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A margine di alcune polemiche sulla nomina del nuovo Presidente della Corte dei conti. Ma la giurisdizione contabile non si tocca!

di Salvatore Sfrecola

“In rivolta la Corte dei conti” scrive Luigi Bisignani su “Il Tempo”, nel dar conto di alcune polemiche sorte a seguito della “rosa” (la terna) con la quale il Consiglio di Presidenza della Corte dei conti, l’Organo di autogoverno della Magistratura contabile, nell’ultima seduta prima delle ferie (il 29 luglio) ha risposto alla richiesta della Presidenza del Consiglio che la chiedeva ai fini della nomina, che spetta al Governo, del nuovo Presidente della Corte dei conti in sostituzione di Angelo Buscema, eletto Giudice della Corte costituzionale.

Non parlerò dei candidati e di quelli che sono rimasti fuori della “rosa” e che, con varie motivazioni, sono insoddisfatti e protestano, come l’Associazione Magistrati che ha indirizzato le sue doglianze al Presidente della Repubblica ed al Presidente del Consiglio. Non ne scrivo perché conosco e stimo tutti gli interessati alla complessa vicenda, miei colleghi negli anni nei quali ho svolto funzioni di magistrato della Corte. Non ne scrivo anche perché sono stato, per due volte, Presidente dell’Associazione Magistrati nel periodo più difficile, quando abbiamo dovuto chiedere al potere politico che il Presidente della Corte fosse scelto tra i magistrati contabili, dopo il pensionamento di Giuseppe Carbone, magistrato del Consiglio di Stato messo a capo del giudici contabili non essendo stato confermato da Francesco Cossiga nel ruolo di Consigliere giuridico che aveva ricoperto con Sandro Pertini al Quirinale. Ottenemmo che il Presidente della Corte fosse scelto al nostro interno. Lo avevamo chiesto al Presidente del Consiglio Romano Prodi. Il Vicepresidente, Sergio Mattarella, all’ingresso in Consiglio dei ministri, mi anticipò la proposta di nomina di Francesco Sernia. Poi venne la legge, che l’Associazione aveva suggerito all’On. Franco Frattini, all’epoca parlamentare di Forza Italia, che ricalcava quella già esistente per il Consiglio di Stato.

E così, di Presidente in Presidente la nomina è stata decisa dal Consiglio dei ministri, “sentito il Consiglio di Presidenza”. Era evidente il carattere consultivo del ruolo dell’Organo di autogoverno, ma fu sempre intesa come una “designazione”. Palazzo Chigi chiedeva un nome e i Consigli di Presidenza della Corte e del Consiglio di Stato rispondevano con una indicazione secca. Poi venne Giuliano Amato che, da Presidente del Consiglio, anticipò al Presidente anziano facente funzioni, Vincenzo Bisogno, che avrebbe proposto al Consiglio dei ministri la nomina di Francesco Staderini. Il Consiglio di Presidenza accettò lo scavalcamento di altri Presidenti di sezione. Infine è passata l’ipotesi della “rosa” divenuta cinquina per il Consiglio di Stato. E fu Alessandro Pajno.

Non faccio questione di nomi, ovviamente. Per la Corte dei conti parliamo di magistrati al vertice della carriera spesso con variegate esperienze, nel controllo e nella giurisdizione. In altra occasione mi soffermerò sulla formazione del ruolo e sulla progressione nella carriera. Ma è questione de futuro.

Chiudo con una considerazione che ritengo importante. Sostiene Bisignani a proposito di Aldo Carosi, Presidente di Sezione, attualmente Vicepresidente della Corte costituzionale che lascerà a breve, e pertanto si è fatto il suo nome come Presidente della Corte dei conti, che egli “ritiene che la Corte debba diventare un’autorità di controllo, senza alcuna funzione giurisdizionale”. Può darsi che sia stato distratto e non mi sia accorto che Carosi ritiene questo. Magistrato che stimo moltissimo, che ho concorso con il mio gruppo associativo all’elezione quale giudice costituzionale nel ballottaggio nel quale era concorrente di Eugenio Francesco Schlitzer, ha una grande esperienza nel controllo che, alla Consulta, ha valorizzato molto riconoscendo il ruolo e la funzione dei bilanci pubblici in rapporto al diritto dei cittadini. Ma questo non esclude – e non credo lo escluda Carosi – il ruolo della giurisdizione, la quale nasce nei secoli passati come espressione di un controllo di legittimità sui conti, un ruolo che la Corte in molte realtà ha trascurato e che dovrà riprendere con decisione anche a seguito della soppressione della “colpa grave” come requisito minimo per l’affermazione della responsabilità per danno erariale. Una scelta che dimostra quanta ignoranza e quanto pressappochismo guidi le scelte di Palazzo Chigi che sembra abbia tratto spunto da inchieste e sentenze non gradite che avrebbero indotto il timore della firma in alcuni funzionari pubblici, trascurando che si tratta evidentemente di incapaci. È il senso dello Stato che alberga in questo governo ed in questa maggioranza? Forse che è mancato coordinamento all’interno della Corte? Ed è questa la risposta?

Comunque la giurisdizione contabile non si tocca, non solo perché sta scritta in Costituzione all’art. 103, comma 2, ma perché è funzionale ad una corretta gestione del pubblico denaro. E comunque alla Corte ci sono magistrati perché alcuni indossano la toga.

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