza. Con effetti deleteri sul livello della legislazione che, infatti, è gravemente degradata e sovente rimessa all’esame della Corte costituzionale per la verifica della sua conformità alla Carta fondamentale.
Una gestione centralizzata del potere che non ha precedenti. Correre è la regola che il premier si è data tecnica e si giustifica certamente in un’Italia per troppo tempo ferma, ma la velocità a discapito della qualità della legislazione e dell’amministrazione costituisce un gravissimo pericolo per la democrazia. I parlamentari sono chiamati solamente a dire sì. Sintomatico il caso delle critiche di Debora Serracchiani, Vice segretario del PD, al Presidente del Senato, Pietro Grasso, nella fase delicata dell’esame degli emendamenti. Un altolà da regime: lo ha eletto il partito e al partito deve rispondere. Non si era mai sentito un così esplicito richiamo all’ordine nei confronti di un Presidente di assemblea, tra l’altro uomo da sempre nelle istituzioni nelle quali ha esercitato funzioni alle quali è assicurato il massimo di indipendenza, quella che il nostro ordinamento riconosce ai magistrati.
Nè deve aver sentito alcun disagio il ministro Boschi nell’affermare che la legge sulle cosiddette “unioni civili” è del governo e non del Parlamento, come sarebbe stato naturale.
Siamo fuori tempo noi che richiamiamo queste regole antiche della democrazia o il nuovo è la prassi instaurata da Matteo Renzi? No, siamo nelle regole. La democrazia parlamentare si fonda su un ruolo centrale delle assemblee legislative e del confronto tra i partiti. Quando i parlamentari sono eletti, non nominati. Nelle democrazie mature la politica la fanno i gruppi parlamentari composti di uomini liberi, eletti per un diretto radicamento sul territorio. Accade nel Regno Unito, dove la democrazia parlamentare alberga dal 1215, dove si vota su collegi uninominali con scelta diretta, in un contesto di grande libertà dei parlamentari. Dove il partito si guarderebbe bene dal rimuovere un parlamentare dal suo collegio, perché quel politico si presenterebbe ugualmente e sarebbe comunque eletto, persistendo il rapporto di fiducia che lo lega agli elettori.
Infine il Capo dello Stato, sul Tamigi c’è una Regina. È fuori dalle logiche dei partiti non si fa portatrice degli interessi di questo o di quel partito, di questa o di quella corrente. È solamente garante del buon funzionamento delle regole della democrazia. Se vi pare poco!
A proposito. La riforma costituzionale assicura al partito di maggioranza, anche se con una minima percentuale, di avere il controllo della Camera, del Senato, il Presidente del consiglio, il Presidente della Repubblica e la Corte costituzionale.
C’è poco da stare sereni!
20 ottobre 2015
La cultura dimenticata
nel Paese di Dante e Leonardo.
Una risorsa sprecata,
l’impegno per un nuovo governo
di Salvatore Sfrecola
Ritorno spesso ad una frase di Camillo di Cavour, uno straordinario “statista europeo”, per dirla con il titolo un bel libro di Paolo Macry, grande uomo di governo: “datemi un bilancio ben fatto e vi dirò come un Paese è governato”. Perché dall’ammontare degli stanziamenti iscritti in bilancio si deduce l’attenzione che la classe politica al governo riserva ad un determinato settore di interesse generale nell’ambito delle politiche pubbliche. Che nel caso della cultura denuncia un misero 1,1 per cento del PIL, la metà della media dei paesi dell’Unione Europea, meno della Grecia, dove mancano persino farmaci e siringhe negli ospedali. Negli enti locali, poi, la falcidia delle risorse è ancora più pesante, con riduzione mediamente del 50% per musei e biblioteche. Le previsioni sono ancora più nere per quest’anno e per gli anni a venire. Chiuderanno altri musei, sarà impossibile accedere ad altre biblioteche.
Alcuni dati: per oltre 700 siti archeologici si contano poco più di 300 archeologi. Circa 400 storici dell’arte “curano” 3 mila musei e 100 mila fra chiese e cappelle. Dovrebbe essere la professione regina in un Paese che possiede la più gran parte del patrimonio storico artistico dell’umanità.
Per la cultura in Italia la disattenzione dei tempi nostri è suggellata da una infelice frase di Giulio Tremonti, allora Ministro dell’economia e delle finanze, secondo il quale (lo ha detto il 14 ottobre 2010) “con la cultura non si mangia”. Gli ha risposto Michele Ainis, costituzionalista, nella introduzione al libro di Vittorio Sgarbi Il tesoro d’Italia – la lunga avventura dell’arte. Con la cultura “si mangia eccome quando i governi sanno apparecchiare la tavola”.
Eppure è sotto gli occhi di tutti che la cultura è parte essenziale dell’appeal che l’Italia vanta agli occhi del mondo e dei milioni di turisti che annualmente affollano i nostri musei, le aree archeologiche, che si iscrivono ai conservatori di musica e alle accademie d’arte per studiare o per perfezionarsi. E così, nel corso dei secoli le scuole italiane vengono riconosciute come centri di alta formazione al di qua e al di là degli oceani. In migliaia vengono per imparare e specializzarsi. Tuttavia a livello politico scarsa è l’attenzione, quasi che l’interesse fosse solo dei docenti e degli studenti e non del Paese intero, nonostante sia evidente che chiunque si diploma in una scuola italiana si fa portatore della nostra cultura in terre lontane. È un ambasciatore dell’Italia nel mondo.
Nella cultura, infatti, si è formata la nostra identità nel corso dei secoli. “Il nuovo dell’Italia è nel passato”, titola un libro-intervista di Andrea Carandini, del 2012, che si chiede come si possa progettare un futuro, anche il più audace e tecnologicamente spregiudicato, se non si è consapevoli del passato che ci ha preceduto ma che tuttavia perdura in noi. I beni culturali sono, con l’istruzione e la ricerca, non la ciliegina sulla torta, bensì la torta stessa dell’Italia futura. E continua: “Il nostro paesaggio sono gli avi, siamo noi, è il futuro dei nostri figli. Soltanto 83 generazioni ci separano dalla fondazione di Roma: sono queste generazioni le simboliche autrici delle nostre campagne e città. Non possiamo annientarle distruggendo in poco tempo millenni di fatiche e di ingegno”. Per Carandini fondamentale è l’art. 9 della Costituzione. “Il dettato è chiarissimo, splendido” scrive: “La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione”.
Eppure, si è chiesto Ainis, “lo Stato italiano, quanto ne sa delle bellezze italiane? Ha la capacità di riconoscerle, e quindi di farle conoscere?”. Per catalogarle, prima di tutto, fondamentale per la conoscenza, per lo studio e per la fruizione. Per tutte queste funzioni mancano innanzitutto risorse e, pertanto, uomini e mezzi. Per cui definisce il censimento dei beni culturali “un’incompiuta”. Aggiungendo “non è un dettaglio irrilevante. Non a caso nel codice Urbani del 2004 la catalogazione precede ogni altra attività spesa per tutelare il patrimonio artistico. E a sua volta la tutela esprime il primo obbligo che la Costituzione assegna al nostro Stato; gli altri due si chiamano valorizzazione e promozione. Però se manca la tutela?avrai ben poco da valorizzare”. In particolare è imbarazzante il dato sui beni “nascosti” nei depositi: 40 milioni di pezzi.
È un autentico tesoro, non solamente per chi studia l’arte. È un tesoro nel senso autentico dell’espressione perché può produrre ricchezza. Come avviene ovunque. In Germania “rende” il doppio che in Italia determinando, tra l’altro, una rilevante occupazione che è di oltre un milione di addetti nel Regno Unito, più del doppio che da noi. E nessuno di questi paesi ha beni in quantità e pregio artistico paragonabili ai nostri. Anzi spesso statue e dipinti esibiti nei musei di mezzo mondo sono di autori italiani, come al Louvre o alla National Gallery di Londra, dove c’è molto di romano e di italiano.
Purtroppo l’insufficienza delle risorse finanziarie destinate alle “politiche della cultura” è una costante dei nostri bilanci, conseguenza dell’incapacità della classe politica di cogliere gli effetti positivi riflessi della presenza di studiosi, studenti e turisti. Effetti immediati e di lungo termine perché il settore della cultura si autoalimenta se iniziative appropriate vengono assunte da Parlamento e Governo.
Invece, quando si ricercano risorse si taglia prima di tutto qui, a carico di uomini e mezzi.
Tagli, solo tagli che indignano le persone di cultura. Riccardo Muti, uno straordinario direttore d’orchestra, una icona della musica italiana nel mondo, è stato drastico. Per lui siamo di fronte ad “una situazione tragica e ignominiosa, siamo ormai all’uccisione squilibrata, vile, assurda della nostra identità nazionale”. Parole durissime, pronunciate pubblicamente in un’occasione straordinaria, quella della rappresentazione del Nabucco, l’opera risorgimentale per eccellenza, a Roma nell’ambito dei festeggiamenti dei 150 anni dell’unità d’Italia. Ed aggiungeva: “I signori del governo dovrebbero rendersi conto che la cultura anche economicamente può essere importantissima”. Per la verità va dato atto del Ministro Dario Franceschini, responsabile dei beni e delle attività culturali, cui è stato associato il turismo, che di cultura si alimenta in misura rilevante, di aver ripetutamente rivendicato il valore economico del settore di governo a lui affidato. Ma alle parole non sono seguiti i fatti. Anche perché se è vero che turismo e beni culturali sono legati è anche evidente che le attività turistiche appaiono una funzione residuale nel contesto ministeriale, soprattutto da quando nel 2001, con la riforma del Titolo V della Costituzione, la competenza è passata alle regioni. Motivo per cui, in mancanza di una visione strategica ed integrata delle varie opportunità esistenti nel Paese, l’Italia è arretrata nella scala dei flussi turistici rispetto a Francia e Spagna, nostri primi concorrenti. Ma anche la Grecia dimostra crescenti capacità di accoglienza.
Solamente quest’anno si registra una timida ripresa del turismo, anche se siamo ancora lontano dai numeri degli anni in cui non temevamo concorrenza.
Servizi scarsi e inadeguati, compresi quelli di trasporto essenziali. Costi eccessivi di ristoranti ed alberghi, mancata valorizzazione di località che associano archeologia e musei ad un contesto ambientale straordinario. Vale per tutta l’Italia, il “bel Paese”, che non è solamente un formaggio.
Manca una visione strategica che individui, d’intesa con gli operatori turistici, percorsi alternativi in relazione a distinte tipologie di beni e ambienti, compresi gli itinerari religiosi che interessano tutta la Penisola, tra santuari e luoghi di culto minori, noti ma spesso inaccessibili.
Ovunque è spesso insufficiente l’illustrazione delle opere e dei luoghi. Nei musei come nelle aree di interesse archeologico. A Roma capita spesso d’imbattersi in un’area recintata ingombra di erbacce, chiusa alla fruizione, senza nemmeno una targhetta che dica dove ci troviamo e perché sono importanti quelle mura, le colonne, le pavimentazioni.
Nel mondo, in paesi che hanno spesso ben poco e comunque quasi sempre incommensurabilmente di meno importante rispetto a quanto noi possiamo mettere a disposizione dei visitatori, si costruiscono percorsi culturali che valorizzano le singole località e l’intero paese abbinando storia, artigianato, gastronomia, un’impostazione che a noi riuscirebbe facilissima se solo qualcuno prendesse un’iniziativa intelligente, non di quelle finanziate solamente per far da sponda al politico locale, in località dove nessuno è interessato a recarsi. Come insegna l’esperienza di alcuni “recuperi” in località sperdute, rimasti senza visitatori e senza utilizzazioni di carattere culturale o sociale.
La frase “il turismo è il nostro petrolio”, ripetuta spesso, è venuta a noia a molti. Ma è la verità. Come l’economia di alcuni paesi ruota intorno all’oro nero, per noi italiani, da Nord Sud, una intelligente valorizzazione del nostro patrimonio storico artistico assicurerebbe significative occasioni di crescita.
Purtroppo non è così. Troppo poche le iniziative intelligenti capaci di attirare visitatori. Nell’incertezza di una politica efficace del turismo calano anche le sponsorizzazioni dalle quali ci si attendevano migliori risultati.
In questo panorama desolante c’è, tuttavia, qualche iniziativa che scalda il cuore. È il 1997 quando la legge n. 352 dell’8 ottobre (Disposizioni sui beni culturali) all’art. 10, comma 1, qualifica gli interventi in materia di beni culturali “investimenti”, allo scopo di sottolineare il collegamento virtuoso con lo sviluppo e la crescita economica del Paese anche perché il turismo interno ed internazionale mobilita un indotto rilevante in vari settori, dall’artigianato all’agroalimentare. Oltre ad assicurare un apporto all’occupazione particolarmente significativo, considerate le difficoltà di vasti settori dell’economia.
Ci si chiede spesso quanti posti di lavoro in giro per l’Italia in diverse attività possano essere assicurate da uno sviluppo delle attività turistiche e dall’indotto straordinario riguardante il made in Italy, dal settore manifatturiero a quello enogastronomico, punti di forza delle nostre esportazioni. Attività che vengono mantenute a livelli di qualità proprio dal turismo e che hanno un effetto moltiplicatore perché i nostri prodotti al seguito dei turisti testimoniano nei paesi d’origine il genio italiano e la capacità dei nostri imprenditori. In sostanza i turisti diventano ambasciatori dell’italianità nel mondo. Ne giovano le esportazioni ma anche la lingua e la cultura in genere che catturano le menti, da Dante a Michelangelo, passando per i tanti poeti, letterati, pittori, scultori e architetti dei quali non sarebbe possibile fare una graduatoria.
Ancora una legge “virtuosa”, la n. 291 del 16 ottobre 2003 (Disposizioni in materia di interventi per i beni e le attività culturali, lo sport, l’università e la ricerca e costituzione della Società per lo sviluppo dell’arte, della cultura e dello spettacolo – ARCUS S.p.a.”). Una società, dunque, allo scopo di promuovere e sostenere, sotto il profilo finanziario, tecnico-economico e organizzativo, progetti ed altre iniziative finalizzate alla realizzazione di interventi di restauro e recupero dei beni culturali ed altre azioni a favore delle attività culturali e dello spettacolo, nel rispetto delle attribuzioni costituzionali delle regioni e degli enti locali. ARCUS è un organismo “facilitatore”, chiamato a svolgere compiti di promozione e di sostegno di progetti ed iniziative di investimento, sia per il restauro ed il recupero dei beni culturali, sia per altri interventi a favore delle attività culturali e nel settore dello spettacolo. Il suo ruolo è stato di volta in volta compreso e valorizzato, ma anche compresso e ostacolato fino al tentativo della sua soppressione, poi rientrato, con previsione di un suo rilancio (art. 39, comma 1-ter, del d.l. 69/2013).
E poiché ARCUS può promuovere la costituzione di imprese o assumere partecipazioni in iniziative strumentali rispetto all’oggetto sociale, ecco che il 28 settembre 2011 dà vita all'”Associazione parchi e giardini d’Italia” (APGI), soggetto nazionale privato senza scopo di lucro che, raccogliendo l’adesione delle diverse istituzioni pubbliche e private attive in Italia in questo settore, potrà altresì rappresentare il nostro Paese in seno alla Federazione Europea per i Parchi e Giardini (Parks & Gardens of Europe).
Contestualmente la Società svolge un’opera di sensibilizzazione di altri soggetti pubblici e privati per stimolare azioni di co-finanziamento, in modo da ampliare la sua presenza in più settori culturali anche al fine del reperimento di disponibilità immediate ed una più rapida ed economica capacità d’impiego delle risorse, interventi che si caratterizzino come investimenti dotati di effettiva capacità innovativa, oggettivamente diversi rispetto a quelli rimessi all’azione ordinaria delle pubbliche amministrazioni di settore ma, soprattutto, in grado di fungere da volano e moltiplicatore della realizzazione progettuale, mediante l’attrazione di ulteriori risorse acquisite sul territorio da soggetti pubblici e privati che ne percepiscano la capacità di generare benefici sociali ed economici – diretti ed indiretti – per l’area interessata e per l’intero Paese. L’esperienza di questi anni ha dimostrato che gli interventi finanziati da ARCUS sono stati spesso aggiuntivi di altri promossi da associazioni ed istituzioni culturali ed economiche legate alle aree interessate dagli interventi culturali. Questo, tanto per le iniziative di restauro e di valorizzazione di immobili storici o di siti archeologici, quanto per iniziative musicali, teatrali e cinematografiche.
È peraltro caduta sin qui nel vuoto la sollecitazione con la quale ARCUS stimolava ANAS e Ferrovie dello Stato ad inserire in aree di servizio e nelle stazioni principali elementi archeologici locali, sull’esperienza degli ecomusei. Proposta di rilevante interesse culturale per far conoscere il territorio ai suoi abitanti con funzioni di stimolo per la crescita delle popolazioni locali, ma anche del turismo.
Manca una politica adeguata. E torna, dunque, inevitabilmente di attualità la distinzione di Bobbio tra “politica della cultura” e “politica culturale”, la prima intesa come “politica degli uomini di cultura in difesa delle condizioni di esistenza e di sviluppo della cultura”, la seconda come “pianificazione della cultura da parte dei politici”, per cui il filosofo torinese riteneva solamente la prima in sintonia con i principi dell’ordinamento liberale, mentre  la seconda rivela una volontà di asservimento di ciò che la Carta fondamentale dichiara essere espressione massima della libertà.
Occorre, dunque, una nuova politica di gestione del patrimonio storico-artistico in funzione della cultura e del turismo, in una sinergia che sappia cogliere le molteplici opportunità che si presentano per un benessere diffuso e duraturo.
19 ottobre 2015

Ma il fisco non riconosce un vantaggio
a chi chiede la fattura
Aumenta il limite del contante e quindi il nero che già il 17% del Pil
di Salvatore Sfrecola

Nel giorno in cui i giornali e le televisioni commentano la notizia che il Presidente del consiglio annuncia che porterà da 1000, più esattamente da 999,99, a 3000 il limite per l’uso del contanti negli acquisti, e le opinioni favorevoli e contrarie si leggono sui giornali e si sentono nelle trasmissioni televisive di approfondimento, il direttore dell’Agenzia delle entrate, Rossella Orlandi, lancia l’allarme sul lavoro nero. Giusto un anno fa la Orlandi, dinanzi alla Commissione parlamentare di vigilanza sull’anagrafe, tributaria aveva detto: “l’economia sommersa vale tra 255 e 275 miliardi e dunque tra il 16,3 e il 17,5 del PIL”. Lo ricorda oggi Valentina Conte su Repubblica, segnalando una realtà di cui spesso si è detto, quella cioè, che “i cittadini non traggono benefici dall’aumento della tracciabilità” dei pagamenti.
È questo un punto essenziale, già risolto in altri ordinamenti, quello, cioè, di puntare sul contrasto di interessi tra chi paga e chi riceve il denaro. Ma perché il contrasto di interessi non sia meramente virtuale è necessario che il sistema tributario assicuri un vantaggio per il contribuente. Gli esempi dell’idraulico, ma anche del carrozziere o del meccanico che mette a punto la nostra automobile sono quelli classici, che si richiamano in questi casi nei quali il cittadino in molti casi si vede costretto ad accettare un pagamento in contanti, e quindi in nero, per risparmiare, perché se pagasse con una carta di credito, un bancomat o un assegno dovrebbe corrispondere una somma maggiore comprensiva quanto meno dell’IVA.
Si può certamente dire che il cittadino ligio alle leggi dovrebbe sempre chiedere la fattura o la ricevuta del pagamento, ma è lecito pretendere questo adempimento da chi in nessun modo ne trarrebbe un vantaggio? Credo che nelle condizioni attuali di difficoltà dell’economia privata, con stipendi bloccati e famiglie in affanno non si possa ritenere che ogni cittadino si trasformi in un “guardiano del fisco”. Ce n’è, ovviamente, ma è più frequente che, fatti due conti, molti decidano per risparmiare l’IVA e forse anche qualcosa in più.
In sostanza è lo Stato che favorisce i pagamenti in nero perché non consente al cittadino di trarre un vantaggio dal trasferimento di valuta nei confronti del fornitore di un bene o di un servizio. Su questo sfondo si inserisce l’annuncio del Presidente del consiglio che si attende da questa iniziativa un rilancio dei consumi. “È un modo per aiutare i consumi e dire basta al terrore”, afferma Renzi, sapendo che quei soldi sono “comunque tracciati”. Evidentemente non è vero, il movimento di contanti non è per definizione tracciabile. Per Pierluigi Bersani, infatti, il contante a 3000 euro favorisce “i consumi in nero, il riciclaggio, l’evasione e la corruzione”.
E poiché nelle sue prestazioni professionali l’idraulico o il carrozziere usano anche materiali vari anche questi sfuggono alla tracciabilità dell’operazione di acquisto presso il fornitore.
Naturalmente si sono schierati in favore del nuovo limite all’uso del contanti i commercianti, i quali evidentemente non temono di essere additati come i responsabili di una rilevante evasione fiscale. Per Sangalli, Presidente di Confcommercio, quella del Governo “è una scelta di buon senso”. Anche Davide Giacalone, ne scrive oggi su Libero, “aumentare la libertà nell’uso del contanti è un fatto positivo” ma deve ammettere che “crescerà anche il nero ma in attesa di un accordo europeo è un male necessario”. Per fortuna si ricorda che “l’uso delle transazioni economiche dovrebbe venire dalla convenienza”.
Il sistema tributario ha una funzione di controllo dell’economia nazionale e di redistribuzione del reddito attraverso una ragionevole selezione delle categorie da tassare o da agevolare, deve, sia pure gradualmente, giungere a tassare ogni forma di guadagno che provenga da una attività professionale anche artigianale. Il nero costituisce una grave ingiustizia perché fa gravare le imposte esclusivamente sui percettori di redditi fissi determinando all’interno della popolazione equilibri che sono essi stessi fonte di malcontento .
14 ottobre 2015

I dubbi della politica
Primarie sì, primarie no
di Senator

Renzi le vuole, a Milano e adesso anche a Roma. Berlusconi non le vuole né qui né lì. Le primarie, quale strumento di ricerca del candidato ideale, continuano a far discutere soprattutto a destra. Salvini e la Meloni, infatti, insistono perché si facciano. Ma è certo che non si faranno se il Cavaliere non vuole.
Ne scrivono giornalisti e politologi alla ricerca del perché partiti e politica sembrano oggi due realtà incompatibili, tanto da scegliere i candidati fuori degli apparati. Per Antonio Polito (Corriere della Sera di domenica) “la vera lezione dell’incredibile vicenda romana sta proprio in questo: è il fallimento finora il più clamoroso dell’idea che l’amministrazione della cosa pubblica non debba essere affare della politica e dei partiti, ma anzi vada affidata a chi più è capace di presentarsi come nemico dei partiti e alieno alla politica”.
Primarie addio, dunque? Non di certo a Sinistra, dove sono un mito che tiene. Che cerca di neutralizzare l’antipolitica, per cui i partiti “si aprono” alla società civile, ripudiano la legge elettorale con le preferenze ritenute “fonte di corruzione”, occasione di “voto di scambio” (id est voti comprati). Così il sistema delle preferenze si trasferisce nelle primarie, facendo finta che sia una cosa diversa. Dove il consenso si compra ugualmente, nelle stesse forme di un tempo. Panem et circentes, si diceva ai tempi dell’antica Roma. Oggi entrano in ballo anche le formazioni collaterali, i collettivi, i centri di aggregazione giovanili, le feste di partito, palcoscenico degli amici che si vuole portare avanti.
E così il meccanismo è sfuggito di mano. Chiunque può concorrere. Mancano regole certe, vota chi si trova a passare dinanzi ai seggi, a volte pagando solo un soldino. Chi può arruola amici e simpatizzanti, non necessariamente del partito. La cronaca dice che in alcuni casi hanno votato extracomunitari non elettori. E in giro per l’Italia il più delle volte vince chi il partito non avrebbe voluto, come Marino a Roma. Per cui Polito conclude che le primarie sono un fallimento.
Occorre una nuova via per la selezione della classe dirigente. È inevitabile ed urgente. Ma non semplice. Il fatto è che i partiti hanno smesso da tempo di organizzare il consenso intorno ad esponenti locali e nazionali avviati a sperimentare un percorso, un cursus honorum, come dicono quelli che hanno studiato un po’ di latino, diretto a scalare per tappe il monte delle responsabilità politiche.
Si è detto spesso che nella cosiddetta Prima Repubblica era raro che diventasse ministro chi non avesse una esperienza da sottosegretario e che a questa carica giungesse chi non aveva alle spalle almeno un paio di legislature. E prima ancora cariche in enti locali, come consigliere comunale, assessore o sindaco. C’erano ovviamente le eccezioni degli Andreotti, dei Fanfani, dei Segni, dei Moro, ma erano coloro che, all’indomani del ritorno alla democrazia avevano maturato esperienze nella direzione dei partiti e delle correnti, che non erano solo aggregati di uomini di potere ma espressione di una cultura politica maturata sui libri e nelle università. È stato così anche per la Sinistra comunista forgiata alla scuola delle Frattocchie e nelle amministrazioni locali.
Spazzata via la classe politica che ha governato l’Italia del boom economico, quella patrocinata dalla rigida politica monetaria e di bilancio di Luigi Einaudi, la ricerca del consenso è perseguita allentando i cordoni della spesa pubblica con un aumento vertiginoso del debito nei primi anni ’90, effetto di elargizioni elettoralistiche “a pioggia”, per alimentare una corsa frenetica al potere che i partiti e le correnti conducono con iniziative costose, associazioni, convegni e congressi, giornali e riviste. Con costi elevatissimi, sostenuti mediante l’apporto di operatori economici compensati con appalti milionari, come insegna Tangentopoli, con le sue inchieste che hanno travolto tutto e tutti facendo terra bruciata intorno ai partiti tradizionali che hanno tentato di sopravvivere mediante ripetuti cambi di nome per allontanare agli occhi dei cittadini il ricordo delle formazioni politiche i cui capi avevano sfilato, attoniti e smarriti, dinanzi a Gherardo Colombo, Piercamillo Davigo e Antonio Di Pietro, Sostituti della Procura della Repubblica di Milano.
Si apre la stagione dell’antipolitica nella quale si affacciano alla ribalta del potere uomini della cosiddetta “società civile”, in primo luogo Silvio Berlusconi che degli aiuti della politica si era giovato, come del resto tutti gli imprenditori che hanno avuto appalti e mutui grazie alle loro relazioni con i detentori del potere. È la “non politica”. Gli italiani, disgustati dal latrocinio generalizzato, apprezzano e accettano che un imprenditore di successo guidi il governo del Paese. Se ha fatto bene alle sue aziende ed ai loro dipendenti, si sentiva dire, farà bene anche all’Italia.
Col piglio dell’imprenditore Berlusconi sceglie ministri, sottosegretari, presidenti delle regioni e sindaci, compila le liste per Senato e Camera senza alcuna deliberazione di organi di partito. Un po’ quello che accade nella formazione del Governo Renzi, quando le scelte del partito sono quelle del segretario. Così accadrà all’atto della predisposizione delle candidature ovunque si voti. Eppure si parlerà di primarie e c’è da star certi che cambieranno le regole per impedire che il Marino di passaggio conquisti una candidatura non gradita a Largo del Nazareno.
L’alternativa alle primarie dei gazebo è la rete del Movimento Cinque Stelle, una realtà politica che ha consolidato i consensi ovunque nel Paese, con la quale a Destra e a Sinistra dovranno fare i conti. Arrivano in Parlamento con poca o nessuna esperienza politica ma fanno in fretta ad imparare, anche nelle occasioni di confronto televisivo alle quali inviano Luigi Di Maio, Alessandro Di Battista, Nicola Morra, cui il M5S affida il messaggio della moderazione determinata dal desiderio di pulizia e di legalità. Senza sconti per nessuno.
12 ottobre 2015

Candidati possibili e improbabili
Identikit di un Sindaco: requisiti personali e professionali
di Salvatore Sfrecola

Domani, forse, Marino presenterà le sue dimissioni, così prendendo atto di essere stato sfiduciato dal suo stesso partito e dal suo Segretario che, in tono perentorio, aveva detto: “se sa governare governi o vada a casa”. E così è. Va a casa un Sindaco che ha fortemente deluso i romani, che pure lo avevano votato con il 63% dei consensi sul quale aveva pesato il forte astensionismo dopo la parentesi “nera” di Alemanno (ma si deve considerare anche il 40% dei voti dei candidati che si sono dimessi a seguito dell’inchiesta “mafia capitale”) ed ha messo in imbarazzo fortissimo il suo partito che non ha potuto difenderlo al termine di un lungo stillicidio di figuracce, culminate nella pantomima delle spese di rappresentanza. Il Partito Democratico, infatti, teme che la gestione Marino sia destinata a pesare sul prossimo risultato elettorale.
I partiti, dunque, si preparano al confronto, definiscono i programmi, mettono in campo gli uomini migliori, cominciando a riflettere sulla candidatura più adatta a sedere sul seggio più alto del Campidoglio. Vengono alla ribalta del dibattito politico e giornalistico i primi nomi, taluni quasi naturali, come quelli di Giorgia Meloni e di Alessandro Di Battista, i leader di Fratelli d’Italia-Alleanza Nazionale, e del Movimento Cinque Stelle a Roma. Nel il Partito Democratico, alla ricerca di un recupero di credibilità dopo lo shock per la vicenda Marino, si sente fare nomi autorevoli: Raffaele Cantone, Dario Franceschini, Giovanni Malagò, Roberto Giachetti. Tanto per cominciare, perché le meditazioni saranno lunghe e sofferte in vista di una campagna elettorale che inizia in questi giorni con obiettivo la primavera prossima. Anche se è probabile che qualcuno provi a rinviare nel tentativo di recuperare consensi.
E così anche noi azzardiamo qualche prima riflessione, cominciando col tracciare un identikit ideale del candidato Sindaco di una grande città che è anche la Capitale d’Italia. In una realtà difficile, dove diffuso e antico è il malcontento per la cattiva gestione dei servizi comunali che, quando non è stata caratterizzata da illeciti, è comunque da annoverare tra le più inadeguate per il ruolo della città, la sua storia, la sua economia basata sui servizi e sul turismo, settori ai quali dal Campidoglio non è mai arrivata una risposta adeguata, anche quando alcune gestioni hanno avuto un tratto appena dignitoso.
Cominciamo a trarre qualche conclusione dall’esperienza Marino. Era prevedibile il flop del personaggio, considerate le sue caratteristiche caratteriali. Ombroso, autoreferenziale, evidentemente lontano dalla mentalità dei romani, senza una squadra, scarso conoscitore della amministrazione e della struttura amministrativa comunale. Non poteva che finire com’è finito, del tutto inadeguato rispetto ad una situazione complessa con una eredità pesante dal punto di vista finanziario e soprattutto amministrativo. Diciamoci chiaramente che la struttura amministrativa del Comune di Roma e delle aziende collegate ha livelli estremamente bassi di efficienza. Basti pensare alle numerose indagini della magistratura penale e della Corte dei conti che hanno messo in risalto negli anni scorsi inadeguata acquisizione di mezzi di trasporto e insufficiente manutenzione, tutte situazioni che hanno pesato sulla gestione del servizio. Così come sulla manutenzione della rete stradale che qualcuno aveva pensato sarebbe stata oggetto di particolare attenzione da parte di un Sindaco che affermava di muoversi in città in bicicletta e che pertanto avrebbe dovuto conoscere ogni buca del centro storico e non solo, e quindi provvedere ad indirizzare l’azione dell’amministrazione nella manutenzione delle pavimentazioni.
Invece abbiamo avuto un Sindaco permaloso, allergico non solo alle critiche ma anche alle osservazioni più banali dettate da spirito di collaborazione da parte di cittadini e il giornalisti.
Ma passiamo oltre e vediamo le candidature di cui parlano in questi giorni i giornali, cominciando da Raffaele Cantone, certamente il nome più prestigioso fra quelli che sono stati fatti, un magistrato di grande valore con una lunga esperienza, opportunamente preposto all’Autorità Nazionale Anticorruzione (A.N.AC.) con poteri notevoli per intercettare il malaffare. Cantone ha smentito l’ipotesi di una sua candidatura che credo sia stata confezionata nelle redazioni dei giornali in ragione della diffusa illegalità che caratterizza l’amministrazione comunale di Roma che lui stesso aveva rimproverato quanto alla assegnazione di appalti senza gara, giustificati dall’urgenza. Cantone non è disponibile a mettere a repentaglio il suo prestigio in una situazione obiettivamente difficile da governare. Inoltre ha espressamente detto di voler portare avanti la sua esperienza all’Anticorruzione.
Da scartare anche l’ipotesi Franceschini, un Ministro che non si è rivelato all’altezza del ruolo importante che gli è stato riservato nel governo e che, a parole, aveva giustamente interpretato come essenziale per l’economia del Paese, il turismo. Invece non se ne è parlato. Neppure un programma, neppure un’idea vaga. Viene da lontano, da Reggio Emilia e non appare portatore di una esperienza amministrativa significativa.
Giovanni Malagò, presidente del CONI, romano, nasce come imprenditore, dirigente sportivo, del quale si dice molto bene. Gli si riconoscono capacità organizzative nel settore, ma ha anche lui ha una controindicazione. Quella, appunto, di essere stato un imprenditore e c’è da scommettere che se fosse candidato qualcuno, nel partito che lo presenta (il fuoco amico!) e nelle altre forze politiche andrebbe a cercare qualche peccatuccio che inevitabilmente è nell’esperienza dei nostri imprenditori. Cose banali certamente, ma che possono essere enfatizzate al momento giusto. L’esperienza di Silvio Berlusconi insegna. Allo stesso modo appare inopportuna la candidatura di Alfio Marchini, detto Arfio, imprenditore, una famiglia di imprenditori. Pensate che qualcuno non potrà trovare un episodio che possa metterlo in difficoltà, magari un caffè offerto ad un funzionario che ha seguito una sua legittima pratica amministrativa?
Tra i nomi che si fanno c’è anche quello di Roberto Giachetti, ex radicale, tra i fondatori della Margherita, vicepresidente della Camera, frequentatore di talkshow nei quali interviene con un piglio tra lo scanzonato e lo scocciato, come se fosse lui a fare un piacere ai politici ed ai giornalisti con i quali si confronta. Dice spesso cose ragionevoli e sensate ma ho difficoltà nel ritenere che possa riscuotere un consenso tale da invertire la caduta di popolarità del Partito Democratico a Roma.
Infine c’è Giorgia Meloni, nata come guida dei giovani di Alleanza Nazionale, una breve esperienza di Ministro per le questioni giovanili che non gli ha potuto assicurare una adeguata esperienza amministrativa, ma che con una martellante presenza televisiva e nelle piazze è cresciuta, anche perdendo le asperità di un eloquio romanesco un po’ ruspante. La sua provenienza da AN, che mantiene nel simbolo di Fratelli d’Italia, le assicurano consensi del centrodestra moderato, specie per essersi emancipata da Fini. È stata anche benedetta da Silvio Berlusconi che la considera un ottimo candidato alla poltrona di primo cittadino della Capitale.
Per tirare un po’ le somme, è evidente che i due candidati forti sono Di Battista e la Meloni. Non sappiamo se il primo correrà effettivamente. Lui lo ha smentito richiamando le regole del Movimento che escludono candidature di parlamentari, ma è evidente che in ogni caso si dovrà fare i conti con il Movimento Cinque Stelle che cresce nei sondaggi e vanta in Consiglio comunale esponenti che hanno dimostrato chiarezza di idee e notevoli capacità anche in rapporto al controllo sulla gestione Marino, a cominciare dalla puntuale verifica delle spese di rappresentanza che hanno costituito l’ultimo scivolone per il sindaco.
C’è poi la lista Noi per Salvini che i sondaggi accreditano con quozienti non irrilevanti (si parla di un 15-18%) capace di assicurare un apporto significativo al centrodestra. La corsa è appena iniziata e il traguardo non si vede chiaramente all’orizzonte, tenuto presente che il governo potrebbe essere indotto a spostare le elezioni di Roma dalla primavera all’autunno. Luigi Zanda, capogruppo del PD in Senato, renzissimo, paventa pericoli per l’ordine pubblico in costanza del Giubileo. È facile, infatti, ritenere non opportuno che i pellegrini in visita a Roma assistano a comizi e manifestazioni politiche in un anno dedicato alla Divina Misericordia.
In realtà la preoccupazione è forte. A Milano, Roma e Napoli potrebbe iniziare la fine dell’avventura renziana.
10 ottobre 2015
Errori antichi e recenti
L’Amministrazione pubblica che invecchia
non giova alla buona politica ed ai cittadini
di Salvatore Sfrecola

L’Amministrazione pubblica italiana invecchia, inesorabilmente. Lo hanno decretato le leggi sui risparmi di spesa, un forsennato blocco del turn over che ha impedito l’effettuazione di concorsi per accesso a fronte dei pensionamenti. Nemmeno una parte dei pensionati, quella necessaria per le esigenze degli uffici, è stata sostituita da giovani. La conseguenza, già denunciata anni fa in una serie di servizi de Il sole 24 ore, è l’assenza dei giovani: solamente il 3,2 per cento dei dipendenti pubblici ha un’età compresa tra i 20 ed i 29 anni, mentre l’età media è salita a 52 anni.
È la conseguenza della politica folle degli ultimi governi. Mancano professionalità specifiche, essenziali nel nostro Paese. Ad esempio gli storici dell’arte non solo sono pochi ma sono anche anziani, mediamente oltre i 50 anni, in un Paese che dispone del più grande patrimonio storico-artistico dell’umanità. Invecchiano anche le forze di polizia, basta gettare lo sguardo in una auto di Polizia o Carabinieri. Sono sempre meno i giovani, quelli necessari per alcune operazioni che comportano un contrasto fisico impegnativo. Altra cosa sono le investigazioni e gli eventuali conflitti a fuoco dove l’esperienza è determinante.
Secondo Federico Fubini, che ha analizzato la situazione del pubblico impiego sul Corriere della Sera del 5 ottobre, “lo squilibrio è arrivato ad un punto tale che la burocrazia sembra alla vigilia di una sorta di rivoluzione: nel prossimo decennio circa un quarto degli attuali dipendenti dello Stato andrà in pensione. Uscirà poco meno di un milione di persone, e circa la metà dei dirigenti e degli alti funzionari attuali”. Una situazione, continua Fubini, che “in prospettiva si presenta come un’opportunità di quelle che non passano certo a ogni generazione. Di certo è una realtà che tiene al lavoro i tecnici di Palazzo Chigi, adesso che il Governo è chiamato a tradurre in pratica la legge delega di riforma della pubblica amministrazione: l’ambizione e di approfittare e (se possibile) accelerare il ricambio fra le generazioni, per rimodellare e modernizzare le burocrazie”.
Paghiamo errori gravissimi. Infatti non basta riempire gli uffici di giovani a distanza di anni, perché l’ingresso di forze nuove deve essere necessariamente graduale, in quanto all’entusiasmo e alla preparazione professionale delle nuove leve è necessario si colleghi l’esperienza di quanti hanno passato più tempo nell’ambito degli uffici. L’esaltazione della giovane età, che è certamente un valore se non altro per la naturale propensione ad un impegno di innovazione, si è nella realtà accompagnato ad una demonizzazione dei meno giovani, senza tener conto del fatto che l’esperienza è fondamentale e che proprio la lunga pratica in un ufficio consente ai funzionari, soprattutto ai dirigenti, di immaginare, meglio di altri, le esigenze di innovazione necessarie per migliorare la performance degli apparati. Come nel privato, e più che nel privato, negli uffici pubblici la formazione si attua in primo luogo mediante la trasmissione delle esperienze dagli anziani ai più giovani che le arricchiscono sulla base delle novità apprese anche sui banchi di scuola e nei corsi di formazione e aggiornamento.
Aggiungo che certa polemica antiburocratica, della quale non possiamo nasconderci una certa fondatezza, che addebita l’inefficienza degli apparati e delle procedure ai funzionari ed agli impiegati nelle varie qualifiche è diretta conseguenza dell’incapacità della politica di governare. A questa, infatti, spetta dettare le regole sull’organizzazione degli uffici e sul loro funzionamento, cioè sulle procedure alle quali i dipendenti pubblici si devono attenere per perseguire gli obiettivi indicati nelle leggi e nei programmi del governo o meglio dei governi, tenuto conto delle competenze che spettano a regioni, province e comuni in settori importanti della vita economica e sociale. Le leggi le fa il Parlamento, le direttive le impartiscono i ministri, i presidenti delle regioni, gli assessori, i sindaci.
Onestà vuole che si dia a ciascuno il suo. Che si riconoscano i difetti dell’amministrazione, sia di quelli dovuti all’insufficienza della normativa sia di quelli propri dei burocrati che troppo spesso si sono adagiati sulla routine anche per non entrare in conflitto con la classe politica che, rispetto ad un tempo, appare caratterizzata da arroganza e supponenza in molti casi agevolata dalla giovane età di ministri, sindaci e assessori che evidentemente non hanno avuto il tempo di maturare riflessioni sul loro ruolo e sulle finalità degli apparati dipendenti, che non sono uffici privati ma strutture pubbliche destinate all’attuazione delle politiche pubbliche nelle quali si concretizza l’indirizzo politico elettorale, parlamentare, e di governo.
Occorre, dunque, una riflessione a tutto campo se si vuole restituire efficienza all’apparato pubblico, nell’interesse della buona politica, dei cittadini e delle imprese.
6 ottobre 2015

Il governo in bolletta
aumenta la bolletta della luce
per far pagare il canone Rai
di Salvatore Sfrecola

Fedele al nome che porta (Matteo era un pubblicano, cioè un esattore per conto di Roma) il Presidente del Consiglio si dedica ad imposte e tasse ora promettendo che diminuiranno, ora aumentandole, secondo la regola classica di distribuire il carico fiscale ovunque sia possibile, magari solo con piccole aliquote. È il caso del canone RAI che il Presidente del Consiglio, ospite ieri a Mezz’ora di Lucia Annunziata  ha annunciato (i lettori mi perdoneranno il bisticcio) sarà ridotto a 100 euro, anche se non ha chiarito come si pagherà. L’idea, antica, è quella di contrastare la forte evasione, pari a circa il 30 per cento (500 milioni), conglobando il canone nella bolletta della luce. È l’ipotesi, al momento, più probabile anche se aveva sollevato già l’anno scorso i dubbi dell’Autorità per l’energia e la contrarietà delle associazioni di settore. “Un gran pasticcio – è l’opinione del presidente di Assoelettrica, Chicco Testa -, in questo modo il consumatore non saprebbe più cosa sta pagando e noi non riusciremo più a fare il nostro mestiere. Faccio una controproposta, perché non metterlo sulla bolletta del telefono o del gas?”. Un’idea “illegale”, per Adusbef e Federconsumatori, che la ritengono “l’ennesimo, assurdo, odioso balzello, per far pagare il canone Rai, anche a famiglie, cittadini, consumatori ed utenti che non hanno la televisione, imponendo alle aziende elettriche l’ingrato compito di fungere da esattori”.
Al Ministero dell’economia la fantasia dei funzionari ha partorito anche altre ipotesi, come quella di legare il canone all’Isee o al tipo di abitazione, eventualmente esentando le fasce più deboli. In ogni caso l’imposta non sarebbe più legata al possesso del televisore, ma a quello dei vari smartphone, tablet e pc, con cui si possono vedere i programmi della Rai.
Non cambierebbe molto, dunque, se non quanto alla modalità di riscossione, rispetto alla normativa attuale, il regio decreto legge 21 febbraio 1938, n. 246 relativo alla Disciplina degli abbonamenti alle radioaudizioni, tuttora in vigore, il quale dispone all’art. 1 che “Chiunque detenga uno o più apparecchi atti od adattabili alla ricezione delle radioaudizioni è obbligato al pagamento del canone di abbonamento”. Una prestazione di natura tributaria, non tassa, dunque, collegata cioè alla fruizione del servizio, ma “imposta” come ha sentenziato la Corte costituzionale (26 giugno 2002, n. 284), ritenuta conforme al principio di proporzionalità impositiva, in quanto la detenzione  degli apparecchi è essa stessa presupposto della sua riconducibilità a una manifestazione di capacità contributiva adeguata al caso.
Il canone oggi è unico e copre tutti gli apparecchi televisivi detenuti dal titolare nella propria residenza o in abitazioni secondarie, o da altri membri del nucleo familiare anagrafico (cioè quello risultante dallo stato di famiglia). Sarà ancora così? L’inserimento nella bolletta elettrica fa temere che non saranno esentate le abitazioni secondarie. Un nodo che va sciolto, qualunque sia la configurazione giuridica del nuovo tributo. Il fisco è famelico, com’è noto, e non c’è da attendersi atteggiamenti “comprensivi” che poi sono logici. Chi ha più televisori in abitazioni diverse, la casa al mare o ai monti non li utilizza certo contemporaneamente. Il rischio per il fisco è anche quello che i cittadini corrano ai ripari, eliminino i televisori e passino ai computer portatili, magari da collegare ad uno schermo di per se inidoneo a ricevere i programmi e, pertanto, non tassabile. Insomma la gente si difende.
5 ottobre 2015

Oggi sono solamente 12 su 15
Mattarella richiama le Camere al dovere di completare il Collegio della Corte costituzionale
di Salvatore Sfrecola

È dal giugno del 2014 che la Corte costituzionale non giudica nella sua composizione ordinaria, quindici giudici, cinque indicati dalle magistrature, tre dall’ordinaria, uno dal Consiglio di Stato, uno dalla Corte dei conti, cinque di nomina del Presidente della Repubblica, cinque eletti dal Parlamento. Proprio di questi ultimi ne mancano tre e Sergio Mattarella nei giorni scorsi ha richiamato i partiti a provvedere con la “massima urgenza”. “Mi auguro che il Parlamento provveda”, ha fatto sapere in una nota il Capo dello Stato.
Il collegio della Consulta non è completo, infatti, dal giugno del 2014 quando ha completato il suo mandato Luigi Mazzella, già Avvocato generale dello Stato e Ministro della funzione pubblica nel Governo Berlusconi, lo stesso Mattarella ha lasciato la Corte a gennaio di quest’anno per attraversare piazzale del Quirinale ed insediarsi alla Presidenza della Repubblica, e Paolo Maria Napolitano, ex Capo dell’Ufficio legislativo di Gianfranco Fini alla vicepresidenza del Consiglio, il cui incarico si è concluso nel luglio scorso.
L’elezione dei giudici spetta al Parlamento in seduta comune. Si è riunito già 34 volte, l’ultima il 2 ottobre, senza esito. Fin’ora occorrevano due terzi dei voti del collegio parlamentare. Saranno poi necessari i tre quinti, 571 voti, per scegliere i nuovi giudici dei quali si discute, quanto ai profili tecnici, ma anche all’appartenenza politica, cioè all’area. Uno spetta al Pd designarlo, uno al centrodestra e uno al M5S, sempre che accetti di partecipare alla spartizione.
“Mi auguro che il Parlamento provveda, con la massima urgenza, a questo doveroso e fondamentale adempimento, a tutela del buon funzionamento e del prestigio della Corte Costituzionale e a salvaguardia della propria responsabilità istituzionale”, ha detto Mattarella.
Anche Laura Boldrini e Piero Grasso hanno “ripetutamente sollecitato al riguardo le forze politiche” e adesso si augurano che “dopo le parole di Mattarella, la questione venga affrontata tempestivamente e con senso di responsabilità”.
Il fatto è che non c’è accordo tra i partiti, necessario perché un candidato abbia i voti necessari. Sulle candidature in campo le intese sembrano, almeno finora, difficili da raggiungere. Le sinistre presentano Augusto Barbera e Stefano Ceccanti, noti costituzionalisti, nel centrodestra si fa il nome del Presidente della commissione Affari costituzionali della Camera Francesco Paolo Sisto, docente di diritto penale, avvocato di Silvio Berlusconi e di Raffaele Fitto, un tecnico-politico, dunque, come fu il defunto Donato Bruno, anch’egli pugliese, la cui candidatura si è infranta contro il muro dell’opposizione ad una scelta partitica, nei mesi scorsi nel corso di decine di votazioni. Il centrodestra, dunque, potrebbe cambiare candidato. Sembra, infatti, che anche Salvini, che cresce nei sondaggi, rivendichi la candidatura di un giurista della sua area.
In ambiente Cinque Stelle si fa il nome di Felice Besostri, già DS e socialista, avvocato noto per aver impugnato il Porcellum, poi bocciato dalla Consulta, poi la legge elettorale che regola in Italia il meccanismo delle elezioni europee, e Silvia Niccolai, docente di diritto pubblico a Cagliari.
Da giugno 2014 ad ottobre 2015, quando si terrà la prossima seduta, lungo sedici mesi, sono emerse nuove ipotesi e nuovi appetiti, anche tra magistrati, soprattutto amministrativi, pensionati o pensionandi, anch’essi di area, o avvicinatisi ai partiti dopo la svolta Renzi, con pregresse esperienze di governo, chi come ministro, chi come capo di gabinetto o di ufficio legislativo.
4 ottobre 2015
Un ticket Salvini Meloni: Formiche intervista Valditara,
il professore che consiglia Salvini
di Senator

Un ticket Salvini-Meloni? Se lo chiede Andrea Picardi di Formiche.net e lo chiede a Giuseppe Valditara, Professore di Diritto Privato Romano all’università di Torino, senatore dal 2001 al 2013 nei gruppi di An, Pdl e Fli, oggi uno dei principali consiglieri di Matteo Salvini. Sua è l’iniziativa su Facebook del Gruppo Crescita & Libertà attivissimo sui temi dell’attualità politica. Un impegno che si sviluppa sulla rivista Logos www.logos-rivista.it “un pensatoio di area della nuova Lega 2.0.”, con un Comitato scientifico di trenta tra docenti universitari, manager pubblici ed imprenditori. Il compito è quello di dare una solida base giuridica, scientifica e culturale agli obiettivi politici del segretario della Lega.
Valditara è chiaro: “Mi occupo di idee e di proposte, poi la politica la lascio fare a chi ne ha il ruolo”. “Io sono solo un professore universitario che guarda con grande interesse un certo percorso politico. Con tanti altri amici ci siamo messi a disposizione per fornire idee e suggerire qualche proposta”.
Formiche chiede a Valditara: “Dalla sua esperienza politica del passato com’è arrivato a sostenere questa nuova Lega 2.0?”. “Si tratta assolutamente di esperienze coerenti e in linea tra loro. Io in Alleanza Nazionale rappresentavo la componente federalista. L’idea di un partito nazionale, che però sia molto sensibile alle diversità e al pluralismo, che valorizzi le differenze e che sostenga la necessità di un’Italia non centralizzata, è la mia idea”.
L’intervistatore chiede “come andrà a finire in Catalogna dopo il voto di domenica. Sarà secessione?” E insiste: “questo discorso secondo lei vale anche per l’Italia?”. “Per l’Italia – dice Valditara – vedo percorsi diversi. Per il nostro Paese è del tutto irrealistico pensare a ipotesi secessionistiche. Innanzitutto perché da noi non ci sono realtà che hanno un sentimento nazionale forte come quello della Catalogna. Quello che invece in Italia è auspicabile, è che le regioni più efficienti abbiano un grado di autonomia molto forte. Penso a regioni come la Lombardia, come il Veneto ma non solo. Applicando una specifica norma della Costituzione, gli dovrebbero essere attribuite prerogative e funzioni molto più rilevanti rispetto a quelle di oggi”.
Naturalmente Picardi ricorda che l’autonomia speciale ha portato anche a sprechi e inefficienze gravi. Per Valditara ciò è avvenuto “dove non esiste una cultura di Governo. Ci sono sprechi rilevanti in regioni a statuto speciale come la Sicilia ma anche in regioni ad autonomia ordinaria come la Calabria o la Campania”.
Poi il tema della Lega Nazionale in rapporto all’esultanza di Salvini per il voto in Catalogna ed in riferimento all'”indipendenza della Padania” che Picardi chiede se “è ancora un tema all’ordine del giorno oppure no?”. “Non credo proprio che sia all’ordine del giorno, risponde Valditara. Il discorso è un altro: ripensare le ragioni stesse dell’unità nazionale e passare effettivamente da un modello centralistico ad uno che riconosca il ruolo e le funzioni delle regioni. Riassumendo, potremmo dire unità d’Italia nell’autonomia e nella diversità. Siamo un grande Paese plurale che ha una storia lunga e composita, fatta da tanti popoli e tante culture. Mica come Danimarca o Irlanda?”
Infine la domanda se “questa svolta “nazionale” della Lega è stata capita fino in fondo dagli elettori duri e puri del Carroccio, quelli di Pontida e della secessione”. Per Valditara “il secessionismo in Italia non è realistico. E, quindi, bisogna costruire percorsi diversi, che siano più produttivi e utili per tutti, dalla Sicilia al Trentino Alto Adige”.
Quando alla riforma costituzionale voluta da Matteo Renzi, Picardi osserva che riduce i poteri delle Regioni per cui chiede a Valditara se sia un ritorno dello Stato accentratore o se, a suo modo di vedere, queste modifiche costituzionali sono in un certo senso giustificate. Valditara non ha dubbi “E’ il centralismo che sta risorgendo. Questa riforma costituzionale riaccentra tutta una serie di funzioni nelle mani dello Stato. La soluzione corretta doveva essere l’eliminazione delle materie concorrenti ma senza mortificare le regioni com’è stato fatto. Se tutto dovesse di nuovo tornare a passare necessariamente da Roma, l’Italia farebbe un passo indietro di cento anni”.
Quanto al rapporto tra Salvini e l’Europa Formiche vuol sapere se il leader della Lega vuole tout court la fine di questa Unione Europea o la sua è una battaglia per riformarne gli attuali assetti. “La fine dell’Europa – risponde Valditara – non è auspicabile da nessuna persona di buonsenso. Bisogna invece fare una battaglia forte – come sta facendo Matteo Salvini – per cambiare questo modello di Europa che sta uccidendo la sovranità popolare e la democrazia. C’è un’oligarchia burocratico – giudiziaria che decide – entrando pesantemente nella vita dei cittadini – senza avere alcuna legittimazione”.
Passando ai temi economici non particolarmente sviluppati da Salvini negli ultimi tempi l’intervistatore chiede come la pensa anche in rapporto all’affermazione di voler completare la rivoluzione liberale di Silvio Berlusconi. “La proposta di un abbattimento del carico fiscale – con l’introduzione della flat tax – è certamente un’idea liberale. E lo stesso vale, ad esempio, anche per la lotta contro l’oppressione burocratica. Sono idee, invece, molto poco liberali quelle di chi vuole centralizzare tutto, alzare le tasse e bastonare i proprietari di casa…”. Ma Renzi ha detto che le tasse sulla casa le vuole eliminare, incalza Picardi. “Renzi sta copiando quello che aveva già fatto il centrodestra, risponde Valditara. È una nostra battaglia storica. Se ora ha riconosciuto che le scelte del centrodestra erano giuste, ne prendiamo atto”.
2 ottobre 2015
 Imprigionati nel traffico
Il Primo ottobre nero
degli automobilisti romani
di Salvatore Sfrecola

Si dice che a Roma, quando piove, bastano due gocce d’acqua per mandare in tilt il traffico in tutta la città. L’hanno ancora una volta sperimentato gli automobilisti romani in una giornata da dimenticare, prigionieri in lunghe colonne di auto, camion e bus, frastornati dal suono ossessivo dei clacson impazziti, mentre l’inquinamento deve aver raggiunto limiti straordinari, nonostante la pioggia.
Due ore da Prati per raggiungere l’Appia antica, proprio all’inizio, per partecipare ad un Convegno sulla salvaguardia dei beni culturali. In coda ho riflettuto più volte sul perché questo accade. È facile dire che i mezzi pubblici di superficie sono insufficienti. Ne ho visti molti stracolmi, anch’essi bloccati nel traffico, in assenza di idonei percorsi preferenziali che possano assicurare loro tempi ragionevoli di percorrenza.
E poi mi sono chiesto cosa fa tutta questa gente nel traffico alle nove del mattino, alle dieci, alle undici, a mezzogiorno. Non credo che vadano tutti ai convegni. Non credo neppure che siano tutti rappresentanti di commercio. E mi chiedo quando lavorano queste persone, quando raggiungono l’ufficio, lo studio, l’officina. Perché il caos di una giornata piovosa che consiglia i più a prendere l’automobile aggiunge poco al caos ordinario della città. Per cui la domanda di quando queste persone raggiungono il posto di lavoro vale per tutti, tutti i giorni.
E così fra le varie domande che affollavano la mente mi sono chiesto come mai il Comune di Roma non faccia un sondaggio sulle esigenze dei cittadini, sui loro orari e sugli itinerari che seguono all’interno della città. Credo che il Comune dovrebbe chiedere agli automobilisti, salvaguardata in ogni caso la privacy, dove vanno e quante volte vanno in quel posto, perché in quell’orario, in modo da suggerire ad ATAC come organizzare il servizio, tenendo conto delle esigenze della popolazione, attivando nuove corse, mettendo in esercizio nuovi mezzi, almeno in alcune fasce orarie, per sconsigliare l’uso del mezzo privato.
Nel corso di queste riflessioni mi è anche tornato in mente una tempo, tra la fine del 1981 e gli inizi del 1982, quando la Procura della Repubblica di Roma aveva attivato un vasto controllo dell’assenteismo che non riguardava solo ad uffici pubblici, che a Roma sono comunque tanti, tra Stato, Regione, Comune ed enti vari, ma anche i privati. In quel tempo ero solito percorrere a metà mattinata via del Tritone ed un tratto di via del Corso, strade comunque a traffico limitato, per passare da un ufficio ad un altro presso il quale in quel momento prestavo servizio. Quel che mi aveva colpito in quei giorni era l’inusitata scarsezza del traffico. Anche altre strade erano pressoché deserte e ne ho tratto la convinzione che questo fosse dovuto all’azione della magistratura che aveva incaricato la polizia giudiziaria di svolgere accertamenti nei posti di lavoro.
Questa “pausa” è durata un bel po’. Poi, terminata l’inchiesta, passato il pericolo, il traffico è ripreso come in precedenza. Questo vuol dire che, oltre a coloro che vanno ai convegni, che girano per gli esercizi commerciali per presentare i loro prodotti, che vanno a trovare un amico ammalato o che fanno una passeggiata, ci sono persone che si assentano dai posti di lavoro.
Ebbene il problema traffico è una delle emergenze prioritarie in una grande città, nella Capitale della Repubblica dove giungono ogni anno milioni di turisti che trovano pochi servizi, ad esempio igienici, ma molta confusione sulle strade. Ad ogni ora del giorno, impossibili da percorrere in tempi ragionevoli, ciò che non accade altrove. Ho esperienza di capoluoghi di regione e di città importanti del nostro Paese e devo dire che ho sempre constatato che, esaurita l’ora di punta per accompagnare i ragazzi a scuola o per raggiungere l’ufficio, il traffico cala sensibilmente.
Vogliamo essere buoni? E ritenere che tutti coloro i quali si mettono in auto e intasano le vie di Roma si muovono per un motivo giusto e legittimo, che nessuno è fuori ufficio, pubblico o privato, abusivamente? E allora torna la mia riflessione su una indagine necessaria a capire come e perché i romani si mettono in auto nel corso della giornata in quelle ore. Credo che sia doveroso per l’amministrazione comunale accertare quali sono le esigenze dei cittadini e di conseguenza governare il traffico e il servizio pubblico per evitare scene come quelle alle quali abbiamo assistito oggi tra suoni di clacson e auto e moto che non si fermano in presenza di un semaforo che proietta la luce rossa. Sembra quasi una lotta per la sopravvivenza. È il primo problema che deve affrontare un sindaco. Tutto il resto è facoltativo.
2 ottobre 2015

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