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Nella Lega c’è una questione meridionale

Nella Lega c’è una questione meridionale
di Salvatore Sfrecola

Inizialmente sottovalutata, per la Lega, non più “Nord” e neppure “per l’indipendenza della Padania”, esiste una “questione meridionale”, nel senso che il partito di Matteo Salvini, da tempo a vocazione nazionale, trova più di qualche difficoltà al Sud, dove pure ha conquistato significativi consensi. Come in Basilicata, dove alle recenti regionali ha raggiunto un più che lusinghiero 19% rispetto al precedente 6,2.

Non basta, tuttavia. In primo luogo perché ha raggiunto quel risultato in coalizione con Forza Italia e Fratelli d’Italia. Per cui se decidesse di correre da solo, in caso di elezioni anticipate di Camera e Senato, il partito di Salvini, come ha scritto più di un osservatore delle vicende della politica, rischierebbe nelle regioni meridionali per diversi motivi. Infatti, a margine delle piazze affollate si accalcano gruppi di contestatori di varia provenienza uniti, dicono le cronache, solamente dall’intento di ricordare al leader della Lega ed ai presenti alcune pregresse infelici battute su napoletani e siciliani. Battute che tornano anche con funzione moltiplicatrice sui social, la piattaforma prediletta da Salvini. Una imprenditrice napoletana ha scritto su Facebook “replicherò questo post fino alle elezioni. Se i meridionali tornano a ricordare cosa sia la dignità la Lega scende al 7%”.

L’estensione al Sud si presenta, dunque, meritevole di alcune riflessioni che non sembra siano state fatte a via Bellerio e dintorni. Ad esempio che la porta del Sud è Roma, anch’essa oggetto di epiteti sgradevoli (“Roma ladrona”). È qui che si fa la politica, è qui che si elaborano strategie legislative e amministrative. Roma è la città dei ministeri, dei grandi enti pubblici, delle società pubbliche e di importanti imprese private. È la sede della più grande università d’Europa circondata da una quarantina di atenei di prestigio, dalla Cattolica alla LUMSA, alla Lynk Campus University, creata da Vincenzo Scotti, da cui provengono alcuni quadri dei 5Stelle, alle moderne università telematiche. A Roma siedono le supreme magistrature, Cassazione, Corte dei conti e Consiglio di Stato, istituzioni intorno alle quali ruotano migliaia di professionisti, avvocati e consulenti che si riferiscono ai corrispondenti Ordini professionali che qui hanno sede. Insomma, Roma è il centro della vita politico-amministrativa e delle professioni. Ebbene, nessuno che appartenga al variegato mondo romano che abbiamo appena richiamato è presente nell’organigramma parlamentare e governativo della Lega. Tutti “padani”, con l’eccezione di Giulia Bongiorno, palermitana, preposta al Ministero della PA fondamentale per riformare, semplificandolo, l’ordinamento amministrativo e gestire il personale pubblico, un ruolo che la Democrazia Cristiana mai aveva lasciato ad altri. E comunque un Ministro che non si è fatto amare dai dipendenti pubblici.

Non solo. Roma è la porta del Sud perché la stragrande maggioranza degli odierni “romani” proviene dalle regioni meridionali. Anche in ragione di questa provenienza territoriale un partito avviato alla difficile conquista di regioni da sempre svantaggiate (perché, se Cristo si e fermato ad Eboli l’alta velocità non va oltre Salerno) e non di rado denigrate avrebbe dovuto presentarsi al di là del Garigliano con un solido pacchetto di nomi illustri di alti burocrati, magistrati, professionisti e imprenditori dai nomi meridionali, che con la loro presenza, accanto al lumbard Salvini, avrebbero potuto garantire napoletani, pugliesi, calabresi e siciliani che la Lega  è effettivamente cambiata, che oggi ha una vocazione nazionale, che talune folcloristiche critiche dei meridionali appartengono al vecchio e un po’ rozzo armamentario di un partito che Matteo Salvini (pur autore di alcune di quelle battutacce) ha effettivamente rinnovato, guarda all’Italia e vuole governarla per un bel po’. Per almeno 10 anni ha precisato.

Partendo da Roma la Lega forse si metterebbe al riparo di certi pericoli, spesso evocati, quelli di possibili infiltrazioni non desiderate, sempre possibili in ambiti nei quali la politica è andata spesso a braccetto di personaggi non raccomandabili.

Tuttavia, l’analisi della “questione meridionale” non sarebbe completa se non si facesse cenno a Fratelli d’Italia, che ha certamente maggiori potenzialità in ragione di una antica presenza della destra in quei territori, partito che è stato fin qui compresso da Forza Italia e, più di recente, dalla Lega. Ora non è dubbio che Forza Italia stia progressivamente cedendo consensi ai due partiti alleati. In questo contesto Giorgia Meloni deve assumere un maggiore impegno, anche lei partendo da Roma, dove peraltro il partito è più strutturato, per assumere una maggiore rappresentatività di quei ceti professionali che abbiamo richiamato, tradizionalmente moderati, rigidamente ancorati ai valori dello Stato, della legalità e dell’efficienza. Che credono nella sovranità ma dubitano delle espressioni “sovraniste”.

Giorgia Meloni dimostra molto acume politico ed ha abbandonato, ad esempio,, la battaglia sulle “pensioni d‘oro” avendo evidentemente compreso che, al di là delle pensioni non sorrette da contributi effettivamente versati, che meritano di essere tagliate, chi ha corrisposto quanto richiesto, nella prospettiva su una pensione rapportata al tenore di vita conseguito con sacrifici, ha il diritto di percepirla. Anche nell’ottica della valorizzazione del merito, considerato che le pensioni più elevate corrispondono a posizioni professionali conquistate con studio, selezioni rigide, un impegno di lavoro costante ed assunzione di responsabilità.

(a www.italianioggi.com, 17 agosto 2019)

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