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Nel centocinquantesimo dell’annessione al Regno d’Italia restituiamo a Roma la sua anima universale

di Salvatore Sfrecola

Nel centocinquantesimo dell’annessione di Roma al Regno d’Italia è inevitabile tornare agli anni della formazione dello Stato nazionale ed alla vigilia degli avvenimenti che il 20 settembre 1870 hanno messo fine allo Stato della Chiesa ed al potere temporale dei papi per poi guardare alle prospettive della Città nel tempo che viviamo.

È, dunque, il 25 Marzo 1861 quando, all’indomani della proclamazione del Regno, Camillo Benso di Cavour, Presidente del Consiglio, interviene alla Camera per rispondere ad una interpellanza del deputato Rodolfo Audinot, bolognese, esule nel Regno sardo, già deputato alla costituente romana, e sviluppare il suo pensiero sulla questione di Roma capitale e sui rapporti tra Stato e Chiesa. Come sempre Cavour è diretto e straordinariamente efficace: “Senza Roma Capitale d’Italia, l’Italia non si può costituire”. E ne spiega le “grandi ragioni morali”, aggiungendo: “ora, o signori, in Roma concorrono tutte le circostanze storiche, intellettuali, morali, che devono determinare le condizioni della capitale di un grande stato . Roma è la sola città d’Italia che non abbia memorie esclusivamente municipali; tutta la storia di Roma dal tempo dei Cesari al giorno d’oggi è la storia di una città la cui importanza si estende infinitamente al di là del suo territorio, di una città, cioè, destinata ad essere la capitale di un grande Stato . Convinto, profondamente convinto di questa verità, io mi credo in obbligo di programmarlo nel modo più solenne davanti a voi, davanti alla nazione, mi tengo in obbligo di fare in questa circostanza appello al patriottismo di tutti i cittadini d’Italia e dei rappresentanti delle più illustri sue città, onde cessi ogni discussione in proposito, affinché noi possiamo dichiarare all’Europa, affinché chi ha l’onore di rappresentare questo paese a fronte delle estere potenze possa dire: la necessità di avere Roma per capitale è riconosciuta e proclamata all’intiera nazione”. E tocca il tasto dolente dei rapporti Stato-Chiesa, particolarmente tesi dal tempo delle leggi Siccardi, che avevano abolito il foro privilegiato del clero e posto limiti alla facoltà di testare in favore di enti religiosi e diminuito le festività obbligatorie. Spiega che “Noi dobbiamo andare a Roma senza che per ciò l’indipendenza vera del pontefice venga a menomarsi. Noi dobbiamo andare a Roma, senza che l’autorità civile estenda il suo potere all’ordine spirituale”. Con l’impegno che l’Italia, “appena avrà dichiarato decaduto il potere temporale, essa proclamerà il principio della separazione, ed attuerà immediatamente il principio della libertà della chiesa su basi più larghe”. È un discorso di altissimo profilo con il quale vuol rimarcare “i veri sentimenti degli italiani” rispetto “alla religione dei propri padri”.

Tuttavia sappiamo che 19 anni dopo permane l’ostilità della Santa Sede alla cessione di Roma, e il Re Vittorio Emanuele II, costretto dalla chiamata della storia ad usare le maniere forti nei confronti del Papa Pio IX, alla vigilia della battaglia, l’8 settembre (una data fatale nella storia d’Italia!), come ultimo tentativo fa recapitare al Papa, tramite il Conte Gustavo Ponza di San Martino, una lettera nella quale “con affetto di figlio, con fede di cattolico e con animo di italiano” comunica l’intento che le sue truppe “già poste a guardia dei confini si inoltrino ad occupare quelle posizioni che saranno necessarie per la sicurezza di Vostra Santità e per il mantenimento dell’ordine a Roma”. Pio IX non finì neppure di leggere che gettò via la lettera congedando in malo modo l’ambasciatore, convinto che lo stato della Chiesa, del quale era Sovrano assoluto, fosse l’unica possibile forma di garanzia dell’indipendenza della Santa Sede.

Passata la parola ai cannoni dell’armata di Raffaele Cadorna inizia un tempo di contrapposizioni, spesso forzate, tra laici e cattolici che avvelena i primi decenni dello Stato unitario e tiene i cattolici lontani dalla fase delicata della sua formazione, fino alle aperture di Giovanni Giolitti ed al “Patto Gentiloni”.

Cos’è rimasto del richiamo alla storia, alle ragioni di Roma capitale “di un grande Stato”, come credeva Cavour? Oggi, lo Stato che, tuttavia, amiamo appassionatamente è una piccola realtà politica a fronte della storia trimillenaria di Roma, espressione massima della civiltà occidentale. La Repubblica Italiana, infatti, si è ritagliata un ruolo modesto negli avvenimenti europei e mediterranei dal dopoguerra ad oggi, come insegnano, da ultimo, le vicende della presenza italiana in Libia. I partiti che l’hanno dominata e quelli che attualmente gestiscono il potere non hanno compreso, come ha scritto Indro Montanelli nell’avvertenza a “L’Italia della Repubblica”, che nel referendum del 1946 “di coloro che avevano votato Repubblica… pochissimi si erano resi conto che, con la Monarchia, l’Italia rinnegava il Risorgimento, unico tradizionale mastice della sua unità”. Mancando quelle radici, il senso dell’identità nazionale, che avrebbe potuto costituire un’idea forza di grande coesione civile, è sparito dall’orizzonte dei partiti, senza l’orgoglio della storia straordinaria di questo Paese, ricco delle esperienze politiche e degli eventi culturali e artistici delle contrade e dei borghi di ogni regione. Alla nostra meravigliosa lingua, politici modesti preferiscono, perfino nelle leggi e nella denominazione delle iniziative politiche, espressioni di matrice anglofona, anche laddove l’italiano sarebbe capace di maggiore significatività ed efficacia.

Non ci vogliamo tuttavia rassegnare a questa condizione di sudditanza psicologica, al provincialismo becero che ci rende ridicoli agli occhi dell’Europa e del mondo. Non ci rassegniamo, perché, dopo la più fallimentare delle esperienze di gestione dell’amministrazione capitolina, è giunto il momento di restituire a Roma la sua anima autentica, il suo orgoglio, mite ma deciso, perché la Città può e deve assumere un ruolo politico, interno ed internazionale, quale la storia richiede, perché nell’aggressione, spesso violenta, di altre culture, mosse da intenti politici evidenti, Roma è, di per sè, un messaggio di civiltà. Senza enfasi, ma nel rispetto della verità, sta scritto nelle sue leggi, ancora oggi un esempio straordinario di riconoscimento dei diritti, soprattutto delle persone, a cominciare dal diritto di asilo, e nel processo, che era “giusto” sulle rive del Tevere prima che così lo definissimo in Costituzione emendando l’art. 111. Una civiltà visibile nelle maestose strutture che testimoniano della organizzazione e della vita delle comunità non solo in Italia ma nel bacino del Mediterraneo e nel Medio Oriente, con gli acquedotti innanzitutto, con l’acqua, emblema della vita comunitaria e dell’economia, con le strade, per i commerci, e i porti. E poi le terme, dove si formavano le relazioni tra le persone, e i teatri, necessari per diffondere la cultura. Non colonizzatori ma inclusivi delle comunità acquisite alla repubblica e all’impero i romani non sono stati “maestri di integrazione per spirito umanitario”, ma per la mentalità “pragmatica e utilitaristica” (Valditara) che li ha sempre contraddistinti.

Roma, dunque, città destinata ad un ruolo ultranazionale, anche in ragione del fatto che qui è la Sede della Chiesa universale. Infatti, un piccolo nucleo di seguaci della nuova religione, che molto probabilmente non sarebbe andato al di là della Palestina, ha avuto la possibilità di estendersi sul mondo intero per dire a tutti dell’uguaglianza delle persone dinanzi alla divinità in termini che nessuna religione aveva mai saputo insegnare grazie a Roma, “onde Cristo è romano”. È l’intuizione di Padre Dante.

Spetta, dunque, al governo della città ed al governo nazionale recuperare il ruolo storico di Roma, oggi abbandonata da una risalente persistente trascuratezza, già evidente nelle condizioni di degrado del tessuto urbano, e nella mancata valorizzazione del ruolo di sede della politica, come accade ovunque nelle capitali dove siedono il governo, il Parlamento, l’amministrazione centrale dello Stato e dei grandi enti pubblici, dove hanno sede gli ordini professionali, le Magistrature superiori. A Roma è la più grande università d’Europa che insieme ad altri atenei, anche esteri, assicura un rilevante apporto alla trasmissione della cultura e della ricerca scientifica.

Un’aspirazione che sarà frustrata se mancherà quel “grande Stato” che Cavour auspicava per l’Italia.

(da Opinioni Nuove, Edizione speciale, supplemento an n. 4 di agosto 2020)

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