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Novembre 2015

La Grande Guerra: la finanza e l’economia
di Salvatore Sfrecola

Chi, come noi, crede nei valori dello Stato che ci ha consegnato il Risorgimento e vede nella conclusione della Grande Guerra il completamento dell’unità nazionale, è abituato, spesso anche per tradizioni familiari, a soffermarsi soprattutto sull’eroismo dei nostri soldati impegnati a contendere al nemico le montagne e le valli al di là del Piave. E ricorda i nomi e il ruolo dei comandati delle armate schierate sotto l’occhio vigile di Vittorio Emanuele III, che per questa sua costante presenza al fronte si è guadagnato l’appellativo di “Re soldato”. Del quale ricordiamo anche la determinante presenza a Peschiera dove rivendicò il valore dei “suoi” soldati dinanzi agli alleati perplessi sulla nostra capacità di resistenza dopo la crisi di Caporetto.
Tuttavia l’immane conflitto che ha coinvolto l’Italia dal 1915 al 1918 è anche altra cosa, è gestione dell'”economia di guerra”, dal finanziamento delle spese militari al potenziamento dell’industria, alla vita ordinaria degli abitanti delle città e delle campagne. Ne ho parlato a Milano, nel quadro del Convegno di Studi Storici su “La Grande Guerra degli Italiani”, promosso a metà novembre da Nuove Sintesi, diretto da Michele D’Elia, soffermandomi sugli aspetti salienti della preparazione del conflitto e della sua gestione finanziaria ed economica. Un conflitto nel quale entrammo totalmente impreparati, nonostante, già dal 1914, fosse immaginabile una nostra partecipazione alla guerra da una parte o dall’altra, per cui sarebbe stato necessario “preparare animi e mezzi, fin dal tempo della pace” (G. Stammati), attraverso la identificazione delle risorse occorrenti per il finanziamento del prevedibile impegno militare, contestualmente definendo le modalità di regolazione di un’economia che, condizionata dallo sforzo bellico, avrebbe dovuto comunque soddisfare le esigenze della popolazione civile.
Nulla era stato pianificato, pur essendo già allora evidente “l’importanza della strategia economica per la strategia di guerra” (C. Arena, L’economia di guerra, 6). Essendo tramontato per sempre il tempo nel quale le guerre si sostenevano con limitate risorse materiali, finanziate con le entrate fiscali, le requisizioni e il bottino. In particolare era noto che la nuova guerra si sarebbe caratterizzata per un eccezionale impiego di mezzi meccanici, aeroplani e carri armati che richiedono complessi e costosi impianti industriali.
Pesarono sui ritardi nella preparazione alla guerra la debolezza del governi e l’incertezza delle maggioranze parlamentari, nonché, probabilmente, l’esperienza dei costi delle limitate guerre nazionali dell”800 e la mancata percezione dei cambiamenti della strategia e della tattica delle guerre di cui avremmo sofferto. Si pensi solamente all’invenzione della mitragliatrice.
Illuminanti, in proposito le parole di Antonio Salandra, il Presidente del Consiglio che preparò l’ingresso dell’Italia in guerra (L’intervento, A. Mondadori, Milano, 1930) il quale descrive, con accurato puntiglio, l’affannosa ricerca del necessario al momento della mobilitazione. E descrive la insufficiente dotazione di mezzi di ogni genere, dal vestiario agli armamenti, in una condizione dell’industria italiana di grande arretratezza. In particolare, l’Italia era dipendente dall’estero per l’artiglieria, che veniva fornita dalla tedesca Krupp, ma anche per bende e medicinali per il Servizio Sanitario, oltre che per il frumento. Mancavano medici e infermieri, esigenze in parte soddisfatte dalla Croce Rossa Italiana e dalle unità del Sovrano Militare Ordine di Malta. Mancavano ingegneri ed architetti per l’artiglieria da fortezza, per il genio e per gli stabilimenti di costruzioni e riparazioni.
Tuttavia va dato atto che il Paese si è poi mobilitato con grande impegno, attuando un’enorme riconversione produttiva (nel 1917 la produzione dell’Italia in alcune categorie di armi era già diventata imponente scrive D. Stevenson, La Grande Guerra, Corriere della Sera, 2014, Vol. I, 392). In quel contesto emersero “uomini politici, alti burocrati e imprenditori in grado di trovare soluzioni per problemi del tutto nuovi” (La Banca d’Italia e l’economia di guerra 1914-1919).
La guerra ha avuto da subito un costo elevato. Per ogni arma, per ogni pallottola o bomba. Il soldato doveva essere pagato, anche se poco, vestito e nutrito e trasportato avanti e indietro dal fronte; curato, se ferito o malato. Alle famiglie dei soldati erano assegnate indennità, gli invalidi e le vedove avevano bisogno di sostentamento, come le migliaia di rifugiati. Poiché per fortuna gran parte della popolazione viveva sopra il livello minimo di sussistenza poté essere dirottata dagli scopi civili a quelli militari una maggiore percentuale delle entrate pubbliche rispetto alle guerre precedenti.
Il costo della guerra non ebbe un andamento uniforme durante i quattro anni del conflitto. Nel 1915 le spese belliche furono pari, grosso modo, all’aumento del prodotto interno lordo. Il 32 nel 1916, il 40 nel 1917, il 46 nel 1918.
Il totale delle spese raggiunse, dall’esercizio 1914-15 al 1918-19, 75.707 milioni di lire a prezzi correnti e il debito 51.471 milioni (68,0 per cento del totale dell’incremento delle risorse finanziarie), a fronte di 12.312 milioni di lire per le entrate tributarie pari al 16,3 per cento delle risorse finanziarie. Il 15,8 per cento ha riguardato la circolazione di Stato e la circolazione bancaria a favore dello Stato.
L’indebitamento interno ed estero fornì circa i due terzi delle nuove risorse necessarie. Si ricorse per la sottoscrizione anche a sollecitazioni morali. Einaudi si chiedeva “chi, tra i risparmiatori italiani, vorrà più tardi incorrere nel muto rimprovero che i suoi figli gli muoveranno di non aver compiuto ogni sforzo possibile, nell’ora solenne, per fare cosa utile ad essi ed insieme alla patria?” Fu convogliato sui prestiti circa il 30% del reddito nazionale.
L’Italia chiese un prestito di 50 milioni di sterline sulla piazza di Londra, una somma limitata, perché il Governo non voleva che si indebolisse il nostro potere contrattuale nei negoziati territoriali che, definiti nel memorandum di Londra, dovevano essere confermati al momento della pace.
 “Troppi furono gli errori inutili e le improvvisazioni”, è il lapidario giudizio di Einaudi, in materia economica e finanziaria. Tardive e a volte confuse, soprattutto le scelte fiscali, spesso con effetti nulli o contrari a quelli programmati. Come per le imposte sui sovraprofitti di guerra, che favorirono la creazione di impianti inutili e spese superflue allo scopo di sottrarre legalmente al tesoro la materia imponibile.
Non si ebbe il coraggio di aumentare le imposte e si dovette perciò ricorrere all’emissione di carta moneta, il metodo più semplice. Una scelta che apparentemente non costa nulla, almeno immediatamente allo Stato. Ma fu la causa del deprezzamento della lira. La circolazione passò, infatti, dal 1914 al 1918 da 2 a 12 miliardi, con un tasso di inflazione che fu tra i più alti dei paesi belligeranti.
Altre misure furono azzardate. Come il dazio sul frumento, inutile dovendosi utilizzare in farina. E fu abolito. Poi il governo, con calmieri, requisizioni e tesseramento per il frumento ritenne di dover mantenere il prezzo del pane ad un livello politico, con perdita per l’erario.
Dalla parte della domanda le spese ingenti dello Stato determinarono una maggiore offerta di beni necessari alla guerra, che si traducessero in maggiori salari e maggiori profitti dei produttori e in maggiori interessi dei risparmiatori, e maggiori prezzi.
Ne risentirono le condizioni di vita delle popolazioni che peggiorarono progressivamente, per l’inflazione che falcidiava stipendi e salari e innalzava il costo della vita (già alla fine del 1916 i prezzi dei generi alimentari di prima necessità erano cresciuti del 50%). Le condizioni materiali differivano a seconda che la popolazione risiedesse nelle città o nelle campagne, dove, a prezzo di non pochi sacrifici, i membri delle famiglie contadine riuscirono a supplire ai vuoti lasciati da coloro che erano partiti per il fronte ed a non far diminuire di molto il precedente tenore di vita, anche se i calmieri e le requisizioni a prezzi non remunerativi produssero ingenti danni ai produttori. La situazione era comunque diversa da regione a regione. Nel Sud le condizioni peggiorarono nettamente-anche per effetto dell’emigrazione
Nelle città il livello di vita era assai più basso a causa della carenza di prodotti e dell’aumento dei prezzi, per cui i consumi crollarono drasticamente, soprattutto a partire dal secondo anno di guerra. Tra il 1917 e il 1918 in alcune città le quantità di pane furono ridotte anche sotto il 200 grammi al giorno. Aumentarono la mortalità infantile e le malattie polmonari. Diminuì la natalità. Le condizioni di vita si avvicinarono pertanto più a quelle degli imperi centrali che non a quella dei paesi alleati occidentali.
Delle difficili condizioni di vita nelle città risentirono fortemente anche le classi medie il cui tenore di vita si livellò verso il basso, per avvicinarsi sempre più a quello di alcuni settori specializzati della classe operaia. Peggiorarono le condizioni dei professionisti, molti dei quali videro fortemente ridotta la propria attività, e le cui famiglie in caso di richiamo al fronte, dovevano accontentarsi di una retribuzione il cui livello, per gli ufficiali di complemento, rimase sempre assai basso. Furono, invece, favoriti dall’economia di guerra industriali e commercianti che si giovarono del repentino aumento dei prezzi (oltre che, non di rado, delle opportunità di guadagno attraverso il mercato nero).
Quanto alla condizione della classe operaia, sebbene l’accresciuta richiesta di lavoro avesse assicurato un salario certo, le retribuzioni rimasero sempre molto basse e falcidiate nel potere d’acquisto.
La necessità di manodopera portò nelle fabbriche e nei servizi le donne che alla fine della guerra raggiunsero quasi le 200.000 unità. È famosa nell’iconografia di quegli anni la guidatrice tram. Importante, altresì, l’opera di assistenza attuata nelle città dai comitati femminili.
L’atteggiamento popolare verso la guerra, dopo un primo periodo di tranquillità grazie al riassorbimento totale della disoccupazione, mutò con l’approssimarsi dell’inverno 1916. Tutta la penisola fu interessata da una serie di manifestazioni popolari, a cominciare dalle campagne, protagonisti le donne, i vecchi ed i ragazzi, quasi sempre per motivi contingenti, dal ritardo nella devoluzione del contributo statale alla mancanza di pane, più tardi alle requisizioni. Alcune manifestazioni furono violente: scontri con le forze dell’ordine, saccheggio di forni o altre forme di ostilità nei confronti del governo, come aggressioni alle case dei notabili e invasioni di municipi.

(30 novembre 2015, scritto per Opinioni Nuove)

Berlusconi vuol far vincere Renzi?
Centrodestra a Milano:
prove tecniche di suicidio
di Senator

Nel momento in cui scrivo Alessandro Sallusti non ha ancora sciolto la riserva sulla sua candidatura a Sindaco di Milano per il Centrodestra in contrapposizione a Giuseppe Sala, probabile candidato del Partito Democratico. Il direttore de Il Giornale sembra, per alcuni versi, interessato alla candidature, per altri, invece, manifesta dubbi, teme la sconfitta. Ed ha ragione. È un bravo giornalista ma non buca lo schermo, come si dice, una dote che deve avere chi si presenta al pubblico per ottenere il voto, per convincere, per scaldare gli animi.
Piace senza dubbio agli ultrà di ForzaItalia l’imperterrito difensore di Berlusconi costi quel che costi, critico della magistratura accusata di “perseguitare” l’ex Cavaliere che del proprietario del giornale diretto dal Nostro è il fratello. Interviene nelle trasmissioni televisive di approfondimento, da Otto e mezzo a La Gabbia, a Ballarò e di Martedì ad OmnibusLa7 con durezza, polemizzando, un po’ come fa la sua compagna Daniela Garnero Santanché, entrambi incuranti di andare spesso sopra le righe, con argomenti che molte volte annullano l’effetto delle cose buone e giuste che pure dicono.
La candidatura Sallusti, che sembra accettata anche da Salvini, è certamente un azzardo per il Centrodestra, a meno che non vi sia dietro una strategia di Berlusconi, una coda del Patto del Nazareno che voglia far vincere Renzi nella città dove con l’EXPO’ il Presidente del Consiglio e Segretario del PD ha messo la faccia. Ma potrebbe essere anche la solita politica dell’ex Cavaliere il quale trascura l’opinione della gente convinto di farcela ugualmente. Cosa che poteva un tempo ma che oggi non gli è consentito perché la battaglia è dura e l’elettore che non vuol votare Renzi deve comunque indentificare un soggetto impegnato, deciso, combattivo ma con stile, uno che creda nelle istituzioni e che sia come tale identificabile nella persona, a pelle, come si dice. Sallusti viene scherzosamente considerato una controfigura di Nosferatu il vampiro, una persona della quale si può anche leggere un articolo ma non un nome da barrare sulla scheda elettorale.
Berlusconi non è stato mai molto fortunato nella scelta dei candidati. Devono piacere a lui e ritiene di poterli imporre. Il tempo di questo tipo di scelte è passato. Oggi prevale a sinistra un leader disinvolto, che promette quel che sa di non poter mantenere, che tra battutine e slide tiene la scena. Non cala più di tanto nei sondaggi perché gli italiani, che pure sono scaltri, valutano con lentezza gli effetti della sua “non politica”. Basta pensare a quel che racconta in questi giorni dei suoi colloqui, naturalmente “a 360 gradi”, con Putin o le indicazioni che fornisce della politica di sicurezza interna a fronte delle minacce dell’ISIS, dopo aver gravemente destabilizzato le Forze di Polizia, invecchiate negli uomini e impoverite nei mezzi in ragione di un contenimento della spesa che non è stato capace di attuare in casa propria.
C’è poco da stare allegri se il Centrodestra non è in condizione di individuare un candidato credibile e potenzialmente vincente. A Milano come a Roma, dove l’imprenditore Marchini, erede dei palazzinari rossi, se entrasse in campo, si troverebbe ben presto a scontare le sue origini “professionali” accusato, come ha scritto qualcuno, di aver regalato una bottiglia di spumante ad un pubblico funzionario che gli aveva curato una pratica legittima, perfettamente conforme alle regole. Niente di illecito, ovviamente, ma sufficiente a muovere una campagna mediatica che lo tenga fuori dal probabile ballottaggio.
21 novembre 2015

Un fatto di ordinaria organizzazione
Siamo pronti alle emergenze sanitarie? Facciamoci qualche domanda
di Salvatore Sfrecola

Proviamo a parlare di emergenze. Che, a differenza di quanto sembra pensino i nostri governanti, non sono necessariamente conseguenza di un attacco terroristico o di una guerra. Una situazione di emergenza è sempre possibile, in ogni momento, per effetto di un maxitamponamento in autostrada, per l’esplosione di una bombola di gas o di una autobotte che trasporta gasolio. In queste circostanze è richiesta una risposta multipla, che coinvolga ospedali, autoambulanze, mezzi per la rimozione delle automobili o degli autotreni incidentati. Siamo pronti ad affrontare queste ordinarie emergenze?
Facciamoci alcune domande che giriamo alle autorità competenti.
In primo luogo, il problema base è quello dell’efficienza di una centrale operativa unica. È obbligo europeo quello di attivare il numero unico delle emergenze che finora non ha decollato a livello nazionale. Sembra lo si avvii in occasione del Giubileo, ma finora hanno remato contro in tanti. Il numero europeo è il 112 (lo si vede da anni nei telegiornali sulle ambulanze turche) e siccome è quello della centrale operativa del Carabinieri tutti gli altri corpi dello Stato hanno fatto orecchio da mercante nel silenzio complice dei vari Governi, almeno negli ultimi quindici anni. Richiede la presenza di operatori plurilingue (pensiamo alle esigenze dei turisti che a milioni visitano il nostro Paese) ed una serie di collegamenti in tempo reale con le strutture ospedaliere che devono essere pronte ad affrontare l’emergenza attraverso una organizzazione dei servizi che consenta in brevissimo tempo di mettere a disposizione sale operatorie, laboratori di analisi e di radiologia, sacche di sangue, individuando le professionalità che sono richieste.
Le autoambulanze, ad esempio, sappiamo quante sono e dove sono, comprese quelle militari e dei corpi di polizia? Il numero è fondamentale. In un incidente che richieda l’assistenza di più persone occorrono più autoambulanze. Non si può fare un pulmino con più feriti. Ognuno ha bisogno di una sua vettura anche perché può essere necessario ricoverare i pazienti in strutture diverse. Chi in un reparto specializzato in traumatologia, chi in uno attrezzato per la grandi ustioni e così via. Sono dotate delle attrezzature e del personale con la professionalità occorrente? Inoltre sanno dove andare? È fondamentale che nel tempo che intercorre tra la partenza dell’autoambulanza con il paziente a bordo e l’arrivo in ospedale questo sia già pronto ad accogliere il ricoverato ed a  prestargli le cure del caso.
Occorre un’organizzazione delle informazioni. Un gioco da ragazzi con gli strumenti dell’informatica di cui oggi disponiamo. Ma chi inserisce e aggiorna i dati? Chi comunica a chi quanti sono i posti letto disponibili, le sale operatorie, le equipe chirurgiche?
Spero che qualcuno mi dica che è già così, che alla richiesta della centrale operativa l’autoambulanza parte nel giro di pochi minuiti e nel più breve tempo possibile arriva sul posto, il medico a bordo valuta le esigenze e comunica alla struttura ospedaliera, che già sa disponibile, che è in corso il trasferimento del paziente.
È un problema di organizzazione non difficile. Purtroppo in Italia, che nonostante quel che si potrebbe ritenere non è l’erede di Roma e della sua eccezionale organizzazione militare e civile, la difficoltà di predisporre per tempo le misure necessarie per un’esigenza civile o militare è endemica e antica. Perfino il Generale Cadorna nel 1870, alle porte di Roma, non aveva chiara la configurazione dei luoghi per cui prima dell’arrivo del Generale Cialdini sembra avesse confuso la riva destra e la sinistra del Tevere. Ad Adua non avevamo le carte, e dopo Caporetto la ritirata fu sulle prime disastrosa perché non avevamo contezza delle strade e dei ponti, come in Abissinia nel 1935. Tra le ambe le mappe indicavano le strade mentre recavano a destra ed a sinistra la scritta “zona sconosciuta”, fin quando vi provvide la ricognizione aerea. Possiamo sempre far affidamento sullo “stellone” che ci protegge?
Eppure ci sono esperienze estere che ci aiuterebbero a capire il da farsi. In Israele, ad esempio, che vive da sempre in emergenza, i medici civili sono inquadrati ufficiali della riserva, sicché ognuno sa dove, all’occorrenza, deve andare e cosa fare, senza che nessuno lo chiami e lo indirizzi.
Tutto sommato è una banalità. Si potrebbe fare anche da noi. Le Forze Armate hanno riserve selezionate, da convocare all’esigenza. Che dovrebbe essere preventivamente identificata. Non c’è bisogno del pericolo terrorismo o di una guerra. È una questione di buon senso e di cautela. Che forse non costa neppure troppo. Ma darebbe a tutti la certezza che le strutture pubbliche sono pronte per ogni evenienza.
21 novembre 2015

Un “emendamento Verdini” alla legge di stabilità
Sanatoria per i politici condannati
dalla Corte dei conti
di Salvatore Sfrecola

Fai un danno all’erario e la Corte dei conti ti ha condannato? Nessuna paura, se sei un politico, amministratore locale o consigliere regionale, pagherai meno, molto meno di quanto i giudici contabili hanno accertato costituire danno all’erario pubblico, alla regione, ad un comune o ad una provincia. Tutto ciò in barba a regole costituzionali fondamentali, come quella secondo la quale coloro “cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore” (art. 54), cioè rispettando le leggi, in regime di legalità e nell’interesse degli enti amministrati i cui bilanci sono alimentati dalle imposte che i cittadini pagano.
Il danno erariale, consistente in una lesione dell’interesse patrimoniale di un ente pubblico, attuato con dolo o colpa grave, costituisce una condotta gravissima per un pubblico amministratore perché incide direttamente su un interesse della comunità, quella che le risorse messe a disposizione dell’ente pubblico mediante imposte, tasse e tariffe, siano destinate integralmente al soddisfacimento dei bisogni pubblici indicati nei bilanci, in corrispondenza dell’indirizzo politico elettorale e di governo.
Ebbene, questa classe politica che in molti suoi elementi si distingue per uno scarso rispetto della legalità, se non per condotte gravemente lesive degli interessi pubblici, non ha alcun ritegno ed oggi, per iniziativa di alcuni parlamentari, vorrebbe non risarcire il danno provocato “con dolo o colpa grave”. Lo prevede un emendamento alla legge di stabilità presentato da alcuni senatori del gruppo Ala, ovvero i verdiniani, i seguaci di Denis Verdini, transfughi da ForzaItalia andati a dar man forte alla maggioranza nella speranza di conservare un seggio in Parlamento. Tentano di inserire nella legge all’esame del Senato una sanatoria per quanti hanno subito una condanna dalla Corte dei conti per danno erariale. Non si vergognano ma anzi, con straordinaria improntitudine, vogliono essere esenti dalla responsabilità, almeno per una parte, come opera la sanatoria che riduce in appello il pagamento della somma costituente danno. Non è la prima volta. È già accaduto, nonostante questa previsione sia particolarmente odiosa in quanto i cittadini sono molto sensibili a questo tipo di illecito che li offende in quanto contribuenti.
A denunciare l’emendamento sono stati la capigruppo del Movimenti 5 Stelle in Commissione Bilancio al Senato, Elisa Bulgarelli e Laura Bottici, questore del Senato, componente della Commissione Finanze.
L’emendamento in questione (39.0.6, primo firmatario Compagnone e sottoscritto da tutto il gruppo di Verdini) riapre i termini, fino a marzo 2016 (la scadenza era prevista al marzo 2013) per la presentazione della richiesta di definizione agevolata in appello dei giudizi di responsabilità per danno erariale e inoltre prevede l’estensione della sanatoria anche ai giudizi per i quali “pendono ancora i termini per esperire il giudizio di revocazione innanzi alle competenti sezioni giurisdizionali d’appello”.
Ove approvato l’emendamento non solo condizionerebbe il regolare operato della magistratura contabile ma, evitando sentenze definitive di condanna, farebbe apparire i politici condannati in primo grado un po’ meno colpevoli se non “quasi innocenti”.
Sembra che tra i sottoscrittori dell’emendamento vi siano anche alcuni rinviati a giudizio o indagati per danno erariale. Nel Paese di Bengodi, dove si stima un’evasione fiscale nella misura di decine di miliardi di euro, la gente è sempre più disgustata. Molti non vanno neppure a votare che poi è una presa in giro perché in Parlamento non ci sono eletti ma nominati, fedelissimi del leader del partito. In barba all’etica pubblica della quale un po’ tutti si riempiono la bocca quando percorrono le strade del collegio per sollecitare il voto alla lista.
È probabile che l’emendamento sarà approvato, per la semplice ragione che nella maggioranza parlamentare più d’uno è sotto la lente di qualche Procura regionale della Corte dei conti.
In passato si levarono voci istituzionali a protestare in nome della legge e dei cittadini contribuenti. Appunto, in passato!
19 novembre 2015

VITTORIO EMANUELE III – RE E SOLDATO

Nel Centenario della Grande Guerra
1915 – 2015
Il Presidente del Circolo di Cultura ed Educazione Politica REX
Dr. Ing. DOMENICO GIGLIO
Ricorderà la figura di
VITTORIO EMANUELE III – RE E SOLDATO
Domenica 22 novembre, ore 10,30, Roma,
Sala Uno
Casa Salesiana, ingresso Via Marsala 42

Un fenomeno da capire, in fretta
I terroristi islamici di seconda generazione: come e perché
di Salvatore Sfrecola

Il Presidente del consiglio Matteo Renzi, intervistato da SkyTG24 nel pomeriggio di oggi, ripete un argomento ormai stantio, quello del terrorismo di matrice islamica nato all’interno i paesi occidentali, da ultimo la Francia e il Belgio, pertanto senza alcun collegamento con i paesi di origine, così dimostrando di non comprendere le ragioni autentiche di queste situazioni. Lo contraddice prima di tutto il comportamento delle ragazze marocchine di Varese, le quali si sono rifiutate di partecipare ad un minuto di silenzio per le vittime di Parigi, tra le quali vi erano numerosi musulmani. Ragazze che frequentano una scuola italiana ma evidentemente non si sono integrate, non condividendo quella pietas che è elemento fondante della nostra civiltà.
Perché islamici di seconda o di terza generazione vengono arruolati dal terrorismo? La risposta non è poi così difficile come si potrebbe ritenere dalle parole del presidente Renzi e di quanti sposano la sua tesi affermando che questo terrorismo è dovuto a realtà interne ai paesi occidentali.
Il fenomeno va analizzato e la spiegazione sta proprio nella mancata integrazione di questi immigrati, integrazione che non significa, come qualcuno ritiene, conoscere una lingua e andare a scuola. Integrazione significa comprendere il senso della civiltà occidentale, che è civiltà la quale si è formata sui principi delle libertà civili e religiose le quali consentono a chiunque di professare idee politiche e credenze religiose col solo limite dell’ordine pubblico e del rispetto delle libertà altrui. Questo significa che in Italia è consentito alle religioni istituire luoghi di culto a differenza, va detto per chiarezza, di quanto è possibile dei paesi di provenienza degli immigrati, dove non sono consentite nuove chiese cristiane (mentre per quelle esistenti non è possibile procedere alle necessarie manutenzioni), dove chi professa una religione diversa dall’Islam è cittadino di seconda categoria, anche nella Turchia che si vorrebbe far entrare in Europa.
In questo nostro Paese, aperto alle libertà religiose, al momento della costruzione della Moschea di Roma si tentò di erigere un minareto più alto della cupola di San Pietro. Un gesto significativo di chi, nella capitale della cristianità, essendo comunque una minoranza, viene a provocare l’assoluta maggioranza degli italiani, le loro tradizioni, le loro credenze, in una parola gli elementi  significativi della loro identità.
La cosa più grave è che noi abbiamo spesso ceduto sui nostri diritti giustificando questo comportamento con il rispetto della identità degli islamici. Una identità che va certamente rispettata ma che non può oscurare quella della maggioranza degli italiani, ad esempio rinunciando all’allestimento del Presepe, alla visita ad un museo dove fossero esposti oggetti d’arte sacri per non offendere la sensibilità degli studenti di altre religioni. Questo non è rispetto per chi appartiene ad un’altra religione, ma incapacità di difendere le proprie radici culturali. La conseguenza è quella che vediamo, di persone che non si integrano nonostante parlino la nostra lingua e frequentino le nostre scuole perché continuano a mantenere un atteggiamento incompatibile con le nostre tradizioni, come nei confronti delle donne, a cominciare da quello della scelta del marito, o perché pretendono che nelle piscine vi sia un’area riservata a loro. Quale integrazione è questa?
E allora si spiegano le ragioni per le quali immigrati di seconda o terza generazione, cittadini di paesi europei, isolati culturalmente per volontà loro e dei loro genitori, vedono nell’Islam e nelle sue tradizioni il richiamo alla purezza della religione dei loro padri contro la società occidentale aperta e, pertanto, disponibile ad accogliere una pluralità di credenze religiose, ideologiche e di costumi. Questa è la ragione vera del fascino della ribellione contro l’Occidente “corrotto”, che ha portato alle violenze di questi giorni a Parigi, prima in Gran Bretagna, prima ancora in Spagna.
Da ultimo, ma non per un ragionamento residuale, ricordiamo che l’Islam si è presentato agli albori della sua storia con una aggressività senza precedenti che ha portato a convertire con la violenza popolazioni in precedenza cristiane, da quelle della costa tirrenica dell’Africa alla Spagna, poi riconquistata alla Cristianità, alla zona dei Balcani riuscendo ad arrivare fin sotto le mura di Vienna, per due volte battuta dall’esercito imperiale, la seconda volta, quella definitiva (nel 1683), comandato da un generale italiano, il principe Eugenio di Savoia. In precedenza l’Occidente si era difeso a terra e in mare vincendo a Lepanto nel 1571 dopo anni di resistenza, nell’ambito della quale hanno avuto un ruolo importante le Crociate che non sono state un’aggressione ai paesi musulmani, ma una risposta dell’Occidente all’espansione violenta dell’Islam.
Alcuni anni fa mi colpì moltissimo il fatto che una personalità politica di primo piano nell’Egitto di Mubarak avesse insistito, nel corso di un colloquio internazionale, nell’affermare che non ci sarà pace nel mondo fino a quando l’Islam e non arriverà ai suoi confini naturali. Ma quali? Quali i confini naturali di una realtà religiosa che si confonde con le istituzioni degli stati ed è già qui una differenza fondamentale con l’Occidente che afferma da sempre la distinzione fra politica e religione secondo l’insegnamento di Cristo consegnato nei Vangeli, “date a Dio ciò che è di Dio e a Cesare ciò che è di Cesare”.
Non sono propenso a ritenere che quello di oggi sia un conflitto fra civiltà ma è indubbio che, di fronte all’Occidente delle libertà civili e religiose, è attuata un’aggressione che assume di essere mossa dalla volontà di un Dio che desidererebbe soppiantare, anche con la forza, la civiltà europea e occidentale in genere.
Di fronte a questa aggressione gli Stati occidentali hanno il dovere di difendere la propria identità, di rimanere ad essere accoglienti purché chi viene a vivere nei nostri paesi ne rispetti le leggi e le tradizioni, come accadeva nell’antica Roma, pronta ad accettare tutti purché la missione dell’Urbe entrasse nello spirito e nella pratica di chi varcava i confini dell’impero e prima della Repubblica. E quando questo rispetto per Roma, per le sue leggi, per la sua identità veniva meno si provvedeva ad accompagnarli alla frontiera.
18 novembre 2015

Il Circolo Rex ricorda Sergio Boschiero

Il Circolo di Cultura ed Educazione Politica REX, ricorderà domenica 15 novembre, alle ore 10,30, in Roma, Sala Uno, nel cortile della Casa Salesiana, con ingresso in via Marsala 42, Sergio Boschiero, che fece parte ininterrottamente del Comitato Direttivo del Circolo dal 1966 alla Sua scomparsa, essendone ripetutamente applaudito  conferenziere.
Antonio Galano, che fu Suo collaboratore nei primi anni romani, parlerà su:
“Sergio Boschiero e la proposta politica
del Fronte Monarchico Giovanile”

I moderati? Non ci sono più
di Salvatore Sfrecola

Chi rappresenta i moderati, ci si chiede dopo il comizio dell’8 novembre, in Piazza Maggiore, a Bologna dopo i toni “forti” di Matteo Salvini che nella città “rossa” ospitava Silvio Berlusconi e Giorgia Meloni? E, innanzitutto, chi sono i moderati? Una categoria di difficile identificazione se non con generici riferimenti ad una altrettanto generica propensione a non assumere toni e istanze estreme, a non protestare sulle piazze, a non urlare nelle proteste. Quelli che, secondo una diffusa vulgata giornalistica e politologica, votano per i partiti di centro o dei dintorni, una sorta di palude politica che quando deve protestare lo fa in silenzio, che se una volta scende in piazza marcia compostamente.
Se questa è la definizione, questi moderati non esistono più. Si sono dissolti nelle nebbie della crisi economica, annichiliti dalle tasse e dalla burocrazia. È il ceto medio massacrato negli ultimi anni dal contenimento e dalla riduzione degli stipendi, dalla mortificazione delle aspettative professionali e di carriera. In proprio e per i figli che hanno studiato in scuole meno formative di quelle che loro avevano frequentato, con scarsa possibilità di occupazione, per cui i migliori, quelli che hanno potuto avvalersi dello stimolo delle famiglie, vanno all’estero e quasi sempre hanno successo. Ebbene, questo ceto medio, che è al centro della società, della popolazione attiva e produttiva, quello che rispetta le leggi e vorrebbe che anche gli altri le rispettassero, e si attendeva dalla classe politica capacità progettuali e realizzazioni che invertissero la tendenza al degrado, è fortemente deluso. E comincia a nutrire sentimenti di ribellione nei confronti di compagini di governo che, basta grattare un po’, rivelano corruzione e spreco di pubblico denaro. Vorrebbe poter usare ancora parole di moderazione ma non disdegna la protesta, le parole forti per rivendicare il proprio ruolo e il riconoscimento del merito nella società.
È una situazione che per molti versi ricorda il primo dopoguerra, la frustrazione delle classi che più avevano dato in quella guerra che avevano fortemente voluto e immaginato con essa la conclusione del Risorgimento con la conquista delle terre irredente, in una prospettiva di rinnovata grandezza dei destini della Patria. Che vuol dire lavoro e benessere. Anche allora una classe politica modesta non seppe rispondere alle aspettative della classe media, che poi sono le aspettative del Paese nelle sue varie articolazioni culturali e locali.
Alza la voce adesso la classe media e trova in Matteo Salvini un interprete agguerrito che rivendica onestà in chi governa, efficienza delle istituzioni, giustizia fiscale. E trova alleati nella inadeguatezza dei governi, a Roma come in molte regioni, soprattutto del Sud dove gli sprechi e l’arretratezza delle condizioni di vita costituiscono una vergogna inconcepibile nel Terzo Millennio, di cui è esempio emblematico la bellissima Sicilia, regione a statuto “specialissimo”, nella quale crollano strade appena inaugurate e una città, con una storia tra le più antiche d’Italia, Messina, è priva di acqua da giorni e nessuno chiede scusa ai suoi abitanti e all’Italia intera per l’immagine che ne deriva in Europa e nel mondo.
10 novembre 2015

Convegno nazionale di studi storici
organizzato da Nuove Sintesi. Trimestrale di cultura e politica
Direttore Responsabile Michele D’Elia
Con la collaborazione della Presidenza del Consiglio Comunale di Milano

1915 – 1918

PROFILO DELLA GRANDE GUERRA DEGLI ITALIANI
La battaglia della Bainsizza.
L’Italia e l’Europa del tempo
Sabato 14 novembre 2015
Palazzo Moriggia, Museo del Risorgimento, Sala delle conferenze, ore 15.00
Via Borgonuovo 23, Milano (MM  3)

PROGRAMMA
Presentazione del Convegno
Saluti istituzionali
Basilio Rizzo, Presidente del Consiglio Comunale di Milano
La trasformazione della Grande Guerra
Massimo de Leonardis, Università Cattolica del Sacro Cuore, Milano
Geografia della Bainsizza
Lamberto Laureti, Università di Pavia
La battaglia della Bainsizza
Michele D’Elia, Direttore di Nuove Sintesi, Milano
La battaglia della Bainsizza e lo scenario internazionale
Gianluca Pastori, Università Cattolica del Sacro Cuore, Milano
Gli Stati Uniti in campo – La stampa scopre la guerra mondiale
Giorgio Guaiti, giornalista e scrittore, Milano
Luca Beltrami, architetto e restauratore, impegnato nel sociale
Amedeo Bellini, Emerito del Politecnico di Milano
L’economia italiana nel 1917
Salvatore Sfrecola, Presidente di Sezione della Corte dei conti, Perugia
L’era delle masse
Damiano Palano, Università Cattolica del Sacro Cuore, Milano
L’insuccesso della Nota Diplomatica di Benedetto XV del I agosto 1917
Maurizio Ormas, Pontificia Università Lateranense, Roma
Studio Teologico Sant’Antonio, Bologna
Arte e immagine nel panorama bellico del 1917
Salvatore Genovese,  Docente di Disegno e Storia Dell’Arte, Liceo Sc. St. “Vittorio Veneto” Milano
Anche le parole sono armi
Paola Manara, Responsabile del Servizio Periodici, Biblioteca Sormani, Milano
La classe dirigente liberale da Salandra a Orlando 1916 – 1917
Gianpiero Goffi, Caposervizio de “La Provincia” di Cremona
Per una sociologia della pedagogia di guerra
Roberto Cipriani, Università Roma Tre
Coordina i lavori
Mario Garassino, Responsabile culturale A.L.D.A.I., Milano

Dibattito
Conclusioni

Europa di oggi, Europa di domani
Ne parla l’On. Antonio Tajani

Domenica 8 novembre, alle ore 10,30, in via Marsala 42, Sala Uno della Casa Salesiana San Giovanni Bosco, per iniziativa del Circolo di cultura e di educazione politica REX, l’On. Antonio Tajani, Vice Presidente del Parlamento Europeo, parlerà sul tema

Europa di oggi, Europa di domani

Lo prospetta la Corte dei conti
Hai una seconda casa? Ti tasso di più tanto non voti qui.
di Senator

“Nell’eventualità che le amministrazioni territoriali siano indotte a compensare l’ulteriore riduzione dei trasferimenti con un aumento dell’imposizione decentrata, si potrebbe verificare che l’autonomia impositiva degli enti locali si indirizzi sui non residenti, riducendo la corrispondenza tra soggetti beneficiari dei servizi e contribuenti, e che i redditi da lavoro (che esprimono oltre il 70 per cento della base imponibile dell’addizionale comunale Irpef), e quelli da impresa (Irap) siano esposti a un maggior prelievo, con uno “scambio” che finirebbe per penalizzarli rispetto a un prelievo patrimoniale appena abbattuto (Tasi prima casa e Imu sugli “imbullonati”)”.
Tradotta in linguaggio più comprensibile al grosso pubblico la prosa della Corte dei conti nel documento che riproduce il testo dell’audizione dinanzi alle Commissioni bilancio riunite del Senato e della Camera dei deputati, sul disegno di legge di stabilità per il 2017 e per il triennio, significa che, molto probabilmente, a causa della riduzione dei trasferimenti statali, i comuni faranno lievitare l’imposta sui non residenti, cioè sulle seconde case i cui titolari non votano in quel comune. Il che vuol dire che sono privi di forza politica perché non possono effettuare pressioni sugli amministratori locali. In sostanza i proprietari di case-vacanze, che costituiscono per molti enti locali dell’hinterland delle grandi città, località marine o montane, ma anche borghi sparsi tra colline e valli del “bel Paese”, saranno chiamati a nuovi sacrifici. Contribuenti che non si avvalgono di molti dei servizi resi alla popolazione residente ma pagano comunque l’imposta sui rifiuti che producono certamente in misura ridotta rispetto a coloro che abitano in via permanente un immobile. Questa ulteriore penalizzazione avrà conseguenze anche sul mercato immobiliare e sull’economia di quelle località ed anche sull’occupazione per tutte le attività richieste da proprietà immobiliari che richiedono manutenzione e periodiche migliorie. In sostanza molte località crescono proprio con il concorso delle seconde case, una realtà che non va scoraggiata, come invece sembra profilarsi sulla base della situazione che si delinea in conseguenza di un aumento della tassazione che potrebbe indurre molti a disfarsi delle case delle vacanze.
3 novembre 2015

È stato così anche in passato
La politica copre i vuoti della classe dirigente con prefetti e magistrati
di Salvatore Sfrecola

Con la nomina dei commissari straordinari di governo ad EXPO’ o al Comune di Roma, come in altre realtà che richiedono un forte potere decisionale, da esercitare con competenza e determinazione, i giornali si interrogano su una realtà, quella della utilizzazione di alti funzionari dello Stato per compiti di amministrazione di grande significato politico. E si chiedono che ne sia della politica, se essa si serva dei tecnici in via transitoria per esigenze eccezionali o se, partendo da queste, la politica ricorra a personalità esterne a riprova della sua debolezza. E per nasconderla. Perché non ci sono negli apparati dei partiti idee e uomini dei quali la politica ha bisogno per affrontare momenti di gravi difficoltà. E si rivolge alle istituzioni, ai professori delle università, ai funzionari dei ministeri e ai magistrati.
Non è una novità. Il passaggio di personalità dell’amministrazione pubblica alla politica o alla grande industria è ricorrente nella storia del nostro Paese. La politica li “arruola” per compiti suoi propri. Come nell’ipotesi di Giuseppe Sala, Commissario governativo per EXPO’, che, si dice, Renzi vorrebbe candidare a sindaco di Milano, o di Raffaele Cantone, Presidente dell’Autorità Nazionale Anticorruzione, e di Alfonso Sabella, già assessore “alla legalità” nella Giunta Marino, dei quali si è ipotizzata la candidatura a sindaco di Roma. Entrambi hanno smentito.
In precedenza era stato Mario Monti, prelevato dalla Bocconi per iniziativa del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, che lo aveva nominato senatore a vita, a guidare un governo impegnato in una politica tutta “lacrime e sangue”, come si dice, sgradita alla gente. Usato come parafulmine per misure impopolari e scaricato quando è sembrato potessero tornare a governare gli eletti dal popolo nelle liste (bloccate) dei Partiti.
La ripresa sembra facile e Renzi, circondato da giovani rampanti e da leggiadre fanciulle senza altra virtù che uno sfrenato desiderio di potere (se questo è una virtù), si è reso conto di non avere i nomi per Milano e Roma e neppure per Napoli, se torna ad affacciarsi un’ipotesi Bassolino. Dunque ben vengano i tecnici quando hanno una visione politica. Meglio i funzionari, istituzionalmente obbedienti al potere politico. A differenza dei magistrati abituati all’indipendenza, poco malleabili. Gli uni e gli altri possono essere usati e gettati via quando non più utili, magari con una  remunerata sinecura. Ma possono anche entrare nella parte e installarsi nelle stanze del potere con proprie ambizioni. Alcuni sapranno coltivarle, altri meno.
Il passaggio di grandi personalità dall’amministrazione alla politica non è di oggi. In Francia, ad esempio, è normale. L’ENA, l’Ecole National d’administration, voluta nel 1945 da Charles de Gaulle, forma da sempre manager destinati agli uffici pubblici e alle grandi imprese. E molti approdano alla politica, da Michel Debrè, al quale si deve l’organizzazione della scuola, Presidente del Consiglio, a Valery Giscard d’Estaing, Ispettore delle Finanze, a Jacques Chirac, Consigliere della Court des Comptes per fare qualche nome tra i più noti. Nel pubblico e nel privato portano l’imprinting del valore della funzione pubblica-
Anche in Italia c’è stata la stagione dei grandi funzionari dello Stato passati alla politica in posizione di elevata responsabilità. Giovanni Giolitti, a cavallo tra Ottocento e Novecento è stato ministro del Tesoro e presidente del consiglio, un leader parlamentare che ha dominato la scena politica per un trentennio fino all’avvento del Fascismo. In precedenza era stato Consigliere di Stato e della Corte dei conti dove aveva ricoperto per 10 anni l’incarico di Segretario generale, un ruolo all’epoca importantissimo perché responsabile del controllo preventivo di legittimità sugli atti del governo, i decreti reali, compresi i decreti legislativi. Un osservatorio privilegiato, come Giolitti avrebbe scritto nelle sue memorie, prezioso per la sua successiva azione di governo. Del resto l’amministrazione, anche l’ordinaria amministrazione, è la forza dei governi e attraverso essa si realizzano giorno dopo giorno i programmi approvati dalle Camere e in precedenza dal corpo elettorale.
Di personalità della “società civile”, come si dice oggi, prestate alla politica e alle istituzioni ne abbiamo avute in passato, ancora ai tempi di Giolitti e dopo. Ministri del Tesoro come Gaspare Finali tratto dall’Università e dalle istituzioni, docente di Contabilità di Stato e  Presidente della Corte dei conti. Come Augusto Dochoqué- Lombardi, Ministro di grazia e giustizia, o Ernesto di Broglio e Camillo Peano, con plurime esperienze governative, ai lavori pubblici ed al tesoro. Tutti, inoltre, Senatori del Regno, la Camera Alta dove sedevano le personalità della cultura e delle istituzioni, da Alessandro Manzoni a Guglielmo Marconi, da Luigi Einaudi a Benedetto Croce.
Alla Corte, dopo la seconda guerra mondiale, andò come presidente Gustavo Ingrosso, professore di scienza delle finanze, e, poi, Ferdinando Carbone, avvocato dello Stato, Consigliere di Stato e Capo di Gabinetto di Einaudi al Ministero del bilancio, Segretario generale della Presidenza della Repubblica.
In tempi più recenti Gaetano Stammati, già direttore generale delle tasse e delle imposte indirette sugli affari, uno studioso che aveva approfondito e insegnato nelle università temi essenziali della finanza pubblica, dopo aver ricoperto il ruolo di Direttore generale del Tesoro e di Ragioniere generale dello Stato è passato alla responsabilità politica del ministero di via 20 settembre. È lui l’autore della prima riforma della legge di contabilità di Stato, la numero 468 del 1978, che ha dato un assetto nuovo il più moderno alla gestione finanziaria dello Stato. A lui si deve anche la semplificazione del bilancio, depurato da improbabili residui attivi conservati nelle scritture contabili per far quadrare i conti. Fu poi ministro del commercio estero e dei trasporti. Un ricordo personale. Da giovane funzionario addetto all’ufficio stampa della Presidenza del consiglio dei ministri seguivo Stammati, tra l’altro un’amicizia di famiglia, e sentivo inevitabilmente dire dai giornalisti in attesa di notizie al termine dei Consigli dei ministri, dopo aver ascoltato il titolare del dicastero interessato ai provvedimenti, che in ogni caso Stammati avrebbe spiegato bene e meglio la portata delle decisioni assunte in quella riunione del Governo.
Oggi c’è meno transito dall’amministrazione alla politica segno che il livello di funzionari è calato, colpa della selezione della dirigenza che ha visto moltiplicarsi le posizioni funzionali e ridotte competenze, ciò che impedisce a questi funzionari di avere una visione ampia, di prospettiva, in una parola “politica” delle attività amministrative.
Rimangono pochi grand commis, i prefetti, innanzitutto, che garantiscono competenza e fedeltà al governo dal quale gerarchicamente dipendono. Ci sono poi i magistrati del Consiglio di Stato e della Corte dei conti, gli Avvocati dello Stato che con la loro competenza amministrativa e finanziaria assicurano importanti collaborazioni a livello ministeriale. Sono stati loro a ricoprire nel corso degli anni i ruoli di Capo dei gabinetti e degli uffici legislativi. Ma, educati all’indipendenza, mettono a disposizione una elevata professionalità che ha un limite implicito nella primazia della legalità. Vincenzo Caianiello, Consigliere di Stato e docente universitario (sarebbe poi divenuto Giudice e il Presidente della Corte costituzionale) da capo dell’ufficio legislativo del ministero dei Lavori Pubblici guidato da Franco Nicolazzi, dissentendo dalle iniziative legislative del suo ministro, salutò e tornò a Palazzo Spada, per chi non è romano prestigiosa sede del Consiglio di Stato.
Renzi insediatosi a Palazzo Chigi non aveva voluto magistrati nei suoi uffici. Con una squadra di governo estremamente modesta temeva di rimanere imprigionato e condizionato dalla casta, da lui ritenuta in qualche misura autoreferenziale. Ma forse si è pentito. Anche a lui deve essere giunta l’eco delle critiche che nelle università e nei tribunali vengono mosse alle leggi del suo governo. Spesso incomprensibili, il più delle volte inidonee a perseguire gli obiettivi con tanta enfasi descritti nei titoli. La Corte costituzionale ne ha abrogato e ridimensionato alcune, altre sono in attesa di giudizio.
La nomenclatura, anzi la “nomenklatura – chi comanda davvero in Italia”, come titola un interessante libro di Roberto Mania e Marco Panara, messa fuori della porta ha lasciato un vuoto a livello tecnico. E siccome Renzi è consapevole del grave pericolo che deriva alla politica dai vuoti che si registrano nel partito ricorre ai commissari. E non sarà solamente a Milano e a Roma. Molte altre situazioni esigono la mano ferma di chi è del mestiere. Saranno altri grand commis. Molti, è inevitabile, entreranno in politica. Non tutti con la prospettiva di fare lì una nuova carriera. È già accaduto. La storia continua.
3 novembre 2015

Da Roma a Milano arrivano i commissari del governo
La rivincita dei grand commis d’Etat
di Salvatore Sfrecola

Mediamente inefficiente, con vaste aree di corruzione definita “pulviscolare” per sottolinearne la diffusione a tutti i livelli, l’amministrazione pubblica italiana è tuttavia capace di esprimere picchi di eccellenza, soprattutto in alcuni ambienti che, nonostante gli ostacoli frapposti dalla politica, continuano a coltivare una tradizione di elevata professionalità, in situazioni di emergenza, alle richieste che provengono dalle leggi e dai governi. Che vi ricorrono quando più evidente è l’incapacità delle amministratori e degli enti locali di gestire la cosa pubblica nel rispetto delle leggi e degli obiettivi programmati. O quando i ritardi dovuti all’incertezza delle scelte generano quelle emergenze che sono esse stesse occasioni di illeciti perché generano il ricorso alle deroghe rispetto alle procedure ordinarie.
E così entrano in campo prefetti e magistrati per gestire, laddove i politici hanno fallito, nelle città malate dal traffico, inquinate, con i bilanci in rosso permanente, come quelli delle dipendenti aziende di servizi che ovunque sarebbero fallite, comprese le aziende sanitarie commissariate con ufficiali dei Carabinieri. L’EXPO’, prima e adesso Roma, là per esorcizzare le prime avvisaglie di corruzione nella gestione delle ingenti somme stanziate per l’esposizione universale, qui la Capitale d’Italia malgovernata da anni e definitivamente affossata da un personaggio arrogante quanto incapace di capire le esigenze della Città, senza retroterra culturale “romano” ed una squadra adeguata. E così, mentre sui navigli arriva Giuseppe Sala, Commissario unico delegato dal Governo, strettamente vigilato da Raffaele Cantone, Presidente dell’Autorità Nazionale Anticorruzione, e dalla Corte dei conti, a Roma il Prefetto, Franco Gabrielli, assume le funzioni di Commissario per il Giubileo, un evento mondiale con un finanziamento non particolarmente ricco ma, proprio per questo, conteso, come dimostra, al primo giro di boa, l’arresto di un funzionario del Comune che trasmetteva ad alcuni imprenditori notizie riservate su una gara. E adesso in Campidoglio arriva Francesco Paolo Tronca, fino a ieri Prefetto di Milano, che con una robusta squadra di sub-commissari dovrà gestire la Città fino alle prossime elezioni.
Prefetti e magistrati, dunque, a dire che lo Stato c’è dove la politica ha fallito, per incapacità o corruzione. Come nella prevenzione e nella lotta alla corruzione dove la scelta del Governo, unanimemente condivisa, cade su un magistrato, Raffale Cantone, con un curriculum di primordine che segnala innanzitutto una non comune esperienza nella lotta al malaffare che ha umiliato vaste zone della Campania ad iniziativa di camorristi violenti, capaci di intimidire amministratori e burocrazie locali.
Nomi illustri, che tutti hanno imparato a conoscere dai giornali e dalle trasmissioni televisive di approfondimento. Ma altri, meno noti ma ugualmente capaci, amministrano in giro per l’Italia città e paesi i cui organi statutari sono stati sciolti per infiltrazioni mafiose o per gravi crisi finanziarie, funzionari di prefettura incaricati di gestire per alcuni mesi realtà che sono nel cuore dei cittadini i quali hanno bisogno di idee, di programmi, di strade percorribili, di trasporti efficienti, di pulizia delle strade e di altro ancora per valorizzare cultura ed economia locale, per favorire il turismo. Tutte cose che sono naturalmente “della politica”, che vanno oltre l’ordinaria amministrazione, che pure è essenziale, per puntare su un miglioramento delle condizioni di vita delle popolazioni locali che è nelle aspettative degli abitanti e che costantemente si ritrova nelle indicazioni, quasi sempre disattese, dei programmi elettorali.
Naturalmente la politica nazionale si appropria di queste funzioni vicarie, ne rivendica le scelte, a Milano come a Roma, come era stato a Venezia per il MOSE, costato più, molto più di quanto preventivato, con contorno di corruzione a vari livelli, e non ancora giunto a conclusione. E si parla di un “modello” che vorrebbe individuare un modus operandi efficiente e legittimo. E così il “modello Milano” (per l’EXPO’) sbarca a Roma, evidentemente con gli adattamenti del caso, perché lì “sarebbe” andato tutto bene, condizionale necessario perché la certezza arriverà solamente nei prossimi mesi quando, spente le luce delle vetrine, si saranno rifatti i conti delle somme stanziate e di quelle effettivamente spese, con verifica della correttezza dei collaudi delle opere. Anche a Roma la gestione commissariale dovrà essere soft e sarà difficile dall’8 dicembre in poi mettere le manette ai polsi di qualcuno dei funzionari responsabili di procedure e di appalti e degli imprenditori che se li sono aggiudicati. Una tregua giudiziaria che s’impone perché non passi nelle televisioni di tutto il mondo  l’immagine del Santo Padre che richiama la “Misericordia di Dio” mentre scorrono le immagini delle forze dell’ordine che eseguono provvedimenti di custodia in carcere nei confronti di soggetti dal volto pudicamente coperto.
Ma questo riguarda l’amministrazione della giustizia.
Quello che suggeriscono queste riflessioni è il sostanziale fallimento della politica a livello locale, nelle amministrazioni delle città, nella gestione delle aziende degli enti locali, laddove non solo si ruba denaro dei cittadini ma si raggiungono inconcepibili traguardi di inefficienza. E questo avviene perché è fallita la politica anche a livello nazionale che evidentemente non ha saputo selezionale, indirizzare e controllare.
In questo quadro desolante che da Milano a Roma, passando per Venezia e per città e paesi dalle Alpi al Lilibeo, dimostra che la politica ha arruolato molto spesso i peggiori o che questi hanno prevalso in molte realtà cittadine, emerge un corpo di funzionari dello Stato, i grand commis, prefetti e magistrati, con alto il senso del loro ruolo al servizio delle istituzioni, fieri di quel giuramento che hanno prestato all’atto dell’ingresso in carriera, mai tradito, quel giuramento che li ha impegnati ad adempiere alle funzioni pubbliche loro affidate “con disciplina ed onore” come prescrive l’art. 54 la Costituzione, spesso disprezzata, ritenuta obsoleta, di recente violentata con una assurda “riforma” del Senato. Pubblici funzionari che non hanno dimenticato di essere “al servizio esclusivo della Nazione” (art. 98 Cost.) e magistrati “soggetti soltanto alla legge” (art. 101 Cost.) ai quali i governi ricorrono e presso i quali trovano pronta risposta nonostante non passi giorno che gli uni e gli altri siano oggetto di denigrazione quando non di calunnia, come è spesso per i magistrati ai quali è stata perfino addebitata nei giorni scorsi la presunta mancata restituzione di un conguaglio negativo sugli adeguamenti alle retribuzioni degli altri pubblici dipendenti che non c’è stata e per la quale il giornale si è guadagnata una secca e documentata smentita del Comitato intermagistrature.
La conclusione è che se lo Stato vuole buoni funzionari e magistrati deve poter reclutare fra i migliori professionisti nelle varie discipline. Ciò che impone sia dato a tutti il giusto riconoscimento per l’impegno profuso accompagnato da una retribuzione adeguata secondo le regole del mercato, come del resto avviene dovunque nel mondo, in particolare in Francia, Regno Unito, Spagna, Germania dove i migliori ambiscono servire lo Stato. Altrimenti negli uffici pubblici troveremo soltanto quanti non hanno avuto possibilità d’impiego altrove, nella libera professione e nelle attività imprenditoriali private.
1 novembre 2015

Uno sport diffuso: criticare la magistratura
E Il Mattino si prende una sonora smentita sugli stipendi dei giudici

Pubblichiamo la lettera di chiarimenti delle Associazioni dei magistrati dopo un articolo de Il Mattino secondo il quale i magistrati italiani, che si avvalgono di un meccanismo di adeguamento stipendiale misurato sugli aumenti degli altri pubblici dipendenti, avrebbero ottenuto di non restituire le somme dovute dal conguaglio negativo accertato. Con la conseguenza che i magistrati, secondo alcuni una casta privilegiata, avranno nel 2017 gli stessi stipendi del 2012. La stessa situazione di stallo del restante personale pubblico.

Egregio Direttore,
Con riferimento all’articolo pubblicato sul Mattino di venerdì 30 ottobre dal titolo “Gli aumenti blindati dei giudici”, il dovere di corretta informazione impone un chiarimento, a correzione di quanto è scritto nell’articolo e nel relativo titolo. Anzitutto, non c’è stata alcuna “riservata azione”, né alla vigilia del congresso nazionale dell’Anm né in altra occasione. Si è trattato, in realtà, dei consueti incontri – per nulla segreti – avvenuti due anni e mezzo fa, nei primi mesi del 2013, con i funzionari della Presidenza del Consiglio e del Ministero dell’Economia, finalizzati a determinare la misura dell’adeguamento triennale delle retribuzioni dei magistrati, secondo i meccanismi automatici previsti dalla legge n. 27/1981.
Tali meccanismi prevedono che gli stipendi dei magistrati siano adeguati, ogni tre anni, nella misura percentuale pari all’aumento medio delle retribuzioni del settore pubblico verificatosi nei tre anni precedenti. Per evitare il danno che potrebbe derivare dal ritardo di tre anni di tale adeguamento, è previsto che, per ciascuno dei due anni successivi, gli stipendi dei magistrati siano aumentati, a titolo di acconto, in misura pari al 30% dell’aumento medio del precedente triennio. In base alla previsione della legge, tale acconto non è soggetto a restituzione: questa è l’interpretazione della norma che fu chiarita nel 2013 nel corso degli incontri istituzionali (non “riservata azione”) e che è stata applicata anche in questa occasione. In conclusione, è vero che i magistrati hanno beneficiato di un aumento (provvisorio) negli anni 2013 e 2014, ma è anche vero che essi (oltre a subire una riduzione delle retribuzioni del 3,23 per cento a decorrere dal gennaio 2015) non percepiranno alcun aumento negli anni 2016 e 2017, quando invece, per effetto dello sblocco della contrattazione, tutte le altre retribuzioni pubbliche aumenteranno.
Tutto qui. Non posso fare a meno di sottolineare che, come peraltro ricordato nell’articolo, il tema del trattamento economico dei magistrati e dell’adeguamento delle loro retribuzioni all’aumento del costo della vita è strettamente connesso col principio di autonomia e indipendenza della magistratura, come affermato anche di recente dalla Corte costituzionale e non si presta quindi ad alcuno scandalo.
1 novembre 2015

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