HomeNEWSLe difficoltà militari di Putin fanno intravedere spiragli di pace

Le difficoltà militari di Putin fanno intravedere spiragli di pace

di Salvatore Sfrecola

Era evidente fin dall’inizio che la vicenda del Donbass datata 2014, come l’occupazione della Crimea, fosse un argomento per la propaganda assolutamente in contrasto con le dimensioni dell’iniziativa militare sul terreno, evidentemente diretta a occupare l’intera Ucraina. Tuttavia, senza tener conto della capacità di resistenza dell’esercito ucraino e dello spirito combattivo di quel popolo che, va ricordato, diede filo da torcere alle armate tedesche nella Seconda Guerra Mondiale, molto più dei russi.

Vista l’evidente incapacità dell’esercito russo di conquistare nel giro di pochi giorni, come evidentemente era stato previsto, l’intero paese a cominciare dalla capitale Kiev per imporre un governo fantoccio, come nei comuni dove è stato rapito il sindaco e sostituito con persona fedele a Putin, e soprattutto verificata la compattezza dell’Occidente e dell’Europa nella risposta a un’aggressione che, comunque si voglia giudicare, è stata condotta nei confronti di uno Stato sovrano, Putin è giunto a più miti consigli. La perdita di uomini, certamente superiore a quella che denuncia il Ministero della guerra russo, un fatto che difficilmente si può nascondere anche in un contesto di limitazione della libertà di informazione, perché parlano le mamme dei soldati che trasmettono ad altre mamme le preoccupazioni dei loro figli sul fronte, che raccontano dei morti e dei feriti che la guerra comporta, deve avere incrinato le certezze dell’aspirante Zar.

E così si sente ora parlare di un obiettivo più ridotto, quello di assumere il controllo del Donbass, come ha affermato il capo della Direzione operativa dello Stato maggiore russo Sergei Rudskoi secondo il quale l’“obiettivo principale” sarebbe la “liberazione del Donbass”. Ora non è dubbio che se fosse stato effettivamente quello l’obiettivo principale l’esercito di Putin avrebbe occupato solo quell’area, peraltro già controllata dai russi e da un governo indipendentista. Sarebbe stata un’operazione tipo Crimea, di fronte alla quale molti avrebbero denunciato l’aggressione ma alla fine sarebbe stata possibile una soluzione sul piano diplomatico, ad esempio riconoscendo a quei territori una più vasta autonomia se non l’indipendenza. In ogni modo con soddisfazione dei due contendenti.

Adesso il problema fondamentale è quello di consentire a Putin un commodus discessus, una conclusione delle operazioni militari dignitosa, senza perdere la faccia, cosa non facile in una democrazia, facilissima in uno stato dove l’informazione è condizionata dal potere che può indirizzarla come vuole. Quindi è possibile che agli occhi dei russi un’operazione che prevedesse la ritirata dell’esercito fino al Donbass potrebbe essere gabellata come una vittoria dell’esercito russo. Contenti loro, contenti noi.

Da questa vicenda, tuttavia, emergono alcune esperienze la cui importanza non può essere sottovalutata. In primo luogo la consapevolezza dell’Occidente e dell’Europa della necessità di far fronte comune, che potrebbe aprire la strada ad una più consistente intesa politica che dia luogo ad una figura di rappresentante della politica estera, qualificato ed autorevole, che parli a nome di tutti, e ad un esercito europeo articolato con contingenti forniti dai singoli stati, come prima esperienza, che dia all’Europa la visibilità politica che spetta ad un continente di oltre 400 milioni di abitanti, con una grande storia politica e culturale, una grande industria, un’economia in gran parte autosufficiente. È una speranza che già in altri momenti si era concretamente prospettata, come nel caso della Comunità Europea di Difesa (CED), per poi sfumare in ragione degli egoismi di alcuni stati, ma che ci auguriamo sia in questa occasione sincera e duratura.

Nel chiudere queste riflessioni non si può fare a meno di considerare che nel dibattito su questa guerra, che è stato per tutti difficile ritenere che non fosse di aggressione di uno stato sovrano, è emerso un antico antiamericanismo datato 1945, fine della Seconda Guerra Mondiale, ed alimentato indubbiamente da molti errori che la politica estera americana ha collezionato nel corso degli anni, dal Vietnam al Medio Oriente alla Libia, che più ci riguarda. Ciò perché la grande potenza militare degli Stati Uniti d’America non è accompagnata da una cultura politica come quella che dovrebbe caratterizzare un grande impero che impone la sua presenza cercando, più che di comprimere, di coinvolgere gli Stati e gli ambienti nei quali si affaccia per interessi economici, politici e strategici. Qualche giornale ha parlato dei “peccati di Washington”. Li conosciamo, ma che c’entra? È un po’ come quando accettiamo nelle discussioni sullo stato delle relazioni con gli arabi e con i paesi africani di inserire il ricordo delle Crociate o episodi della politica coloniale di alcuni paesi europei. È solo per “buttarla in caciara”, come si dice sulle rive del Tevere. Ma così non si fa politica e neppure si approfondisce la storia.

Tutto questo ha generato su molti giornali riserve e dubbi sulla reazione dell’Ucraina, con il richiamo a precedenti stragi che sarebbero state commesse a carico delle popolazioni russofone. Senza considerare che se Putin avesse voluto effettivamente vendicarsi di quelle vicende del 2014, sulle quali non mi pronuncio perché ho letto versioni contrastanti, non sarebbe dovuto intervenire ad otto anni di distanza. Un dato obiettivo che da solo chiarisce i termini dell’iniziativa russa che, invece, va correttamente inserita in un contesto imperiale che rivendica la neutralità degli stati ex satelliti dell’Unione Sovietica.

Forse Putin ha voluto saggiare la capacità di reazione dell’Occidente intero e, dell’Europa in particolare. Era convinto che i paesi occidentali si sarebbero divisi come spesso è accaduto in passato. Così non è stato e la reazione all’aggressione dell’Ucraina è stata compatta e decisa. Senza andare lontano sono significativi gli interventi del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, solitamente prudente e sfumato, e del Presidente del Consiglio Mario Draghi, a tratti apparsi quasi “bellicosi”.

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