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Si scrive PD, si legge PCI

Si scrive PD, si legge PCI
di Salvatore Sfrecola

Frugando tra i mei articoli di qualche anno fa alla ricerca di qualcosa che, da allora, fosse utile per l’oggi, mi sono imbattuto in un articolo del 2007, scritto all’indomani di una dura polemica che aveva opposto esponenti del Partito Democratico alla Senatrice Paola Binetti, docente universitaria del Campus Biomedico, eletta nelle liste del PD, teodem. La Binetti, esponente di punta del mondo cattolico, aveva votato contro un emendamento “antiomofobo”, governativo, così scatenando la reazione dei prodiani (era Presidente del Consiglio il professore bolognese) che ne avevano chiesto la testa. “È intollerabile – era stato il giudizio del collega deputato Andrea Papini – che una senatrice PD voti contro il governo”. E ne chiedeva l’espulsione. Singolare concezione della indipendenza del parlamentare!

Intervistata da Il Tempo, alla domanda se si fosse resa conto che, per la sua posizione, “è diventata un’eroina del centrodestra” la Binetti, che solo qualche mese prima aveva orgogliosamente detto a E-Polis “sono di sinistra”, aggiungendo che lì sono “i miei valori”, aveva detto che “c’è sicuramente un po’ di strumentalità, ma è indubbio che nel centrodestra l’accettazione di certi valori sia più chiara e meno discussa”. Aggiungeva, inoltre, “la mia posizione è nel centrosinistra” non senza sottolineare che la manovra finanziaria per il 2008 ha grossi nei. “Sulla famiglia, precisava, siamo profondamente insoddisfatti”.

Niente di nuovo sotto il sole, anzi di antico e … di peggio. Perché in questi giorni a destra si percepisce con orrore l’ipotesi che sulla famiglia e le pari opportunità sia attribuito un ruolo ministeriale a Monica Cirinnà, la vessillifera della confusione di genere.

È l’evidente effetto perverso della mancanza nei partiti dei riferimenti ideologici che un tempo segnavano la distinzione di ognuno rispetto agli altri. Luigi Di Maio, che orgogliosamente si qualifica “Capo politico” del M5S, in occasione del “penultimatum” dell’altro ieri a Giuseppe Conte, Presidente del Consiglio incaricato, ha ripetuto ancora una volta che il suo è un movimento post-ideologico, mentreNicola Zingaretti evita accuratamente qualsiasi argomento che possa apparire di filosofia politica per non provocare ulteriori fratture in un partito che aggrega una varietà di idee e opinioni a freddo inconciliabili. È la grande responsabilità che si sono assunta a suo tempo Francesco Rutelli e quanti con lui hanno deciso che la “Margherita”, erede della Democrazia Cristiana, confluisse nel PD. Così svendendo ai neocomunisti la tradizione, tutto sommato dignitosa, del cattolicesimo popolare di sinistra per un potere effimero, qualche poltrona di ministro, qualche consigliere di amministrazione. Teodem, ma in realtà comunisti anomali, come Rosy Bindi!

Stupiva, dunque, nel 2007 che Paola Binettiaffermasse “non mi aspettavo davvero che all’interno di un partito che si dice nuovo ci siano riflessi da vecchio Partito comunista italiano”. Sperimentava sulla sua pelle che il Partito democratico non è altro che l’ultimo nome del Partito Comunista Italiano, nel quale i “cattolici di sinistra” fanno solo da alibi per i comunisti di sempre, perché possano dire di non essere più tali. Come quando inserivano nelle liste i cosiddetti “indipendenti”, che facevano pudicamente un gruppo parlamentare autonomo, ma erano sempre pronti a votare con il PCI. La Binettiavrebbe poi virato a destra, anzi al centro, dove oggi milita nell’UDC.

3 settembre 2019

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