mercoledì, Luglio 24, 2024
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Restituire autorevolezza allo Stato

di Salvatore Sfrecola

Non deve stupire se, come hanno riferito ampiamente giornali e televisioni, dei giovani studenti che hanno bullizzato una loro collega creandole, tra l’altro, gravi problemi psicologici, siano stati promossi nonostante un sei in condotta. Un tempo con un simile giudizio negativo si perdeva l’anno. Né deve stupire se, in queste condizioni, le cronache ci dicono di studenti che contestano i docenti, li insultano, li aggrediscono fisicamente, spesso con il concorso dei genitori.

È la certificazione evidente e impietosa della perdita di autorevolezza della scuola e del ruolo docente che non è altro che un riflesso del più ampio degrado che ha colpito l’immagine delle istituzioni pubbliche, in primo luogo dello Stato.

In origine si è detto e scritto che era conseguenza della reazione ad un eccesso di autoritarismo al quale non si è saputo porre rimedio con un atteggiamento capace di ristabilire l’immagine dell’autorità attraverso un esercizio corretto, legale e imparziale del potere pubblico che sia percepito dai cittadini i quali, in tal modo, sono indotti a rispettare le istituzioni ed i soggetti che le rappresentano. Un rispetto che si conquista dimostrando di saper svolgere le relative funzioni con efficienza e imparzialità.

Il fatto è che da troppo tempo le istituzioni denunciano gravissime carenze. Il Parlamento di nominati anziché di eletti, pertanto sempre più lontano dai cittadini, come dimostra il crescente assenteismo dal voto, la magistratura per la lentezza dei processi e talune ingiustizie clamorose (es. il caso Tortora) senza che i responsabili siano puniti, l’Amministrazione pubblica ai vari livelli di governo accusata di gravi inefficienze, la scuola della quale si segnala l’inadeguatezza rispetto alla capacità di formazione dei cittadini e dei futuri professionisti, come si richiede e come avviene all’estero.

“L’è tutto sbagliato, l’è tutto da rifare”, diceva l’indimenticabile Gino Bartali già molti decenni fa. Non tutto, correggo io, che non ammetto la generalizzazione ed il pessimismo. In questo Paese c’è tanta gente che fa il proprio dovere, in Parlamento, nella magistratura, nelle amministrazioni, nella scuola. Ma non è sufficiente. I bravi non fanno notizia. Fanno il loro dovere e non debbono aspettarsi un “grazie”. Fanno notizia le inefficienze e le ingiustizie. E creano un clima psicologico che favorisce una diffusa illegalità.

Occorre, dunque, mettere mano ad un cambio di passo, a dare segnali immediati ed evidenti che s’intende fermare il degrado, che si vogliono dare al cittadino risposte adeguate, capaci di indurre fiducia. Per fare questo occorre un rigoroso rispetto delle regole, una tutela certa dei diritti dei cittadini, intervenendo rapidamente sulle storture dovute a norme legislative e regolamentari inadeguate. Tuttavia, se questo va fatto a livello legislativo e governativo occorre anche richiamare gli addetti ai lavori, magistrati, funzionari, docenti a dare un buon esempio, ad impegnarsi per offrire il massimo possibile servizio, in una parola a sentire l’orgoglio di servire lo Stato in una delle sue diverse articolazioni.

Ricordo di aver letto anni addietro in un volume dell’Istituto per la Scienza dell’Amministrazione Pubblica (I.S.A.P.) un’intervista ad un alto dirigente dell’amministrazione francese con una precedente, importante esperienza nel settore privato al quale si chiedeva, tra l’altro, come mai avesse fatto quella scelta che gli assicurava una retribuzione certamente inferiore a quella che aveva percepito nel privato. La risposta è stata lapidaria. La riassumo. “certo guadagnavo di più, ma consideri quel che vuol dire servire la Francia”. La Francia, in qualche modo sinonimo di stato, della identità di un popolo, della sua storia.

Ebbene, questo orgoglio di servire lo stato è diffuso in molti paesi europei dalla antica tradizione unitaria, nel Regno Unito, in Spagna, in Germania, in Polonia. Lo abbiamo percepito nell’Ucraina invasa. In questi paesi i migliori delle famiglie servono lo stato, come militari, funzionari civili, i civil servant di Sua Maestà, magistrati, docenti delle università e delle scuole secondarie. Sentono forte l’importanza del servizio pubblico ed i cittadini vedono in loro un’espressione concreta dell’esercizio delle funzioni pubbliche.

Purtroppo, questo orgoglio del servizio allo Stato non è diffuso in Italia. Sarà perché, a differenza degli altri citati, abbiamo uno stato di recente formazione (1861) dopo essere stati per secoli “calpesti, derisi/ perché non siam popolo/ perché siam divisi”, come recita l’inno nazionale, Il Canto degli Italiani. Sarà perché alla classe politica liberale che ha gestito l’unità è subentrato un regime, quello fascista, che ha cercato di identificare lo stato nel partito, sarà perché con il ritorno alla democrazia hanno prevalso partiti, il democristiano ed il comunista, che non hanno partecipato al moto risorgimentale. Anzi per la Democrazia Cristiana il 20 settembre 1870 non è la data della acquisizione di Roma all’Italia unita ma la perdita del potere temporale dei papi. Mentre per il partito comunista per molto tempo la “patria” era l’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche.

Adesso le cose sono cambiate. È al governo del Paese una coalizione con spiccato spirito nazionale, in alcuni casi apertamente patriottico, con un Governo presieduto da una giovane, Giorgia Meloni, che per età e per le manifestazioni del pensiero che la contraddistinguono esprime una destra conservatrice, di matrice liberale, moderna, europea.

Ci attendiamo un recupero di dignità nazionale da condurre senza esibizioni muscolari ma con la fermezza necessaria per recuperare quel senso del pubblico che è venuto a mancare, che passa attraverso piccole azioni ma determinate innanzitutto attuando un recupero di efficienza degli apparati statali oggi penalizzati agli occhi del cittadino dalla lunghezza delle procedure. Ugualmente occorre una riforma della Giustizia che snellisca i processi oggi impantanati in procedure defatiganti che allungano i tempi oltre ogni concreto interesse alla verità giudiziaria. E la scuola da riformare, fin dalle elementari, dove si forma l’interesse allo studio, quella curiosità che, naturale in un bambino, guidata da un saggio insegnante diviene metodo dell’apprendimento da sperimentare negli ulteriori gradi dell’istruzione. Una scuola che formi cervelli che la politica deve saper mantenere in Italia attraverso lo sviluppo e la crescita dell’economia.

Riusciranno i nostri “eroi” in questo impegno certo gravoso? Con passi continui e costanti che diano al cittadino la consapevolezza di appartenere ad una comunità variegata ma con un forte legame identitario, fatto di cultura e di storia uniche tanto che di questo piccolo Paese si possa dire, come immaginava Cavour in uno straordinario discorso alla Camera del neoistituito Regno d’Italia, che questo è un “grande Stato”.

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