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Ogni spreco di denaro pubblico è sempre coperto dalla politica (un esempio per cominciare a parlarne)

di Salvatore Sfrecola

Ieri pomeriggio percorrendo uno dei marciapiedi di via Sabotino nel quartiere Delle Vittorie, a Roma, a pochi metri da Piazza Mazzini, sentivo muoversi, ad ogni passo, le mattonelle della pavimentazione. Non una o due, ma tante. Ora non è dubbio che, anche agli occhi di un profano, si tratti di un lavoro, realizzato dall’Amministrazione comunale, più esattamente dal competente Municipio, che immagino sia stata affidata ad una impresa che si è aggiudicata l’appalto. Immagino anche che il relativo capitolato abbia indicato materiali da usare e tecniche di messa in opera e, continuando ad immaginare, sono certo che prima di saldare il conto l’amministrazione committente abbia incaricato un tecnico di fiducia di collaudare i lavori, cioè di accertare che siano stati realizzati secondo le prescrizioni contrattuali. Ed immagino, per concludere sul punto, che il collaudo (dal latino cum laude) si sia concluso con una valutazione positiva, cioè con un certificato di collaudo che abbia attestato che i lavori sono stati eseguiti come si doveva.

Eppure, le mattonelle si muovono sotto i piedi. E, quindi, ci si deve interrogare sul perché questo avvenga. E la conclusione più logica è che i lavori siano stati eseguiti senza rispettare le prescrizioni contrattuali e le regole dell’arte e, ciò nonostante, l’impresa che li ha eseguiti è stata regolarmente pagata. E sempre interrogandoci, in via di ipotesi, non conoscendo le carte, si deve ritenere che le ragioni di questo spreco di denaro pubblico sia da individuare in varie situazioni, alternative o concorrenti. In primo luogo potrebbe essere stato inadeguato il capitolato di appalto, nell’indicare tecniche di lavorazione e materiali da utilizzare. Escluderei una critica ai materiali usati. Infatti non mi sembra di aver individuato mattonelle lesionate, sorte naturale di quelle di scarsa qualità e poste in opera su una base incerta, come a piazza Cavour dove, sul marciapiede del cinema Adriano, le lastre della pavimentazione sono quasi tutte lesionate.

Ma torniamo a via Sabotino. Se superiamo un giudizio negativo sul capitolato di appalto, come credo di poter affermare in quanto si tratta di documenti standard, uno dei motivi della inadeguata realizzazione dei lavori potrebbe ritrovarsi nella insufficiente remunerazione degli stessi. È noto, infatti, che spesso i lavori vengono aggiudicati sulla base di un ribasso, rispetto alla base di appalto, che limita fortemente l’utile dell’impresa la quale è inevitabilmente indotta a recuperare quel che ha perduto nell’offerta, cosa che normalmente fa risparmiando nella esecuzione dei lavori, con uso di materiali meno costosi, ad esempio nell’impianto delle mattonelle.

A questo punto torna in ballo il collaudatore. Non si è accorto? Non poteva accorgersi della inadeguata posa in opera delle mattonelle? La capacità del professionista incaricato sta nella sua attitudine a saggiare alcuni punti dei lavori per verificare che siano stati realizzati a regola d’arte.

E visto che ci siamo è evidente che il collaudatore, il quale opera nell’interesse dell’Amministrazione, va scelto tra professionisti di valore e pagato bene. Infine, credo che sia il momento di stabilire regole rigide per cui il collaudatore non deve aver avuto rapporti professionali con l’impresa esecutrice dei lavori che collauda né successivamente essere dalla stessa incaricato di progettazioni o direzione dei lavori. Non solo direttamente ma neppure suoi collaboratori, parenti ed affini o congiunti (come si dice in tempo di pandemia per indicare gli esenti da restrizioni). E per un congruo periodo di tempo.

Se, poi, il collaudatore è un funzionario dell’Amministrazione ugualmente si deve evitare che abbia rapporti con l’impresa che possano indurlo a “chiudere un occhio”.

Sono considerazioni a ruota libera all’alba di un dì di festa ma costituiscono una riflessione originata da un piccolo esempio di quel che accade tutti i giorni lungo lo Stivale, dove si spendono soldi dello Stato e degli enti territoriali che, ricordiamolo sempre, sono soldi nostri, di chi paga regolarmente imposte e tasse, sicché il denaro pubblico è “di tutti” non nel senso che sia “di nessuno”, come sembra a taluno (ad esempio di chi inquina, come se il denaro per disinquinare venisse da Marte), e se un tempo era circondato da una sorta di sacralità (come nel caso dell’herarium populi romani, che infatti era conservato in un tempio) nondimeno nel corso nei secoli si è sottolineata l’esigenza che si spenda con rispetto per il cittadino come scrive Giovanni Botero nel suo “La Ragion di Stato”. Il quale scrive che “non è cosa che più affligga e tormenti i popoli che ‘l veder il suo Prencipe gittare impertinentemente il denaro  ch’essi con tanto loro travaglio e stento gli somministrano per sostegno della sua grandezza e per mantenimento della Repubblica”. Era il 1589 quando Botero dava alle stampe la prima edizione del suo trattato. Le cose che scrive sono di permanente valore politico. Lo erano prima di lui, lo sono oggi. Quel che spende il potere politico è sempre denaro che proviene dal sacrificio dei cittadini. Preoccupazioni dei Principi e del Governanti di ogni ordinamento, tanto che le regole sul controllo dei conti sono antichissime. Perché comunque il denaro pubblico è finalizzato al funzionamento delle istituzioni.

Accade, invece, oggi che la politica ritenga spesso che delle istituzioni ci si debba servire e non servirle e che il denaro pubblico debba soddisfare in primo luogo le aspettative delle categorie di riferimento elettorale e delle imprese che finanziano direttamente o indirettamente i partiti. Altrimenti non si giustificherebbe una norma, come quella dell’art. 21 del decreto legge n. 76 del 16 luglio che, occupandosi di semplificazione amministrativa in vista della utilizzazione delle ingenti risorse che l’Unione Europea metterà a disposizione dell’Italia, ha sterilizzato, fino al 31 dicembre 2021, i poteri delle Procure della Corte dei conti escludendo che possa essere perseguito chi abbia causato un danno erariale per “colpa grave”, cioè per gravissima trascuratezza, negligenza o imperizia o, per dirla con le parole del grande giurista romano Ulpiano, non intendendo ciò che tutti intendono. Colpa grave che, sempre i romani equiparavano al dolo.

Quale attinenza abbia la giusta esigenza di semplificazione delle procedure per rendere più semplice e snella l’azione amministrativa, soprattutto in materia contrattuale, con l’esclusione della responsabilità di chi abbia operato con condotta gravemente colposa causando un pregiudizio al bilancio pubblico qualcuno dovrebbe spiegarcelo. Ma invano attenderemmo un chiarimento dall’avvocato Giuseppe Conte, che ha difeso dinanzi alla Corte dei conti, e che ha portato in Consiglio dei ministri quella norma. Incapaci sì, ma mica sprovveduti. Hanno voluto libertà di azione senza rischi.

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