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Da Elisabetta II a Carlo III il futuro nella tradizione delle libertà costituzionali

di Salvatore Sfrecola

Non sono certo gli oltre quattro miliardi di telespettatori che da tutto il mondo hanno seguito i funerali della Regina Elisabetta II, durati molte ore, ad impressionare l’osservatore. Già all’indomani della morte della Regina, gli inviati delle TV da Londra, da Balmoral e dalle altre località che hanno segnato il percorso del feretro della Sovrana dalla Scozia verso la Capitale hanno dato conto, in tempo reale, delle straordinarie manifestazioni di affetto da parte degli abitanti del Regno Unito. Con le telecamere che si sono soffermate a dare testimonianza delle migliaia di mazzi di fiori apposti all’esterno di Buckingham e di Balmoral e dei biglietti che li accompagnano. Frasi di circostanza a volte, spesso intrise di riferimenti a meriti riconosciuti alla Sovrana, disegni ingenui di bambini che hanno perduto quella che per tutti era la mamma o la nonna.

Quel che non si era mai vista è la commossa partecipazione della gente che è andata a rendere l’estremo saluto alla Regina sobbarcandosi file chilometriche di molte ore, provenendo da tutto il Regno Unito e non solo, dormendo all’addiaccio pur di non mancare all’appuntamento. E nonostante le nostre televisioni abbiano tentato in ogni modo di dipingere quel popolo come composto in gran parte da anziani e da persone che amavano la Regina pur, in alcuni casi, manifestando fede repubblicana (!), le immagini ci hanno consegnato una partecipazione di gente di tutte le età e di tutte le etnie che hanno dimostrato qualcosa di molto diverso dalla folcloristica manifestazione che si è voluto a volte far passare.

Sarebbe sbagliato se gli italiani ritenessero che l’amore per la Sovrana che ha regnato per oltre settanta anni fosse solamente un fatto sentimentale, come l’affetto che ognuno di noi ha per la propria nonna. C’è indubbiamente qualcosa di comune tra l’affetto famigliare e quello dimostrato per la Regina. L’una e l’altra rappresentano la storia, in un caso della famiglia, nell’altro della Nazione, la sua identità, come si è andata dispiegando lungo i secoli, arricchita dagli eventi che hanno caratterizzato la vita di un intero popolo.

Non stupisce, dunque, che centinaia di migliaia di persone si siano sobbarcate una faticosa attesa per quell’attimo nel quale hanno chinato la testa dinanzi alla bara della loro Regina. La popolarità di Elisabetta II era nota da tempo. E si è sviluppata nei decenni da quando, giovane principessa, erede al trono, aveva indossato l’uniforme militare per partecipare all’impegno del suo paese in guerra. Aveva guidato camion, che aveva anche imparato a riparare, se del caso. Sempre sorridente, accattivante come l’abbiamo vista nell’ultima sua apparizione, in occasione del conferimento dell’incarico al nuovo primo ministro, la Signora Liz Truss.

Lo spazio che hanno dato i giornali e le televisioni alla morte della Regina e al dolore composto dei suoi concittadini riflette l’interesse dell’opinione pubblica di tutto il mondo per la figura della Regina scomparsa e per ciò che ella ha rappresentato in 70 anni di regno e ne hanno messo in risalto l’impegno a mantenere fede al giuramento che aveva fatto in occasione di un discorso radiofonico il giorno del suo 21esimo compleanno, nell’aprile del 1947: “Dichiaro davanti a tutti voi che tutta la mia vita, lunga o breve che sia, sarà dedicata al vostro servizio e al servizio della nostra grande famiglia imperiale alla quale apparteniamo tutti”, disse ai suoi futuri sudditi. Ha mantenuto questa promessa. Che il nuovo Re Carlo III ha tenuto a rinnovare nel ricordo della mamma.

Per contribuire ad una riflessione sulle ragioni del consenso popolare non basta ricordare che ha fatto interamente il proprio dovere, come aveva promesso. In fin dei conti è quello che si si attende da un Capo dello Stato e massimamente da un Re, nel quale il popolo si riconosce perché l’immagine vivente della storia, di anteporre gli interessi della propria nazione a quelli personali. Forse è esagerato dire che ha “salvato” la monarchia inglese, ma certamente le ha dato nuovo prestigio.

Elisabetta II donna e Regina ha colpito l’opinione pubblica. Ha rappresentato un modello di femminilità, di grazia, di discrezione, nella cura della famiglia, anche quando era per lei fonte di preoccupazioni. D’altra parte la famiglia non è forse la “società naturale” sulla quale si forma una comunità più ampia che chiamiamo Stato?

Proprio in questi giorni abbiamo imparato che il popolo inglese ha mantenuto, a differenza di altri popoli europei, certe qualità antiche che possono ricomprendersi nella consapevolezza della propria identità e delle proprie tradizioni: una coscienza nazionale tanto più forte da quando l’Impero, divenuto Commonwealth delle nazioni, ha iniziato a disgregarsi.

Un popolo modernissimo che ama le tradizioni, che ha una giustizia efficiente resa da giudici che dal 1660 indossano una parrucca per rendere riconoscibili le forme del potere, che schiera la guardia reale col colbacco ma quei militari imbracciano un modernissimo fucile mitragliatore. E così mantiene nei secoli le antiche cerimonie, come quelle che regolano la sepoltura e l’incoronazione dei Re. Gli elementi essenziali dell’incoronazione non sono mutati nel corso dei secoli. Il sovrano viene unto con gli oli santi, investito dei simboli della sovranità e incoronato prima di ricevere l’omaggio dei pari del Regno.

Tuttavia, quando diciamo che la regina ha mantenuto fede alla promessa che aveva fatto in occasione del suo ventunesimo compleanno dobbiamo dire che ha saputo esercitare il suo ruolo di garante imparziale del sistema costituzionale inglese, il più importante delle caratteristiche di questo ordinamento. Infatti, e lo abbiamo capito tutti in occasione della crisi del governo Johnson, la Regina rimane estranea al confronto all’interno del partito di maggioranza il quale sceglie il proprio leader che automaticamente diviene il primo ministro. E vale la pena di ricordare che Carlo Luigi de Secondat, Barone di Montesquieu che tutti abbiamo a mente per avere scandito nel suo l’esprit de Lois la necessità per un ordinamento liberale della separazione dei poteri, ha messo a punto la sua teoria osservando a Londra come si atteggia Sovrano, Governo e Parlamento. Può sembrare poco ma la posizione arbitrale del Sovrano, che lascia libero il dispiegarsi delle forze politiche, garantisce agli occhi del cittadino che, qualunque sia la forza politica che diventa maggioranza lo stato, rappresentato dal Sovrano, non subirà conseguenze sotto il profilo delle regole della democrazia liberale. D’altra parte parliamo dello Stato che ha avuto il primo Parlamento democratico fin dal 1215 con la Magna Charta Libertatum che delimita i poteri del Parlamento e quelli del Sovrano e un sistema di pesi e contrappesi che garantiscono la democrazia.

Tutto questo non è emerso nei dibattiti televisivi nei quali gli intervistati, studiosi storici, giornalisti quando con entusiasmo parlavano della Regina e quindi riconoscevano questo suo ruolo che abbiamo descritto, pungolati dal moderatore della trasmissione si affrettavano a dire che riconoscevano questa caratteristica della monarchia inglese ma che erano sicuramente repubblicani. Mi faceva sorridere questa excusatio non petita con la quale non si è voluto riconoscere il ruolo arbitrale dei sovrani e chiedersi il perché le democrazie europee, dalla Danimarca alla Svezia, dalla Norvegia alla Spagna sono delle monarchie le quali, oltre al libero dispiegarsi del confronto politico garantiscono anche in molti casi l’unità della nazione che ovunque è soggetta a spinte centrifughe. Non sarebbe quella che è la Spagna se non ci fosse il Re per le pulsioni autonomistiche dei baschi e dei catalani e non sarebbe unico il Belgio che è squassato da antichi confronti fra fiamminghi e valloni.

E questa capacità di unire è anche quella che ha avuto la regina Elisabetta rispetto non tanto alle spinte autonomistiche dei paesi del Commonwealth, diventato un semplice, anche se importante club culturale ed economico, ma anche di quelle all’interno del Regno Unito, considerate le aspettative di indipendenza che, ad esempio, coltivano da tempo gli scozzesi, che la Regina ha saputo governare e che oggi ricadono sotto la responsabilità di Re Carlo III.

Quel che mi preme sottolineare in un momento in cui le forze politiche in Italia si confrontano anche su temi costituzionali, in vista delle elezioni del 25 settembre e successivamente, se ci saranno maggioranze forti è che il ruolo arbitrale del Capo dello Stato costituisce indubbiamente lo strumento essenziale per una democrazia che non sia messa a rischio da avventure di singoli e di partiti.

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