HomeNEWSNO allo ius soli perché nelle culle sono pochi i bimbi italiani

NO allo ius soli perché nelle culle sono pochi i bimbi italiani

di Salvatore Sfrecola

È stato chiaro Enrico letta, neo segretario del Partito democratico, intervenendo a Piazza Pulita, la trasmissione de La7 condotta da Corrado Formigli. A fronte della crisi demografica di questo Paese dove diminuisce costantemente il numero dei nati, si deve favorire la concessione della cittadinanza italiana agli immigrati, cominciando da coloro che nascono in Italia. È la proposta di introdurre lo ius soli, secondo la quale chi nasce in questo Paese è automaticamente italiano. La proposta è pudicamente corretta nel senso di configurarla come ius culturae, nel senso che il riconoscimento della cittadinanza dovrebbe essere assicurato da un ciclo di studi in Italia. Secondo Marco Damilano, direttore de L’Espresso, chi studia in Italia “è italiano a tutti gli effetti”.

Demagogia a basso costo. Cominciamo col dire che la disciplina della cittadinanza non è una legge qualunque, perché l’essere cittadino non è un fatto formale, burocratico, come si sente dire, ma il riconoscimento dell’appartenenza ad un contesto culturale, il che vuol dire a valori, in primo luogo a quelli indicati nella Costituzione: principi fondamentali, nei rapporti civili, economici e politici che fanno dell’Italia un Paese nel quale lo Stato “riconosce e garantisce i diritti inviolabili, sia come singolo, sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità” (art. 2), per cui tutti i cittadini “hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge” (art. 3), assicura la libertà dei culti (art. 8), la libertà personale (art. 13), del domicilio (art. 14), della corrispondenza (art. 16), di riunione (art. 17), di associazione (art. 18), di manifestazione del pensiero (art. 21) e via dicendo. Diritti, ma anche doveri, di cui uno “sacro”, come “la difesa della Patria” (art. 52), la fedeltà alla Costituzione e alle leggi (art. 54). Una somma di “regole della democrazia e della convivenza”, che identificano la storia e l’essere di un popolo che, pertanto, è tale e si qualifica come italiano. Quel popolo in nome del quale i giudici amministrano la Giustizia (art. 101, Cost.). La cittadinanza lo certifica, in Italia, come ovunque nel mondo. E se è naturale che il figlio di cittadini sia egli stesso cittadino ovunque nasca, chi non si trova in questa condizione, se desidera diventare cittadino italiano, deve chiederlo e dare dimostrazione di possedere i requisiti previsti dalla legge. La cittadinanza, in sostanza, consegue all’accertamento di una condizione che è innanzitutto morale, che presuppone la condivisione di valori civili e spirituali, quelli che individuano l’identità di un popolo come si è formata nella sua storia lungo i secoli, le sue tradizioni. Questo significa la Patria Italiana.

Sta in questo la differenza tra le forze in campo, tra chi ritiene la cittadinanza un dato formale eppure parla di diritti e di civiltà e chi sostiene, invece, che la cittadinanza è un privilegio, come nell’antica Roma, dove poter dire civis romanus sum riempiva di orgoglio ed attestava la condivisione di un’appartenenza ad un ordinamento e ad una storia. I romani che avevano “nel loro archetipo l’idea dell’unità nella diversità”, hanno praticato grande apertura sociale ed integrazione nella quale la concessione della cittadinanza “sta nel fatto di arricchire la comunità di persone degne di farne parte” (Valditara). In coerenza con questi principi, laddove la concessione della cittadinanza riguardasse gruppi di stranieri “doveva fondarsi sul consenso dei cittadini”, in assenza di un diritto soggettivo dei singoli alla cittadinanza. Cittadinanza concepita “nell’interesse di Roma”, per cui si procede all’espulsione dello straniero ed alla revoca della cittadinanza a chi avesse dimostrato di non meritarla.

Non a caso oggi i difensori del cosiddetto ius soli, che secondo Costantino Mortati, al di fuori del caso degli stati che “tendono ad aumentare anche artificiosamente il numero dei cittadini … conduce a conseguenze aberranti”, sono gli eredi di una tradizione politico ideologica che non ha radici nella storia unitaria. Per dirla con Emilio Gentile, lo storico, sono “italiani senza padri”. Ius soli, cui ipocritamente si aggiunge l’aggettivo “temperato”, così come lo ius culturae, per dire che in alcuni casi può bastare la frequentazione di un qualche ciclo scolastico. Un periodo che Giovanni Sartori riteneva del tutto insufficiente a formare un “nuovo italiano”, che non crea automaticamente identificazione.

La legge vigente sulla cittadinanza è fondata essenzialmente sul cosiddetto ius sanguinis, nel senso che è italiano chi nasce da almeno un genitore italiano. Un criterio che, come ha scritto Fausto Cuocolo, “mira a garantire una maggiore coesione all’elemento popolo, il che rende questo criterio astrattamente preferibile”. Soprattutto “quando vuole salvaguardarsi l’omogeneità nazionale esistente”. Tuttavia un bambino nato sul territorio italiano da genitori stranieri può chiedere la cittadinanza al raggiungimento del diciottesimo anno, purché sino a quel momento abbia risieduto nel Paese “legalmente e ininterrottamente”. Una normativa senza dubbio ragionevole, equilibrata. Si chiede la cittadinanza al raggiungimento della maggiore età, consapevoli del senso di una scelta.

Un disegno di legge presentato nella scorsa legislatura che molto ha fatto discutere prevedeva una semplificazione dei criteri di concessione della cittadinanza per i bambini, figli di genitori stranieri, nati o cresciuti in Italia. Infatti un bambino nato in Italia ne acquista la cittadinanza se uno dei genitori vi risiede legalmente da almeno 5 anni “o sia in possesso del permesso di soggiorno UE per soggiornanti di lungo periodo”. Altra ipotesi. “Il minore straniero nato in Italia o che vi ha fatto ingresso entro il compimento del dodicesimo anno di età che, ai sensi della normativa vigente, ha frequentato regolarmente, nel territorio nazionale, per almeno cinque anni, uno o più cicli presso istituti appartenenti al sistema nazionale di istruzione o percorsi di istruzione e formazione professionale triennale o quadriennale idonei al conseguimento di una qualifica professionale, acquista la cittadinanza italiana”. Dove è evidente che il frequentare corsi “idonei al conseguimento” non è la stessa cosa che “conseguire”. Norma che si presta ad evidenti aggiramenti, considerata la facilità con la quale si ottengono attestazioni compiacenti. Anche perché il disegno di legge, quando ha voluto, ha previsto come “necessaria la conclusione del corso” (di istruzione primaria) o “il conseguimento di una qualifica professionale” per lo straniero “che ha fatto ingresso nel territorio nazionale prima del compimento della maggiore età”.

Secondo le sinistre queste sono regole “di civiltà”. Con la conseguenza che, coloro che si oppongono, sono additati come “retrogradi”, “oscurantisti”, in una parola “incivili”. Sennonché si tratta all’evidenza di una legge “politica”, non nel senso nobile di una scelta destinata ad assolvere alle esigenze primarie della polis, ma di una legge a scopi elettorali, di basso interesse elettorale. Lo ha detto senza mezzi termini un osservatore qualificato come Antonio Padellaro intervenendo alcuni anni fa ad Otto e Mezzo, la trasmissione de La7 condotta da Lilly Gruber: “è una questione elettorale”. “Una legge – ha scritto in quei giorni su Il Messaggero Alessandro Campi, storico e politologo – che deriva non da un imperativo etico universale al quale si può solo obbedire, ma da una decisione politica frutto a sua volta di una ben definita visione della società e della storia. Chi la sostiene immagina un mondo nel quale le frontiere siano destinate un giorno a scomparire. Ritiene che gli uomini siano per definizione esseri nomadi e pendolari. Le appartenenze, statuali o nazionali, a loro volta sono viste come qualcosa di fittizio e convenzionale. Mentre la cittadinanza è considerata solo come uno status legale-formale che nulla può avere a che fare con legami in senso lato familistici o naturali, o che siano basati su una qualche forma di discendenza, anche solo di tipo storico-culturale”.

Siamo di fronte evidentemente a due contrapposte concezioni dello Stato e della società.

Ma non è tutto qui. Occorre, infatti, valutare gli effetti di una simile normativa alla luce di una situazione che non è di normalità, ma di emergenza legata ai continui sbarchi sulle nostre coste di clandestini e di profughi, un’ondata migratoria mai vista, perché organizzata. Non profughi che a gruppi di qualche decina fuggono dal loro paese a causa di una guerra o di difficili condizioni economiche, come nel caso di carestie, ma gruppi di centinaia e migliaia, reclutati, trasportati via terra, alloggiati in attesa dell’imbarco, d’intesa spesso con organizzazioni malavitose alcune delle quali li attendono per farne schiavi nelle campagne meridionali o per avviare le donne alla prostituzione. Organizzazioni che ricattano i familiari rimasti in patria. Una forma moderna di tratta degli schiavi. Un tempo i mercanti di uomini razziavano con violenza giovani soprattutto nei villaggi dell’Africa atlantica, oggi li “convincono” a spendere tutte le risorse della famiglia, migliaia di euro o dollari (ma dove li avranno mai se con quelle somme si possono avviare proficuamente attività produttive?) per finire nei ghetti, nelle periferie delle grandi città o nelle campagne.

Ecco perché la proposta scalda gli animi.

Naturalmente abbonda sui media il ricorso ad immagini ed a fatti strappalacrime che vorrebbero sottolineare la scelta “di civiltà” sottesa alla legge. Si dice, ad esempio, che nelle scuole siedono nello stesso banco bimbi italiani e stranieri. Gli uni e gli altri si sentono amici, studiano e giocano insieme, ma gli stranieri percepiscono una discriminazione nei loro confronti. Cosa non vera perché l’unico diritto che distingue questi bimbi è il diritto di voto che comunque non si può esercitare prima del 18° anno di età. E poi noi facciamo di tutto per essere accoglienti. Abbiamo notizie di scuole dove non si festeggia più il Natale o la Pasqua per non dispiacere ai musulmani, per rispetto ai quali ai nostri bambini in alcuni casi è stato proibito di portare il panino con la mortadella per colazione.

Le Sinistre vogliono che diventino italiani, che si integrino. Per verificare questa condizione devono rispettare le nostre tradizioni, il Natale, la Pasqua e la mortadella, non nel senso che debbano cantare “tu scendi dalle stelle” o mangiare il panino, ma che condividano il pluralismo delle idee come dei gusti alimentari e li rispettino. E se a scuola si fa un minuto di silenzio per ricordare le vittime di un attentato terroristico si vorrebbe che gli studenti di fede islamica che “ambiscono” a diventare cittadini di un Paese libero e civile rispettino il senso di cordoglio espresso per vittime innocenti, spesso loro coetanei.

Il rispetto per chi ospita è il primo requisito da verificare per comprendere se è autentico il desiderio di essere accolti.

Non bisogna neppure trascurare che l’accoglienza, che va ad onore della nostra civiltà, rischia di essere confusa con debolezza sul piano del rispetto delle regole, e di incentivare la prepotenza. È comunque un segnale pericoloso per i mercanti di uomini dare l’impressione che l’Italia voglia aprire le sue frontiere a chiunque voglia entravi per diventarne cittadino. Senza preoccuparsi della effettiva integrazione, come dimostra l’esperienza dolorosa di altri stati, dal Regno Unito alla Francia al Belgio nei quali le cronache ci dicono che la cittadinanza legale non favorisce ex se l’integrazione sociale e culturale, cioè la condivisione di una identità. Infatti in quei contesti i giovani figli di immigrati, in particolare di fede islamica, maturano forme di ribellione, spesso violenta, in ragione di un orgoglio identitario che rinviene le proprie radici nelle comunità di provenienza e nella religione, la cui purezza rinfacciano all’Occidente decadente corrotto, che consente alle donne di guidare l’automobile o di andare in bicicletta. Per non dire del fatto che le occidentali mostrano i capelli, oggetto di attrazione per gli uomini, le gambe, rese visibili da vertiginose minigonne, e circolano per le strade con generose scollature, che tanto piacciono ai maschi del Continente, nel quale la Turchia, ad esempio, vorrebbe entrare e ne è impedita dalla scarsa tutela dei diritti assicurata ai cittadini.

Se non è una guerra di religione ci somiglia molto. E senza dubbio è un confronto di culture nelle quali rischia di soccombere quella più debole o che appare tale.

Aperti, dunque, all’accoglienza, come Roma ci ha insegnato, ma rigidi nel pretendere il rispetto delle regole (che vale anche per gli italiani ovviamente) e condivisione dei tratti fondamentali della nostra identità se si vuole diventare cittadini italiani. A 18 anni, dando dimostrazione di crederci.

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