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Matteo Salvini nel ritratto di Giampaolo Pansa

Matteo Salvini nel ritratto di Giampaolo Pansa
di Salvatore Sfrecola

Devo dire che il libro di Giampaolo Pansa (“Il dittatore”, Rizzoli, Milano, 2019, pp. 156, € 17.00), da poco più di un mese in libreria, non può essere assolutamente trascurato da quanti si occupano di politica. Infatti, questo “ritratto irriverente di un seduttore autoritario” dedicato a Matteo Salvini offre molteplici spunti al dibattito che accompagna l’osservazione dell’uomo politico che più di ogni altro, in questo momento storico, è in testa ai sondaggi del gradimento degli italiani. Da molti altri contestato e criticato duramente, accusato, senza mezzi termini, di costituire un pericolo per la democrazia. Da qui il titolo “Il dittatore”, che l’Editore abilmente accompagna con una foto nella prima di copertina, su uno sfondo nero, colore inevitabilmente associato all’idea di un italico uomo forte. Il quale, infatti, ha chiesto in un comizio i “pieni poteri”, minacciando in qualche modo anche il ricorso alla piazza. Un argomento gettato in pasto ad un uditorio osannante sulla spiaggia di un noto stabilimento balneare, il Papeete, certamente senza che quell’espressione volesse rappresentare una pretesa giuridica al comando, una gestione più attiva del Governo eppure contestato da Giuseppe Conte, il Presidente del Consiglio che, nelle sue comunicazioni in Senato originate dalla dichiarazione del leader leghista, non ha risparmiato al suo Vicepresidente ogni genere di accusa, non solo come membro dell’Esecutivo, ma anche come uomo e come politico per il tratto autoritario che lo caratterizzerebbe, al punto da prevaricare anche alcuni colleghi ministri. Tuttavia la Lega nella tempesta delle polemiche alimentate dal Prof. Conte e da alcuni ambienti del M5S risulta proprio oggi in crescita nei consensi registrati dal sondaggi.

Il libro vaga tra ricordi antichi e recenti l’illustre giornalista e richiami a scritti vari, alcuni desunti dal suo famoso Bestiario, per dire dei tempi che viviamo, diversi da quelli degli anni ’60 e seguenti, caratterizzati dal degrado della classe politica al potere, in un contesto nel quale Matteo Salvini è riuscito ad emergere ed a far crescere in misura esponenziale la sua Lega con grande spregiudicatezza. In questa narrazione Salvini compare, tuttavia, a tratti essendo protagonista solamente di alcuni capitoli. Sullo sfondo il libro ci dice di Silvio Berlusconi, della sua “discesa” in politica per “tutelare i propri interessi, a cominciare da quelli del suo gruppo televisivo”, con un “partito personale” (pagina 15) “introducendo nel nostro paese (la minuscola è nel testo, n.d.A.) una quantità di virus che in seguito hanno reso più fragile la Repubblica italiana” (pagina 16).

Altro protagonista è Umberto Bossi, con Roberto Maroni e le stagioni della loro gestione della Lega (il capitolo 4 è dedicato al ruolo del Prof. Gianfranco Miglio, “Il mago Merlino), fino all’avvento di Salvini (“il bomber leghista”) e alla sua scelta di costruire “un soggetto di carattere nazionale” (“ho cambiato idea sui meridionali”, a pagina 50), in aperta polemica nei confronti dell’Europa e della moneta unica ma d’intesa con altri movimenti ritenuti vicini, a cominciare dal Front National di Madam Le Pen. Un leader “esemplare politico del nostro tempo, furbastro, volgare, pronto persino a sfidare il ridicolo pur di far parlare di sé” (pagina 50). Né Pansa trascura gli aspetti personali del leader leghista (“Lo sciupafemmine”), cui dedica il capitolo 6.

Al suicidio della sinistra Pansa dedica un intero capitolo (il 7), come al governo di Giuseppe Conte, al ruolo dei protagonisti del M5S, da Di Maio a Grillo, sulla base di elementi forniti da una “gola profonda”, un informatore anonimo ma capace di chiarire il senso di fatti e di comportamenti. C’è poi il mondo dell’informazione, dei talk show, soprattutto de La7, con i vari protagonisti che siamo abituati a seguire nelle serate di approfondimento.

“L’avventura di Siri” è il titolo del capitolo 10 dove sono dettagliatamente analizzate le vicende giudiziario – governative maldestramente gestite dai protagonisti, lo stesso Siri e Salvini. Attenzione anche alle azioni di Grillo e Di Maio per spiegare in qualche modo il successo clamoroso e crescente del leader leghista. Si parla anche di Giuseppe Conte che non ne esce bene, una specie di comparsa di uno sceneggiato nel quale altri sono i protagonisti.

In realtà il titolo del libro si giustifica soprattutto per il capitolo 19 “lettera al futuro Dittatore”, laddove ne critica l’adesione al taglio delle pensioni, al condono “che premierà chi non ha pagato le tasse, i contributi e la famosa Iva”. In una parola “salverà gli evasori”. Tema sul quale insiste e lo accusa “di avere additato come ladri gli onesti. Di averci riportato al clima di guerra civile tra italiani dove non si usano più i fucili (per il momento), la gogna, l’invettiva, l’insulto sputacchiato nell’etere con ogni mezzo”. E gli ricorda che “chiunque si sia atteggiato a padrone del vapore ha dovuto ben presto fare i conti con la realtà. E la realtà in Italia, cambia velocemente. C’è chi l’ha sperimentato prima di lei, avendo addirittura preso più voti alle precedenti elezioni europee!”

È l’invito a tener conto dell’insegnamento della storia, quella che molti studiano, pochi evidentemente capiscono. Altrimenti le cose andrebbero, quanto meno, meglio.

E conclude con un detto popolare diffuso ovunque in Italia “temete l’ira dei calmi”. Mio padre lo correggeva in “l’ira dei giusti”. E ho sempre ritenuto che avesse ragione.

Tutto nello stile ironico e un po’ sarcastico della prosa di Pansa, che si legge sempre con piacere, anche per il senso di libertà di pensiero che caratterizza questo come tutti i suoi scritti, motivo per il quale a Sinistra gli hanno riservato critiche di revisionismo. Una libertà di giudizio che, peraltro, non ha saputo, o voluto mantenere, quando parla del Re Vittorio Emanuele III che definisce “fellone” a proposito dell’avvento del governo Mussolini (pagina 19) o quando, in relazione agli avvenimenti del settembre 1943, scrive de “la fuga della monarchia savoiarda” (pagina 84). Qui Pansa non riesce a scrollarsi di dosso la narrazione socialcomunista che, quanto ai fatti del 1922, trascura di considerare che Giolitti, Sturzo e Turati, interpellati dal Re, si rifiutarono di fare un Governo, del quale comprendevano le difficoltà, così aprendo la strada all’Esecutivo fascista. Mentre nel 1943 il Re si addossò l’impegno di chiudere con una guerra tragica, non voluta da lui e dal popolo italiano, un difficile armistizio e, lasciando Roma, indifendibile sul piano militare, ne impedì la distruzione, come sarebbe avvenuto se la città fosse stata campo di battaglia di almeno tre eserciti, l’italiano, il tedesco e l’anglo americano.

Ma criticare il Re fa comodo a tutti, a coloro che fuggirono nel 1922 alla richiesta di fare un governo e all’aggressione fascista, ma che forse, nel contesto, la considerarono un male minore. E nel 1943, quanti per intestarsi la lotta antifascista dovevano oscurare i meriti della Corona nella caduta del Fascismo e nella uscita dalla guerra. E continuarono nel creare una barriera nella storia d’Italia per dimenticare la storia del Regno, una storia di libertà e di sviluppo di un Paese in tante aree fortemente arretrato. Lo dimostra il ricordo in sordina della vittoria nella Grande Guerra conclusiva del Risorgimento e vero motivo unificante quando sulla frontiera combatterono, fianco a fianco, italiani che spesso non parlavano neppure la stessa lingua. Eppure credettero nell’impegno di dover lottare contro il “nemico storico”, per dirla con Luigi Einaudi, come le centinaia di migliaia di compatrioti che sottoscrissero con entusiasmo i prestiti nazionali per sostenere le spese di guerra. Basta leggere ancora Einaudi per rendersi conto di questo diffuso sentimento nazionale.

26 agosto 2019

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