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Maggio 2019

Un interessante giudizio di Frederick Rolfe sul Re Vittorio Emanuele III
di Domenico Giglio

Mi ha meravigliato, qualche tempo fa, vedere nelle librerie una nuova edizione di un romanzo di fantapoltiica storica ed ecclesiastica, dal titolo “Adriano VII”, opera di uno scrittore inglese, nato a Londra nel 1860, Frederick Rolfe, detto “Baron Corvo”, scritto nei primissimi anni del ventesimo secolo, che, al suo apparire, nel 1904, aveva riscosso un grande interesse e di cui, nel 1964, era stata effettuata una ristampa dalla “Longanesi & C.”. Infatti erano più di cinquantanni che il silenzio aveva avvolto questo romanzo, all’epoca avveniristico, perché parlava di un semplice sacerdote straniero, eletto Papa, dopo un tormentato Conclave, che aveva assunto il nome di Adriano, settimo di questa serie di pontefici, proprio a sottolineare che Adriano Vi, mancato nel 1523, era stato l’ultimo Pontefice non italiano.
Ora, pur essendo interessante analizzare e commentare questo romanzo, mi limiterò a sottolineare una parte in cui, l’immaginario Pontefice, parla dei Capi di Stato dell’Europa dell’epoca, per cui viene a trattare logicamente di Vittorio Emanuele III. “E’ uno dei quattro uomini più intelligenti del mondo” dice infatti parlando del Re, oltre a sottolineare la sua costituzionalità, il non aver commesso “un solo errore, una sola azione ingiusta e nemmeno ingenerosa”, notando la sua importanza sostanziale nella vita nazionale, anche se non apparente, “quale sia il partito che è al potere”.
Questo dunque è il giudizio di un scrittore straniero acuto ed intelligente, che aveva vissuto qualche tempo a Roma, amava l’Italia, dove poi morì nel 1913 a Venezia, per cui ben conosceva fatti e personaggi, alieno per carattere da ogni spirito cortigiano, che infonde nel personaggio di questo Papa, a dimostrazione del prestigio di cui godeva il Re e che con il Re, innalzava anche l’Italia. Quel prestigio che portò un ricco uomo d’affari, un israelita polacco, trasferitosi negli Stati Uniti, David Lubin, a sottoporre a Lui e non ad altri l’idea di una istituzione, un Istituto Internazionale di Agricoltura, progenitore della F.A.O., che proprio per merito di Vittorio Emanuele III, fu realizzato, con firma istitutiva del 7 giugno 1905, operatività dal 1908, con sede a Roma, in un palazzo appositamente costruito all’interno della villa “Umberto I”, già Borghese. Ed il Re contribuì personalmente sia per l’edificazione del palazzo (oggi sede del CNEL), sia alla vita dell’Istituto, con un contributo annuo di 300.000 lire, tratto dalla sua Lista Civile. E sempre per la sua fama di uomo di grande equilibrio e cultura (un numismatico, come fu il Re non poteva non avere cultura storica) diversi stati esteri gli affidarono il giudizio su delicati problemi di confini accettandone le decisioni. E nel 1903-1904 furono Brasile e Regno Unito per una frontiera della Guiana Inglese, nel 1905 ancora il Regno Unito ed il Portogallo per il confine del Barotseland e nel 1909 il Messico e la Francia per l’isola di Clipperton .Ora di questo Sovrano, di cui l’11 novembre prossimo ricorrerà il centocinquantesimo della nascita, di tutto questo non si fa mai cenno, irridendolo volgarmente invece per il suo aspetto fisico (non è forse razzismo?) e condannandolo senza appello per una triste vicenda avvenuta nel suo lungo regno.
25 maggio 2019

Per rispetto alla verità storica
Perché l’Istituto Vittorio Emanuele III non deve cambiare nome.

di Salvatore Sfrecola

Pace fatta tra la Professoressa Maria Rosa dell’Aria e il Ministro dell’interno Matteo Salvini. Si sono incontrati ieri in Prefettura a Palermo, nel giorno nel quale è stato ricordato il sacrificio di Giovanni Falcone, di Francesca Morvillo e degli uomini della scorta fatti saltare dalla Mafia con 400 chili di tritolo sull’autostrada per il capoluogo siciliano, all’altezza dello svincolo di Capaci. Si sono chiariti il Ministro e la docente dell’Istituto tecnico Vittorio Emanuele III dopo l’episodio della sospensione disposto a carico dell’insegnante per non aver vigilato sui suoi allievi che hanno equiparato il decreto sicurezza alle leggi razziali del 1938. Non meritava quella sanzione disciplinare che ha scatenato polemiche nelle quali tutti si sono inseriti per denunciare un attentato alla libertà di manifestazione del pensiero e di insegnamento, i sindacati della scuola e gli studenti, ma anche i partiti politici, di sinistra, per i quali è stata un’occasione ghiotta alla vigilia di una importante scadenza elettorale.
Non meritava la sospensione. Bastava una tiratina d’orecchi da parte del Preside quell’insegnante che aveva il dovere di spiegare e far capire ai suoi allievi che quella equiparazione non è corretta. I giovani vanno formati a comprendere i fatti che devono essere loro presentati distinti dalle opinioni, secondo una regola che è degli storici come dei giornalisti.
Ed ha sbagliato la Senatrice a vita Liliana Segre a chiedere che l’Istituto cambi nome del Re che “ha messo la sua firma sulle leggi razziali”. Magari, suggerisce, Vittorio Emanuele II anziché III. Sbaglia perché evidentemente dimentica che, “processato”, ad iniziativa della Comunità Ebraica di Roma, per aver promulgato, dopo tre rifiuti, le leggi approvate dal Consiglio dei Ministri e votate da Camera e Senato, il Re Vittorio Emanuele III è stato assolto da ogni addebito dai “giudici” che hanno riconosciuto che un Capo dello Stato costituzionale s’inchina sempre al volere delle Camere.
Alla Senatrice Segre va anche ricordato che, ripresi i poteri statutari dopo il 25 luglio 1943, sulla base del voto del Gran Consiglio del Fascismo all’ordine del giorno Grandi, che espressamente chiedeva fosse ripristinata “la legalità costituzionale”, che il Fascismo aveva compresso, il Re Vittorio Emanuele III ha congedato Mussolini con un atto che i giuristi “di sinistra” continuano ancora oggi a ritenere un colpo di Stato, ha portato l’Italia fuori da una guerra, non voluta dagli italiani e da Lui stesso subita, ed ha abrogato le leggi razziali che sempre aveva apertamente aborrito.
La storia merita rispetto. Come i protagonisti che “giudichiamo” a distanza di anni seduti alla nostra scrivania leggendo libri scritti da chi quegli episodi non aveva vissuto, a differenza dei protagonisti dei quali hanno scritto, chiamati a scelte sempre difficili, spesso da assumere con immediatezza e personale responsabilità. Spesso senza il supporto di un consiglio disinteressato e adeguato.
Nel caso del Re Vittorio fu la scelta di salvare il salvabile dopo che, lasciato solo nel momento del massimo consenso popolare al Fascismo, si è ritrovato a comporre i “cocci” di una immane tragedia, essendo l’unica autorità legittima rimasta dopo la disfatta che potesse chiedere agli anglo-americani l’armistizio, che fu concesso in forma di resa senza condizioni. Occorre rispetto della verità storica perché i giovani sappiano e siano messi in condizione di giudicare fatti e protagonisti sine ira ac studio.
24 maggio 2019

FRAMMENTI DI RIFLESSIONI
del Prof. Avv. Pietrangelo Jaricci

Giustizia amministrativa
Nella vigenza della disciplina sul processo amministrativo telematico, l’atto di parte prodotto in forma non nativa digitale non è né inesistente, né abnorme, né nullo. Deve ritenersi piuttosto irregolare, con la conseguenza che spetta al giudice rilevare la difformità dal modello legale e stabilire un termine per la rinnovazione dell’atto a pena di irricevibilità del ricorso (Cons. Stato, Sez. IV, 4 aprile 2017, n. 1541, con nota di F. Volpe, L’irregolarità dell’atto processuale amministrativo alla prova del processo telematico in Dir. proc. amm., n. 3/2017, 990 ss.).
Un singolo militare può iscriversi a un partito e, anche in tale qualità, esercitare il proprio diritto di elettorato passivo, ma non può mai assumere, nell’ambito di una formazione politica, alcuna carica statutaria neppure di carattere onorario, a tutela indiretta ma necessaria del principio di neutralità politica delle Forze Armate (Cons. Stato, Sez. IV, 9 novembre-12 dicembre 2017, n. 5845, con commento di D. Ponte, Una tutela necessaria per il principio di neutralità “politica”, in Guida dir., n. 5/2018, 104 ss.).

“Cialtroni”
È di recente in libreria il volume “Cialtroni” (Milano, 2019) di Indro Montanelli, a cura di Paolo Di Paolo, che ha raccolto una serie di articoli di un vero Maestro del giornalismo, pubblicati sui quotidiani La Voce e Corriere della sera, tra il 1994 e il 2001.
Sono passati in rassegna gli “italiani che disfecero l’Italia” da Garibaldi a Grillo, per concludere con la domanda “ma il Paese è meglio della classe politica”?
Ma ciò che maggiormente colpisce è questa amara riflessione: “ad essere sincero sino in fondo, ho smesso di credere all’Italia. In un’Italia come questa anche una sceneggiata può bastare a provocarne la decomposizione. Sangue non ce ne sarà: l’Italia è allergica al dramma? Dolcemente, in stato di anestesia, torneremo ad essere quella terra di morti, abitata da un pulviscolo umano che Montaigne aveva descritto tre secoli or sono. O forse no: rimarremo quello che siamo; un conglomerato impegnato a discutere, con grandi parole, di grandi riforme a copertura di piccoli giochi di potere e d’interesse. L’Italia è finita. O forse, nata su dei plebisciti-burletta come quelli del 1860-61, non è mai esistita che nella fantasia di pochi sognatori, ai quali abbiamo avuto la disgrazia di appartenere. Per me, non è più la Patria. È solo il rimpianto di una patria”.

Opinioni da ponderare
–        Guido Melis (La burocrazia, Bologna, 1998, 101 ss.).
“Si può cambiare la burocrazia italiana? La storia del riformismo amministrativo, dalla fine dell’Ottocento ad oggi, indurrebbe a ritenere di no: questa storia è stata infatti, essenzialmente, una storia di vinti, di volta in volta sconfitti proprio dalle logiche inesorabili della continuità degli apparati e dalle resistenze insormontabili delle varie burocrazie. Né il potere politico né quello economico hanno avuto, nel corso della storia d’Italia, un reale interesse a riformare l’amministrazione? Modelli organizzativi e culture professionali ereditati dall’Ottocento, più volte modificati ma mai definitivamente abbandonati, appaiono oggi, di fronte ai fattori di cambiamento, assolutamente inadeguati. È plausibile che toccherà a una nuova generazione di funzionari pubblici, diversa dall’attuale, di archiviarli definitivamente”.
–        Roberto Gervaso (Italiani pecore anarchiche, Milano, 2003, 30 s.).
“Il buonista parla bene e razzola male, e dal più ipocrita dei pulpiti fa le più belle prediche. Non crede in niente, se non in ciò in cui gli conviene credere? Lo trovi ovunque perché non sa stare fermo e non conosce l’inestimabile dono del silenzio. Discetta sulle colpe della società, responsabile degli infiniti mali che l’affliggono. Dialoga con i drogati, gli sfrattati, i sinistrati, gli alienati, gli sbandati, ergendosene a portavoce e vindice.”
–        Salvatore Sfrecola (La stretta sugli stupratori promessa da Bonafede è solo un annuncio a vuoto, La Verità, 20 marzo 2019, 12).
“Non basta minacciare il carcere se, poi, quelle pene, nella misura prevista dal codice, non sono scontate. Insomma, manca la certezza della pena, poca o tanta che sia, perché solo la prospettiva di scontare la condanna nella misura stabilita in sentenza può dissuadere a delinquere e, comunque, è capace di soddisfare l’esigenza di giustizia che proviene dalle vittime del reato e dall’opinione pubblica. È un argomento ricorrente quello della certezza della pena assicurata da sempre nei Paesi che hanno a cuore l’amministrazione della giustizia”.

Avviso agli occupanti abusivi di immobili
Per problemi di erogazione di luce, gas e acqua, è preferibile contattare direttamente il Vaticano.
A buon intenditor, poche parole.
21 maggio 2019

L’assurda equiparazione delle leggi razziali al decreto sicurezza
di Salvatore Sfrecola

La polemica sulla sospensione della Professoressa Anna Maria Dell’Aria, della scuola media statale Vittorio Emanuele III, alla quale è stato dimezzato lo stipendio, sembra per non aver vigilato sul lavoro, presentato dai suoi alunni in occasione della ricorrenza del 25 aprile, che accomuna le leggi razziali del 1938 al decreto sicurezza voluto dal Ministro dell’interno Matteo Salvini, terrà ancora banco, almeno fino alle elezioni europee del 26 maggio. Fa gioco alle Sinistre accusare il leader della Lega di tendenze autoritarie, considerato anche che al Ministero dell’istruzione siede un leghista Marco Bussetti. Scendono in campo i giornali che insegnano cosa è politicamente corretto, dove sta la verità e dove l’errore. In testa, naturalmente, Concita De Gregorio cui è affidato il fondo de La Repubblica, “E allora sospendeteci tutti”, con le solite patetiche tiritere: “Se non possiamo insegnare la storia?”! Il fatto è che non è stata insegnata la storia, altrimenti non sarebbe stato fatto il confronto “incriminato”. Manifestano gli studenti ed i colleghi della docente inalberando la bandiera della libertà d’insegnamento e della pluralità delle idee. Come gli allievi del Liceo Anco Marzio di Ostia “indignati”, convinti che siano a rischio i principi degli artt. 21 e 33 della Costituzione quanto alla libertà di manifestazione del pensiero e dell’insegnamento.
Impera la confusione delle idee. Indipendentemente dalla fondatezza della misura disciplinare (probabilmente sbagliata, ma non conosco il provvedimento e da giurista non scrivo di cose che non ho letto), quei diritti, che risalgono allo Statuto Albertino, nessuno intende contestarli. Il tema è diverso. E viene ignorato perché non fa comodo. Sembra evidente, infatti, che quel che si rimprovera alla professoressa della scuola media palermitana è il fatto che se i suoi studenti ritengono che le leggi razziali e il decreto sicurezza appartengano ad una stessa logica politica. Il che vuol dire che non hanno letto né quelle né questo e, soprattutto, che la docente non ha saputo illustrare quelle norme. Capito De Gregorio? E se le leggi razziali costituiscono un unicum nell’ordinamento giuridico italiano, da aborrire senza se e senza ma, la legislazione sulla sicurezza, certamente criticabile come tutte le leggi, da destra e da sinistra, non è assolutamente associabile alla legislazione razziale. E questo evidentemente gli studenti non hanno percepito o non è stato loro spiegato.
Questa vicenda, tuttavia, offre l’occasione per alcune riflessioni, all’indomani del ripristino dell’insegnamento dell’educazione civica nelle scuole, provvedimento adottato con generale consenso dei partiti presenti in Parlamento perché la scuola deve formare i cittadini ed i futuri professionisti e, dunque, fornire nozioni non solo di cultura generale e specifica ma anche la conoscenza delle regole del vivere comune, a cominciare dal funzionamento delle istituzioni per dar conto dei diritti e dei doveri dei cittadini.
Ora la disciplina che è stata reintrodotta, dopo un periodo di silenzio, viene affidata a docenti che, nella maggior parte dei casi, provvisti di laurea in lettere in quanto docenti di storia, hanno scarsa attitudine per quell’insegnamento che ha una impronta eminentemente giuridica. Pertanto, in bocca a generici cultori di “belle lettere”, come si diceva un tempo, diviene pericolosa, un’arma di possibile indottrinamento nel quale la Sinistra si è sempre dimostrata abilissima, come attesta la vulgata della Resistenza contro il tedesco invasore, che si continua a presentare come monopolizzata da comunisti e socialisti oscurando quanti, militari, liberali, cattolici, monarchici hanno preso le armi in quegli anni difficili, tra il 1943 e il 1945. Ci vuol poco, infatti, per trasformare l’insegnamento dei principi della Costituzione in uno strumento di propaganda politica, solo che si considerino i diritti fondamentali, da quelli delle persone e delle associazioni, ai diritti di libertà di pensiero ed economica, alla forma di stato e di governo. Sappiamo, ad esempio, con riferimento alla democrazia parlamentare, che ha caratterizzato fin dallo Statuto Albertino lo Stato italiano, che il Movimento 5 Stelle si fa apertamente promotore di una equivoca democrazia diretta con richiamo a Rousseau, cui infatti è intestata la piattaforma informatica che raccoglie ed elabora le idee di quella forza politica. Un “democrazia” della rete, attraverso la quale le scelte di pochi (sempre meno degli iscritti al movimento) condizionano le decisioni di tanti, i parlamentari, come si è visto anche di recente.
Ho sempre avuto grandissimo rispetto per la funzione docente e per chi la esercita (mio nonno insegnava italiano e latino in un liceo ed ho avuto ben cinque zie docenti di ginnasio e liceo) e, pertanto, ritengo che lo Stato non metta a disposizione delle scuole strumenti didattici adeguati e tratti i docenti come impiegati pubblici di serie di B, come dimostra la misura degli stipendi, effetto della scarsa considerazione che la classe politica riserva all’istruzione. Contemporaneamente per esperienza, personale e di padre, percepisco una realtà che attesta la crescente modestia dei programmi scolastici e dei docenti cui lo Stato, dopo aver fornito una formazione universitaria spesso inadeguata (abbiamo in cattedra i laureati con il diciotto politico), limita la successiva capacità di aggiornamento. Infatti con gli attuali stipendi è assolutamente escluso che i docenti dei vari ordini e gradi siano in condizione di acquistare libri e riviste, come si richiede per chiunque intenda essere al passo del dibattito scientifico.
Ho ricordato che l’insegnamento dell’educazione civica è abbinato alla storia, disciplina abbandonata da tempo. Si è cominciato con il demonizzare il dato dispregiativamente definito nozionistico, quanto a date e nomi, come se fosse inutile sapere chi era Garibaldi, quando è vissuto e cosa ha fatto, per poi escludere periodi storici essenziali nell’evoluzione dei fatti. Ad esempio, il mio nipotino Leonardo, in quinta elementare sta ancora studiando gli etruschi. Studiando è parola grossa, parliamo di poche righe, quando noi alla stessa età sapevamo del Medio Evo, del Rinascimento, del Risorgimento e della prima guerra mondiale.
Ed a proposito di Garibaldi nello “stupidario della maturità” si legge che uno studente in un tema di storia ha sì attribuito al Generale la spedizione dei mille, la partenza da Genova, ma non con i noti piroscafi Piemonte e Lombardo ma con un sommergibile. Evidentemente ignorando il “maturando” che quei mille non sarebbero entrati neppure nel più moderno sottomarino nucleare e che nel 1860 non ve ne erano né grandi né piccoli, anche se nel corso della guerra di secessione americana saranno sperimentati, con esito tragico, mezzi subacquei a remi.
Preoccupa, dunque, l’insegnamento dell’educazione civica se affidata ad una generazione di docenti giustamente frustrati dall’ingiusto trattamento dello Stato che si potrebbero trasformare in agenti di una Sinistra politica che non ha mai condiviso la storia d’Italia.
19 maggio 2019

E il Cardinale riaccese la luce
Dio e Cesare: Carità e legalità

di Salvatore Sfrecola

La carità è virtù suprema, insieme alla fede e alla speranza, ma di esse è “la più grande”, come scrive San Paolo nella Prima lettera ai Corinzi (13,1), in un inno straordinario alla misericordia di Dio. Deve averlo tenuto presente il Cardinale Konrad Krajewski, Elemosiniere di Sua Santità, che si è recato nei sotterranei del palazzo di viale delle Province, privo di energia elettrica perché gli occupanti non hanno pagato le bollette, e, facendo saltare i sigilli apposti dalla azienda erogatrice, ha consentito di riaccendere lampade e frigoriferi. “Ci sono quasi cinquecento persone, in quel palazzo, un centinaio di bambini?” ha detto, intervistato da Gian Guido Vecchi per il Corriere della Sera. E alla domanda sulle bollette non pagate ha risposto “Si parla di soldi ma non è questo il problema. Ci sono i bambini. E allora la prima domanda da porsi è: perché sono lì, per quale motivo? Com’è possibile che delle famiglie si trovino in una situazione simile?”.
Domande legittime, perché l’occupazione abusiva di per sé stessa denuncia una situazione di disagio sociale gravissimo che è certamente compito delle istituzioni pubbliche affrontare e risolvere. Evitando tuttavia di richiamare i massimi sistemi, un metodo che serve per confondere le idee e rendere i problemi irrisolvibili. Parliamo di immigrazione da paesi in guerra o in carestia e dell’accoglienza, dovuta nella misura in cui è possibile e nelle forme compatibili con le esigenze delle popolazioni locali alle quali non si deve far mancare risorse per destinarle ai migranti, se non si vuole scatenare una guerra tra poveri. Lo stato e le amministrazioni locali mettono a disposizione immobili, pagano le bollette delle utenze, luce, acqua e gas anche agli abusivi senza verificare se abbiano o meno la possibilità di far fronte a quegli oneri. E questo non va bene. È giusto pagare per chi non può. Non addebitare ai bilanci pubblici costi non dovuti se gli “utenti” possono pagare.
Così accade che se nessuno paga l’azienda erogatrice dei servizi interrompe l’erogazione di elettricità, gas, acqua, com’è accaduto nell’immobile ex INPDAI di viale delle Province dove è intervenuto il Cardinale Elemosiniere non per pagare le bollette ma con un gesto eclatante, un po’ rivoluzionario, ponendosi al di fuori della legalità Che è regola di civiltà e di pacifica convivenza. I romani dicevano che le regole servono ne cives ad arma ruant, perché i cittadini non corrano alle armi per far fronte alle ingiustizie. Rispetto delle regole alle quali richiama lo stesso Gesù i uno straordinario versetto del Vangelo (Matteo 22,21): “Date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio” (greco: ??????? ??? ?? ???????? ??????? ??? ?? ??? ???? ?? ???; latino: Reddite quae sunt Caesaris Caesari et quae sunt Dei Deo). Carlo Nordio nel suo fondo su Il Messaggero ricorda anche “libera Chiesa in libero Stato”.
È stato, quello del Cardinale, un errore grave, che ha messo in imbarazzo il Vaticano. Non credo che l’episodio possa sviluppare polemiche anticlericali ma è certo che non giova alla serena valutazione dei fatti la difesa che Alberto Melloni fa della vicenda su La Repubblica, buttandola “in caciara”, come si dice, titolando “a chi non piace Francesco”, che avrebbe affidato al Cardinale polacco “il compito di portare ai poveri non i quattrini del Papa, ma il suo amore”. E tutti hanno capito che non è questo il tema.
13 maggio 2019

N U O V I A S T E R I S C H I
di Domenico Giglio

Il Cappello degli Alpini
L’adunata degli Alpini, a Milano, dell’11 maggio, nel centesimo anniversario della fondazione della loro associazione nazionale, A.N.A., ha dato occasione ad articoli e servizi televisivi su questa imponente manifestazione, sul suo significato patriottico, e sulle vicende storiche di questo corpo, la cui origine risale ad un Decreto, del 15 ottobre 1872, firmato da Vittorio Emanuele II.
In questi ricordi e sul significato del tipico cappello, detto “alla calabrese”, “dalla lunga penna nera”, si è anche ricordata la proposta, nel secondo dopoguerra, di abolire questo caratteristico copricapo. All’epoca ci fu in Parlamento una battaglia, da cui poi uscì vittoriosa la conferma del cappello alpino, ed in questa battaglia si distinse un parlamentare del Partito Nazionale Monarchico, il siciliano, allora colonnello, poi generale, Antonino Cuttitta, eletto nel 1948 e riconfermato per ben quattro Legislature.
L’on. Cuttitta, oltre alla battaglia per la conservazione del cappello piumato, fu un parlamentare attento a tutte le problematiche militari, con una costante presenza ai lavori della Camera dei Deputati, con ripetuti intervenenti, interrogazioni e presentazione di disegni di legge, sempre a vantaggio delle categorie più svantaggiate, militari e non, con grande competenza che gli fu riconosciuta anche dagli avversari politici.
Parlamentare assiduo come pochi, coerente e fedele ai suoi ideali è ancora oggi un esempio da non dimenticare, che conferma il ruolo non secondario dei monarchici nella vita nazionale e parlamentare del primo dopoguerra.

Lo Studio della Storia.
Di fronte alla cancellazione del tema storico alla prossima maturità ed alla riduzione delle ore dedicate a questa materia vi è stata una sollevazione, per il loro ripristino, da parte di numerosi storici, giornalisti, scrittori ed intellettuali delle più varie ideologie e posizioni politiche, che condividiamo pienamente. Per questa azione giorni or sono, il quotidiano “La Repubblica”, il 27 aprile, ha dedicato ben due pagine (28 e 29) alle motivazioni della richiesta, ma quello che è interessante da sottolineare è la figura esposta, a cavallo delle due pagine, evidentemente ripresa da una cartolina patriottica dei primi anni del secolo scorso. Infatti si vede una donna, l’Italia, turrita, appoggiata ad una spada ed avvolta nel tricolore con lo stemma sabaudo. In alto i ritratti del Re Vittorio Emanuele III, e della Regina Elena, ed in basso, nell’ordine, quelli di Vittorio Emanuele II, Cavour, Garibaldi e Mazzini, mentre ai lati dell’Italia sono indicati i principali eventi del nostro Risorgimento, a sottolineare che la storia non si cancella e che i Savoia di questa storia hanno fatto parte determinante.
Che lo pubblichi “La Repubblica” ha pure la sua importanza perché anche lettori ideologicamente lontani hanno potuto vedere e conoscere dei volti ed una bandiera che si è cercato di far dimenticare, forse per via di un certo “peccato originale” risalente al 13 giugno 1946.

Inqualificabile gesto del Sindaco di Bergamo, Giorgio Gori, che usa la bandiera nazionale per lucidare una targa
di Salvatore Sfrecola

Diffusa e generale indignazione per il gesto del Sindaco di Bergamo, Giorgio Gori, piddino di rango, del quale Facebook ha mostrato un filmato mentre è intento a lucidare una targa commemorativa usando il tricolore, la bandiera nazionale. L’occasione, l’inaugurazione di un parco. Tra i primi a manifestare sdegno l’Avv. Alessandro Sacchi, Presidente dell’Unione Monarchica Italiana, che ha stigmatizzato in un comunicato l'”evidente disprezzo per il vessillo della Patria” commesso da un pubblico ufficiale, primo cittadino di una nobilissima Città, senza che nessuno sia intervenuto a dissuaderlo od a censurare quel gesto gravissimo. Nessuno dei presenti, nessuno del Partito Democratico che ha perduto un’occasione per recuperare credibilità agli occhi degli italiani difendendo i valori nazionali che la bandiera riassume. Costava poco farlo. Ma il logorroico Zingaretti ha taciuto. Come Matteo Renzi, pronto ad ogni piè sospinto a prendere la parola. Assente anche il Prefetto, rappresentante del Governo. Un tempo avrebbe richiamato il Sindaco.
Interverrà l’Autorità Giudiziaria? Ce lo auguriamo. Sulla base dell’art. 292, comma 1, del codice penale che punisce con una pena pecuniaria “chiunque vilipende con espressioni ingiuriose la bandiera nazionale o altro emblema dello Stato”. Pena che è aumentata “nel caso in cui il medesimo fatto sia commesso in occasione di una pubblica ricorrenza o di una cerimonia ufficiale”. Articolo il quale al comma 2 prevede che “chiunque pubblicamente intenzionalmente distrugge, disperde, deteriora, rende inservibile o imbratta la bandiera nazionale o altro emblema dello Stato è punito con la reclusione fino a due anni”.
Secondo la giurisprudenza della Corte di Cassazione, ai fini della sussistenza del delitto di quell’art. 292 è necessario che la condotta di vilipendio si concretizzi in un atto di denigrazione di una bandiera nazionale (Cass. Pen., Sez. I, 3 luglio 2006, n. 22891). La bandiera nazionale spiega ancora la Suprema Corte è penalmente tutelata per il suo valore simbolico, suscettibile, per sua natura, di essere leso anche da semplici manifestazioni verbali di disprezzo, la cui penale rilevanza, ai fini della configurabilità del reato, richiede quindi soltanto la percepibilità da parte di altri soggetti” (Cass. Pen., Sez. I, 19 dicembre 2003, n. 48902).
Orbene, nella condotta del Sindaco Gori c’è evidentemente l’elemento della intenzionalità, dell’occasione pubblica, e del deterioramento del vessillo che, se usato per lucidare o spolverare una targa, avrà certamente subito gli effetti di tale impiego.
Poteva mettere la mano in tasca ed usare un fazzoletto il Sindaco. Ha preferito usare la bandiera nazionale con evidente disprezzo per il suo valore simbolico, per dirla con le parole della Suprema Corte.
Da notare che neppure associazioni “patriottiche”, a quanto è dato sapere, sono intervenute. Che scemi l’amore per la Patria? Dopo anni di negazione dei valori risorgimentali, gli unici unitari, non può stupire.
12 maggio 2019

Un libro di Rossella Pace
La resistenza liberale in Piemonte, nelle città e nelle valli

di Salvatore Sfrecola

Non solo comunisti, socialisti e gruppi del Partito d’Azione, come vorrebbe la narrazione che ancora oggi oscura l’impegno che sulle montagne, nelle valli e nelle città hanno svolto, dopo l’8 settembre 1943, i partigiani cattolici e liberali, che meglio vanno definiti patrioti, per distinguerli da quanti combattevano in nome di un partito politico, e, con particolare impegno, i reparti ricostituiti del Regio Esercito fedeli al giuramento di fedeltà prestato al Re. Che furono i primi a prendere le armi contro i tedeschi invasori. Ad essi si unirono poi ex prigionieri di guerra, fuoriusciti ed ex condannati politici: “uomini e tante donne, di ogni età e di tutte le opinioni, tanto che in brevissimo tempo fu possibile organizzare in tutta Italia numerosissime bande che non lasciarono nessun margine di mobilità all’invasore tedesco, combattendolo e ostacolandolo in ogni sua mossa con azioni di guerriglia”, come si legge nel libro di Rossella Pace, “Una vita tranquilla, La Resistenza liberale nelle memorie di Cristina Casana” (Rubbettino, Soveria Mannelli, 2018), in questi giorni al Salone del Libro di Torino.
Preziosissimo e assolutamente originale il lavoro di Rossella Pace, PHD Student in Storia dell’Europa presso l’Università di Roma “La Sapienza”, che irrompe nella storiografia resistenziale dando dimostrazione, attraverso le vicende di una nobile famiglia piemontese, quella dei Casana, dell’impegno della società civile nella lotta per la liberazione dai tedeschi. I Casana, come altri esponenti dell’alta borghesia e dell’aristocrazia piemontese, liberali, cattolici, da sempre antifascisti, scendono in campo con le loro amicizie e parentele con le quali si collegano in Lombardia, in Toscana e nella Capitale. Rapporti personali che Rossella Pace ricostruisce dettagliatamente mettendo in evidenza, attraverso il “Libro d’Oro della Nobiltà Italiana”, uno straordinario intreccio di relazioni familiari spesso consolidate sulla base di importanti esperienze professionali, dai Taverna ai Boncompagni Ludovisi.
Ne nasce una rete straordinariamente efficiente, che imbriglia l’azione delle unità tedesche nelle città e nelle campagne, che opera autonomamente o in collegamento con altre formazioni, così assicurando supporto logistico a quanti avevano scelto di contrastare l’invasore. Una rete prodigiosa di collegamenti della quale è un esempio l'”Organizzazione Franchi” diretta da un giovane ardimentoso, Edgardo Sogno Rata del Vallino di Ponzone, liberale, monarchico, antifascista, Medaglia d’oro al valor militare, nome di battaglia “Franchi”, appunto. Autore di azioni coraggiose come le fughe dal carcere rimaste leggendarie per la temerarietà dimostrata, il Comandante Franchi ed i suoi uomini hanno scritto pagine gloriose che i giovani dovrebbero conoscere. Ricorda Rossella Pace l’appello di Sogno, redatto in casa di Uguccione Ranieri di Sorbello, e fatto recapitare, prima, ai grandi vecchi liberali (Casati, Croce, Nina Ruffini e Giuliana Benzoni), sottoscritto come Comitato Centrale Esecutivo Dei Gruppi Liberali Monarchici Italiani, e poi fatto pervenire al Re. Fu il momento in cui questi giovani ruppero ogni indugio per impegnarsi contro l’invasore.
Ho avuto l’onore di incontrare il Conte Sogno che, ormai anziano, mi colpì per il suo sguardo fermo che esprimevano la fede che aveva ispirato le sue azioni, l’ardimento con il quale si era gettato nella mischia.
Il Libro di Rossella Pace, dunque, ci fa conoscere uno scenario, quello della “resistenza civile” condotta dalle donne come Cristina Casana senz’armi, che la storiografia prevalente ha ignorato “almeno fino agli anni Novanta – scrive l’A. – continuando a considerare e a valutare l’operato femminile nell’ambito resistenziale in base al grado di avvicinamento ai valori e alle dinamiche delle azioni maschili, procedendo a inclusioni ed esclusioni su tale base” (pagina 28). Ciò che contribuisce a quella rivisitazione degli eventi che scrittori come Giampaolo Pansa vanno conducendo, non per negare l’impegno di alcuni ma per sottolineare il rilievo della partecipazione dei combattenti cattolici e liberali che, insieme ai militari del Regio Esercito, dell’Arma dei Carabinieri e della Guardia di Finanza, hanno contribuito in modo significativo alle operazioni ed al risultato finale, come dimostra la liberazione di alcune città d’Italia attuata dai militari italiani ben prima che giungessero inglesi e americani. A fronte di una versione “ufficiale” degli eventi manipolata a fini di parte da un partito politico, il Comunista, che ambiva a prendere il potere ed a condizionare il previsto referendum su Monarchia e Repubblica, com’è avvenuto. Ed anche per nascondere quella scia di sangue fatta di vendette personali, di brutali massacri di innocenti disvelati da Pansa nei suoi libri e che gli hanno decretato l’ostracismo delle sinistre dalle quali pure proveniva.
In Piemonte, come ci spiega bene Rossella Pace, raccontando delle esperienze della famiglia Casana, l’impegno di questi uomini e donne coraggiosi fu fondamentale, ispirato al senso di appartenenza, al desiderio di riscattare la Patria assurdamente coinvolta in una guerra che gli italiani non avevano nessun interesse a combattere a fianco del “nemico storico”, per dirla con Luigi Einaudi, trascurando il ruolo mediterraneo del nostro Paese di recente ancor più rafforzato dalla presenza italiana nelle isole dell’Egeo, in Libia e nell’Africa, territori raggiungibili esclusivamente via mare e, pertanto, rapidamente perduti dopo pochi mesi di guerra.
Le esperienze narrate da Rossella Pace ci fanno tornare alla mente l’impegno di patrioti coraggiosi nella Capitale, dove il Colonnello Giuseppe Cordero Lanza di Montezemolo animava la resistenza impegnando molti militari, come il Maggiore dei Reali Carabinieri Ugo de Carolis, entrambi martiri alle Fosse Ardeatine, dopo essere stati torturati nella prigione della Gestapo di Via Tasso, senza mai fare un solo nome.
Il libro di Rossella Pace è stato presentato nei giorni scorsi a Torino, con il concorso di numeroso pubblico e l’intervento di personalità, come il Prof. Francesco Forte, economista e già Ministro delle finanze, degli avvocati Edoardo Pezzoni Mauri e dell’Avvocato Alessandro Sacchi, rispettivamente del Foro di Torino e di Napoli. Relatori e partecipanti sono stati presentati al pubblico dal Generale Roberto Lopez, Coordinatore dell’Unione Monarchica Italiana piemontese. Ed oggi richiama l’attenzione dei visitatori nel Salone del Libro aperto nel capoluogo sabaudo.
11 maggio 2019

FRAMMENTI DI RIFLESSIONI
del Prof. Avv. Pietrangelo Jaricci

Giustizia amministrativa
La qualifica di pertinenza urbanistica è applicabile soltanto a opere di modesta entità e accessorie rispetto a un’opera principale, quali, ad esempio, i piccoli manufatti per il contenimento di impianti tecnologici, ma non anche a opere che, dal punto di vista delle dimensioni e della funzione, si connotino per una propria autonomia rispetto all’opera cosiddetta principale e non siano  coessenziali alla stessa, tali, cioè, che non ne risulti possibile alcuna diversa utilizzazione economica. Occorre, pertanto, il titolo edilizio per la realizzazione di nuovi manufatti quand’anche, sotto il profilo civilistico, si possano qualificare come pertinenze (Cons. Stato, Sez. VI, 17 maggio 2017, a cura di A. Corrado, in Guida dir., n. 24/2017, 113).

Gli ultimi giorni di Kant
Il volume di Thomas de Quincey, “Gli ultimi giorni di Immanuel Kant” (a cura di Fleur Jaeggy, 6ª ed., Milano, 2011), che frequentava con assiduità la casa del Maestro dal 1790, narra la fase conclusiva dell’esistenza terrena di Kant, pensatore acuto ed originale, che ha dedicato tutta la sua vita alla meditazione e all’insegnamento universitario.
Secondo di sei figli, era nato a Königsburg, in Prussia, il 22 aprile 1724 ed ivi si spense il 12 febbraio 1804.
Gigante del pensiero filosofico, fondatore del criticismo e precursore dell’idealismo, tra le sue numerose opere come fondamentali devono essere ricordate “Critica della Ragion pura” e “Critica della Ragion pratica”.
Uno dei segnali negativi della incipiente vecchiaia fu l’accentuarsi di un sensibile declino della memoria, al punto che iniziò a scrivere una serie di appunti su ogni pezzo di carta che gli capitava tra le mani. Conservava, invece, un ricordo nitido degli eventi ormai lontani nel tempo, potendo anche recitare a memoria interi brani di poemi tedeschi e latini e, in particolare, dell’Eneide.
Ricorda ancora de Quincey che altro segno del suo declino mentale era una certa debolezza delle teorie che iniziava a proporre, spiegando tutto con il fenomeno dell’elettricità.
I suoi dolori di testa erano sempre più frequenti e viveva in uno stato di perpetua rassegnazione.
Altro segnale del declino delle sue facoltà fu la perdita della corretta percezione del tempo e il generale decadimento di tali facoltà provocò anche un graduale sconvolgimento delle sue abitudini esistenziali.
Ma era ormai stanco della vita e anelava l’ora del congedo. Soleva ripetere spesso “Non posso più servire al mondo, sono un peso a me stesso”.
Osserva ancora de Quincey che “le sue facoltà stavano andando in cenere; ma, di quando in quando, qualche lingua di fiamma, qualche bagliore di una grande luce si irradiava per mostrarci che il vecchio fuoco stava ancora covando”.
Il 12 febbraio del 1804 Kant cessava di vivere e con lui la sua grandiosità intellettuale, la sua prodigiosa cultura, la sua ineguagliata profondità nella ricerca, la mirabile passione per l’insegnamento universitario, l’austera onestà della sua vita, ispirata al più elevato raziocinio.
Le sue spoglie mortali furono tumulate nella cripta accademica, dove egli riposa fra i patriarchi dell’Università.

Perché?
Perché ogni qualvolta che un magistrato del Consiglio di Stato ha diritto di essere valutato per il conferimento di un incarico di maggior prestigio emergono sistematicamente, al pari di una bomba ad orologeria, dettagli sconcertanti sulla sua condotta, con inevitabile sospensione del procedimento di nomina?
E questo ignorando l’interessato il reato contestato, le indagini
compiute e senza nemmeno essere stato interrogato dagli inquirenti.
Ma ciò non sorprende più di tanto. Siamo in Consiglio di Stato.

Succede anche questo
– Con decreto del Ministero dell’Interno del 31 gennaio 2019 (in Gazzetta Ufficiale n. 79 del 3 aprile 2019) la parola genitori viene sostituita da padre e madre nelle carte di identità dei minorenni.
La Sindaca di Torino Appendino ha dichiarato che tornare alla vecchia dicitura costituisce un “passo indietro”.
Chiamatelo passo indietro!
– Due donne della nostra Marina Militare si sono unite civilmente a La Spezia. Tra gli auguri pervenuti alla coppia vanno ricordati quelli della Ministra della Difesa Trenta, la cui valutazione dell’evento come esempio di “una importante evoluzione culturale nelle Forze Armate” non appare né opportuna, né convincente.
8 maggio 2019

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