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Sognatori e un po’ visionari a confronto nella prospettiva della Roma del dopo Raggi

di Salvatore Sfrecola

Sognatori e un po’ visionari, ma all’occorrenza concreti nel prospettare la Roma che desiderano per i prossimi decenni, che tutti immaginano splendida nella sua bellezza architettonica, antica e moderna, nella straordinaria vegetazione arborea, una città che s’imponga per la sua storia ma anche per l’efficienza dei servizi assicurati ai cittadini ed ai visitatori del variegato turismo culturale e religioso. Invitati dall’Associazione di cultura economica e politica “Guido Carli”, si sono incontrati nello storico Palazzo Ferrajoli, a Piazza Colonna, di fronte a Palazzo Chigi, intellettuali, giuristi e parlamentari in occasione della presentazione del “Manifesto dei Conservatori per Roma Città del Futuro”. Promosso da esponenti di significative realtà culturali della Capitale, e non solo, il documento, come ha messo in risalto il Prof. Federico Carli, Presidente dell’Associazione, in apertura dei lavori, moderati da Fiorina Capozzi, ha inteso fare riferimento alla cultura del popolarismo, al pensiero democratico cristiano, alla cultura liberale e alla cultura conservatrice. “Questi mondi – ha spiegato Carli – hanno attivato un confronto con l’obiettivo di dare vita ad una piattaforma che possa costituire una bussola, un orientamento per chi sarà chiamato ad amministrare la straordinaria città di Roma. L’idea è stata quella di costruire una sorta di manifesto valoriale, cioè un’area di riferimento che contenesse in sé i valori fondanti delle culture che sostanzialmente oggi sostengono la candidatura di Enrico Michetti”. 

Un decalogo per ripensare la politica. Dieci parole: libertà, sostenibilità, bellezza, spiritualità, cultura, legalità, Mediterraneo, sussidiarietà, solidarietà e futuro, dieci concetti di straordinaria presa da coniugare per accompagnare un percorso di cambiamento, di rinascita di questa Città, nella prospettiva di una politica che non sia solamente la gestione tecnocratica di una macchina amministrativa ma si leghi a una visione di lungo periodo. “Un manifesto– ha puntualizzato il Prof. Giampaolo Rossi, che ha coordinato il gruppo di lavoro cui si deve la stesura del documento – che può essere anche politicamente di tutti, volendo, anche se in realtà questo è un manifesto che esprime più che altro una complessità di culture dell’area conservatrice, liberale e cattolica. Un buon sindaco – ha aggiunto – non deve essere solamente un grande amministratore, anche, ma deve essere soprattutto un pericoloso sognatore visionario. La scommessa che noi vogliamo fare è questa”.

La bellezza, hanno detto molti degli intervenuti, è ciò che avvicina alla verità. Quindi ricoltivare la bellezza è un dovere. Roma, che ne è stata espressione universale, universalmente riconosciuta, è disabituata alla bellezza ormai da decenni. La mancata “rivoluzione grillina” ha dato alla Città una gestione dei servizi essenziali per i cittadini assolutamente inadeguata rispetto alla sua storia, quella secondo la quale Camillo Benso di Cavour, il primo Presidente del Consiglio dell’Italia unita, il 25 marzo 1861 in un celebre discorso parlamentare affermava che “senza Roma Capitale d’Italia, l’Italia non si può costituire”. Perché “In Roma concorrono tutte le circostanze storiche, intellettuali, morali, che devono determinare le condizioni della capitale di un grande Stato. Roma è la sola città d’Italia che non abbia memorie esclusivamente municipali; tutta la storia di Roma dal tempo dei Cesari al giorno d’oggi è la storia di una città la cui importanza si estende infinitamente al di là del suo territorio”. Una città, aveva detto in altra occasione, che rappresenta per l’Italia e per l’Europa il simbolo stesso della civiltà occidentale proiettata verso il Mediterraneo che Roma aveva dominato portando ovunque benessere con una politica di inclusione e di integrazione con l’obiettivo di realizzare una profonda unità dei popoli coinvolti secondo un concetto di utilitas pubblica che attuava la condivisione della romanitas che l’Urbe assicurava portando ovunque le migliori condizioni della convivenza rappresentate dalle infrastrutture civili, dalle strade, necessarie per lo sviluppo dei commerci, agli acquedotti, espressione della vivibilità urbana e rurale, alle terme ed ai teatri, luoghi d’incontro e socializzazione.

Questa vocazione mediterranea ed europea di Roma, la vera capitale d’Europa è stato anche detto, ha dominato il dibattito, nel corso del quale si sono alternati al microfono esponenti delle istituzioni e degli enti che hanno condiviso il Manifesto, da “Lettera 150” alla “Fondazione De Gasperi”, a “Competere”, a “Nazione Futura” al “Centro Studi Livatino” alla “Fondazione FareFuturo”, per non citare che alcuni. E sempre sono state richiamate, secondo le varie sensibilità, singole voci del decalogo dei principi ispiratori della politica declinata nei suoi vari aspetti, culturali, economici, amministrativi, nella prospettiva di una Città da rinnovare profondamente dopo anni di abbandono. Un decalogo di concetti essenziali, la cui esposizione è stata preceduta dal richiamo a grandi intellettuali della cultura e della politica, da Goethe a Dostoevskij, da Roger Scruton a Margareth Thatcher, da Karl Popper a Jorge Luis Borghes, ai Papi Pio XI, Giovanni XXIII, Paolo VI, Giovanni Paolo II per i valori della solidarietà e sussidiarietà. Né poteva mancare Marco Tullio Cicerone a richiamare il valore fondamentale della legalità e ricordare che “non c’è nulla di più utile che comprendere che noi siamo nati per la giustizia e che il diritto non è stato costituito dalla convenzione, bensì dalla natura”. Perché la legalità è elemento fondamentale del Manifesto che si apre con riferimento alla libertà e ai classici del pensiero liberale, dal Barone di Montesquieu a Friedrich August von Hayek, a Luigi Einaudi, secondo il quale “la libertà economica è la condizione essenziale della libertà politica”. Perché la libertà senza legalità non esiste, come ha ricordato il candidato sindaco, Enrico Michetti, perché le idee più importanti e più affascinanti contenute nel Manifesto ed emerse nel corso del dibattito nella prospettiva di una Roma italiana, di una Roma europea, di una Roma espressione massima della civiltà occidentale e cristiana, per essere realizzate hanno bisogno di una struttura di governo capace di dare all’amministrazione capitolina la flessibilità e l’efficienza che, in una condizione di trasparenza e di legalità, consentano l’attuazione dell’indirizzo politico approvato nelle urne. Purtroppo, come ha riconosciuto l’avvocato Michetti, la condizione dell’amministrazione capitolina è tale che nella struttura centrale e nelle società pubbliche il grado di efficienza è bassissimo e costituisce un impaccio per la vivibilità della città, dal trasporto pubblico alla raccolta dei rifiuti urbani, alla sicurezza, alla cura del decoro urbano, alla tutela del verde pubblico, un tempo l’orgoglio dei romani.

L’avvocato Michetti ed alcuni degli intervenuti hanno messo in risalto proprio la necessità di una revisione dell’assetto istituzionale della città di Roma, di una capitale che ha bisogno di uno statuto speciale come hanno Berlino, Londra, Parigi e Washington, mentre in Italia la capitale dello Stato viene trattata né più nemmeno come un altro qualsiasi comune, ad onta delle esigenze proprie di una capitale, centro della politica nazionale e luogo di incontri internazionali frequentissimi, ma anche di una città caratterizzata da un turismo culturale e religioso di grandi dimensioni.

Ma Roma è anche una città universitaria, anzi c’è una città universitaria nella città, formata da alcune centinaia di migliaia di operatori, tra docenti, studenti e personale ausiliario, articolata in una serie di istituzioni pubbliche e private, italiane, estere e pontificie che fanno di Roma un centro di cultura internazionale dove la ricerca umanistica ma anche scientifica si ricollega alle attività culturali e industriali di Roma e del Lazio. Università che significa polo di attrazione nazionale ed internazionale, come ci dice l’iscrizione ai corsi di varie facoltà di giovani stranieri, come delle ragazze afghane, di cui si è detto nei giorni scorsi, studenti e studiosi che la città vorrebbe mantenere per contribuire al suo sviluppo nel solco della sua trimillenaria tradizionale apertura al mondo perché, come scrive Polibio, “i romani— più di qualsiasi altro popolo sono capaci di cambiare abitudini e di puntare al meglio”. E Cesare aggiungeva che “l’orgoglio non impediva loro di imitare le istituzioni altrui, sol che fossero parse valide”.

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