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Aprile 2017

Quando a Caporetto ritrovammo l’orgoglio nazionale*
di Salvatore Sfrecola

Pochi nomi di località che si ricordano per importanti scontri armati hanno la forza evocativa di Caporetto, la cittadina, oggi in Slovenia (Kobarid), nell’alta valle dell’Isonzo, sulla riva destra del fiume, tra Tolmino e Plezzo, dove si combatté tra il 24 ottobre e il 27 novembre 1917, quando le truppe italiane, sconfitte, dovettero abbandonare migliaia di chilometri quadrati di suolo patrio e ritirarsi oltre il fiume Piave. Una sconfitta grave, definita anche “rotta”, “disfatta” o “catastrofe”, con uno strascico di polemiche e di recriminazioni che ancora oggi impegnano molte pagine nei libri di storia, alla ricerca delle responsabilità di quel tragico evento che fece temere per la tenuta dell’Esercito e per la stessa sopravvivenza del Regno, del quale era stato appena celebrato (1911) il cinquantenario della sua costituzione.
E da allora “una Caporetto”, nel linguaggio comune, evoca un fatto negativo gravissimo, una sconfitta senza rimedio.
Tuttavia quella battaglia perduta non pregiudicò l’esito della guerra che per noi ha rappresentato il momento conclusivo del Risorgimento, “visto che aveva finalmente completato l’unità del paese, facendo coincidere i confini naturali della penisola con quelli politici” (A. Ventrone, Prefazione a L. Falsini, Processo a Caporetto. I documenti inediti della disfatta, Donzelli, Roma, 2017, VII). Anzi, immediato fu il risveglio delle migliori energie, della politica, delle nostre Forze Armate e dell’intero popolo italiano. Fu “uno scatto di orgoglio nazionale” (P. Milza, Storia d’Italia, Corbaccio, Milano, 2006, 785). Cambiarono molte cose. Tutto quello che doveva cambiare da tempo. Dai rapporti tra il Governo ed i vertici dell’Esercito che, con un nuovo Comandante generale, Armando Diaz, divenne più moderno nell’organizzazione e credibile nelle modalità d’impiego, anche agli occhi dei governi e degli Stati Maggiori alleati che furono convinti, a Peschiera, dove erano stati invitati dal Re con un telegramma del 6 novembre, della validità della ipotesi di resistenza sul Piave. Presenti Painlevé , Lloyd George (che ce ne ha lasciato la cronaca), ministri ed alti esponenti delle forze armate alleate, Vittorio Emanuele III, parlando in inglese e francese, tenne un rapporto che gli guadagnò “il rispetto di tutti per la chiarezza e franchezza con cui fece il punto della situazione, realisticamente e senza retorica. Elencò le cause del disastro citando anche la “falla morale”, ma senza attribuirla alla propaganda disfattista, cui infatti non credeva (e lo aveva già detto ai nostri generali). Garantì la capacità di resistenza dell’Esercito escludendo perentoriamente qualsiasi ipotesi di crollo nazionale. “Alla guerra si va – disse – con un bastone per darle e con un sacco per prenderle”. Gli alleati rimasero colpiti dalla sua fermezza, e concessero gli aiuti richiesti: sei divisioni francesi e cinque inglesi, che avrebbero collaborato col Comando italiano” (I. Montanelli – M. Cervi, L’Italia del Novecento, Rizzoli, Milano, 1998, 40). Per il Sovrano il valore del soldato italiano non era in discussione, come il sentimento patriottico della maggioranza degli italiani nell’ora difficile che il Paese viveva. Lloyd George “ne rimase impressionato” (M. Silvestri, Caporetto, – Una battaglia e un enigma, RCS, Milano, 2014, 235). Il suo ruolo fu determinante nel richiamare l’impegno di ciascuno, senza retorica, tanto che cancellò dal proclama, che il Presidente del Consiglio Vittorio Emanuele Orlando gli aveva preparato, l’incipit enfatico che non era nel suo stile (“Una immensa sciagura ha straziato il mio cuore di italiano e di Re”). Invece esordì: “Italiani, siate un esercito solo!”
Tornava in prima linea alla testa del suo popolo in armi per combattere contro il “nemico storico”, come avrebbe scritto di lì a poco Luigi Einaudi solitamente sobrio nella sua prosa.
Le cause della disfatta, perché di questo si tratta, come denuncia la conta dei caduti e dei prigionieri, la vastità delle terre perdute e il numero dei profughi, furono essenzialmente militari, come fu evidente di lì a breve anche dalle risultanze della Commissione d’inchiesta. Cause individuate nella inadeguatezza della catena di comando, della organizzazione dell’esercito e della conduzione delle operazioni su fronti difficili, fino a sottovalutare i segnali evidenti di una imminente offensiva austro-tedesca provenienti da varie fonti (non solo dai disertori che potevano apparire inviati ad arte), tanto che sia il Generale Capello che il Re ne informarono Cadorna in quei giorni in licenza. Dal 4 ottobre, infatti, il Generale era a Villa Carmenini (Vicenza) essendo “molto scettico” sulla ipotesi di partecipazione germanica all’offensiva nemica in preparazione e che, a suo giudizio, si sarebbe concretizzata in primavera: “passiamo così l’inverno”, dice al Colonnello Gatti (da Caporetto, 250-251, richiamato da P. Melograni, La storia politica della grande guerra 1915/1918, Laterza, Bari, 1969, 395). Era la cultura delle guerre dell’800 che si combattevano nelle stagioni buone.
Fu sottovalutato anche il significato di un iniziale cannoneggiamento la mattina del 21, caratterizzato da tiri isolati ma con obiettivi precisi, come osservò il Re nel corso delle sue ispezioni al fronte, riferendone a Cadorna. Forse per saggiare la nostra capacità di reazione, preludio del massiccio bombardamento che sarebbe iniziato alle 2 del 24 ottobre. Durò cinque ore ed anche di questo fu sottovalutata la finalità. “Nulla di importante” commentò il Generale Badoglio, uno dei tanti errori di percezione delle intenzioni del nemico. Invece, il fuoco delle batterie aveva determinato una piccola breccia (eppure Luigi Cadorna, per storie familiari, di brecce si doveva intendere!) che aveva consentito ad un battaglione di alpini del Wüttemberg di penetrare alle spalle delle nostre linee per una decina di chilometri. Insomma, mentre le vedette erano state invitate a tener conto di quanto poteva accadere in alto, sulle montagne dalle quali secondo il Comando supremo il nemico avrebbe eventualmente attaccato, questo aveva scelto di percorrere indisturbato il fondovalle. L’operazione l’aveva condotta un giovane tenente destinato ad una gloriosa carriera militare, Erwin Rommel, che in ventiquatt’ore aveva fatto 30 mila prigionieri e occupato le preziose posizioni del Kuk e del Kolovrat perdendo, tra morti e feriti, appena una trentina di uomini.
            Ad Udine, sede del Comando supremo, nessuno si era accorto di quanto stava accadendo. Cadorna se ne rese conto solamente quando le avanguardie nemiche giunsero in vista della città che, infatti, fu abbandonata. Non aveva un quadro esatto della situazione anche per le difficoltà dei collegamenti telefonici con i comandi dispersi o posizioni precipitosamente abbandonate. Infatti non erano stati previsti piani di ritirata, che comunque fu ordinata in ritardo lasciando in mano al nemico migliaia di soldati (350.000 tra morti feriti e prigionieri) e oltre 400.000 sbandati all’interno ed un ingente quantità di armi, cannoni, mortai e mitragliatrici, depositi di munizioni, automezzi e strutture preziose dell’apparato logistico. Senza contare il dramma delle popolazioni civili, un milione circa di profughi, l’abbandono della case, delle aziende, degli animali. Con un arretramento di oltre 100 chilometri, la perdita del Friuli e di parte del Veneto, fino a mettere a rischio la stessa Venezia che, infatti, si pensò di abbandonare. Solamente la III Armata del Duca d’Aosta si era sganciata con ordine dal nemico. La II Armata del Generale Capello era “ridotta a una torma di fuggiaschi” (I. Montanelli – M. Cervi, cit. 35) che creava ulteriori problemi alle truppe in ritirata, intasando le vie di comunicazione, in particolare i ponti, così impendendo un deflusso ordinato delle unità in ripiegamento. Mancavano le carte e nessuno aveva da indicare percorsi alternativi.
Niente colpa dei disfattisti, dunque, e dei soldati ai quali Luigi Cadorna aveva voluto addebitare la responsabilità della sconfitta denunciando, in un comunicato del 28 ottobre, nel pieno della battaglia, la “mancata resistenza di reparti? vilmente ritiratisi senza combattere, o ignominiosamente arresisi al nemico”, un giudizio a dir poco sconveniente “sconcertante e clamoroso, vien di aggiungere vigliacco, per il modo in cui il massimo comandante delle truppe italiane, che in tre anni di conflitto ne aveva determinato addestramento, strategie e posizionamento, rifiutò di assumersi qualsiasi responsabilità della catastrofe in corso. Talmente grave fu il suo passo che il governo a Roma cercò subito di censurarlo, ma con poco successo, visto che la prima versione del documento era già stata resa pubblica” (L. Cremonesi, Da Caporetto a Baghdad, la Grande Guerra raccontata da un inviato dei conflitti di oggi, RCS, Milano, 2017, 269).
Un atteggiamento dagli effetti devastanti sul morale delle truppe già pesantemente colpite proprio dall’evidente insufficienza del Generalissimo. E fu comunque uno sconquasso nel Governo e nell’Esercito che comportò la revisione totale nel rapporto tra la classe politica e combattenti ed anche un nuovo modo di gestire i rapporti con la truppa, così restituendo al soldato italiano quello spirito combattivo che era stato mortificato dalla conduzione precedente improntata alla tecnica di combattimento che Luigi Cadorna aveva teorizzato fin dall’inizio della guerra. In Attacco frontale e ammaestramento tattico, un volumetto, che riproduceva una circolare del febbraio 1915, nella quale immaginava combattimenti all’arma bianca e cariche di cavalleria (un’arma uscita di scena già cinquant’anni prima con la guerra civile americana). Il Generale dimostrava di non essere adeguato ai tempi (anche se, va detto, era in buona compagnia soprattutto per quanto riguarda i comandanti francesi). Di quel testo scrisse un autorevole critico militare, Aldo Valori: “è terrorizzante pensare ch’esso abbia servito sul serio di base alle operazioni offensive di un esercito in una guerra moderna”. Assalti inutili all’arma bianca ed inadeguata gestione delle artiglierie. Inanellando una serie di combattimenti spesso inutili che avevano sollevato vivaci proteste, represse duramente dai tribunali militari dinanzi ai quali venivano portati quanti percepivano gli errori dei comandi. Per non dire delle decimazioni o di altre forme di punizione
Cambiò tutto con Armando Diaz, un ufficiale che si era formato più che sul campo di battaglia negli Uffici dello Stato Maggiore, anche se da Colonnello nella guerra di Libia si era distinto al comando del 93° reggimento rimanendo ferito e nel 1917 era al comando del XXVI Corpo d’Armata. Aveva una visione moderna della guerra, della organizzazione delle Forze Armate e delle esigenze della truppa. Il Re lo aveva osservato e lo stimava, come ricorda Gioacchino Volpe riferendo di una battuta del Sovrano nel luglio 1917, dinanzi ai monti Kuk e Vodice, sul fronte della II Armata, quando, indicando al suo seguito Diaz pronunciava parole che sono state definite giustamente “profetiche”: “questo generale un giorno potrà servire” (P. Gentile, Vittorio Emanuele III, Il Sole 24 Ore, Milano, 2014, 17). Riservato “lontano da ogni esibizionismo, naturalmente portato a guidare gli uomini tenendo conto delle loro esigenze e delle loro opinioni”. Erano doti che “in un preciso momento storico valsero a segnalarlo come il migliore candidato ad assumere il comando dell’esercito dopo la fallimentare esperienza dell’autoritario e accentratore Cadorna” (C. Rosso, Armando Diaz, Il Sole 24 Ore, Milano, 2014,13). “Sobrio nel gesto e ordinariamente parco di parole; lavoratore attivissimo, ma non frettoloso, anzi ordinato, preciso e spesso anche minuzioso” (C. Rosso, ivi, 16), le sue caratteristiche principali erano “l’equilibrio, la duttilità, l’umanità coniugata alla fermezza, la laboriosità, la precisione, il senso del dovere e del servizio” (C. Rosso, ivi, 17). Proprio quel che serviva nel momento drammatico di una sconfitta che, se non affrontata a sangue freddo, come il Re, che “anzi non lo aveva mai perso” (I. Montanelli – M. Cervi, ivi, 39. E da allora i due agirono all’unisono. Il Generale si consultava quotidianamente con il suo Re, cosa che non era stata nelle abitudini di Cadorna.
Subito favorì licenze dal fronte, dialogo con le famiglie e diede luogo ad un riordino dei comandi con una strategia nuova che, non solo diretta all’attacco, tenesse conto della necessità di una difesa articolata e di quel coordinamento, che, in particolare, era mancato a Caporetto, secondo le valutazioni di Lloyd George e del Maresciallo Foch (D. Mack Smith, Storia d’Italia dal 1861 al 1997, Laterza, Bari, 1998, 366), quando i comandi non avevano neppure immaginato che potesse verificarsi la necessità di un ripiegamento, qualunque ne fosse l’occasione.
Caporetto è un nome fatale. Ma la storia insegna che spesso le più gravi sconfitte sono capaci di risvegliare l’orgoglio di un popolo, specialmente quando divenuto finalmente tale dopo che nel corso dei secoli gli era stato negato il diritto di avere uno stato nei confini naturali della sua straordinaria geografia e che non parlasse tedesco, francese o spagnolo.
21 aprile 2017

* Sintesi di una relazione prevista per il prossimo Convegno organizzato a Milano dal Prof. Michele D’Elia sul tema “profilo della Grande Guerra degli Italiani”

La riforma dei gradi sfascia i militari
di Salvatore Sfrecola

“Dimmi, Tu saresti dunque come Armando Diaz?” Guardando le spalline argentee sulle quali spiccano le tre stellette di Generale di Corpo d’Armata mi è venuto spontaneo il ricordo del Duca della Vittoria, che aveva condotto il Regio Esercito al successo del 4 novembre 1918. Uno sfottò che sapevo di potermi permettere. Infatti quel mio carissimo amico non comanda un Corpo d’Armata, che non c’è. Ed ha un incarico “a latere” nell’Esercito.
Lo spunto, l’avranno intuito i lettori, per parlare di quel che si sente dire e ha scritto, su questo giornale Francesco Bonazzi: “La Pinotti promuove 13.000 ufficiali. Alla “truppa” resteranno le briciole”. Non vogliamo soffermarci tanto sui costi   (quasi un miliardo per i primi tre anni, poi 400 milioni a regime) ma gli effetti sul funzionamento dell’apparato militare. E si intuisce immediatamente che così non può andare, se avremo più generali degli Stati Uniti che arruolano uomini e donne in misura molto maggiore dei nostri.
Non è una novità in Italia. Per dare ai dipendenti pubblici, un migliore trattamento economico, giusta aspettativa specialmente dopo anni di blocco degli stipendi, si promuovono. Si è fatto sempre così, per i civili e, di recente, anche per i militari. Così aumentano i dirigenti, ai quali si deve trovare una collocazione funzionale, che s’inventa dividendo precedenti uffici. Lo stesso è avvenuto per gli ufficiali assegnati a funzioni collegiali o di staff. Con conseguenze disastrose per il buon funzionamento delle strutture interessate nelle quali i ruoli, le qualifiche ed i gradi corrispondono a posizioni organizzative funzionali al perseguimento degli obbiettivi istituzionali, in rapporto alla dislocazione sul territorio ed alla consistenza delle unità, la sezione o la divisione, la compagnia, il reggimento, la brigata e via dicendo. Per restare ai militari, per i quali i gradi rendono più evidente la loro corrispondenza all’articolazione della Forza Armata, è evidente che il numero degli ufficiali di un certo grado non può superare in modo significativo il numero delle strutture cui quel grado si riferisce. Se, ad esempio, ad una Compagnia è ordinariamente preposto un capitano, non vi possono essere più ufficiali di quel grado di quante siano le compagnie. Così per i reggimenti, le brigate e via discorrendo. È evidente la necessità di ufficiali con incarichi di coordinamento e di staff, aiutanti maggiori o di bandiera e via discorrendo, ma devono essere previsti i numeri di queste posizioni.
La questione è gravissima sotto un profilo funzionale. Un’amministrazione di dirigenti non funziona, come non funziona un esercito di generali. Quale la soluzione? Semplicissima. Il decorso del tempo esige necessariamente l’aumento del trattamento economico per soddisfare evidenti esigenze delle persone e delle loro famiglie. Si riconoscano quei miglioramenti ma permanga la qualifica o il grado se non si giustifica, dal punto di vista dell’efficienza della struttura, l’aumento del numero delle qualifiche o dei gradi. Questa esigenza è trascurata dagli interessati i quali si sentono soddisfatti dal rivestire una qualifica o un grado superiore, per nulla preoccupati che questi non corrispondano alle effettive funzioni di un tempo. L’effetto? Politico, prima di tutto. Il divide et impera, che per gli antichi romani assicurava il potere ai capi della Repubblica e dell’Impero, oggi garantisce alla classe politica la prevalenza sulla burocrazia civile e militare attraverso la parcellizzazione degli incarichi che diventano espressione di un ruolo sempre meno rilevante a fronte dell’autorità di governo. In questo modo i funzionari, civili e militari, prendono soldi ma perdono potere. Che non è attribuito nell’interesse della persona ma del buon funzionamento dell’apparato. Loro non se ne danno carico, soddisfatti che la qualifica o il grado dia lustro al biglietto da visita e niente più.
Un esempio eloquente. Alcuni anni fa, nel 2001, fu istituito presso la Presidenza del Consiglio il Dipartimento Nazionale per le politiche antidroga, affidato al Prefetto Pietro Soggiu, una straordinaria personalità, già Generale di divisione della Guardia di finanza, con compiti di prevenzione ad ampio raggio, dalla famiglia alla scuola. Si ritenne necessario far confluire in quella struttura la Direzione centrale del Ministero del lavoro che si occupava di tossicodipendenze e di famiglia. Stupì molto, quando si predispose il provvedimento, che fosse composta da 11 persone, oltre al dirigente generale. La denominazione di quella direzione era consegnata in un numero di parole nettamente superiore a quello degli addetti. Evidentemente istituita per creare un posto dirigenziale. Al tempo di Monsù Travet, che i lettori più anziani certamente ricorderanno, se ne sarebbe occupata una sezione. Ricordate Carlo Campanini l’impiegato con le “mezze maniche” ossequioso nei confronti di un quasi invisibile Cavaliere, Capo Sezione? Mai veniva nominato un direttore generale.
Per concludere a proposito della “carriera a sviluppo dirigenziale”, con progressione automatica al passare del tempo, che il Governo si appresta a varare. Qualcuno certamente dirà che è così anche per i magistrati. Con una differenza di non poco rilievo. I giudici in un collegio fanno tutti lo stesso lavoro, qualunque sia l’anzianità. Non è così per i funzionari civili ed i militari. Perché un capitano comanda una compagnia ed un colonnello un reggimento. E trasformare una sezione in una direzione centrale è inevitabilmente l’inizio dello sfascio. E i quadri, la fascia intermedia, quella che un tempo si chiamava carriera direttiva? Nessuno ne parla. Non interessa ai sindacati ed al potere politico. Ma sono la struttura portante dell’Amministrazione.
(da La Verità, 18 aprile 2017, pagina 18)

Requiem per un Imperatore defunto*
di Domenico Giglio

Che Vienna, nel 2016, centenario della morte di Francesco Giuseppe, abbia dedicato numerose mostre ed esposizioni allo stesso ed alla sua epoca, cominciando da Schonbrunn, il palazzo dove era nato il 18 agosto 1830 ed era mancato la sera del 21 novembre 1916, è logico ed opportuno, trattandosi dell’Imperatore che vi aveva regnato per 68 anni, dal lontano 2 dicembre 1848 e che vi fu sepolto nella Cripta dei Cappuccini, sepolcreto degli Asburgo dal 1633, il successivo 30 novembre, cripta che dette il titolo ad un celebre romanzo storico di Joseph Roth ed il rituale per accedervi fu a sua volta ricordato da Franz Werfel nel suo “Nel crepuscolo di un mondo”.
Questo ricordo, doveroso per gli austriaci, per cui le poste dell’attuale repubblica austriaca hanno dedicato un francobollo commemorativo del centenario della morte dell’ Imperatore, non vorremmo fosse occasione, in Italia, specie nei territori che appartennero all’impero asburgico, per analoghe celebrazioni, per cui nel rispetto della memoria storica e con spirito sereno, permeato di pietà cristiana, riteniamo necessario ripercorrere la lunga vicenda terrena di questo principe, particolarmente con riferimento alle vicende del nostro processo unitario ed anche per smitizzare una versione e visione edulcorata data in alcuni film, continuamente ripetuti nelle varie reti televisive, della sua giovinezza e del matrimonio, molto meno felice di quanto non appaia nella versione hollywoodiana.
L’ascesa al trono di Francesco Giuseppe, nel dicembre 1848, dopo l’abdicazione praticamente imposta all’ Imperatore Ferdinando, che visse poi in serenità a Praga fino al 1873, e l’altrettanto forzata rinuncia del padre, l’Arciduca Francesco Carlo, coronava gli sforzi che la madre, la bavarese arciduchessa Sofia, aveva fatto, perché questo suo figlio primogenito fosse imperatore, cominciando dalla sua educazione fin da bambino.
Purtroppo il momento della assunzione all’ impero non era dei più felici, perché da mesi Vienna e l’Ungheria tutta, erano in rivolta contro l’assolutismo asburgico, impersonato dal Metternich, anche con eccessi come la barbara uccisione del Ministro della Guerra, il vecchio conte Latour, raggiunto nei suoi uffici, massacrato e poi appeso ad un lampione ! Rivolte, quasi rivoluzioni represse a Vienna dalle truppe comandate dal maresciallo Von Windish-Graetz, ed in Ungheria, con l’intervento ancora peggiore, dell’esercito mandato dallo Zar Nicola I, in virtù dei principii della “Santa Alleanza”, truppe che avevano avuto ragione dei ribelli, così che questo giovane di diciotto anni, saliva su di un trono macchiato di sangue, cancellando quella Costituzione che Ferdinando, aveva, forse a malincuore concessa. Ed in Ungheria, dopo il vittorioso intervento russo, aprendo un solco parzialmente riempito solo dopo un ventennio, un generale austriaco, Haynau, già tristemente noto in Italia, nel 1848, per la sua repressione, che gli aveva meritato il titolo di “jena di Brescia”, fucilava ed impiccava ad Arad, ben 13 generali ungheresi e 114 altri militari, le cui domande di grazia erano state respinte, come avverrà pure nel 1852 per la domanda di grazia per il patriota e sacerdote, Enrico Tazzoli, reo di un delitto di opinione, impiccato poi a Mantova nel dicembre.
Questo, mentre un altro giovane di 28 anni, Vittorio Emanuele II, salito al trono il 3 marzo 1849, dopo una sconfitta militare, in quel di Novara, aveva mantenuto la bandiera tricolore e soprattutto aveva conservato quello Statuto, concesso dal padre Carlo Alberto, con i relativi ordinamenti parlamentari che l’Austria avrebbe conosciuto solo nel 1867. Interessante questo parallelo tra un governo, quello del Regno di Sardegna, con l’intensa attività parlamentare e governativa nel decennio dal 1849 al 1859, mentre nell’Impero d’Austria, vigeva un regime assolutistico, da stato di polizia, così che da una parte si affermava il liberalismo di Cavour e dall’altra, mancato nel 1852, il principe di Schwarzenberg, campione del dispotismo, non emergeva nessuna personalità di valore che indirizzasse l’Imperatore, di per sé digiuno di esperienza politica e poco amante di letture, verso le necessarie riforme.
Così, quando nel 1854, scoppiò quella che fu chiamata “Guerra di Crimea” con Francia, Regno Unito, Impero Ottomano, unite contro l’Impero Russo, l’Austria rimase neutrale, con grande amarezza e delusione dello Zar Nicola I, che riteneva fosse un dovere di Francesco Giuseppe, appoggiare militarmente la Russia, in ricordo e ricambio dell’aiuto ricevuto per debellare la rivolta ungherese, mentre proprio in questa vicenda si inserì abilmente Cavour, fortemente appoggiato dal Re, mandando un corpo di spedizione in Crimea, che gli dette così l’opportunità di partecipare, unico rappresentante di uno stato italiano, al Congresso di Parigi nel 1856 e denunciare la situazione dell’Italia, ponendo le basi di quell’accordo con Napoleone III, definito due anni dopo a Plombieres. E peggio ancora si comportò l’Austria, cioè l’Imperatore che, nel 1859, addirittura lasciando all’oscuro il proprio Ministro degli Esteri, il conte Buol, inviò il 23 aprile il famoso “ultimatum” al Regno di Sardegna, seguito il 27 dalla dichiarazione di guerra, che fece scattare la clausola dell’alleanza “difensiva” con l’Impero di Napoleone III, che così in tal modo poté intervenire militarmente in aiuto al Piemonte, portando alla vittoria, insieme con Vittorio Emanuele II, le truppe franco-piemontesi.
Questa inesperienza di Francesco Giuseppe, anche di conoscenze dirette dell’impero, avendo fatto un solo viaggio nel 1845 a Venezia ed in Dalmazia (dove in un disegno si vede una insegna, con la scritta in italiano, “Osteria”), fu pagata cara, perché non bastava da una parte il coraggio personale, di cui aveva dato prova nel 1848, ancora arciduca, nel combattimento di Santa Lucia ed il senso del dovere e dell’ordine, l’amore e l’inclinazione al lavoro, che rispettò fino all’ultimo giorno e che ne fecero il primo impiegato dell’impero, quando invece sarebbe stato necessario lo spirito d’iniziativa e decisioni rapide e nette, confermando un vecchio giudizio di Napoleone che “l’Austria arrivava sempre troppo tardi sia con l’esercito che con le idee”. E sempre nel 1859 l’infelice scelta, quale comandante dell’esercito austriaco che doveva invadere il Piemonte, del maresciallo Gyulay, anziché dell’Hess, costrinse Francesco Giuseppe, dopo i primi insuccessi, ad assumere personalmente il comando delle truppe, venendo sconfitto a Solferino e San Martino, perdendo la Lombardia, assegnata al Regno di Sardegna.
Le incertezze riguardavano anche la politica interna oscillante tra centralismo e federalismo e dominavano la politica estera austriaca relativamente al problema dell’unità germanica e del ruolo di comando nella Confederazione Germanica, per cui, anche in questo caso Francesco Giuseppe fu abilmente giuocato da Bismarck, il potente cancelliere del Regno di Prussia, che nel 1866 lo spinse a mobilitare per primo, senza che l’esercito fosse pronto e forzando il riluttante, ma fedele, generale Benedeck, ad assumerne il comando, con il risultato di essere travolto dai prussiani di Moltke a Sadowa, perdendo definitivamente il primato tra gli stati tedeschi, che così passava dai cattolici Asburgo ai luterani Hoenzollern, ed il Veneto, assegnato al Regno d’Italia, alleata della Prussia, in quella che per noi è considerata la Terza Guerra d’Indipendenza, però con un confine quanto mai infelice, tra Italia ed Austria, con il Trentino incuneato tra Lombardia e Veneto e ben lontano da Trieste. Inoltre l’Austria e quindi l’Imperatore, a cui era demandato anche il più piccolo problema, dettero prova dopo la guerra, di ingratitudine nei confronti dell’ammiraglio Tegetthof, il vincitore di Lissa e del Benedeck, sulle cui uniche spalle fecero ricadere la sconfitta di Sadowa.
In questi anni si inserisce l’amara vicenda del fratello Massimiliano, quel fratello che nominato Vicerè del Regno Lombardo – Veneto, nel 1857, aveva cercato di riconciliare con l’ Impero gli abitanti del Regno, sollecitando inutilmente Vienna a liberalizzazioni e riforme, per cui inascoltato era partito sulla carducciana “fatal Novara”, lasciando il Castello di Miramare, con le sue “?bianche torri, attediate per lo ciel piovorno?”, per salire al trono di Imperatore del Messico, dopo essere stato obbligato dal fratello, prima di partire, a firmare l’atto di rinuncia al trono austriaco, per finire poi fucilato il 19 giugno 1867 a Queretaro, mentre pochi giorni prima, l’8 giugno, Francesco Giuseppe con la moglie, la bavarese Elisabetta, il cui fascino aveva colpito gli ungheresi, erano incoronati a Budapest, Re d’Ungheria, dando così origine e consacrazione a quella che da allora fu definita “duplice monarchia” e l’Impero “Austro- Ungarico”. Ed il successivo 18 agosto, a Salisburgo, si celebravano solennemente i 37 anni dell’Imperatore, presente anche Napoleone III, con la moglie Eugenia, a cui non rimordeva la coscienza di aver spinto Massimiliano all’avventura messicana, praticamente lasciandolo solo ed indifeso quando aveva ritirato e reimbarcato per la Francia, il corpo d’armata francese comandato da Bazaine.
E questo 1867 fu anche importante perché finalmente l’Impero si dotava di una Costituzione, con il suo parlamento, il Reichsrat, costituzione che avrebbe regolato teoricamente la vita politica austriaca fino al 1918, ma come commentarono diversi storici in realtà lo Stato era in balia dell’arbitrio burocratico sotto la maschera del costituzionalismo, anche quando fu concesso il suffragio universale maschile ed il parlamento raggiunse i 507 deputati, con 233 seggi previsti per i tedeschi e 255 per gli altri gruppi slavi, mentre solo 19 erano assegnati alle minoranze italiane, tra i quali ricorderemo il socialista, ma irredentista, Cesare Battisti ed il cattolico Alcide De Gasperi. Questa ridotta presenza italiana era il frutto della politica, messa in atto dopo le nostre guerre d’indipendenza, che avevano dato all’Italia la Lombardia ed il Veneto, malgrado la “Triplice” stipulata nel 1882, di favorire croati e slavi, fomentando la loro avversione nei confronti degli italiani, modificando ad esempio i collegi elettorali in modo da ridurre o far scomparire la rappresentanza italiana che nel 1848 era maggioritaria in Dalmazia e totale in Istria.
L’accenno alla incoronazione a Budapest di Elisabetta Regina, ci fa soffermare sulla figura di questa consorte di Francesco Giuseppe, principessa bavarese, sposata a 16 anni, per libera scelta del giovane Imperatore, contravvenendo alla volontà della madre che aveva invece scelto per lui, la sorella maggiore di Elisabetta, la principessa Elena. Matrimonio effettivamente d’amore da parte imperiale, che le fu fedele per tutta la vita, che la assecondò in tutti i suoi desideri, che le scrisse sempre lettere affettuose, non considerando la relazione, in età più tarda, con l’attrice Caterina Schratt, relazione nota ed anche favorita dalla stessa Elisabetta. Diverso invece l’atteggiamento della giovane Elisabetta, oppressa fin dall’inizio del matrimonio dal rigidissimo cerimoniale asburgico, di origina spagnola, soffocante per una giovane abituata ad una vita libera a contatto con la natura, in una famiglia senza dubbio di origine regale, essendo un ramo cadetto della dinastia dei Wittelsbach, ma non schiava delle forme. Non potevano essere due caratteri più differenti e lontani fra loro, con esigenze diverse ed anche con passioni diverse dai viaggi che videro Elisabetta andare da Madera a Corfù, per finire tragicamente a Ginevra, all’amore della poesia, particolarmente Heine, mentre è noto lo scarso interesse culturale di Francesco Giuseppe, tra l’altro poco disponibile ad accettare i progressi tecnici dal telefono, alle automobili e alle attrezzature ginnastiche e balneari che amava invece la consorte. Questo distacco di Elisabetta dai suoi doveri di Imperatrice va ad esempio confrontato, non certo a suo vantaggio, con il ruolo che quasi negli stessi anni veniva svolto in Italia, a favore dell’unità nazionale dalla Regina Margherita, oggi quasi sconosciuta e dimenticata, nei viaggi nella penisola ed in tutte le manifestazioni ufficiali, sempre a fianco del marito, il Re Umberto I, di cui pure conosceva e perdonava certe debolezze!
Amante della poesia Elisabetta era ella stessa poetessa ed ora dopo oltre un secolo dalla morte le sue poesie riscoperte recentemente sono state pubblicate in un libro curato dalla storica viennese Brigitte Hermann e tradotte anche in italiano, che aprono, come sottolineato dallo storico Waldimaro Fiorentino, che ha recensito questo libro, uno scenario incredibile sui veri sentimenti della imperatrice, smitizzandone il personaggio, perché le sue poesie “sulla famiglia Asburgo e sulla politica imperiale degli anni Ottanta sono a volte spietate, addirittura provocatorie” e di questa spietatezza è prova, ad esempio, una poesia dove dice: “voi amati popoli di questo vasto impero, in gran segreto io vi ammiro tanto, perché col sudore e col vostro sangue, nutrite generosi questa schiatta depravata”, cioè gli Asburgo. E da queste poesie si comprende chi avesse ereditato il carattere ribelle, libertario, repubblicaneggiante di Elisabetta e cioè proprio il figlio, l’Arciduca ereditario, Rodolfo, che, appena trentenne, non compreso anche lui dal padre, gli inferse la ferita più dolorosa con il suicidio in quella alba tragica del 29 gennaio 1889 a Mayerling. Così, più tardi Francesco Giuseppe, dopo la morte di Elisabetta avvenuta il 10 settembre 1898, pare abbia detto che nulla nella vita gli era stato risparmiato, mai pensando a quanto sarebbe avvenuto a Serajevo sedici anni dopo!
Tra tanti eventi non certo positivi, si arrivava, grazie finalmente ad un uomo politico audace e spregiudicato, l’ungherese Andrassy, nel 1878, dopo il Congresso di Berlino, che poneva un punto fermo alla storica inimicizia tra gli Imperi Russo ed Ottomano, il congresso da cui l’Italia seppe solo uscire con le “mani nette”, alla assegnazione all’Impero Austro-Ungarico, della Bosnia-Erzegovina in amministrazione fiduciaria, che nel 1908 sarebbe divenuta annessione, rafforzandolo nei Balcani e dando inizio a quel lungo periodo di pace . Periodo di cui si giovò l’intera Europa, ma particolarmente l’Impero asburgico, per la parte economica e per lo sviluppo industriale, anche se nel suo interno crescevano le rivalità delle nazionalità componenti questo grande insieme multietnico, di oltre cinquanta milioni di abitanti, ed apparivano degli spunti antisemita. In questo scenario la figura di Francesco Giuseppe, fotografato in centinaia di occasioni diveniva simbolica e quasi carismatica, assurgendo ad elemento unificatore, anche se negli ambienti più qualificati culturalmente e politicamente si capiva che il mantenimento dello “status quo” non solo non risolveva i problemi, ma lentamente li aggravava e quindi non bastava a fermare il declino la ripetuta immagine dell’ Imperatore, ancora alto, snello e sempre elegante nelle sue divise, sia nei balli di Corte che nelle riviste militari od anche a caccia che era forse la sua unica passione oltre il lavoro di ufficio. Ed in tutte queste manifestazioni e nelle sue vacanze nei territori dell’Impero, sembrava essere vicino al popolo, anche se riservava la stretta della sua mano solo all’alta nobiltà! E di questa sterile nostalgia c’è chi si nutre ancor oggi in varie parti dell’ex impero, meno in Austria, tranne forse il Tirolo.
In questo periodo di pace, che permetteva anche al giovane Regno d’Italia, di consolidarsi all’interno e di trovare il suo ruolo nel concerto europeo delle grandi potenze, quando Europa voleva dire il Mondo, sia Vittorio Emanuele II, nel 1873 ed Umberto I, nel 1881, si recavano in visita a Vienna, visite ricambiate da Francesco Giuseppe a Venezia, non volendo venire a Roma, dove il Pontefice non riconosceva l’annessione all’Italia, considerando i cattolici Savoia, come usurpatori. Nasceva così in Italia, il problema dell’irredentismo, con la relativa reazione anti italiana, da parte austriaca, con punte di frizione come quando il triestino Guglielmo Oberdan(k), per un presunto possibile attentato all’Imperatore veniva impiccato nel 1882, malgrado la domanda di grazia presentata dalla madre e gli appelli di numerose personalità tra le quali Victor Hugo . In questa ed in altre occasioni il governo italiano, considerando l’alleanza difensiva conclusa con gli Imperi Germanico ed Austro-Ungarico, si comportò sempre con estrema correttezza nei confronti degli alleati, come quando Giolitti, Presidente del Consiglio, nel 1911, fu costretto a censurare l’ode di Gabriele d’Annunzio, “La Canzone dei Dardanelli”, in quanto “ingiuriosa verso una potenza alleata e verso il suo sovrano”, censura da cui derivò il vero e proprio odio del poeta per Giolitti, culminato nel 1915, in quanto nella canzone Francesco Giuseppe era indicato come “?angelicato impiccatore, l’angelo dalla forca sempiterna..” e l’Austria come “?la schifiltà dell’aquila a due teste, che rivomisce come l’avvoltoio, le carni dei cadaveri indigeste?”.
Nessuno in tutto questo periodo voleva una guerra e realisticamente il Regno d’Italia pensava a soluzioni diplomatiche per la soluzione degli italiani irredenti, se non fosse intervenuto il 28 giugno del 1914, a Serajevo, capitale della Bosnia -Erzegovina, l’attentato e la morte dell’Arciduca ereditario, Francesco Ferdinando, e della moglie morganatica Sofia Chotek, ricordati, anche loro, nel centenario del triste evento, incredibile a dirsi, dalle poste della repubblica austriaca, con l’emissione di un “foglietto”, contenente due francobolli con i loro ritratti ! Francesco Ferdinando, nipote di Francesco Giuseppe, in quanto figlio del fratello minore dell’ Imperatore, succeduto nella linea ereditaria, dopo la morte dell’unico figlio maschio, l’arciduca Rodolfo, era uomo dal carattere deciso come aveva dimostrato anche nel caso del suo matrimonio con una nobile di modesto rango, che non sarebbe mai potuto diventare imperatrice, né i suoi figli ereditare il trono, ed era di temperamento autoritario, diverso da quello dello zio. Ed aveva progetti di ristrutturazione dell’impero per dare spazio a boemi e slavi, cambiandone completamente il volto e frenandone la dissoluzione. Questo assassinio all’inizio, oltre allo sdegno, non aveva generato particolari reazioni, ma fu successivamente preso a motivo, da parte della classe dirigente militare e politica, più austriaca che ungherese, per dare al Regno di Serbia, considerato mandante dell’attentato e da alcuni definito “il Piemonte dei Balcani”, una solenne lezione, dimentichi che sugli slavi ortodossi esisteva l’alta protezione del’ Impero Russo. Così si ripeteva l’errore dell’ultimatum del 1859 e si metteva il vecchio, ottantaquattrenne, Imperatore, quasi di fronte al fatto compiuto.
In effetti Francesco Giuseppe non era più per le guerre, ricordando Solferino, con le migliaia di morti e feriti, lui che lì era stato presente, ma “ingravescente aetate”, non aveva più sufficiente energia per opporsi ai suoi sconsiderati ministri, che arrivavano anche ad affermare fatti inesistenti, per cui, con la stanca mano appose la firma alla dichiarazione di guerra alla Serbia, mai pensando che con quella sottoscrizione avrebbe dato inizio a quella che fu poi definita “Prima Guerra Mondiale” e posto fine non solo al suo impero, ma a tutto il principio monarchico predominante in una Europa che al momento vedeva solo tre repubbliche, Portogallo, Svizzera e Francia, e dopo avrebbe visto proprio l’Austria proclamare la repubblica e la decadenza della sua Casa e cadere altri tre imperi, germanico, russo ed ottomano, tutti, anche loro, sostituiti da repubbliche, cambiando così l’aspetto geopolitico ed istituzionale dell’Europa.

* È il testo integrale di un articolo pubblicato da Storiainrete nel fascicolo di gennaio 2017 con l’eliminazione di alcune frasi e la modifica del titolo che l’Autore ha voluto in questa sede ripristinare.

Bibliografia
Elisabetta d’Austria, “Diario poetico”, a cura e prefazione di Brigitte Harman, ed. MCS, Trieste
Eugenio Bagger, “Francesco Giuseppe”, ed. Mondadori, 1929
Francois Feito, “Requiem per un Impero defunto”, ed. “Il Giornale”, 1990
Franz Werfel, “Nel crepuscolo di un mondo”, ed. Mondadori, 1950
Gabriele d’Annunzio, “Merope”, ed. Il Vittoriale degli italiani, 1943.
Joseph Roth, “La marcia di Radetzki”, ed. Adelphi, 1987
Joseph Roth, “La cripta dei Cappuccini”, ed. Adelphi
Nora Fugger, “Gli splendori di un impero”, ed. Mondadori
Stefan Zweig, “Il mondo di ieri”, ed. Mondadori, 1946
Waldimaro Fiorentino, “Nessuna nostalgia ?.”, da “Il sole -24 ore” del 12 agosto 1995 ed altri articoli
Waldimaro Fiorentino, “La prima guerra mondiale”, ed. Catinaccio, 2015

Il finto aiuto di Stato agli invalidi
Poco dignitoso e tassato due volte
di Salvatore Sfrecola

Il fisco ingiusto non è una novità nel Paese delle mille gabelle, al punto che, per sfuggire ad una tassazione predatoria, quanti possono, sempre più spesso si trasferiscono all’estero, dai pensionati agli imprenditori. Tra i tartassati sentono particolarmente l’ingiustizia del fisco coloro che sono affetti da una “grave e permanente invalidità o menomazione” e pertanto devono sostenere, oltre a spese mediche spesso molto costose, oneri di “assistenza specifica” e di “assistenza personale nei casi di non autosufficienza nel compimento degli atti della vita quotidiana”. Si tratta di condizioni di drammatica sofferenza che il fisco tratta con straordinaria trascuratezza delle esigenze di queste persone e dei loro familiari.
Parliamo delle spese sostenute da “persona handicappata” che l’art. 3 della legge 5 febbraio 1992, n. 104 (Legge-quadro per l’assistenza, l’integrazione sociale e i diritti delle persone handicappate) definisce al comma 1 come “colui che presenta una minorazione fisica, psichica o sensoriale, stabilizzata o progressiva, che è causa di difficoltà di apprendimento, di relazione o di integrazione lavorativa e tale da determinare un processo di svantaggio sociale o di emarginazione”. Con la precisazione (comma 3) che “qualora la minorazione, singola o plurima, abbia ridotto l’autonomia personale, correlata all’età, in modo da rendere necessario un intervento assistenziale permanente, continuativo e globale nella sfera individuale o in quella di relazione, la situazione assume connotazione di gravità”. E, pertanto, assicura  “priorità nei programmi e negli interventi dei servizi pubblici”.
Ebbene, nonostante la “connotazione di gravità” che, peraltro, com’è ovvio non è solamente “correlata all’età”, dal reddito complessivo di queste persone, l’art. 10, lettera b) del Testo unico delle imposte sui redditi (T.U.I.R.) consente siano deducibili “le spese mediche e quelle di assistenza specifica nei casi di grave e permanente invalidità o menomazione”. Per assistenza specifica s’intende la collaborazione infermieristica, mentre per i “badanti” (cioè “gli addetti all’assistenza personale nei casi di non autosufficienza nel compimento degli atti della vita quotidiana”, così si esprime l’art. 15, lettera 1-septies, del T.U.I.R., dall’imposta lorda si detrae una somma pari al 19% delle spese sostenute per un importo non superiore a ? 2.100, cioè 399 euro. Sempreché il reddito complessivo non superi i 40.000 euro. È la vergognosa negazione di un diritto fondamentale, quello ad una condizione di vita appena dignitosa. Infatti, alla persona non autosufficiente un “badante” (oltre vitto e alloggio) non costa meno di 1.000 euro al mese, in sostanza 13.000 l’anno, compresa la tredicesima mensilità, esclusi i contributi (autonomamente detraibili fino all’importo di 1.549,37 euro, come si deduce del comma 2 del richiamato art. 10 del T.U.I.R.). Ora non è dubbio che si tratti di una gravissima discriminazione a carico di chi soffre una difficile condizione personale, perché viene tassato un reddito che l’invalido trasferisce ad altro soggetto il quale, sussistendone le condizioni, dovrà fare la propria dichiarazione dei redditi. In sostanza quella somma viene tassata due volte, in quanto reddito dell’invalido e del badante.
Si consideri, inoltre, che l’invalido il quale “si fa assistere” in proprio non grava, come avverrebbe se fosse ricoverato in una struttura accreditata, sul bilancio del Servizio Sanitario Nazionale. Parliamo, in particolare, degli invalidi totali, non autosufficienti che di una assistenza continua non possono fare a meno.
Giustizia, quella giustizia che la gente istintivamente capisce anche quando non ha fatto studi giuridici, dovrebbe portare naturalmente alla conclusione che la paga del badante debba essere integralmente dedotta dal reddito imponibile dell’invalido “datore di lavoro”. Una strada che va perseguita e che sarà tentata con ricorso al Giudice Tributario perché si pronunci sulla rilevanza e la non manifesta infondatezza della irragionevolezza della normativa che abbiamo richiamato e ne deferisca l’esame alla Corte costituzionale, anche sotto il profilo della disparità di trattamento rispetto a soggetti ai quali, in sede di determinazione del reddito imponibile, il fisco consente di escludere somme trasferite ad altri soggetti d’imposta, come avviene, ad esempio, per le paghe dei dipendenti ai fini della determinazione del reddito d’impresa. Si dirà che le paghe dei lavoratori sono funzionali all’esercizio dell’attività imprenditoriale perché il lavoro è uno dei fattori della produzione. Ma al fondo la ragione è la stessa che reclamano gli invalidi: non va considerata nel reddito imponibile una somma trasferita ad altro soggetto. Che, quando compensa una prestazione lavorativa destinata ad assicurare l'”assistenza personale nei casi di non autosufficienza nel compiere gli atti della vita quotidiana” va a soddisfare una necessità di assoluto valore morale e civile.
Non si tratta, infatti, un’attività facoltativa, come quella della collaborazione domestica, ma di una necessità che, come detto, è finalizzata a consentire ad un invalido di vivere dignitosamente. Né va trascurato che una normativa la quale assicurasse la deducibilità delle paghe dei badanti farebbe emergere il “nero” che, nel settore, si stima molto elevato, con conseguente recupero di gettito prodotto e ignoto al fisco da persone che, risultando prive di reddito, potrebbero anche trarre vantaggi da questa condizione per fruire di servizi negati a quanti, nelle stesse loro condizioni, ma con normale contratto di lavoro, risultano titolari di un reddito che li danneggia, ad esempio, nelle graduatorie per gli asili nido o per un alloggio di edilizia popolare.
Inoltre è evidente che in una famiglia nella quale vive una persona affetta da gravi invalidità, quando all’assistenza provvedano genitori e fratelli questi sono costretti ad abbandonare o ridurre significativamente il lavoro. Una situazione di disagio comprensibile a tutti che, per altro verso, determina conseguenze che un buon amministratore della cosa pubblica non può trascurare: per il minore apporto alla società e all’economia che ne deriva.
A margine delle considerazioni svolte sul tema della imposizione fiscale a carico di persone gravemente handicappate non si può trascurare che una società la quale non riconosce i diritti dei più deboli è intrinsecamente ingiusta. Ed è un memento per quanti, a livello politico, tra Ministero dell’economia ed Istituto Nazionale per la Previdenza Sociale, si fanno promotori di proposte dirette a colpire i pensionati pensando di “rivedere” pensioni di reversibilità e di invalidità, attraverso modifiche di modalità di identificazione dei diritti come l’ISEE, quell’indicatore che serve per valutare e confrontare la situazione economica dei nuclei familiari che intendono richiedere una prestazione sociale, uno strumento certo necessario ma che nella realtà del nostro Paese, troppo spesso favorisce i furbi i quali riescono molto bene ad aggirarlo.
(pubblicato da La Verità, 13 aprile 2017, pagina 11)

 1867 – il vero 150° dello Stato
l’Italia tra le grandi potenze*
di Aldo A. Mola

Lo Stato d’Italia compie tra poco il vero 150° del suo ingresso nella Comunità internazionale. Oggi il Paese è in affanno, disorientato, quasi sfarinato. Perciò va ricordata quella data. L’11 maggio 1867 il marchese Emanuele Tapparelli d’Azeglio rappresentò il Regno alla firma del Trattato di Londra che chiuse il contenzioso sul Lussemburgo: una vertenza apparentemente minima, in realtà gravida di storia. Il Granducato era “la Gibilterra del Nord”: un ammasso di fortificazioni erette nei secoli per sbarrare la strada all’invasione dall’una o dall’altra sua parte. Napoleone III aveva tentato di comperarlo dal regno dei Paesi Bassi, come nel 1768 la Francia di Luigi XV aveva fatto con la Corsica, venduta a Parigi dal genovese Banco di San Giorgio. Ma la Prussia gli tagliò la strada. La frizione sprigionò scintille. L’Europa era appena uscita dalla guerra del 1866 tra l’impero d’Austria e la coalizione italo-prussiana che all’Italia fruttò il Veneto. La diplomazia ebbe la meglio sulle armi, che – aveva insegnato Clausewitz – ne sono la prosecuzione. Era il “secolo della pace” che, tra l’una e l’altra “guerra di teatro”, tutte circoscritte per territorio e numero di vittime, durò dal Congresso di Vienna del 1815 alla conflagrazione europea del 1914.
Giocando d’iniziativa e di sponda tra il 1859 e il 1860 Vittorio Emanuele II di Savoia coronò il sogno di tanti patrioti: un regno unitario dalle Alpi alla Sicilia. Non era tutto. Mancavano il Triveneto e Roma. Ma anche ai più audaci l’elezione di una Camera nazionale nel febbraio 1861 parve un miracolo, come in opere magistrali ricorda Domenico Fisichella, storico e politologo insigne, designato Premio alla Carriera dal 50° Premio Acqui Storia. Il 14 marzo 1861 il Parlamento proclamò Vittorio Emanuele II re d’Italia. Dunque era fatta? No, perché sia per le persone sia per gli Stati non basta “dirsi” qualcosa, bisogna “esserlo”, occorre ottenere il riconoscimento: battesimo, iniziazione, consacrazione…
La demolizione del Sacro Romano Impero da parte di Napoleone I abbatté nell’Europa centro-occidentale il principio in forza del quale il potere regio discende da quello imperiale: ora erano le Nazioni a dare corpo agli Stati. La Russia continuò a fare storia a sé, perché, come Terza Roma, non riconosceva alcuna autorità al vescovo di Roma che per un millennio aveva benedetto Pipino e consacrato Carlo Magno e i suoi successori. Il 17 aprile 1861 il Parlamento deliberò che il sovrano avrebbe firmato leggi e decreti come “re d’Italia per grazia di Dio e volontà della Nazione”: la Tradizione venne fusa con la “rivoluzione”, del resto già alla base dello Statuto promulgato nel regno di Sardegna il 4 marzo 1848 da Carlo Alberto di Savoia, che proclamò i cittadini uguali dinnanzi alle leggi e la libertà dei culti, caso unico nell’Italia dell’epoca, mentre nel regno delle Due Sicilie (rimpianto da Pino Aprile, da Fabio Andriola inopinatamente elevato a paladino della “verità”, quasi sia lo scopritore della plurisecolare “questione meridionale”) vietava ogni religione diversa dalla cattolica apostolica romana, là praticata in forme superstiziose: e non per caso l’abate di Montecassino, Luigi Tosti, si schierò per l’unità d’Italia, come Carlo Passaglia e tanti insigni teologi ed ecclesiastici.
Ma, appunto, nella storia non basta dirsi, bisogna farsi accettare. Dopo la proclamazione, il Regno d’Italia venne riconosciuto dalla Gran Bretagna (che così lo sottrasse all’abbraccio di chi lo confondeva con una qualunque contessa di Castiglione), dalla Svizzera, dalla Grecia (che fu sul punto di avere re il secondogenito di “Monsù Savoia”, Amedeo, duca d’Aosta) e dagli Stati Uniti d’America. Gli altri Paesi, spocchiosi, rimasero a guardare. Quasi nessuno credeva che l’Italia sarebbe divenuta uno Stato vero. A tarparne il volo erano mazziniani, federalisti (pochi e irrilevanti), papisti e nostalgici dei regimi abbattuti e sconfessati dai plebisciti che nel 1860 unirono col voto l’adesione alla corona sabauda di Ducati padani, Granducato di Toscana, Emilia e Romagna, Umbria, Marche, Sicilia e Province napoletane. In alcune di queste divampò il “grande brigantaggio”, alimentato da carenza di senso dello Stato, sorretto dall’estero e direttamente dallo Stato pontificio che gli parò le spalle. Fu una partita tanto difficile e dura quanto necessaria. Checché ne capiscano i nostalgici del trapassato remoto, appunto alla Pino Aprile, l’Italia era il ponte tra la Gran Bretagna, l’India e l’Estremo Oriente. Potate per linee ferrate dal Mare del Nord al Mediterraneo settentrionale, dai suoi porti (Genova, anzitutto) le merci avrebbero puntato, via nave, verso il Canale di Suez ormai in costruzione. Il mondo cambiava celermente nell’età dei cavi telegrafici sottomarini, del gioco di borsa, dei grandi traffici e della seconda età coloniale che in pochi decenni portò l’Europa a dominare l’80% dell’Africa e, con metodi sbrigativi, la Cina (anche tramite la guerra dell’oppio), l’India, l’Afghanistan, per trarne risorse e senza la pretesa infantile di esportarvi la democrazia. Era l’età studiata da Karl Marx, secondo il quale senza ammodernamento (industrializzazione e accumulazione del capitale) non sarebbe mai giunta la liberazione del lavoro dalla mercificazione. Rispetto ai Paesi da più tempo uniti, organizzati e dotati di una dirigenza capace di pensare “in grande”, l’Italia era arretrata, malgrado i Congressi degli scienziati (1839-1847), la prima statistica del regno (1861) e le ancora balbettanti Esposizioni nazionali. Ben vennero quindi i riconoscimenti del neonato Regno da parte del Portogallo (il cui re aveva sposato Maria Pia, figlia di Vittorio Emanuele II), dell’impero ottomano e dell’Olanda (1861). L’impero di Russia e il regno di Prussia lo riconobbero solo nel luglio del 1862, proprio quando Garibaldi organizzò la spedizione contro il papa (“Roma o morte”), rischiando di far annientare la credibilità di uno Stato sorto non per suscitare disordini ma per concorrere alla pace europea. Il 25 giugno 1863 la Danimarca accreditò il suo rappresentante presso il re d’Italia. La Spagna si decise solo il 12 luglio 1865, quando capì che era del tutto vana la speranza di restaurare l’evanescente Francesco II di Borbone. Vittorio Emanuele II, di gran lunga superiore al ritratto che ne fa Adriano Viarengo nella biografia ora edita da Salerno, per unire l’Italia aveva generosamente sacrificato non solo la Savoia e l’italiana Nizza ma anche Torino quale capitale: meritava credito. Lo stesso anno il regno fu riconosciuto da Brasile, Messico e dal cattolico Belgio. Mancava il tassello finale. Con la pace di Vienna (3 ottobre 1866) l’Austria aveva sì ceduto il Veneto, ma a Napoleone III, che a sua volta lo “trasferì” alla Corona d’Italia: accordo ratificato dal Parlamento italiano il 13-16 aprile 1867.
Il corpo diplomatico italiano, guidato da patrioti di alto talento quali Alfonso La Marmora e Pompeo di Campello e da ambasciatori di prim’ordine come Costantino Nigra e Isacco Artom, cresciuti alla scuola di Cavour, raggiunsero la meta: l’Italia fu accolta alla Conferenza di Londra del maggio 1867. Fu la sua prima volta: “ultima fra le grandi potenze” si disse con sorriso ironico. Ma le sue potenzialità erano chiare agli osservatori stranieri. Volente o nolente il Mondo Nuovo doveva passare per l’Italia. Perciò non le erano più consentiti colpi di testa, come la spedizione garibaldina dell’ottobre-novembre 1867 contro il papa-re. Del resto, pochi giorni dopo la Conferenza di Londra lo sfortunato Massimiliano d’Asburgo, aspirante imperatore del Messico, mandato allo sbaraglio da Napoleone III, fu arrestato a Querétaro dagli sgherri di Benito Juárez, che lo fece fucilare, su procura degli USA.
I veri frutti dell’ingresso del Regno d’Italia nella Comunità internazionale si colsero tre anni dopo, quando il governo Lanza-Visconti Venosta-Sella-Castagnola frenò ogni tentazione di scendere in guerra contro la Prussia a fianco di Napoleone III e, nella “finestra” aperta con la sconfitta dell’imperatore a Sedan, corse a Roma per chiudere la “questione” che teneva inquieto il Paese e l’Europa intera. Nei giorni fatali del 19-20 settembre 1870 Pio IX venne “vegliato” dagli ambasciatori di Paesi luterani ancor più che da quelli cattolici, perché era in gioco il coronamento del Risorgimento sognato da Cavour quando, il 17 marzo 1861, aveva fatto proclamare Roma capitale d’Italia: una data da mettere in calendario sin d’ora, in vista del suo 150°. Lasceremo dove sono i nostalgici degli antichi regimi e i visionari d’ogni genere e ricorderemo Vittorio Emanuele II padre della Patria: egli, sì, “uomo della provvidenza” come nel 2011 convenne il presidente della Conferenza episcopale italiana, cardinale Angelo Bagnasco, e come scrive “La Civiltà Cattolica” che nel suo n. 4000 plaude all’ “ideale unitario” che la animava “prima ancora che si concepisse l’Italia una e indivisa sul piano politico”. In realtà quello stesso ideale, molto prima che dai gesuiti, anzi contro la loro Compagnia, era stato coltivato da Giuseppe Mazzini, Giuseppe Garibaldi, Camillo Cavour, Vincenzo Gioberti, dal carbonaro Silvio Pellico a da una schiera di patrioti, in gran parte massoni, che ebbero per vessillo il tricolore con lo scudo sabaudo: l’11 maggio 1867 accolto a Londra tra le bandiere del Mondo Nuovo, mentre gli zuavi di Napoleone III facevano quadrato attorno a Pio IX, nemico acerrimo dell’unità d’Italia.

* Editoriale del Giornale del Piemonte del 9 aprile 2017.

Ci si mette anche Gramellini
Dalli al giudice
di Salvatore Sfrecola

Un popolo poco avvezzo alla legalità, forse perché nel tempo, e ancora oggi, è costretto a subire frequentemente la prepotenza dei forti, a cominciare dalle istituzioni della politica, poco propense a fare della imparzialità e della trasparenza un modo di operare che altrove è la regola, non è propenso a nutrire simpatia per i giudici che, per mestiere, richiamano al rispetto della legge. Ed allora ricorrente, anche nei migliori commentatori di eventi della vita di tutti i giorni, una sorta di fastidio per la magistratura, uno sport nel quale si sono esercitati anche i politici, da Berlusconi a Renzi, per rimanere in tempi più vicini. Il primo riteneva che per fare quel lavoro occorresse essere “disturbati mentali”, il secondo li ha indicati al ludibrio della gente alla quale è stato fatto credere che avessero più ferie degli altri pubblici dipendenti. Non era vero, ma la vulgata è passata, come quella che Renzi abbia ridotto il parco automobilistico dello Stato. Basta andare dalle parti di Palazzo Chigi per rendersi conto che non è vero. Ma tant’è. Nella società dell’immagine e degli spot ogni slogan rimane nella mente della gente, anche se evidentemente non corrisponde alla verità. Come la buona scuola, il cambio verso, ecc.
In questa voglia di semplificare per dare addosso ai giudici non poteva mancare Massimo Gramellini, che nella quotidiana rubrica Il Caffè sulla prima del Corriere della Sera è costretto a rivestire la veste di forzato dell’ironia, una professione non facile da esercitare volendo mantenere a livello adeguato ogni giorno.
E così il Nostro viene oggi a parlare di Uber e NO, questo il titolo per denunciare che, a seguito di una pronuncia del tribunale di Roma che ha vietato il servizio che, appunto, avrebbe voluto svolgere Uber, inviso ai tassisti, scrive che “nel Paese dei veti reciproci le decisioni non le prendono gli eletti dai cittadini, ma i laureati in giurisprudenza”. Capisco l’ossequio alla politica, intesa come espressione della democrazia rappresentativa, quella che fa le regole, consegnate in leggi, regolamenti e decreti vari. Che sono, appunto, quegli atti giuridici che “i laureati in giurisprudenza”, quando hanno la funzione di giudici, sono chiamati ad applicare. È normale in uno stato di diritto che l’ultima parola sul rispetto delle regole le dicano i giudici. Ma Gramellini ci scherza sopra e sospetta che anche quando furono inventati i caratteri a stampa da Gutermberg i monaci, gelosi del loro lavoro di amanuensi, si siano rivolti ad un giudice. E che ne abbiano trovato uno “zelante e romantico che li sostenne. Ma dei loro NO si è persa la memoria. O no?”
Simpatico Gramellini, forzato dell’ironia, ma diseducativo perché al lettore poco fornito di appropriati elementi di giudizio può venire il dubbio che il giudice non abbia legittimazione a stabilire ciò che è conforme o meno alle regole che la politica ha stabilito. E questo non va bene.
8 aprile 2017

Alzare le tasse sulle case al mare
Significa ammazzare il turismo
Il nuovo catasto versione PD penalizzerà ancora di più le seconde e terze residenze
di Salvatore Sfrecola

“Chi ha seconde o terze case? dovrà contribuire di più”. Così Filippo Taddei, Consigliere economico del Partito Democratico e dell’ex Presidente del consiglio, Renzi, parlando al Lingotto, in occasione dell’inizio della campagna per le primarie del PD, a proposito della riforma del catasto con la quale il governo si appresta a fare cassa anche per accontentare, a suo dire, l’Europa. Naturalmente l’incremento della tassazione partirà dalle prime case, attraverso la individuazione di indici più significativi per la determinazione del tributo, non più i vani ma i metri quadrati.
È evidente, dietro queste parole, un antico ritornello della politica italiana di Sinistra: le seconde case sono un indice di ricchezza. Non è vero o, nella maggior parte dei casi, non è quasi mai vero. Infatti le seconde case, al mare o ai monti, sono il più delle volte case di famiglia, ereditate da nonni e genitori. Spesso modeste abitazioni, usate solamente nel fine settimana o nei periodi di ferie. Tassarle, dunque, oltre ad essere ingiusto è sbagliato. Perché, intorno a queste unità immobiliari ruotano, evidentemente non compresi, importanti e significativi interessi locali.

Interessi locali
In primo luogo perché queste case, abitante saltuariamente, esposte a significative variazioni di clima, richiedono continua manutenzione che alimenta ovunque un non indifferente impegno di piccoli artigiani, muratori, pittori, falegnami e fabbri, spesso le uniche occupazioni nei piccoli paesi dove il lavoro è scarso. Spesso c’è anche necessità del giardiniere o di chi fa le pulizie e vigila sulla casetta. È tutto facilmente comprensibile, ma i sindaci, a corto di risorse, anche per la diffusa riduzione del gettito delle imposte locali (la gente spesso non ha di che pagarle, come ha accertato in più occasioni la Corte dei conti), con incredibile vista corta, preferiscono fare cassa, così trascurando le ricadute che naturalmente conseguono alla frequentazione dei “cittadini” nei loro borghi.
La tassazione già esagerata delle seconde case se dovesse, come preannuncia Taddei essere ulteriormente appesantita, finirà inevitabilmente per favorire il loro abbandono, con conseguente trascuratezza per le esigenze di manutenzione e, di seguito, delle possibilità di lavoro e di guadagno di cui si è detto. Non solo. Com’è nell’esperienza di tutti, le seconde case sono oggi una delle occasioni di incontro tra amici e parenti stimolati ad andare in campagna, al mare o ai monti proprio per un desiderio di svago e di aggregazione. Uno scenario che abbiamo tutti sotto gli occhi: il pranzo a casa, nella seconda casa, occasione di acquisto di generi alimentari nei negozi locali, o, in alternativa, al ristorante o alla trattoria che assicura le ricette “della nonna”, dove si possono gustare i piatti tipici della cucina locale. Forse gli amici pernottano in albergo, forse, attratti dalle bellezze naturali della località o dall’interesse storico tanto diffuso nei nostri borghi, saranno indotti a tornare per un periodo di vacanze e anche per godere ancora della compagnia degli amici. E magari inviteranno altri ad unirsi alla comitiva.

Turismo
 A volte troveranno anche loro una casetta da acquistare per godere del relax e della aria buona lasciando le città soffocate dallo smog e costrette a ricorrere alle “domeniche ecologiche” o al blocco del traffico.
Le seconde case, dovrebbero esserne consapevoli i sindaci, sono oggi occasione di sollecitazione del turismo e quindi di guadagni per ristoranti, alberghi e rivenditori di oggetti di artigianato che caratterizza un po’ tutte le località italiane. Come delle specialità enogastronomiche che, per altri versi, i sindaci propagandano favorendo le “sagre” paesane un po’ lungo tutto l’anno perché, se non è la bruschetta, è il carciofo, la bistecca, la pagnotta, il tartufo, il fungo, la patata o la polenta ad essere al centro di feste paesane che ricercano il concorso di abitanti del contado e delle città, come si legge sui manifesti.
È evidente allora che la tassazione delle seconde case, già pesante e nella prospettiva di un incremento che non sarà lieve (dovranno “contribuire di più”, ha detto il baldo Taddei) oltre a essere ingiusta è soprattutto sbagliata in una visione dell’economia, in particolare locale, che tenga conto dei vari fattori che concorrono allo sviluppo e alla ricchezza delle comunità. E c’è da chiedersi che razza di economisti sono questi che non comprendono elementari regole che ruotano intorno ad interessi evidenti e facilmente percepibili e che razza di amministratori abbiamo se non si rendono conto che i borghi sono destinati a spopolarsi perché l’attrattiva per i proprietari delle seconde case si attenua dal momento che è sempre più costoso mantenere la casetta del nonno.
(pubblicato da La Verità, 2 Aprile a pagina 6)

Esposta per l’occasione la bandiera fiumana con firma autografa di Re Umberto II conservata all’Archivio Museo storico di Fiume
Le terre istriane, fiumane e dalmate
Un percorso tra passato e futuro*
di Marino Micich**

Il Presidente del Circolo REX l’ing. Domenico Giglio ha introdotto la conferenza del dr. Marino Micich ricordando il sacrificio di migliaia di italiani uccisi nelle foibe, durante e dopo la Seconda guerra mondiale dai partigiani jugoslavi di Tito. Le foibe strumento del terrore che furono tra le cause principali che spinsero nel giro di alcuni anni oltre 300.000 italiani ad abbandonare le proprie terre. Una storia taciuta, se non proibita, che solo da alcuni anni, a partire dalla Legge del Giorno del Ricordo del 2004 approvata dal Parlamento, ha reso possibile una divulgazione più strutturata nelle scuole e nei media. Ma molto rimane da fare secondo l’ing. Giglio perché tale storia sia veramente condivisa, esistendo purtroppo in Italia ancora dei circoli politici o pseudo storici che mettono in dubbio tale scomoda verità. L’Ing. Giglio ringrazia sentitamente il dr. Micich, figlio di esuli dalmati, per aver voluto portare in esposizione in occasione della conferenza un cimelio conservato presso il Museo fiumano di Roma, vale a dire la bandiera di Fiume firmata di suo pugno dal Re Umberto II. Dopo aver ricordato le attività promosse quest’anno dal Circolo Rex l’ing. Giglio passa la parola al dr. Marino Micich che ringrazia e informa il pubblico convenuto che tale bandiera fiumana, firmata da Re Umebrto, è conservata presso l’Archivio Museo di Fiume nel fondo Paolo Venanzi. Paolo Venanzi, esule da Fiume dopo il 1945, ricorda Micich, era di fede monarchica, tanto da costituire a Milano negli anni “60 l’Unione dei Monarchici Irredenti. Venanzi assieme ad altri monarchici fiumani si recò più volte a visitare il re Umberto II in esilio, sia in Portogallo sia in Francia. La bandiera esposta fu firmata nel 1970 a Cap Ferrat dove il Re si trovava per una breve vacanza estiva. Micich ricorda che altri cimeli riguardanti Casa Savoia sono conservati presso l’archivio-museo fiumano. Il tema della conferenza è stato quello di ricordare la lunga storia di italianità degli esuli istriani, fiumani e dalmati che spesso è stata confusa con il periodo fascista per tornaconto politico e ideologico di parte. Le città istriane come anche Fiume erano da sempre caratterizzate da una forte identità culturale italiana che superava l’identità slava tradizionalmente più consistente nei territori interni dell’Istria o in altre vaste zone della Dalmazia. Dante Alighieri nel IX Canto dell’Inferno citava Pola come luogo di italianità “..sì come a Pola presso del Quarnaro che Italia chide e i suoi termini bagna..”. Dante è solo un esempio, ha affermato Micich, di come sin dai secoli più remoti la civiltà italiana avesse caratterizzato quelle terre. Successivamente avvenne l’espansione di Venezia che nel corso di alcuni secoli caratterizzò permanentemente gli usi, i costumi e i dialetti parlati dagli istriani e dai dalmati. Molte figure di letterati e uomini di cultura provengono da quelle terre, tra cui lo scienziato Ruggero Boscovich, l’autore della prima grammatica italiana Giandomenico Fortunio, l’illuminista Gian Rinaldo Carlo, il letterato Nicolò Tommaseo e lo stesso Ugo Foscolo, ricorda Micich, amava ricordare che fu educato tra dalmati, poiché frequentò gli studi ginnasiali a Spalato. Innumerevoli gli scrittori della frontiera giuliana che hanno lasciato il segno nelle antologie letterarie Giani Stuparich, Scipio Slataper, Enrico Morovich, Fulvio Tomizza e tanti altri. Molti gli istriani e i dalmati, ancora sotto la Casa d’Austria, parteciparono nell’800 alle guerre d’indipendenza per la costituzione del Regno d’Italia.
Dopo la Prima guerra mondiale (1915-18) con la vittoria dell’Italia sull’Austria-Ungheria fu acquisita la Venezia Giulia, ma per avere Fiume all’Italia ci volle l’Impresa dannunziana e poi un lungo contenzioso diplomatico tra Italia e allora Jugoslavia che terminò solo il 27 gennaio 1924 con la firma del Trattato di Roma, attraverso il quale la città quarnerina passò definitivamente al Regno d’Italia. Il 16 marzo di quello stesso anno il Re Vittorio Emanuele III fece visita a Fiume accolto da una folla esultante.
Ci furono poi gli anni caratterizzati dal regime fascista che suscitarono nelle terre giuliane nuove tensioni, già sorte nell’Ottocento, tra italiani e minoranza slava ma non produssero un esodo epocale di popolazione slava come invece avvenne dopo la Seconda guerra mondiale in seguito all’occupazione jugoslava. Micich ricorda poi gli antefatti del secondo conflitto mondiale e le nefaste conclusioni per le armi italiane. L’8 settembre 1943, data memorabile, vede l’Istria abbandonata a se stessa e quindi sottoposta all’attacco dei partigiani comunisti jugoslavi, coadiuvati da quelli italiani, che danno avvio alla triste pratica degli infoibamenti. L’arrivo dei tedeschi verso la metà di settembre portò all’ instaurazione della zona militare del Litorale Adriatico e la loro azione armata spinse i partigiani jugoslavi a ritirarsi dall’Istria. Gli anni 1943 e 1944 non saranno favorevoli agli italiani come ai tedeschi e nei primi giorni di maggio 1945 vengono occupate Trieste, Fiume, Gorizia, Pola e altre cittadine giuliane. Zara in Dalmazia era invece caduta in mano jugoslava già il 31 ottobre 1944, dopo 54 bombardamenti a tappeto che uccisero oltre il 20% della popolazione. Nel secondo dopoguerra ripresero su larga scala gli infoibamenti da parte comunista jugoslava e prese grande consistenza, per via di altri conseguenza ad altri soprusi, l’ Esodo degli italiani. Si trattò di una vera e propria pulizia etnica ed ideologica che non lasciò scampo alla componente storica italiana della Venezia Giulia della Dalmazia. Il 10 febbraio 1947 a Parigi fu firmato il vessatorio Trattato di Pace con il quale l’Italia dovete cedere supinamente alla Jugoslavia comunista di Tito tutta la Venezia Giulia, Fiume e Zara. L’Italia fu trattata in tutto e per tutto come Paese sconfitto e il prezzo più alto dovettero pagarlo i giuliano-dalmati con l’esodo e la perdita dei propri beni, con i quali l’Italia pagò i debiti di guerra alla Jugoslavia. Non ci fu nessun riconoscimento da parte Alleata ai meriti della cobelligeranza, ma solo amputazioni territoriali gravissime. Gli esuli istriani non sempre furono accolti bene nel resto della Penisola, dovettero affrontare lunghi anni nei campi profughi prima di ricostruirsi una vita dignitosa. Ebbene tutta questa storia è stata per lungi decenni taciuta e osteggiata dalla propaganda cultura di sinistra ma dopo il crollo del Comunismo internazionale nel 1989 le scomode verità sono riapparse. Marino Micich continua il suo intervento sottolineando che nonostante una storia tragica e costellata da ingiustizie subite i giuliano-dalmati hanno mantenuto sempre vivo il loro associazionismo e dopo il disfacimento violento dell’ex Jugoslavia avvenuto tra il 1991 e il 1996 c’è stato un movimento teso a dialogare con le nuove repubbliche di Slovenia e di Croazia. Il Governo italiano, in virtù di una piccola ma consistente minoranza italiana superstite esistente soprattutto in Istria e a Fiume (circa 21.000 connazionali) ha inteso favorire la riunione di un popolo disperso dietro accordi con la Croazia e la Slovenia. Oggi alcune cose sono cambiate e la Società di Studi Fiumani la prima a promuovere un dialogo articolato con la città di Fiume (oggi Rijeka -Croazia) ha ottenuto dalla autorità cittadine croate il permesso di promuovere cultura e prendere contatti con le scuole della minoranza italiana. Ogni anno quindi ci sono iniziative congiunte che sono improntate a ricordare l’identità culturale italiana di Fiume con spirito europeo moderno di apertura e collaborazione. Micich ha concluso ricordando che nel giugno 2016 la Città di Fiume-Rijeka ha voluto premiare il Presidente della Società di Studi Fiumani l’esule fiumano Amleto Ballarini per il dialogo culturale instaurato sin dal 1990. Sono atti importanti che danno la possibilità di operare in futuro per far conoscere e divulgare la cultura italiana nelle proprie terre di origine. A questo riguardo i governi italiani sin dal 2001 con una legge finanzia progetti culturali delle associazioni degli esuli indirizzati sia in Italia che nelle terre d’Oltreconfine. Non si tratta più di un confine chiuso come tanti anni fa ma di un confine permeabile visto che la Croazia nel 2013 è diventato Stato membro dell’Unione Europea. Anche il mondo della scuola si è aperto a queste vicende dimenticate e ogni anno dal 2006 il Ministero dell’istruzione, in accordo con la Federazione degli Esuli promuove un seminario di studi per docenti sulle vicende storiche del Confine orientale italiano. Con questi segnali di speranza si è concluso l’intervento del dr. Micich che ha letto in finale alcune passi del messaggio del Sen. Lucio Toth, esule zaratino, che non è potuto intervenire per motivi di salute.
“Desidero che giunga il mio saluto a questa importante iniziativa degli amici del Circolo “Rex”, che sono stati vicini a noi, esuli istriani, fiumani e dalmati, nelle battaglie culturali per riportare nella memoria della nazione la tormentata vicenda del nostro confine orientale nelle due guerre mondiali e della perdita il 10 febbraio di settanta anni fa delle province della Venezia Giulia e della Dalmazia “redente” nell’ottobre 1918. L’egemonia culturale di una sola parte politica ha distorto la narrazione delle vicende italiane del Novecento? Fra le vittime di questa egemonia ci fu anche la nostra vicenda di italiani dell’Adriatico orientale, gli eccidi delle Foibe e l’Esodo di massa dalle terre natali, italiane da secoli. Fiume, Pola. Zara, Capodistria, Parenzo, Rovigno e altre belle città affacciate sul mare andarono perdute e deserte di gran parte della loro popolazione autoctona italiana.. Sen Lucio Toth”.

* Sintesi della Conferenza tenuta al Circolo REX il 26 marzo 2017
** Direttore dell’Archivio Museo storico di Fiume)

CONFEDERAZIONE ITALIANA PROPRIETÀ EDILIZIA
00187 ROMA – Via Borgognona, 47

Mercoledì 12 aprile, alle 17.30, Giancarlo Perna sarà in Confedilizia, a Roma, per presentare il suo libro

“CENTO VITE CON IL PUNTO INTERROGATIVO”

Nel volume vengono tratteggiati ritratti di uomini e donne famosi con un’originale particolarità: se ne tace il nome che va indovinato, in un divertente quiz per appassionati di biografie.
Ne parlano con l’Autore G. Aurelio Privitera (professore emerito e socio dell’Accademia dei Lincei) e Alessandra Rauti (giornalista RadioRai). Modera Giorgio Dell’Arti (giornalista e scrittore).

Prenotazioni: 06.679.34.89 -roma@confedilizia.it
Tel. 06.679.34.89 (r.a.) – 06.699.42.495 (r.a.) · Fax 06.679.34.47 – 06.679.60.5
 www.confedilizia.eu

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