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Il Generale dalla Chiesa. L’eccellenza dell’Arma contro terrorismo e mafia. In un libro di Vittorio Coco

di Salvatore Sfrecola

Figlio di un ufficiale, Romano, destinato ad una brillante carriera che lo avrebbe portato ad assumere comandi sempre di maggiore prestigio, fino a raggiungere il grado di Vice Comandante Generale, all’epoca il più elevato nell’Arma, Carlo Alberto era destinato a seguire le orme paterne. Come il padre avrebbe combattuto nella Seconda Guerra Mondiale, anche con una esperienza di partigiano in Italia settentrionale dove ebbe modo di farsi notare per la sua intraprendenza e per il coraggio con il quale affrontava l’occupante nazista, per poi assumere incarichi via via di maggiore responsabilità nella lotta al terrorismo e alla mafia che caratterizzano la sua attività professionale fino all’epilogo tragico nell’agguato del 3 settembre 1982, a Palermo, per mano della Mafia che ancora una volta era stato inviato a combattere.

La figura di questo ufficiale, che è stato uno dei massimi protagonisti della reazione delle istituzioni dell’Italia repubblicana all’offensiva del terrorismo e della mafia, è oggetto di un libro di straordinario interesse, che si deve a Vittorio Coco, Ricercatore di Storia contemporanea presso il Dipartimento di Scienze Umanistiche dell’università di Palermo (“Il generale dalla Chiesa, il terrorismo, la mafia”, Laterza, Bari, 2022, pp 254, € 20,00). Un lavoro che non è solamente una biografia, sia pure ampiamente documentata e ragionata, perché allarga la sua visuale, dal Generale e dalle sue azioni, al contesto istituzionale e politico nel quale l’Ufficiale si è impegnato nel tempo, assumendo incarichi delicati e rischiosi con i quali lo Stato si è affidato alla sua professionalità di investigatore e, soprattutto, di abile organizzatore capace di promuovere uomini e mezzi in vista delle finalità istituzionali a lui affidate. E l’organizzazione, è noto, è parte essenziale del risultato che ci si attende da un ufficio pubblico, soprattutto a carattere investigativo ed operativo.

Il racconto della vita di Carlo Alberto dalla Chiesa segue le esperienze paterne, gli studi classici, iniziati a Firenze e completati a Bari, come di consueto per i figli dei dipendenti pubblici destinati a cambiare sovente sede di servizio, il corso allievi ufficiali, il primo impiego sul fronte dei Balcani, in Montenegro. Transitato nell’Arma, Carlo Alberto, assume incarichi di responsabilità territoriale nelle Tenenze di San Benedetto del Tronto, più tardi a Roma (Tenenza Parioli) a Salsomaggiore ed a Casoria, in provincia di Napoli, dove entrò in contatto con forme di criminalità organizzata senza scrupoli.

È il 1949 quando dalla Chiesa prende servizio nella Sicilia percorsa da pulsioni indipendentiste, in un momento drammatico della storia d’Italia, all’indomani di una guerra perduta che aveva lasciato immani tragedie umane e materiali. Per quell’incarico dalla Chiesa si era offerto volontario, per il desiderio di continuare a mettersi alla prova, ma anche perché aveva già stabilito un solido legame con l’isola, dove aveva vissuto per alcuni anni al seguito del padre e dove il suocero aveva assunto il Comando della Legione Carabinieri di Palermo. Fu un’esperienza che durò meno di un anno, quella nel Corpo Forze Repressione Banditismo (CFRB), chiamato a fronteggiare la recrudescenza criminale, strascico degli ultimi tempi della guerra. Con questo Corpo il Governo aveva ritenuto necessario passare da una organizzazione di polizia (l’Ispettorato generale di Ps) ad una vera e propria risposta militare in funzione antiguerriglia in un territorio nel quale gravitava, tra l’altro, quel che era rimasto della banda di Salvatore Giuliano. Un Corpo nel quale predominava la componente Carabinieri. Dalla Chiesa operò nell’area di Corleone, dov’era stato assassinato il sindacalista socialista ed ex partigiano Placido Rizzotto, un delitto rimasto impunito ed al quale l’ufficiale si dedicò in maniera particolare. Il libro racconta nei dettagli le indagini dirette a raggiungere strati superiori della organizzazione mafiosa. Un ‘esperienza preziosa.

Negli anni ‘60 dalla Chiesa è operativo nell’ambito di un potenziamento dell’Arma, dotata di nuovi mezzi e strutture assicurate da una più congrua disponibilità finanziaria. Il libro continua a dar conto dello sviluppo della carriera che ha un periodo milanese poi a Torino, all’Ufficio addestramento della Legione Allievi, un incarico che dimostra la stima di cui godeva. L’Arma, infatti ha costantemente prestato particolare attenzione all’aspetto della formazione a tutti i livelli, dagli allievi carabinieri agli ufficiali nelle specifiche scuole.

Al Comando Generale dalla Chiesa incontra qualche difficoltà per aver criticato talune scelte del Comandante generale, Giovanni De Lorenzo, che si era circondato prevalentemente di ufficiali di sua fiducia provenienti dal SIFAR, il Servizio informazioni delle forze armate, del quale negli anni precedenti era stato il Comandante. In queste pagine si fa anche riferimento al cosiddetto “Piano Solo” che il Generale De Lorenzo aveva messo a punto in accordo con il Presidente della Repubblica, Antonio Segni, una ipotesi di risposta operativa ad eventuali disordini di piazza, ma che, come è noto, fu poi strumentalizzata politicamente per attaccare innanzitutto il Presidente della Repubblica e anche lo stesso De Lorenzo. Divenuto nel frattempo Capo di Stato Maggiore dell’Esercito, De Lorenzo, messo sotto accusa, in quanto ritenuto responsabile di “deviazioni”, cioè di schedature di politici, fu destituito. L’accusa era quella di aver ordito un colpo di Stato, che presto ha assunto le caratteristiche di una “fake news”, anzi “la madre di tutte le fake news”, come nel sottotitolo del libro di Mario Segni (“Il colpo di Stato del 1964”) demolito in una serie di processi.

Nel settembre 1965 dalla Chiesa è al Comando del Gruppo Unificato di Milano, una scelta organizzativa, quella di porre sotto un’unica direzione le forze dei Carabinieri della città e della sua provincia, proveniente direttamente dal Comando generale dell’Arma, intesa a conferire loro una maggiore organicità di azione in un territorio di così complessa gestione come quello milanese. Si trattava di una grande novità che si volle subito rendere nota al pubblico, sia attraverso la stampa, sia con la distribuzione dei calendari informativi, nei quali si invitava la cittadinanza alla massima collaborazione con le forze dell’ordine e si pubblicizzava il numero telefonico del pronto intervento. Un’opera di riorganizzazione quantomai necessaria. È il tempo di rapine famose a Milano nelle quali la stampa, il Corriere della Sera, in particolare dedica speciale attenzione. Siamo ai tempi della banda Cavallero, alla cui cattura non diede un diretto contributo ma il buon funzionamento del Gruppo unificato gli fece guadagnare un encomio solenne da parte del Capo di Stato Maggiore dell’Esercito. 

Nell’estate del 1966 inizia una nuova fase della carriera di dalla Chiesa con trasferimento a Palermo, al Comando della Legione Carabinieri della Sicilia occidentale, regione nel cuore dell’allora Tenente Colonnello (sarebbe divenuto Colonnello a fine anno), tanto che scelse quella sede essendogli stata offerta anche quella di Bolzano che aveva anch’essa un rilevante interesse per l’Arma nel momento dell’emergenza terroristica altoatesina.

A Palermo furono 7 anni che hanno lasciato un segno. “Non soltanto per il contributo fondamentale all’avvio di un nuovo corso nel modo di analizzare ed affrontare il fenomeno mafioso- scrive Coco – , ma anche per la scossa a tutto l’ambiente che lo circondava, in special modo all’interno della sua legione. Era stato un comandante rigoroso, a tratti quasi inflessibile, ma aveva preteso tantissimo dagli uomini da lui dipendenti, ma allo stesso tempo apprezzato per le sue attenzioni nei loro confronti e per quella unità di intenti che era stato in grado di creare”. Era stato e sarà sempre così ovunque, un vero Comandante.

Da Palermo a Torino, al comando della Brigata, competente per tutta l’Italia nord-occidentale. Il 18 aprile 1974 le Brigate Rosse sequestrano in Magistrato Mario Sossi. È un salto di qualità dell’azione brigatista. Le indagini furono serrate e difficili, non senza polemiche, sulle quali il libro si sofferma a dimostrazione dei diversi orientamenti che da allora accompagneranno la risposta dello Stato alla sfida terroristica percepita nella realtà inquietante della sua organizzazione politica.

È il 24 maggio 1974 quando, con decreto del Comandante generale, l’Arma si dota di un Nucleo speciale di polizia giudiziaria con il compito di condurre specifiche indagini sulle Brigate Rosse nel loro complesso, un passaggio fondamentale nella lotta al terrorismo con il pieno avallo dell’autorità politica. Dalla Chiesa richiede ai suoi uomini una dedizione completa. I risultati sono significativi, basti ricordare la cattura di Curcio e Franceschini.

Altro passaggio importante per il Generale è quello del coordinamento del Servizio di Sicurezza degli Istituti di Prevenzione e Pena, cosiddetto Sicurpena, impegno particolarmente dedicato e pressante, perché nelle carceri si erano sviluppate a lungo tensioni preoccupanti.

Dopo il sequestro Moro il Ministro dell’interno, Virginio Rognoni, succeduto a Francesco Cossiga, sceglie la strada di una struttura operativa centralizzata da affidare a dalla Chiesa, non senza contrasti, emersi in ambienti politici e della stessa Arma. L’impegno è gravoso per una intelligence che avrebbe dovuto analizzare scritti, volantini, messaggi, necessari ai fini della conoscenza indispensabile per penetrare nella struttura brigatista. Sono gli anni 1978-1980, il secondo tempo della lotta al terrorismo.

Ancora una volta a lui ricorrono le istituzioni, come in altri momenti drammatici della vita della Nazione aggredita. Stimato dalla politica, amato dai suoi collaboratori, Carlo Alberto dalla Chiesa è un mito nell’Arma e nell’opinione pubblica. Il libro ricostruisce e racconta, per la penna di uno storico che ha avuto la possibilità dell’accesso ad una vasta e inedita documentazione, l’azione e la personalità di questo straordinario Ufficiale che per servire lo Stato non esita ad abbandonare la sua amata uniforme di Carabiniere per assumere l’incarico di Prefetto di Palermo, ancora una volta per combattere la Mafia. Di lì a poco quell’incarico prestigioso dimostra tutta la sua pericolosità il 3 settembre 1982 quando un gruppo di fuoco entra in azione in via Isidoro Carini. Con Carlo Alberto dalla Chiesa e la giovane moglie, Emanuela Setti Carraro, si lesse su un cartello “qui è morta la speranza dei palermitani onesti”.

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