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Sinistre in confusione tra accoglienza e cittadinanza

di Salvatore Sfrecola

Sinistre in confusione per la scarsa capacità di comprensione dei problemi della gente. E così, mentre Romano Prodi intervistato da La Stampa afferma che “il Pd può vincere le elezioni ma ascolti i problemi della gente”, perché “la lezione dell’Ulivo” è “parlare di quello che gli italiani discutono a tavola”, riprende quota il tema della modifica del diritto di cittadinanza. Un tempo proposto era lo ius soli ora lo ius scholae o ius culturae, secondo la fantasia dei proponenti che tentano, ricorrendo al latino, di nobilitare una manovra politica di basso conio, non avendo ben chiaro e fingendo di non capire che una cosa è l’accoglienza, altro la cittadinanza.

L’accoglienza è quell’atteggiamento per il quale una comunità civilissima, come l’italiana, accoglie chi fugge da pericoli di guerra o naturali, come le carestie, e in una certa misura anche coloro i quali vengono nel nostro Paese per motivi economici, per migliorare le loro condizioni di vita. Questa accoglienza, che ha caratterizzato l’Italia da sempre, fin dall’antica Roma che, non dimentichiamolo, è stato il primo ordinamento con la normativa sul diritto di asilo, ci fa onore e deve comportare una dignitosa sistemazione delle persone assicurando loro anche possibilità di lavoro e quindi di reddito. L’accoglienza comporta anche, ciò che avviene regolarmente, il riconoscimento di alcuni diritti come quello alla salute, all’istruzione, all’esercizio delle attività sportive che in Italia sono assicurati. E se fosse necessaria l’integrazione di quei diritti, nessuno si opporrebbe.

Diverso è il tema della cittadinanza, che significa la partecipazione alla vita politica del Paese, che si esprime essenzialmente attraverso il diritto di voto che gli italiani sono chiamati periodicamente ad esercitare per eleggere i sindaci, i presidenti delle regioni, i rispettivi organi collegiali, il Parlamento della Repubblica. Con il voto gli italiani danno anche un giudizio sull’attività politica, locale e nazionale, compresa la gestione dell’accoglienza che è un aspetto non indifferente, perché coinvolge problemi di sicurezza pubblica, in quanto è evidente che la presenza di numerose persone di etnie e culture diverse può creare dei problemi di convivenza, come li ha creati da noi ed in alcuni paesi europei. Qualcuno ricorderà la sentenza di quel giudice che ha ritenuto lo stupro non punibile perché estraneo alla “cultura” del paese di appartenenza.

Quindi deve essere molto chiara a chiunque affronti il problema immigrazione la distinzione tra i diritti di chi è accolto e i diritti politici del cittadino che significa esercizio della sovranità che il popolo attua essenzialmente con il diritto di voto. Popolo che non è un informe gruppo di persone ma comunità consapevole della proprie identità storica e culturale. Questa distinzione deve essere chiara perché accade ovunque che persone vivano e lavorino in un paese pur non avendone la cittadinanza e non avendo neanche interesse ad averla. La legge sulla cittadinanza prevede che la si possa chiedere al diciottesimo anno ed è una legge molto aperta che ha consentito a tante persone che vivono in Italia, se lo volevano, di ottenere la cittadinanza.

Non basta un ciclo di studi per trasformare uno straniero in italiano perché ognuno di noi è consciamente o inconsciamente portatore di una storia, di una tradizione, anche familiare, culturale e religiosa. Senza arrivare a considerare il caso della ragazza pakistana uccisa dalla propria famiglia per avere manifestato dissenso rispetto al matrimonio combinato, sono numerosissimi i casi, resi noti dalla stampa, di ragazzi e ragazze musulmani che hanno subito, nell’ambito della famiglia, pesanti sanzioni per avere osato pensare di intrattenere rapporti sentimentali con italiani appartenenti alla religione cattolica. E senza andare molto lontano, visto che i giornali oggi danno notizia delle forti condanne che la giustizia francese ha riservato agli attentatori del Bataclan, voglio ricordare che, qualche anno fa, quando in una scuola media italiana è stato ricordato quell’eccidio ed è stato chiesto agli studenti di restare un minuto in piedi in silenzio in onore dei loro colleghi coetanei uccisi, le ragazze islamiche non si sono alzate.

Oggi Graziano Del Rio, ex ministro delle infrastrutture, intervistato da La Stampa, dice una clamorosa sciocchezza: “chi è convinto della propria identità non ha paura dei bambini”. Nessuno ha paura dei bambini. Il fatto è che non si vuole che persone le quali hanno una cultura molto lontana dalla nostra – e non parlo di una cultura religiosa che l’ex democristiano Graziano Del Rio forse dovrebbe avere a mente, ma di una cultura liberale che ha contraddistinto da sempre questo Paese – persone che godono dei diritti dell’accoglienza abbiano anche il diritto al voto, che è l’unica distinzione che rimane. Per far comprendere alle duce cervici dei nostri sinistri voglio ricordare un altro episodio, quello del giovane ragazzo egiziano, studente in Italia, il quale con grande coraggio nel pullman sequestrato da un terrorista ha fatto in modo, senza essere scoperto, di avvertire i Carabinieri che sono intervenuti e hanno salvato tutta la comitiva. Quel ragazzo coraggiosissimo andava premiato e poteva esserlo in vario modo. È stato premiato con la concessione della cittadinanza italiana. Ebbene qualche giorno dopo quel giovane “cittadino italiano” si è fatto fotografare con sulle spalle la bandiera egiziana. Niente di scandaloso, quel ragazzo è egiziano, appartiene ad una civiltà antica e preziosa nella storia dell’umanità ed è evidente che ne è giustamente orgoglioso. Quel giovane, come ho scritto su La Verità, considera Padre della Patria non il Re Vittorio Emanuele II ma probabilmente un Faraone. Ed è giusto che sia così. Non dobbiamo obbligarlo ad essere italiano. E voglio anche ricordare il giovane Patrick Zaki studente dell’Università di Bologna che in Egitto è sottoposto da tempo a gravi limitazioni della libertà personale, prima in carcere ed oggi, con obbligo di soggiorno, sottoposto ad un processo che potrebbe anche concludersi con una condanna. Tutti noi abbiamo sempre proclamato alto il diritto del giovane Zaki ad esprimere le sue idee senza subire sanzioni. E costantemente ricordiamo la sua iscrizione all’Università di Bologna che, come ha potuto, lo ha sostenuto. Ebbene quel giovane, sovente intervistato dalle televisioni che non omettono di ricordare che è uno studente “italiano”, non l’ho mai sentito dire una parola nella nostra lingua, neppure buon giorno. Se fosse approvato lo ius scholae avrebbe diritto alla cittadinanza.

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